Su Charlie, lo sciacallaggio più meschino. 


Non date retta ai “benaltristi”, a chi come Vauro punta il ditino su chi si è speso per Charlie Gard, reo – secondo l’ineffabile opinionista – di dimenticare i bambini che muoiono nella traversata del Mediterraneo.

L’obiettivo è colpire quella parte di cattolici che grazie al loro amore per la vita e la famiglia hanno osato insistere in tutte le sedi possibili perché venisse raccolto il grido disperato di due genitori. Hanno osato, hanno avuto successo e a Vauro sale lo sciacallaggio.

Ma i cattolici dovrebbero essere gli ultimi a soffrire di sensi di colpa. Con le loro offerte volontarie, raccolte settimana dopo settimana, con gocce che formano un mare, la Chiesa cattolica è fra le agenzie in prima linea nell’aiuto e nella promozione dei paesi in via di sviluppo.

Solo che i cattolici sono abituati a non far sapere alla mano sinistra quel che fa la destra, si dimenticano anche del bene che fanno. Scriviamoci un promemoria, per una volta, e mandiamo i “benaltristi” dove si meritano.

(P. G.) 

Fermatevi: c’è una nuova terapia per #CharlieGard #Charliesfight

MASSIMA DIFFUSIONE!!

Estratto dal COMUNICATO MITICON ONLUS 6/07/2017:
“(…) In particolare sono stati riconsiderati una serie di dati di efficacia della terapia nucleosidica che ha già dato dimostrazione di efficacia in un numero significativo di casi clinici trattati, con particolare riferimento ai risultati che dimostrano la possibilità dei nucleosidi di superare la barriera ematoencefalica. In base a queste ulteriori e nuove valutazioni il gruppo di lavoro è dunque giunto alla conclusione che la terapia nucleosidica possa essere efficace nel caso del piccolo Charlie. Abbiamo informato la famiglia Gard degli esiti di questa riunione e del fatto che a breve verrà pubblicato uno statement scientifico che farà il punto su questo argomento”.

Card. Elio Sgreccia: i 10 punti critici sul caso del piccolo Charlie Gard

Si richiede la massima diffusione. Tratto dal sito “Il dono della vita“. 

http://www.ildonodellavita.it/card-sgreccia-10-punti-critici-sul-caso-del-piccolo-charlie-gard/ 

         

In queste ore drammatiche, assistiamo, dolenti ed impotenti, agli sviluppi ultimi e agli esiziali contorni che sta assumendo la vicenda del piccolo Charlie Gard, il neonato inglese di 10 mesi affetto da Sindrome dell’encefalomiopatia mitocondriale ad esordio infantile, il quale, sulla base di distinte statuizioni giudiziarie emesse da tre differenti Corti inglesi, di diverso grado, e da ultimo dalla stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dovrebbe essere accompagnato alla morte per mezzo del distacco dalla macchina che ne assicura la ventilazione meccanica e della contestuale interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali, non prima di avergli procurato uno stato di sedazione profonda.

Nei differenti gradi di giudizio, le Corti inglesi hanno ribadito che il processo di decadimento generale delle condizioni cliniche di Charlie e, con esso, il deterioramento progressivo ed inarrestabile della funzionalità degli organi che presiedono alle funzioni vitaliprimi tra tutti quelli respiratori, inducono a credere che qualsiasi decisione relativa ad ulteriori azioni che prolungassero simili condizioni di vita, sarebbe da giudicare illegittimadacché non assunta nell’effettivo, migliore interesse del piccolo, ma piuttosto volta ad aumentare, nel tempo e nell’intensità, il dolore e le sofferenze dello stesso. Quello che più sorprende è che la stessa idea di sottoporre Charlie ad un protocollo sperimentale di terapie nucleosidiche che si sta mettendo a punto negli Stati Uniti, proposta a più riprese avanzata dai genitori, è stata considerata inattuabile, meglio ancora “futile”, dai consulenti medici interpellati dai giudici, a fronte dell’esigenza, questa sì impellente, di voler dare un’esecuzione immediata e definitiva ai dispositivi unanimi delle sentenze fin qui pronunciate.

Sembra che tutto abbia concorso, negli ultimi sei mesi, a realizzare una sorta di “accanimento tanatologico”nei confronti del piccolo Charlie, una gara, da parte di giudici e medici, volta ad assicurare la soluzione più rapida possibile al suo caso, mettendo a tacere ogni rigurgito di speranza dei genitori, così come ogni spiraglio di luce sulla possibilità di successo di una terapia che, benché sperimentata solamente sui topi e per un ceppo di malattie diverse da quella sofferta dal neonato inglese, a detta dello stesso Professore responsabile della sperimentazione in corso negli USA, interpellato ad hoc dai genitori di Charlie, avrebbe potuto, almeno teoricamente, apportare benefici alle sue condizioni generali di salute. Vero è che dopo che veniva richiesta l’autorizzazione per procedere alla sperimentazione della terapia su Charlie, nel gennaio scorso, l’encefalopatia epilettica di cui soffre creava, attraverso reiterate crisi, ulteriori e gravi danni celebrali; tuttavia quello che qui si vuole discutere attiene piuttosto, e sempre, alla possibilità di decidere quando e come mettere fine alla vita di un essere umano indifeso. All’uopo, pare opportuno considerare alcuni punti critici che emergono dalla considerazione complessiva di questa vicenda, per molti aspetti paradigmatica.

1. L’inguaribilità non può mai essere confusa con l’incurabilità: una persona affetta da una male ritenuto, allo stato attuale della medicina, inguaribile, è paradossalmente il soggetto che più di ogni altro ha diritto di chiedere ed ottenere assistenza e cura, attenzione e dedizione continue: si tratta di un fondamento cardine dell’etica della cura, che ha come principali destinatari proprio coloro che versano in uno stato di vulnerabilità, di minorità, di debolezza maggiore. E Charles rappresenta paradigmaticamente l’esempio di chi ha diritto di essere assistito in ogni fase della sua malattia, in ragione dello stato di necessità, legato all’età e alla malattia, che vive. Il volto umano della medicina si manifesta proprio nella pratica clinica del “prendersi cura” della vita del sofferente e del malato.

2. Il diritto ad essere continuativamente oggetto, o meglio ancora, soggetto delle attenzioni e delle cure da parte di familiari e non, risiede nella dignità di cui una persona umana, anche se neonata, malata e sofferente, mai cessa di essere titolare. È l’essere sostanziale dell’uomo e le sue potenze che fondano questa dignità, non solo le sue concrete ed accidentali attualizzazioni. Questo è quello che si intende per “dignità puramente ontologica della persona”, uno status che prescinde completamente dalla facoltà di utilizzare attivamente le facoltà squisitamente proprie di un essere razionale, bastando che le stesse esistano come potenzialità attuali ed eventualmente attuabili dell’essere razionale medesimo.

3. L’alimentazione-idratazione artificialimediante sondino naso-gastrico, in nessun caso potrà considerarsi come terapia. Non è tale per l’artificialità del mezzo usato per somministrarla, dato che non si considera terapia dare il latte al neonato con l’ausilio di un biberon. Non è tale per i processi per mezzo dei quali vengono prodotti questi alimenti, dacché non si considera terapia il latte in polvere, per esempio, la cui produzione ugualmente risente di un procedimento industriale lungo e completamente meccanizzato. Non lo è per il fatto che la sacca parenterale viene prescritta da uno specialista medico, visto che lo stesso acquisto del latte artificiale è subordinato a prescrizione medica del pediatra. Acqua e cibo non diventano presidi medici per il solo fatto che vengono somministrati artificialmente, quindi interromperli non è come sospendere una terapia, ma è un lasciar morire di fame e di sete chi semplicemente non è in grado di alimentarsi autonomamente

4. L’idea cardine che fonda il consenso informato ha a che fare con il principio per cui il paziente non è mai un individuo anonimo cui vengono applicate determinate conoscenze tecniche, ma un soggetto cosciente e responsabile che deve essere chiamato a condividere la messa a punto di quanto necessario ad occasionare un miglioramento della propria salute ed eventualmente il raggiungimento di un obiettivo di guarigione e di cura. Questo implica la necessità che sia coinvolto nei processi decisionali che lo riguardano, in una relazione dialogica che eviti che si venga a trovare nella condizione di dover subire passivamente decisione e scelte altrui. La vicenda del piccolo Charlie, prova al contrario come si sia determinata nel corso del tempo una dinamica di sostanziale scollamento tra le decisioni dell’equipe medica e la volontà dei suoi genitori, come si evince emblematicamente dall’ultimo divieto loro imposto, quello cioè di poter trasportare, per veder morire, in casa loro, il proprio figlio.

5. Il divieto di sottoporre Charlie al trattamento sperimentale in nessun caso può essere giustificato facendo appello allo stato di sofferenza che lo stesso si trova attualmente a vivere. È ben possibile che la terapia sperimentale non avrebbe dato i risultati medici attesi, ma è altrettanto vero che le sofferenze di Charlie domandano un approccio palliativo integrale e sistematico che ipoteticamente avrebbe potuto accompagnarsi alla sperimentazione stessa. La preclusione dell’accesso a tali terapie, è stata motivata sia nel nome dell’inutilità prognostica delle stesse -aspetto la cui alea rientra nei parametri di incertezza assolutamente e ordinariamente propri di ogni terapia sperimentale-, sia in quello della necessità di risparmiargli quelle sofferenze ulteriori che il prolungare la vita in tali condizione avrebbe potuto generare: dunque la prospettiva anche solo remota di lasciare in vita Charlie, o addirittura di prolungare il tempo della sua vita per mezzo della terapia sperimentale, è stata aprioristicamente ritenuta una prospettiva non praticabile, nel nome della necessità di evitargli sofferenze ulteriori, e questo non per mezzo di adeguate soluzione palliative, ma per mezzo della morte indotta.

6. Il principio del migliore interesse del minoreche le Carte internazionali pongono al centro dei meccanismi di tutela degli stessi e che le stesse Corti inglesi hanno assunto a giustificazione cardine delle loro decisioni, crediamo difficilmente implichi, o meglio, legittimi una forma di eutanasia passiva come quella che si è deciso di praticare sul piccolo Charlie. Crediamo che il suo migliore interesse vada nella direzione di assicurargli un’esistenza il più possibile degna, mediante una opportuna strategia antalgica che permetta di tenere sotto controllo il dolore, se davvero dovesse risultare non possibile percorrere la strada di accedere al protocollo sperimentale già in corso negli USA. Che è poi esattamente quanto hanno ininterrottamente richiesto i genitori di Charlie fino ad oggi.

7. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha incredibilmente glissato su tutti gli aspetti contenutistici elencati fin qui ed anzi sembrerebbe essere andata oltre, assumendo una postura puramente proceduralista, nel nome del principio del margine di apprezzamento. Se da un lato ha fatto osservare, nella sentenza che reca la data del 28 giugno scorso, che le decisioni delle Corti nazionali inglesi in nessun modo integravano una violazione degli articoli 2, 6, e 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, confermando dunque la correttezza formale del loro operato, dall’altro ha ritenuto di non dover entrare nel merito della vicenda della sospensione dell’alimentazione-idratazione-respirazione artificiale nel nome di quell’autonomia sovrana degli Stati membri che li autorizzerebbe a disciplinare a piacimento i temi dai risvolti eticamente più complicati, come è il caso della praticabilità o meno dell’eutanasia passiva su un neonato. E questo ad onta del fatto che il combinato disposto degli articoli 2 e 8 della Convenzione statuisca chiarissimamente il divieto di privare deliberatamente chicchessia del bene fondamentale della vita.

8. Non è chi non veda come dietro ogni aspetto di questa vicenda, si celi, quantunque mai menzionata, un’idea di efficienza nella gestione delle risorse sanitarie che induce a disporre delle stesse in un modo che non può non generare una strisciante cultura dello scarto. In una società che annovera un fenomeno crescente di medicalizzazione delle malattie e insieme ad numero sempre in aumento di persone anziane, con il seguito di malattie degenerative che essi portano con sé, la risorse sempre più scarse destinate al sistema sanitario dai governi nazionali, alimenta una cultura aziendalistica che fa dell’efficientismo ad ogni costo il suo primario, vitale, esclusivo obiettivo, ingigantendo di conseguenza il numero di quelli che, marginalizzati a ragione delle loro aspettative di vita, sono identificati come scarti da eliminare, se possibile.

9. Di più ancora inquieta la leggerezza con cui si accetta il paradigma della qualità della vita, ovvero quel modello culturale che inclina a riconoscere la non dignità di alcune esistenze umane, completamente identificate e confuse con la patologia di cui sono portatrici o con le sofferenze che ad essa si accompagnano. Giammai un malato può essere ridotto alla sua patologia, giacché ogni essere umano non cessa, un solo istante e ad onta della sua condizione di malattia e/o di sofferenza, di essere un universo incommensurabile di senso che merita in ogni istante l’attenzione china di chi vuole incondizionatamente il suo bene e non si rassegna a considerare la sua come un’esistenza di serie B per il solo fatto di versare nel bisogno, nella necessità, nella sofferenza. Un’esistenza alla quale si farebbe un favore cancellandola definitivamente. E questo vale tanto più nel caso di quanti non possono, o non possono più, esprimere quelle che sono e quello che sentono, come nel caso del piccolo Charlie.

10. Nella trasparenza delle posture schizofreniche implicate da questi nuovi paradigmi culturali, si può cogliere l’ambivalenza di chi, nel rivendicare la libertà di accesso totale ed indiscriminata all’eutanasia, basandola sull’esclusivo predominio dell’autonomia individuale, nega allo stesso tempo quell’autonomia decisionale in altri casi, come quello in esame, dove si ritiene che siano legittimati a decidere i soli medici, senza coinvolgimento alcuno dei genitori. L’ambivalenza di chi pensa sia giusto che i medici versino nella condizione di poter elargire ancora un margine di tempo ai genitori per consentire loro di elaborare il distacco dal figlio, permettendogli così di permanere in sua compagnia, e non pensa invece a quanto lo necessiterebbero le madri surrogate che vengono deprivate dei loro feti, subito dopo la nascita, per assecondare i desideri dei relativi “locatori di ventre”. L’ambivalenza di chi pensa a tutelare la dignità della vita di un soggetto, negandogli la vita stessa, che è il fondamento principe non solo della dignità dell’uomo, ma di ogni altro riconoscimento che possa essere fatto a suo favore. L’ambivalenza di chi si batte per la difesa giudiziaria, istituzionale, internazionale dei diritti dei più deboli, nella cornice di ordinamenti democratici, e poi accetta di buon grado di veder legalizzata o giuridicizzata l’eutanasia, praticata finanche sui più piccoli, sui più deboli, sui più bisognosi.

+ Elio Sgreccia 







“Chi sei tu per pretendere pietà?”


​Se non abbiamo avuto pietà per un bambino indifeso, se non abbiamo avuto pietà per una madre e un padre sconvolti dal dolore mentre tengono in braccio il loro piccolino condannato a morire, perché dovremmo averne per l’operaio che perde il lavoro, per l’imprenditore che si suicida, per l’anziano che non sopravvive con la pensione, per i bambini cui crolla in testa la scuola, per i malati che non trovano un letto in ospedale, per il cittadino vittima di delinquenza, per il profugo accolto in condizioni disumane?

Perché dovremmo avere pietà per te, chiunque tu sia e in qualunque condizione tu versi?

Se oggi godi perché vedi riconosciuti i tuoi presunti “diritti”, sappi che a breve sentirai sibilare al tuo orecchio: “Chi sei tu per pretendere pietà?”

IL SIBILO DEL #potere

Davvero pensavate che qualcuno avrebbe alzato la voce? Alzare la voce ormai spetta solo ai deboli, si sa. Il potere non alza la voce, il potere sibila. Per il tuo bene, è chiaro.

Il potere ha sibilato all’orecchio della CEDU per soffocare il grido di due genitori che hanno osato alzare la voce.

Davvero pensavate non sibilasse anche all’orecchio di monsignore? Come siete ingenui! Sono finiti i tempi del leone di Wadowice e ci sono così tanti scandali da dissotterrare, così tante leggi fiscali e bancarie che a gusto del potere si possono adottare contro i beni di Roma.

E allora si fa un bel comunicato che gronda pietà umana per tutti, per i buoni e i cattivi, una robina ambigua in cui si omette il nocciolo del problema. 

– “Ma monsignore, non diciamo nulla sulla respirazione artificiale? Dice che non se ne accorgeranno?”

– “Ma no che non se ne accorgono. E anche fosse, abbiamo pure noi la nostra bella fetta di potere in caso qualcuno alzasse la voce. Il nostro popolo troverà conforto nelle nostre parole, sentirà alleggerirsi la coscienza e comincerà a pretendere che quei pochi sediziosi tacciano. E basta con questo povero bambino, lasciatelo morire in pace, non criticate la gerarchia” sibila monsignore.

LETTERA APERTA ALLA #CEDU DELLA MAMMA DI UN BIMBO CON LA STESSA MALATTIA DI #CharlieGard

Gentili Signori,

Sono la mamma di Emanuele Campostrini, detto “Mele”. Mio figlio ha 9 anni ed è considerato uno dei pittori italiani di maggior talento, spesso paragonato ad altri giovani artisti famosi di tutto il mondo.

Mio figlio è affetto da malattia mitocondriale e da deplezione mitocondriale.

Non può camminare, stare seduto, sostenere il capo, viene nutrito con un sondino nasogastrico e ha bisogno di un ventilatore elettrico per respirare. E’ sordo e parzialmente cieco, ha sopportato migliaia di crisi epilettiche durante tutta la sua vita. Non può piangere, non può ridere….lui ride DENTRO.

Quando eravamo in ospedale i medici lo considerarono in uno stato così grave e con nessuna possibilità di sopravvivenza che ricevette la Cresima con il rito per i bambini in pericolo, o vicini alla morte.

Non solo non è morto, ma la sua condizione, che rimane molto complessa,  è diventata terreno fertile per la sua peculiare personalità e perché il suo straordinario talento si mostrasse e crescesse. Non vede il mondo come lo vedo io, la sua prospettiva è sempre un’epifania e i suoi dipinti insegnano ad ogni osservatore. 

Andrea Bocelli, il famoso cantante d’opera, scrisse su di lui “ La lezione che “Mele” impartisce, mentre dipinge, ma anche prima e dopo, è più profonda di qualsivoglia dotta disquisizione (artistica e finanche teologica)”.

Vi piace la torre Eiffel? O “ La Gioconda”? I dipinti e le sculture di Michelangelo, il Beowulf, la musica di Mozart? Sono certamente un’eredità mondiale che appartiene a ciascuno di noi. Noi non avremmo queste opere se qualcuno avesse deciso di interrompere la vita di questi artisti quando erano bambini. Ogni essere umano è eredità del mondo ed è impossibile decidere che cosa una persona farà o che cosa darà all’umanità quando è un bambino piccolo, o un bambino malato.

Ma, per favore, abbiate fede ed usate la vostra speranza! E’ la stessa speranza che vi ha fatto innamorare di vostro marito/vostra moglie, che vi faceva aspettare “quella telefonata”, la stessa speranza che vi ha fatto immaginare e poi abbracciare i vostri figli quando sono nati. E’ una speranza “innata dell’essere umano”, per favore, siate umani: uomini e donne degni di questo nome!Abbiate fiducia nelle immense possibilità degli esseri umani e nella Grazia di Dio. Siate coraggiosi.

Per favore, lasciate vivere Charlie Gard e non giudicate la sua vita finché non l’ha vissuta.

Sentitevi felici e forti di questa saggia decisione per la vita e….siate preparati per le sorprese!

Grazie

Chiara Paolini

Videomessaggio di Chiara Paolini

About Charlie Gard case


LA #Gaystapo NEI GRUPPI DI #preghiera

L’estate sta arrivando, la scuola finisce, c’è aria di sbaraccamento e la scena è occupata dai vaccini e dalla legge elettorale. 

Di polpa omofoba in giro non se ne trova molta, salvo il caso dello scout sospeso per l’unione civile. E allora che si inventa il più scalcinato e sgrammaticato blog gaio dell’universo?
Mette insieme un po’ di pezzi sparsi e confeziona una non notizia sull’omofobia che serpeggerebbe in segretissimi gruppi di preghiera su whatsapp fornendo come prova inconfutabile uno screenshot di pessima qualità.

Chiunque abbia uno smartphone può facilmente modificare un qualsiasi screenshot, lo sanno anche i bambini 

La seconda prova consiste nel citare un sacerdote, di cui peraltro esistono diversi video su YouTube .

Un vero scoop!, non c’è che dire.

In terzo luogo viene prodotto il segretissimo testo della conversazione, che, ahiloro, si trova però in molti blog cattolici e contiene un dialogo fra un esorcista e uno spirito immondo (http://www.madonnadianguera.it/profezie/cosa-sta-succedendo-alla-chiesa-rivelazione-da-un-esorcismo/).

Tutta questa fatica per rivelare che nei gruppi di preghiera si prega per i peccati, incluso quello di sodomia. Una novità sconcertante, ne converrete anche voi.

Bene, quando avete finito di ridere, controllate ad ogni buon conto i vostri gruppi di preghiera su whatsapp, dove i numeri di telefono sono visibili a tutti i componenti del gruppo. Per scacciare gli intrusi non servirà un esorcista, basta un semplice clic 😉

LETTERA DEL #parroco ALL’IMBRATTATORE #abortista

 «Caro scrittore anonimo di muri,

Mi dispiace che tu non abbia saputo prendere esempio da tua madre. Lei ha avuto coraggio. Ti ha concepito, ha portato avanti la gravidanza e ti ha partorito. Poteva abortirti. Ma non l’ha fatto. Ti ha allevato, ti ha nutrito, ti ha lavato e ti ha vestito. E ora hai una vita e una libertà. Una libertà che stai usando per dirci che sarebbe meglio che anche persone come te non ci dovrebbero essere a questo mondo. Mi dispiace ma non sono d’accordo. E ammiro molto tua mamma perché lei è stata coraggiosa. E lo è tutt’ora, perché, come ogni mamma, è orgogliosa di te, anche se ti comporti male, perché sa che dentro di te c’è del buono che deve solo riuscire a venire fuori. L’aborto è il “non senso” di ogni cosa. È la morte che vince contro la vita. È la paura che vince su un cuore che invece vuole combattere e vivere, non morire. È scegliere chi ha diritto di vivere e chi no, come se fosse un diritto semplice. É un’ideologia che vince su un’umanità a cui si vuole togliere la speranza. Ogni speranza. Io ammiro tutte quelle donne che pur tra mille difficoltà hanno il coraggio di andare avanti. Tu evidentemente di coraggio non ne hai. Visto che sei anonimo. E già che ci siamo vorrei anche dirti che il nostro quartiere è già provato tanti problemi e non abbiamo bisogno di gente che imbratta i muri e che rovina il poco di bello che ci è rimasto. Vuoi dimostrare di essere coraggioso? Migliora il mondo invece di distruggerlo. Ama invece di odiare. Aiuta chi è nella sofferenza a sopportare le sue pene. E dai la vita, invece di toglierla! Questi sono i veri coraggiosi! Per fortuna il nostro quartiere, che tu distruggi, è pieno di gente coraggiosa! Che sa amare anche te, che non sai neanche quello che scrivi! 

Io mi firmo:

don Andrea»

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/scritta-aborto-san-michele-santa-rita-lettera-parroco-facebook?utm_content=buffer2c872&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

LETTERA APERTA ALL’ #OrdinedegliPsicologi

LETTERA APERTA AL DOTT. FULVIO GIARDINA (Presidente Ordine Nazionale Psicologi)

Egregio Presidente

Circa tre anni fa in risposta ad una affermazione del ministro Lorenzin sulla necessità per un bambino di avere una figura materna e paterna, Lei ebbe a dire, tra le altre cose, che “la letteratura scientifica e le ricerche in quest’ambito sono concordi nell’affermare che il sano ed armonioso e sviluppo di bambini e delle bambine, all’interno delle famiglie omogenitoriali, non risulta in alcun modo pregiudicato o compromesso”. Oggi a tre anni di distanza, sono stati pubblicati anche studi di segno opposto e soprattutto la letteratura scientifica portata a sostegno della non influenza del sesso dei genitori sul benessere psicofisico è risultata afflitta da gravi carenze metodologiche come messo in evidenza da autorevoli studiosi. Per quanto riguarda il nostro paese ad es. la materia è stata rivista in modo critico da Elena Canzi in un volume con la prefazione degli studiosi Eugenia  Scabini e Vittorio Cigoli. A ciò si stanno aggiungendo una sempre più rilevante mole di testimonianze di bambini oggi giovani o adulti (soprattutto dagli USA dove il fenomeno della surrogazione da parte di coppie gay è meno recente) che affermano di aver sofferto o di soffrire per la mancanza del padre o della madre e di non poter conoscere la metà della propria origine genetica. Ma  soprattutto riprendendo il contributo di Scabini e Cigoli «Possiamo evitare di parlare di origine e di essere originato da una relazione? Possiamo, nel legame di filiazione, operare una scissione tra l’aspetto genetico e quello simbolico cercando di dimostrare che i legami di filiazione stanno in piedi “indipendentemente” dal legame genetico perché quello che conta è la qualità della relazione (percepita) e non la famiglia come struttura? Possiamo evitare di prendere in considerazione responsabilmente i rischi anche psichici che si corrono quando si sceglie di dar vita ad un nuovo essere umano silenziando aspetti cruciali della sua storia genealogica?»

Non crede quindi che su argomenti così delicati e che riguardano il benessere dei bambini, si debba essere almeno molto prudenti, mantenere il senso critico ed attenersi al principio di massima precauzione prima di sdoganare tecniche come l’utero in affitto, i cui effetti nel lungo termine non sono affatto scontati? Le vorremmo sommessamente ricordare che, poiché verba volant ma scripta manent, le affermazioni che oggi possono provocare l’applauso, domani potrebbero essere invece fonte di vergogna.

La SUPERCAZZOLA DEL #pene CONCETTUALE COME COSTRUTTO #sociale

Per coloro che ritengono eccessive le critiche dei conservatori al  femminismo moderno e agli studi di genere, è arrivato un nuovo imbroglio accademico perpetrato da un filosofo e il suo coautore, che ha svelato quanto sia diventato estremo e addirittura decisamente irragionevole il campo degli studi di genere e quanto illegittimo può essere il suo processo di peer review. 

Il filosofo Peter Boghossian e il suo collaboratore James Lindsay hanno deciso di vedere se riuscivano a portare a buon fine un articolo-truffa sul modello di “Transgressing the Boundaries: Towards a Transformative Hermeneutics of Quantum Gravity,” di Alan Sokal, che affermava per scherzo che la gravità quantistica è un “costrutto sociale e tuttavia è riuscito ad apparire sul giornale di studi culturali Social Text nel 1996.

Firmando con due falsi nomi, gli autori hanno sottoposto un articolo di 3000 parole evidentemente assurdo a una rivista peer-reviewed, intitolandolo Cogent Social Sciences. Nonostante lo avessero riempito di quelle che più tardi hanno definito “complete stupidaggini”, il giornale ha pubblicato l’articolo nel suo numero di maggio.

I due autori hanno poi svelato l’imbroglio in un articolo ospitato da Skeptic Magazine: “‘The Conceptual Penis as a Social Construct’: A Sokal-style Hoax on Gender Studies,”

L’articolo è stato accompagnato dalla seguente presentazione del direttore della rivista:

Una volta ogni tanto è necessario e desiderabile smascherare ideologie estreme per quel che sono, portando i loro argomenti alla logica e assurda conclusione. Ecco perché siamo orgogliosi di pubblicare una denuncia di un articolo falso pubblicato oggi su una rivista  peer-reviewed. Le sue ramificazioni sono sconosciute ma si spera che aiuti ad avere la meglio sull’estremismo in questa e altre aree.
—Michael Shermer

Ecco come gli autori iniziano la spiegazione del falso che loro stessi hanno creato:

“Le prove scientifiche e meta-scientifiche che il pene è l’organo riproduttivo maschile sono considerate schiaccianti e decisamente libere da contestazioni”.

Ecco come abbiamo cominciato. Abbiamo usato questa frase assurda per aprire un “articolo” di 3000 parole pieno di complete stupidaggini fingendo che fosse una ricerca accademica. Poi una rivista accademica peer-reviewed di scienze sociali l’ha accettata e pubblicata.

Questo articolo non avrebbe mai dovuto essere pubblicato. Afferma che il pene come simbolo di mascolinità è un costrutto incoerente e che il “pene concettuale” non è un organo anatomico ma un costrutto sociale altamente fluido e gender-performativo. Come a dimostrare quel che dice David Hume, che c’è una profonda differenza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, il nostro articolo, che non avrebbe mai dovuto essere pubblicato, è stato pubblicato nella sezione dei contributi disponibili liberamente (non a pagamento) della rivista peer-reviewed Cogent Social Sciences. (Nel caso il PDF sia stato rimosso lo abbiamo archiviato).

Inoltre gli autori spiegano di aver inviato l’articolo firmandolo con dei “nomi di penna” e a nome di un gruppo di ricerca totalmente inesistente, scrivendolo “nello stile della teoria di genere discorsiva post-strutturalista”, una modalità che non si sono mai nemmeno preoccupati di ricercare. Hanno supposto, correttamente, che nonostante la totale mancanza di fatti o legittimi riferimenti a qualunque esperto in materia, se avessero fatto la generica affermazione che “la mascolinità è intrinsecamente cattiva”, sarebbe stato pubblicato:

L’articolo era intenzionalmente ridicolo ed essenzialmente diceva che il pene non deve essere pensato come organo genitale maschile ma come costruzione sociale dannosa. Non abbiamo nemmeno provato a cercare che cosa significasse veramente “teoria di genere discorsiva post-strutturalista”. Abbiamo supposto che se fossimo stati chiari semplicemente nelle nostre implicazioni morali che la mascolinità è intrinsecamente cattiva e che il pene è alla radice di ciò, saremmo riusciti a pubblicare l’articolo in un giornale rispettabile. 

Questa caratterizzazione già incriminante del nostro imbroglio sottostima la mancanza di adeguatezza del nostro articolo per la pubblicazione accademica per ordini di grandezza. Non abbiamo cercato di rendere l’articolo coerente; al contrario, lo abbiamo riempito di termini tecnici (come “discorsivo” e “isomorfismo”), frasi senza senso (ad esempio scrivendo che gli uomini ipermascolini sono sia all’interno che all’esterno di certi discorsi allo stesso tempo), segnali d’allarme (come “società pre-post patriarcale”), riferimenti sboccati a termini gergali sul pene, frasi insultanti riferite agli uomini (inclusi riferimenti a uomini che non vogliono avere figli come “incapaci di accoppiarsi”) e allusioni allo stupro (abbiamo dichiarato che lo “stravaccamento” (“manspreading” in inglese), imputato agli uomini che si siedono scompostamente con le gambe aperte, è simile allo “stuprare lo spazio vuoto intorno a sé”). Dopo aver completato l’articolo, lo abbiamo letto attentamente per controllare che non dicesse niente di significativo, e visto che nessuno dei due riusciva a capire di che cosa parlasse, lo abbiamo considerato un successo. Leggendolo, non è difficile notare quanto sia decisamente ridicolo l’articolo ora ufficialmente pubblicato, inclusa la conclusione, che – dicono gli autori – “è stata tenuta in grande riguardo dai revisori”.

Concludiamo che il pene non è soltanto l’organo sessuale maschile, o l’organo genitale maschile, ma piuttosto un costrutto sociale messo in atto che è sia problematico e dannoso per la società e le future generazioni, responsabile addirittura del cambiamento climatico.

Per dare una parvenza di autorevolezza, inoltre, i due autori non hanno mancato di introdurre anche falsi riferimenti a veri accademici, come Judith Butler e Michel Foucault.

Per chiunque abbia sofferto fino alla fine di una lezione sugli Studi di Genere, che questo assurdo falso abbia superato la peer review (e addirittura con “voti altissimi”) e sia stato stampato da un vero giornale, purtroppo, non è una sorpresa. Gli autori concludono la loro discussione chiedendo il ripristino dell’affidabilità del processo di peer-review nel campo:

“Il Pene Concettuale come Costrutto Sociale” non avrebbe mai dovuto essere pubblicato per i suoi meriti perché era stato scritto appositamente per non avere alcun merito. L’articolo è è pieno di stupidaggini prive di valore accademico. La domanda a cui bisogna rispondere è: “Come possiamo ripristinare l’affidabilità del processo di peer-review?” 

Qui l’articolo originale

Read Boghossian and Lindsay’s fascinating/hilarious/depressing analysis here.

L’articolo è stato rivisto.