Come fabbricare episodi di razzismo (vero) in 5 mosse

Alessandro Benigni

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  1. Denuncio ogni giorno “attacchi razzisti” – quando evidentemente non lo sono
  2. Trascuro ed ignoro sistematicamente gli attacchi quotidiani agli italiani ad opera di extracomunitari
  3. Minimizzo i gravissimi crimini commessi nei confronti degli italiani, anche i più efferati
  4. Sbeffeggio, insulto, denigro in ogni modo i cittadini che non si riconoscono nel programma di immigrazione coatto.
  5. Ottengo – prevedibilmente – reazioni scomposte. Tra queste, le teste calde perderanno inevitabilmente il senso del limite e sfogheranno la loro frustrazionecon sbotti “razzisti”, magari sui social network (in modo che possano essere facilmente ripresi dagli “osservatori” più “attenti” ed adeguatamente propagandati come “ulteriori episodi di razzismo” – a conferma della tesi iniziale che si voleva dimostrare).

 

 

 

 

Et voilà, il gioco è fatto: si ripetano i 5 punti in modo costante, aumentando di volta in volta la percezione sociale di ciò che viene così creato artificialmente dal nulla.

Così, con un po’ di marketing e retorica, abbiamo creato il razzismo vero.

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Alcune immagini che fanno riflettere:

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Leggi anche: “I veri fascisti sono coloro che denunciano un fascismo inesistente.”

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I veri propinatori e cantori dell’odio sono quelli che parlano senza un minimo di logica. La logica è amica, ancella della pace. La retorica sofistica muove lo stomaco di tutti ma soddisfa gli interessi solo di qualcuno: è nemica della pace vera.

Logica e retorica portano rispettivamente a verità e follia.

Decidete voi da che parte stare.

 

 

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L’ideologia del Genere avanza nella Scuola: nel silenzio generale, le case editrici si adeguano

Alessandro Benigni

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E’ dell’Aprile 2015 la notizia (recepita dalla pagina della vicepresidente del Senato, senatrice Valeria Fedeli) del disegno di legge n. 1680, per l’introduzione dell’educazione di generee della prospettiva di genere nelle scuole e nelle università. “Integrare l’offerta formativa dei curricoli scolastici, di ogni ordine e grado, – si legge – con l’insegnamento a carattere interdisciplinare dell’educazione di genere come materia, e agendo anche con l’aggiornamento dei libri di testo e dei materiali didattici, vuol dire intervenire direttamente sulle conoscenze utili e innovative per una moderna e civile crescita educativa, culturale e sentimentale di ragazze e ragazzi, per consentire loro di vivere dei princìpi di eguaglianza, pari opportunità e piena cittadinanza nella realtà contemporanea“.

Non ero per nulla stupito.
Ma da allora, cosa è cambiato?

 

Ormai il Re è nudo: speriamo che sia solo questione di tempo. Dietro la paccottiglia sbrodolante delle “pari opportunità”, dietro la volontà di eliminare “stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla impropria identità costretta in ruoli già definiti delle persone in base al sesso di appartenenza” (cito testualmente), ci sta la solita, subdola, e psicotica preteeiasa di negare l’evidenza: uomini e donne non sono uguali ed è perfettamente naturale e ragionevole che si inseriscano nella realtà culturale ed economico-produttiva della società in modalità diverse. Nemmeno si è posto il problema di un dibattito per stabilire i confini tra stereotipo e archetipo: cosa che peraltro è già stata fatta – egregiamente – dal comico Harald Eia (siamo nel 2010) con un breve documentario (il famoso video del “paradosso norvegese“) che smonta senza pietà la teoria gender.

Come? Basandosi sull’evidenza, logico: uomini e donne sono diversi, fanno cose diverse perché – essendo psicologicamente, emotivamente, fisicamente diversi, appunto – sono naturalmente portati ad eccellere in campi differenti.

Secondo i propinatori delle teorie del genere (ma non fa ridere che facciano di tutto per applicare queste teorie e poi si affrettino a negare che esista la teoria stessa?), l’obiettivo sarebbe quello di superare gli ostacoli che limitano, di fatto, la piena e autonoma soggettività. Si guardano bene però dal prendere anche minimamente in considerazione come – di fatto – questi nobili principi vengono ad essere declinati nella realtà.

Non è bastato, anche questa è un’evidenza, il reportage di Harald Eia che si è preso la briga di andare ad intervistare gli “scienziati” del Nordic Gender Institute per cercare di capire il “paradosso norvegese” e cioè come mai, dopo dieci anni di politiche e lotte per la parità di genere, in Norvegia fosse emerso, come illustrato dai dati governativi, che le differenze fra uomini e donne fossero più marcate rispetto al passato (ad esempio, il 90 per cento delle infermiere norvegesi sono donne e il 90 degli ingegneri uomini, etc.). No.

Non è bastato che perfino Michel Onfray, pur appoggiando i diritti LGBT e il femminismo, abbia criticato l’insegnamento della teoria gender nelle scuole, sostenendo che sottragga spazio all’insegnamento della filosofia, della lingua e della matematica. Come abbiamo ricordato, infatti, in un articolo del marzo 2014 Onfray ha scritto della «popolare e fumosa teoria del genere (…) della filosofa Judith Butler, che non nasconde l’appartenenza del suo pensiero alla linea decostruttivista» e ha poi riassunto la sua critica in un intervento radiofonico sostenendo che l’essere umano non è solo cultura, ma anche natura. E in seguito alle polemiche, Onfray ha aggiunto anche che la teoria del genere, voluta nelle scuole dal ministro Najat Vallaud-Belkacem, a suo avviso è «pericolosa» e «totalitaria», portando, come esempio dei danni, il caso di David Reimer e l’uso fattone dal dott. John Money (il guru della Gender theory) per dimostrare le sue teorie.

Nemmeno questo è bastato. Tant’è vero che anche le case editrici si aggiornano, e alla svelta, adeguandosi al pensiero unico. E quello che lascia più attoniti è che a sottomettersi (e a sottomettere) al pensiero unico sono proprio quelle materie che più delle altre dovrebbero porsi al servizio dello spirito critico: la Filosofia e la Psicologia.

Un esempio?

Questo è un manuale scolastico (biennio scuola superiore) che mi propongono in adozione per l’anno prossimo:

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Materia: Psicologia, per i Servizi Socio-Sanitari.

Come in ogni manuale di questa tipologia, ad un certo punto si parla di Famiglia (pag. 38):

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Cito: “Un caso a sé è poi rappresentato dalle coppie omosessuali, che negli ultimi anni sono state legalmente riconosciute nella maggioranza dei paesi europei, mentre in Italia non godono ancora di alcun diritto“.

E di seguito, immancabile, lo spot:

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Come chiunque può notare, la madre è scomparsa. E va bene così: il bambino è comunque sorridente bello e felice insieme ai suoi due (?) “papà”.

Che dire?

Cominciamo come sempre con l’analisi del testo (ricordo che si tratta di un testo per la scuola dell’obbligo):

1) Si dà per scontato che “siccome la maggioranza dei paesi europei ha deciso x”, allora ne consegue che x sia da perseguire anche in Italia. Così fan tutti, e via. La morale d’accatto.

2) “In Italia le coppie omosessuali non godono di alcun diritto”. A parte che questo è – come abbiamo mostrato più volte, palesemente falso, non si capisce a quali diritti da conquistare – per il bene comune – si stia facendo riferimento. Forse all’adozione di minori in coppie dello stesso sesso, in modo che siano brutalmente deprivati di padre e/o di madre?

Troppo tardi: quando insegnanti e studenti avranno terminato il paragrafo, il messaggio subliminale avrà già sortito il suo effetto e saranno già tutti perfettamente concordi nel gridare allo scanmaxresdefaultdalo: “Che cosa si aspetta a concedere anche qui gli stessi diritti alle persone con orientamento omosessuale!?” E’ la tecnica della rana bollita, cui più volte ci siamo richiamati. E via: tutti ad annuire. Una leccatina all’indice, voltare pagina. E avanti. Che si debba discutere del valore incommensurabile della differenza, neanche a parlarne. Che ci si fermi ad evidenziare come la differenza sessuale sia costitutiva della persona umana e quindi non solo la definisca in modo essenziale, ma abbia un inestimabile valore formativo, no, per carità. Non se ne deve parlare. Soprattutto, non si deve riflettere. Diceva bene Tony Anatrella: “Non si tratta qui di una valutazione religiosa, bensì di una constatazione antropologica che fa sì che l’uomo e la donna, in quanto persone, condividano l’appartenenza a una comune umanità, pur essendo ognuno rappresentante di un universo che gli è proprio. L’uomo e la donna non sono sufficienti e fini a se stessi; si trovano infatti in uno stato di carenza, hanno bisogno l’uno dell’altra per accedere al senso dell’alterità sessuale, poiché l’altro è sempre l’altro sesso” (Cfr. Tony Anatrella, La teoria del genere e l’origine dell’omosessualità, Edizioni San Paolo, 2012, pag. 47).

 

Qual è la relazione tra gender e la questione dei diritti nelle coppie dello stesso sesso, già implicitamente e senza lacuna discussione elevate allo status di “famiglie”? Parliamo delle cosiddette “famiglie omogenitoriali“, una lampante contraddizione in termini: “omogenitoriale” è l’ennesimo neologismo assurdo, un termine che non trova corrispondenza nella realtà: sbagliato dal punto di vista ontologico, logico e semantico (in gr. omoios / ghénos sono due contrari. L’“omo-genitorialità” è una pura invenzione: nessuno è figlio di due madri. Nessuno è figlio di due padri. Si tratta di un’invenzione che ha il solo scopo di accontentare le pretese degli omosessuali danneggiando però i bambini che nelle “famiglie” “omo-genitoriali” vengono sistematicamente deprivati del loro diritto di avere un padre e una madre. Tutto questo per accontentare gli adulti. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, avendo a che fare con la neo lingua capita sempre più spesso dii trovarsi dinanzi un monstrum (nel senso latino del termine) come la parola omo-genitorialità. Questa parola, nata non si sa dove e non si sa quando, pretenderebbe di identificare una coppia di omo-sessuali che è anche genitrice. Quando si coniano tali neologismi sarebbe opportuno usare alla lingua italiana la cortesia di non creare ossimori tanto evidenti quanto grotteschi. E’ bene ribadirlo. Chissà che qualcuno alla fine non rinsavisca dalla psicosi sociale, oggi diffusissima. “Genitore”, deriva dal latino genitōre (m), deriv. di genĭtus, part. pass. di gignĕre ‘generare’. Il genitore è, quindi, colui che genera o che ha generato: asserire che una coppia di donne o di uomini possano generare (anche in senso figurato) un figlio non è forse una contraddizione in termini?

Bene, ora torniamo a noi. Qual è – dicevamo – la relazione tra gender e la questione dei diritti nelle coppie dello stesso sesso? Il concetto è semplice e paradossale al tempo stessoNoi sappiamo che non è così, ma se è vero che maschile e femminile sono solo costrutti sociali, che il genere non è correlato al sesso biologico, ne consegue logicamente la possibilità di matrimonio per persone dello stesso sesso e conseguente adozione di bambini. Da qui tutto è (già, si badi bene) consentito: dalla stepichild adoption alla fabbricazione e compravendita di esseri umani tramite utero in affitto, ai “diciotto genitori” (e più, perché no?) che secondo la lucidissima Giuseppina La Delfa (presidente della “Famiglie” arcobaleno, una di quelle che si sgola per proclamare che la teoria gender non esiste, detto per inciso) posso tranquillamente svolgere il ruolo di padre e madre e consentire comunque un equilibrato sviluppo del bambino.

Noi sappiamo – per evidenza, per logica e per scienza – che questo non è vero (vedi qui, per esempio), ma tant’è: il pensiero unico induce a credere l’impossibile. E l’impossibile, creduto, diventa reale: è il principio della psicosi, la quale come tutti sanno ha origine nella negazione del principio di evidenza naturale.

Il passaggio è diretto: se maschi e femmine sono solo costrutti culturali, ciò significa che il ruolo materno non è necessariamente legato ad una madre-donna e che nemmeno quello paterno è legato ad un padre-uomo. Al contrario, si pretende che i padri-uomini possano svolgere il ruolo di madre e le madri quello di padri e così via, un un miscuglio nel quale è difficile già da ora districarsi. Il tutto, chiaramente, in violazione dei principi fondamentali del corretto ragionamento umano (i famosi principi aristotelici di identità, di non-contraddizione e del terzo escluso). Ma una prima, incontrovertibile evidenza, è che la differenza tra uomo e donna precede qualsiasi sovrastruttura culturale: la cultura è fatta da uomini e donne, non viceversa. Assumere ipoteticamente il contrario e – quel che è peggio – pretendere che sia davvero il contrario, dà luogo ad una catena considerevole di assurdità.

Uomini e donne sono realmente, fisicamente, psicologicamente differenti. Questa è la normalità. Affermare il contrario significa pensare l’impensabile, ovvero che “A” sia uguale a “non-A”. Ne deriva direttamente che una coppia dello stesso sesso è strutturalmente diversa da una coppia dove invece i sessi sono diversi, come natura richiede al fine della procreazione (e ne deriva che una coppia dello stesso sesso è inadatta, di conseguenza, alla crescita di un bambino): equiparare astrattamente realtà diverse è una pretesa illogica, oltre che immorale e concretamente impossibile. Uomini e donne sono diversi, quindi una coppia uomo-donna è diversa da una coppia omosessuale, etc. La coppia naturale maschio-femmina (M+F) è strutturalmente diversa da ogni altra modalità associativa omo-sessuale, cioè dello stesso-sesso (M+M), (F+F). In base al primo dei principi della Logica (principio di non-contraddizione): “A è uguale a non-A” è falsa. Dunque l’uguaglianza di sessi diversi (intendo qui l’uguaglianza di uomini e donne) è un assurdo, anche solo a livello astratto: figuriamoci in concreto. Allo stesso modo una coppia omosessuale – per definizione: dello stesso sesso – è ontologicamente diversa da una coppia di uomo e donna – per definizione, di sesso diverso.

Ed inutile è cercare di spiegare in tutti i modi che differenziare non equivale logicamente a discriminare. Ogni sforzo sembra inutile.

aaaaaaaaaaaaaaaaDel resto, banalmente: se è vero che possono esserci bambini “con due mamme” e che è meglio “avere due (?) mamme invece che una sola”, allora perché non si può raccontare e quindi richiedere che ci siano anche bambini “con tre mamme”? O quattro? Cinque non sarebbe meglio, a rigor di logica? E così via. Se è vero questo assurdo costrutto – nient’altro che un postulato della teoria gender – se è vero che “due papà sono meglio di uno” e di conseguenza “tre sono meglio di due” allora “centoventi papà sono meglio di centodiciannove”. No? Per questa strada – che è quella suggerita da Giuseppina la Delfa, la quale sosteneva che anche diciotto genitori vanno bene – si arriva velocemente all’annullamento del ruolo, del significato e dell’identità stessa del concetto di “padre” e “madre”. Quanto vale un padre (o una madre) se ogni individuo può averne un numero indefinito?

 

Detto questo, torniamo ancora una volta all’immagine e alla frase riportata dal libro di testo. Daccapo: la madre, dov’è? In quali paragrafi, in quali capitoli, in quali saggi si è dimostrato che la madre è inutile? O che del padre possiamo farne tranquillamente a meno?

Immagino già la risposta (un ennesimo slogan preconfezionato pronto all’uso): “E allora, tutti gli orfani?” Come a dire: dato che alcuni bambini sono orfani e sono cresciuti nonostante la gravissima perdita e lo stato oggettivo di de-privazione allora ne consegue che possiamo deprivare anche tutti gli altri. Logico, no? Siamo evidentemente fuori da un orizzonte ragionevole di discussione. Proviamo comunque qualche osservazione. Prima di tutto, seguendo questa “logica” gender, ci sarebbe da chiedersi com’è possibile che se padre e madre sono “ininfluenti”, “inutili nell’allevare un bambino”, e “i bambino hanno solo bisogno d’affetto”, allo stesso tempo “avere due papà è meglio che uno”: se non contano niente, la somma di due niente è sempre niente. Sarebbe più coerente abolire le figure genitoriali, no? D’altra parte se non importa che siano entrambi (padre e madre) ma basta uno dei due perchè dell’altro si può fare a meno, si dovrebbe poi spiegare quale dei due, e perchè. E’ chiaro infatti che se nelle coppie omosessuali le madri non contano e nelle coppie lesbiche si può fare a meno dei padri se ne deduce logicamente che nessun genitore è utile al bambino. Ma allora che senso ha voler giustificare la cosiddetta “omogenitorialità”? E perché gli adulti in coppie dello stesso sesso insistono ad auto-proclamarsi buoni genitori, se poi sostengono di fatto che i genitori non servono?

Detto per inciso, ricordiamo che è già stato smontato pezzo per pezzo l’argomento dell’orfanotrofio. Basta leggere come si fa.

Ora, di fronte alla pervicacia con cui si tenta, da più parti, di farci credere che “la scienza dimostra che non ci sono danni per i bambini che crescono in coppie dello stesso sesso” (altro slogan-prefabbricato che si smonta con un briciolo di epistemologia), c’è qualcuno che in Italia ancora resiste. Per esempio Francesco Paravati, presidente della Società Italiana di Pediatria Ospedaliera (SIPO), ha spiegato che: «Quello che c’è di scientifico oggi dimostra che il bambino cresce confuso nell’identità perché perde i punti di riferimento, sia nelle “famiglie” monoparentali che nelle unioni omosessuali. Il problema a carico del bambino è una difficoltà ad interloquire con punti di riferimento chiari». Se non fosse sufficiente, c’è un’ampia letteratura in merito, e ci sono studi con campioni significativi che dovrebbero far riflettere. Ma non è nemmeno questo il punto.

Quello che più addolora, in tutta questa (mancata) discussione, è che la dignità ed il bene dei bambini vengano così brutalmente ignorati o al massimo considerati con una superficialità che lascia attoniti. Il punto di vista adottato è sempre e solo adultocentrico. Come si può ignorare il fatto che esiste una differenza abissale tra il sopravvivere ad un evento traumatico (la deprivazione o la perdita di uno o di entrambi i genitori) e il vivere pienamente la condizione di figlio? Come si può dire: “tanto il bambino sopravviverà, quindi che faccia pure a meno della madre o del padre, l’importante è che due o più adulti facciano come desiderano”? Perché di questo si tratta: ai bambini non viene solo negata la figura genitoriale di padre e/o di madre, ma la stessa condizione di figlio. Ciascuno è infatti figlio di un padre e di una madre. Se un bambino viene volontariamente deprivato di una delle due figure genitoriali ne consegue automaticamente che non potrà mai essere e sentirsi figlio in senso compiuto: il genitore mancante potrà infatti essere fantasticato solo passando per la consapevolezza che gli è stato tolto, di proposito, dagli adulti che si prendono cura di lui e che dicono – a parole – di amarlo. Si guardi – ancora una volta – alla foto qui sopra: come mai la madre non c’è? Come si può seriamente sostenere di amare un bambino e nel contempo privarlo della madre o del padre? Di sua madre e di suo padre, per inciso, visto che tra genitori e figli si instaura in origine un rapporto di co-appartenenza? Per questo – e per altri motivi – ho parlato infatti di pedofobia(o paidofobia, per evitare incresciose assonanze: sai com’è, di questi tempi si deve prestare attenzione).

Detto questo: come mai nel libro di testo non compare il benché minimo accenno ad una discussione sul tema? Come si è visto, si dà la notizia (falsa) della mancanza dei diritti e si pone non un argomento ma un’immagine (molto più forte e seduttiva per un giovane lettore, certo…) che rappresenta una “famiglia” (?) felice con due uomini e un bambino. Cos’è, vietato far ragionare l’alunno sul fatto che il desiderio delle coppie omosessuali di essere padri (in due) o madri (in due) viene oggi confuso con un presunto e assoluto diritto alla paternità o alla maternità? Il fatto è che oggi qualsiasi pretesa di discussione su questo tema viene tacciata a priori di oscurantismo, qualsiasi riflessione in senso opposto è considerata una forma di discriminazione, di omofobia, e così il desiderio individuale diventa diritto e gli interessi economici che stanno dietro la fabbrica dei bambini fanno il resto. Alla fine, in molti crederanno che tutto questo sia una conquista, mentre si tratta solo di una vittoria della legge del mercato: alcuni fabbricano bambini, altri li comperano. Un affare che verrà scambiato per progresso. Una pseudo-logica che abbiamo già evidenziato, nella sua temibile capacità di far presa sull’emotività del lettore o dell’interlocutore, senza godere al contempo del benché minimo fondamento logico e/o morale.
E viene insegnato a Scuola, nel silenzio generale.

Ed è anche questo a dispiacere: che proprio nella Scuola si vada perdendo il valore educativo della differenza. Con il solo scopo di distruggere – a fini ideologici (fondamentalmente figli nel relativismo e del nichilismo) e commerciali – la struttura strutturante che è la famiglia naturale, composta da uomo e donna. “Crescere con una madre e con un padre, quando è possibile, – ci spiega Domenico Simeone, psicologo, psicoterapeuta e professore associato di Pedagogia generale presso l’Università degli Studi di Macerata – significa conoscere il valore educativo della differenza, significa inscrivere la parentalità in una rapporto che chiama in causa la corporeità, significa sperimentare una rete relazionale costruita sul riconoscimento dell’alterità”. La differenza di genere tra padre e madre e tra genitore e figlio costituisce l’elemento fondamentale per imparare ad essere se stessi, per individuarsi, quindi per relazionarsi con l’altro-da-sé, quindi per amare.Trovarsi in una famiglia vera, crescere sotto la guida di un padre e di una madre consente al bambino di interiorizzare in base ad una esperienza intima e diretta cosa vuol dire essere uomo e donna e, quindi, definire nel tempo una solida identità maschile o femminile. Pretendere di negare questo dato evidente significa accettare implicitamente la logica destrutturante dell’unisex: la logica del piano liscio del mercato, senza differenze, che fa dell’uomo un soggetto-oggetto di consumo. E’ perfino ovvio che due adulti dello stesso sesso non possono fornire questa esperienza di base, quindi il bambino sarà gravato da un compito psichico aggiuntivo, al quale si aggiunge il danno della possibile psicosi, sempre pendente: “Quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“. (Italo Carta – Ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano).

 

E dovrebbe essere altrettanto chiaro che ai bambini adottati la società deve fornire condizioni ideali di crescita, non esporli ad altri pericolosi fattori di rischio. Eh sì, p074207487-286fcd7e-31b0-48d1-92f4-a120961870c9erché la retorica che sgocciola dalle teorie del genere non si fa scrupoli nemmeno nell’adottare gli pseudo-argomenti dei bambini orfani. “Diverse migliaia di bambini sono in attesa di adozione ed è meglio per loro essere adottati da una coppia omosessuale che restare in un orfanotrofio”. Logico, vero? Sembrerebbe di sì, visto che qualche giudice “illuminato” ha già pensato di sentenziare in tal senso.

Quello che sembra di poter dire è che nel nostro paese, di fatto, un dibattito rigoroso su questo tema è del tutto mancato o si è limitato, nella migliore delle ipotesi, ad una serie di spot mediaticiche si limitano a far presa sulla parte emotiva del pubblico, senza mai riuscire ad indurre un’autentica riflessione sugli effetti, sulle drammatiche conseguenze di queste presunte “teorie” del gender. Così, sulla scorta di un’impressione vaga e superficiale, acriticamente inculcata ed appresa dalle masse, si tende a negare che esista una differenza fra maschile e femminile (contro l’evidenza, peraltro supportata da innumerevoli analisi scientifiche), a sostenere che sia indifferente essere maschio o femmina e che sia dunque indifferente che una coppia con bambini sia formata da un uomo e una donna oppure da due donne o da due uomini. O tre, tanto per dire. Oramai – e siamo sempre a livello di slogan pubblicitari –  “Love is love“: l’importante è amarsi. Lo stesso dicasi per il rapporto tra genitori (ma si può ancora parlare di “genitori“? anche questo per me sarebbe materia di discussione: se viene infatti cancellata la madre, anche il padre non è più tale, e viceversa) e figli: Love is love. E via, fine di ogni problema. L’amore pialla tutto, sistema tutto, elimina ogni difficoltà. Il mondo delle favole, insomma. Anzi no, nemmeno quello, visto che l’attività globale di decostruzione e smantellamento degli “stereotipi” (daccapo: stereotipi o modelli, cioè “archetipi“? ci sarebbe da dire tanto in merito, eppure…) ormai stravolge anche il mondo delle storie per bambini (come ho già segnalato in questo link). Si dimentica così che maschile e femminile, ben lungi dall’essere astrazioni umane, sono non solo caratteristiche evidenti ed irriducibili dell’essere umano in quanto tale, ma anche necessari per la definizione stessa della condizione umana, che a prescindere da questa realtà binaria e complementare sfugge completamente da ogni logica e ad ogni ontologia possibile. L’accettazione dell’evidenza (mi riferisco alla realtà e alla complementarietà i due sessi) è vincolante e decisiva per tutti, a partire dal fine di salvaguardare quel famoso principio di evidenza naturale scartato il quale si cade irrimediabilmente nella psicosi, non solo personale, ma anche collettiva, socialmente condivisa.
Per questo, oltre che per altri motivi, in una società sana e rispettosa di tutti, “il matrimonio non è per tutti” ed è giusto e comprensibile che lo Stato tuteli con attenzione la famiglia naturale, composta da maschio e femmina, come luogo privilegiato della nascita e della crescita dei futuri cittadini. I bambini hanno diritto ad un padre e a una madre, ad una famiglia vera. Ripetiamolo.
Daccapo: si deve fare attenzione a non mescolare acriticamente il piano dei diritti presunti con quello dei diritti reali, a partire dal diritto di ognuno ad avere un padre e una madre. Un conto è parlare (giustamente) del riconoscimento di alcuni diritti giuridici degli omosessuali, se e là dove mancanti, un altro conto è invece sostenere acriticamente il diritto ad avere figli (come se esistesse, realmente, un diritto diritto di questo tipo: nessuno ha diritto a un figlio, perché i diritti si hanno sulle cose, non sulle persone ed i bambini sono casomai soggetti e non oggetto di diritto altrui).
SPAZIOBIANCO

 


Aggiornamenti, testimonianze e documentazione

 

Ricco ed esaustivo video in cui si spiega che cos’è la “Teoria” o “Ideologia Gender” e – dal minuto 4 e 30 secondi – presentata documentazione oggettiva di come la “Teoria” o “Ideologia Gender” stia entrando nelle scuole.

Si veda il documento “Scuola e Genere: percorsi di crescita“, patrocinato da Comune di Siena

Link per scaricare il pdf: http://www.provincia.siena.it/var/prov/storage/original/application/7d1e5db19a7f93411164d86b5dc383a4.pdf

 

Da Sentinelle in Piedi, sezione di Arezzo:

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Commento:

La fluidità di genere è la capacità di assumere in modo consapevole e libero uno o più degli infiniti numeri di genere, per il tempo che vogliamo e con qualsiasi ritmo di cambiamento. La fluidità di genere non conosce limiti o regole di genere“. Questo si legge, come vedete nella foto, a pagina 52 di “Gender Outlaw: On Men, Women, and the Rest of Us”, celebre libro del 1994 di Kate Bornstein. La tipa su Wikipedia è descritta come “gender theorist”: a noi vien da credere che una “gender theorist” produca “teoria gender” (per altro è essa stessa che definisce la sua una “theory of gender”, a pag. 58 dello stesso libro) e che pertanto questa stessa “teoria gender” esista. Ma conveniamo con chi ci ritiene visionari: la teoria gender prodotta dalla gender theorist che la chiama teoria gender non esiste. Ma come possiamo fare a contestare le deliranti affermazioni della Bornstein? Quale termine dobbiamo usare per chiamarle, se quello che lei stessa impiega non esiste? E come possiamo fare a non parlare di un punto di vista largamente discusso e condiviso, se è vero che questo volume, pubblicato da Routledge, su Google Scholar risulta citato in ben 1.113 contributi scientifici successivi (chi sa cosa significa sa che si tratta di un ranking accademico semplicemente straordinario)? Attendiamo risposte e, nel frattempo, lasciateci continuare – anche per banali esigenze di sintesi – a ripetere che la teoria gender, o almeno *questa* teoria gender, quella che vedete variamente riespressa ovunque, esiste.

 

 

Da un altro manuale per le Scuole Superiori:

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“ancora oggi non esiste una spiegazione scientifica che giustifichi l’attrazione tra sessi opposti”
Commento di Valerio Corazza: “Adesso è la natura a necessitare di spiegazione scientifica per essere giustificata”.

Non credo servano ulteriori commenti.

 

Da un altro manuale, questa volta di Biologia:

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Oltre che ideologica, è pure una pretesa che si fonda su fallacia evidente (variazione dell’argomento fantoccio: il caso limite), che consiste in una generalizzazione indebita e conseguente pretesa di elevazione a legge universale di ciò che è invece eccezione (o vera e propria malattia psichica). Basta guardarsi intorno e contare quanti sono gli individui in cui sesso e genere interiorizzato non coincidono.
È forse normale per un uomo sentirsi donna e viceversa?

 

SPAZIOBIANCO

Ma che cos’è esattamente una “fake news” e chi decide quando una notizia può essere definita tale?

 

Ma che cos’è esattamente una “fake news” e chi decide quando una notizia può essere definita tale?

 

 

E’ ormai evidente a tutti che l’introduzione massiccia di neologismi ha prodotto una neolingua nella quale la logica della corrispondenza tra i nomi e ciò che i nomi indicano appare del tutto stravolta.

Abbiamo lungamente discusso sui motivi e sulle finalità di questo stravolgimento. E d’altra parte Orwell era stato in questo senso più che profetico.

Ora, il termine “fake news” si presta perfettamente come esempio direi illuminante per mostrare in sintesi come alla discussione razionale si sostituisca il mito. In questo caso il mito delle fake news.

Vale la pena ricordare solo di passaggio che il mito (dal greco μύθος – mythos, favola sacra, indiscutibile) appartiene a chi lo determina per primo, avendo la forza di imporlo, ed è uno strumento d’infallibile condizionamento mentale e quindi di manipolazione sociale.

Che c’entra dunque il mito con le cosiddette “fake news”? A me sembra evidente: ormai con “fake news” ci si riferisce a tutto ciò che non concorda con le nostre idee preconcette: credenze mitiche che non si vorrebbero mai mettere in discussione. È quindi diventata un’espressione di stomaco, adottata per difendere a priori un pregiudizio ideologico (non importa di che segno) che pretende di sostituirsi alla verità o di possederla per intero. Così ”fake news” è allo stesso tempo una notizia ritenuta falsa (spesso senza però mostrare prove schiaccianti della sua presunta falsità), ma anche semplicemente dissonante rispetto alla narrazione socialmente condivisa (che il politicamente corretto impone), oppure è ritenuta tale per una foto illustrativa di un concetto, una didascalia, un titolo provocatorio, un dato controverso o controvertibile e così via.

Tutto falso, dunque, seguendo una variante micidiale della tecnica sofistica “dell’avvelenamento del pozzo“: si afferma che “la notizia è falsa“, anche se si tratta non di una notizia ma di più modestamente di una cifra interpretata in un certo modo, di un argomento più o meno complesso, etc., per gettare discredito sull’intero discorso e quindi su chi lo sostiene.

Tutto falso, insomma.

Anche in assenza di contro-argomenti solidi e comprovati.

Ma per affermare la falsità di un argomento è necessario conoscerne in qualche modo la verità.

E che cos’è la verità di un fatto?

Chi può affermare di conoscerla esattamente e senza dubbi?

Vale la pena richiamare a questo proposito una famosa espressione di Friedrich Nietzsche: “Non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” (va precisato che la frase è contenuta nei frammenti postumi, ma la tesi è sviluppata e lungamente ripresa a partire da Su verità e menzogna in senso extramorale e in Umano, troppo umano).

Naturalmente Nietzsche non intendeva affermare che non esiste alcuna verità e che dunque ciascuno può dire quello che vuole senza paura di essere smentito. Anche Gianni Vattimo, uno dei maestri del Relativismo contemporaneo, ideatore del Pensiero debole, ha rilevato che la tesi di Nietzsche non va intesa in senso assoluto: riguarda solo un certo insieme di eventi. Per esempio per Nietzsche il divenire del mondo è assolutamente vero e nient’affatto un’interpretazione, e così via.

Il punto è che quando si descrivono fatti si deve aver coscienza della loro storicità e della loro iscrizione nel circuito della narrazione umana. La quale è appunto narrazione, non necessariamente verità.

A differenza di una dimostrazione matematica, qualsiasi descrizione di un fatto può essere in linea di principio corretta, ridefinita, falsificata, e così via.

Questo significa che esistono diversi sensi per indicare “ciò che è vero” e che l’appellarsi costante al mito delle “fake news” non è altro che una pericolosa scorciatoia per affermare una verità che non si possiede mai del tutto ed evitare così qualsiasi dialogo e qualsiasi ricerca, passando per la via della demonizzazione dell’avversario anziché della rigorosa contro argomentazione razionale.

Ma la verità storica si ricostruisce faticosamente ed in modo molto incerto sul terreno del dialogo e della discussione.

Altrimenti diventa appunto solo un mito.

 

Alessandro Benigni

Una contraddizione dei materialisti-riduzionisti

Alessandro Benigni

Una contraddizione dei materialisti-riduzionisti: “il cervello è compromesso, soffre troppo, non è giusto farlo vivere così“.

Ma delle due l’una: o il cervello è irrimediabilmente compromesso, e quindi il soggetto non può soffrire (con un cervello irrimediabilmente compromesso come si può avere coscienza del dolore?) oppure prova dolore e ne ha coscienza, ma allora il cervello non è irrimediabilmente compromesso (e quindi può sempre in certa misura migliorare, se non addirittura guarire).

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La “tesi dell’ininfluenza”: “… ma a te, cosa cambia?”

 

Spesso ci si sente chiedere per quali motivi si è contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che si tratta di accettare il riconoscimento di una forma in più di matrimonio possibile e non di eliminare o modificare il matrimonio tra persone normali.
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Considerazioni.
“Se la casa del mio vicino va a fuoco, è saggio preoccuparsi per la propria”: in una società le scelte dei singoli ricadono inevitabilmente sull’intero gruppo sociale. Certamente il “matrimonio omosessuale” non comporta danni diretti a chi ne contesta la legittimità. Il problema è di ordine generale e di protezione di tutta la società da un danno oggettivo che riguarda tutti i cittadini, a partire dai più deboli e indifesi: i bambini. Non si dovrebbe infatti mai dimenticare che il matrimonio comporta per diritto la possibilità di adozione e che il diritto del bambino è (dovrebbe essere) sempre prioritario rispetto ai desideri degli adulti. In una coppia di persone dello stesso sesso il bambino si vedrebbe crudelmente ed ingiustificatamente deprivato del padre e/o della madre: per questo motivo il matrimonio non può essere concesso a chiunque lo richieda. Un consapevole atteggiamento etico impone di valutare le azioni morali (proprie e del prossimo) in base alla loro validità universale: che ne sarebbe se questo principio (matrimonio per tutti e negazione dei diritti dei bambini) venisse applicato universalmente? Ovvero: “Se si facesse così per tutti, avremmo un mondo migliore o peggiore?” E’ questa la domanda che ci fa capire se un’azione è giusta o sbagliata dal punto di vista morale. Se ci si deve necessariamente impegnare per il cambiamento (verso il meglio!) delle leggi e della società in ci si vive, ne consegue che l’indifferenza verso ciò che accade fuori di noi non è un atteggiamento etico accettabile. Ecco perché la questione del “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo gli omosessuali).
A volte si sente questo tipo di replica: “Il matrimonio omosessuale riguarda centinaia di migliaia di adulti e bambini. Per esempio: i Francesi sono favorevoli al matrimonio omosessuale. Altri paesi l’hanno già autorizzato. Perché restare indietro?
Questa è veramente una logica pazzesca. Dal fatto che gli altri paesi europei, fosse anche il mondo intero, abbiano preso una certa direzione (politica) non consegue affatto che tale scelta sia buona di per sé e porti automaticamente dei vantaggi. La storia delle nazioni, europee ed extraeuropee, è stracolma di scelte sbagliate. L’autorizzazione del matrimonio omosessuale non è di per sé, fino a prova contraria, un segnale di progresso, civile o morale, di una nazione. Il concetto è semplice: si devono concedere diritti a qualsivoglia desiderio, solo per il fatto che viene espresso da un certo numero di persone? Basterà autorizzare il maggior numero di cose vietate negli altri paesi per essere al primo posto delle nazioni?
Casomai, prima bisogna dimostrare con una solida argomentazione che le persone hanno diritto a sposarsi, quindi che il matrimonio è sempre a prescindere possibile (quindi poligamia, incesto, etc. compresi) e poi mostrare che è interesse generale della nazione correre in testa alla corsa per concedere diritti in base ai desideri delle persone.
Inoltre, dal punto di vista sociale si dovrà tener presente che a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20). E spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figurati se mancheranno i falsi gay. Già in Australia si verificano i primi casi (com’è logico che sia). Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perchè trattasi solo di coppie etero: non è discriminazione, è biologia. Parliamo di soldi pubblici, tasse mie e vostre, ogni contribuente ha diritto di voto sul loro impiego. La questione riguarda tutti. Come notava Filippo Savarese, “Annacquare e alterare il matrimonio significa manomettere l’intero sistema di protezione e promozione della famiglia”. Inoltre, “smettere di riconoscere nell’unione tra uomo e donna il paradigma dell’intera esperienza umana è il sintomo di una depressione culturale gravemente autolesionista, che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle scelte di vita delle persone, dei loro affetti e dei loro sentimenti”.
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Alessandro Benigni

Che cosa succede quando dimentichiamo il significato dei termini?

 

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(un esercizio di logica applicata al concetto di “accanimento terapeutico”)

 

Fonte: Critica Scientifica

Alessandro Benigni

 

 

 

 


 

Prima di addentrarci nella struttura logica dell’argomento, una breve premessa.

 


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La nota, dolorosissima vicenda-incubo del piccolo Alfie Evans ha dimostrato molte cose.

 

Ne sottolineo almeno due:

 

1) un piccolo-mondo, nel-mondo, si è finalmente ribellato

 

E ben oltre i tweet o i messaggi di protesta sui social. Con le motivazioni più diverse, che per ora non c’interessano, ma tant’è: dopotutto s’è vista quella sollevazione popolare che non c’è stata con Charlie Gard o Isaiah Haastrup (vedi qui Da Charlie a Isaiah, i precedenti del caso Alfie).

 

Tanto da dover schierare la polizia intorno all’Ospedale in cui il bambino era tenuto sequestrato.
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L’immagine è altamente significativa: la folla è a protezione del bambino e vuole la sua vita, la polizia è a protezione dell’Ospedale che vuole la sua morte. Si capisce bene: c’è un piccolo-mondo che è disposto a fare un passo avanti. Qualcuno non ne può più di vedere questi bambini ammazzati come i cavalli (a proposito: qui un bel pezzo di Caterina Giojelli). C’è quindi un sentire comune che ancora non si lascia irretire dal pensiero unico oggi dominante.



Ma c’è anche un’altra questione:

 

2) l’incredibile vicenda ha definitivamente messo a nudo le altrettanto incredibili amnesie del mondo cattolico sul tema

 

Questo ci aiuta ad avvicinarci all’analisi logica del concetto di “accanimento terapeutico” (e dei correlati concetti di “best interest” ed “eutanasia”, spacciati per atti di compassione per i malati gravi e gravissimi). Eh sì: scivoloni logici anche nel mondo cattolico. Perché era certamente logico e prevedibile aspettarsi fin nei dettagli più brutali quello che è poi successo, con le giustificazioni più assurde dei giudici, la complicità dei medici – imbarbariti da un’ideologia che li ha trasformati in boia -, la mancata obiezione di coscienza di un intero ospedale, la complicità della polizia ed il plauso indegno dei radical chic di tutto il pianeta (a proposito, ciao Tom Wolf!), ormai alle prese con un un mega-corto-circuito logico che nessuno (di loro) sa disinnescare e che presto verrà a scoppiare nelle mani dell’ultimo sfigato di turno (Jacques Attali è troppo intelligente per cascarci: c’è da scommettere che al momento opportuno si smarcherà dai suoi nipotini).

 

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Jacques Attaliche ne pensa il grande teorico dell’eutanasia?

 

Era logico e prevedibile, dicevo, che gli ideologi della tanatologia applicata sostenessero l’omicidio preannunciato, spacciandolo per “best interest” del paziente.

 

Forse un po’ meno logico e prevedibile era invece aspettarsi certe sorprendenti piroette del mondo cattolico, che da più parti è arrivato allo stesso slittamento semantico che hanno abilmente adoperato i mortiferi per ottenere il loro risultato: convincerci della bontà di tutto, dopo aver condotto un’abile manomissione delle parole (per usare l’azzeccata espressione di Carofiglio).

 

Anche i cattolici, insomma, confusi, piegati al politicamente corretto, incapaci di dar conto del minimo legame tra parole e circostante.

 

La domanda è quindi: che cosa succede quando dimentichiamo il significato dei termini?

 

Non mi sembra una domanda ninnolona: siamo davvero sicuri che le cose funzionino anche se le chiamiamo con nomi diversi?

 

Porterò solo un breve esempio indicativo, proprio in riferimento al caso Alphie Evans, mostrando come il piano inclinato (che in logica è sì una pessima fallacia, ma nel mondo sociale va alla grande) ci abbia portati fino al punto di non riconoscere più la differenza tra accanimento terapeutico e cura.

 

Diamo per scontato che anche il lettore più radical accetti l’idea che chiunque ha diritto alla cura e che esiste una differenza sostanziale tra cura e guarigione e prendiamo le parole da una riflessione di Elio Sgreccia (che sia anche Cardinale è qui dettaglio trascurabile: si tratta pur sempre di un bioeticista di fama internazionale ed autore, tra i tanti volumi, del conosciuto Manuale di bioetica. Fondamenti ed etica biomedica, Editrice Vita e Pensiero, Milano 2007):

 

L’inguaribilità non può mai essere confusa con l’incurabilità: una persona affetta da una male ritenuto, allo stato attuale della medicina, inguaribile, è paradossalmente il soggetto che più di ogni altro ha diritto di chiedere ed ottenere assistenza e cura, attenzione e dedizione continue: si tratta di un fondamento cardine dell’etica della cura, che ha come principali destinatari proprio coloro che versano in uno stato di vulnerabilità, di minorità, di debolezza maggiore” (Card. Elio Sgreccia, Il diritto di accompagnare fino alla fine, in Contro Corrente, vol. 4 CroceVia Edizioni).

 

 

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Insomma: ad ognuno va riconosciuto il diritto di essere assistito in ogni fase della sua malattia, in ragione dello stato di necessità, legato all’età e alla malattia stessa che vive. Il volto umano della medicina si manifesta proprio nella pratica clinica del “prendersi cura” della vita del sofferente e del malato, a prescindere dal fatto che possa essere guarito.

 

E proprio da questo si comprende che cos’è – o cosa dovrebbe essere – ciò che noi chiamiamo “accanimento terapeutico”: in generale, una pervicace pratica di trattamenti medici di comprovata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunge la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravosità per il paziente con un’ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica (Cfr. Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana, Comitato Nazionale per la Bioetica, 1996. – P. Cattorini, Bioetica: metodo ed elementi di base per affrontare problemi clinici, Milano, Masson Ed., 1996, p. 53: «[L’accanimento terapeutico è una] ostinata rincorsa verso risultati parziali a scapito del bene complessivo del malato».

 

 

Anche per la Chiesa Cattolica le cose stanno sostanzialmente allo stesso modo:

 

«L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente».

 

(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2278, vedi anche qui)
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Ora, proprio in riferimento alla vicenda Alfie Evans (ma anche Charlie Gard o Isaiah Haastrup e chissà quanti altri di cui non si ha notizia), il punto è che per “accanimento terapeutico” s’è voluto intendere anche idratazione, nutrizione e respirazione assistita.

 

In altre parole: date le condizioni dei piccoli pazienti, i medici hanno ritenuto che il dare loro acqua, nutrimento ed aria da respirare sia una forma di terapia ovvero, per riportare quanto sopra evidenziato, una “pervicace pratica di trattamenti medici di comprovata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunge la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravosità per il paziente con un’ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica”.

 

Metto tra parentesi per un attimo il fiume di considerazioni filosofiche, banali e meno banali, che sulla questione potremmo subito innescare.

 

Ricordo invece che anche alcuni cattolici (!) concordano sostanzialmente con questa posizione (sia pure con sfumature: spiegherò poi perché irrilevanti se non contraddittorie): acqua, nutrimento e ossigeno sono (sarebbero) “terapie”.

Ricordo anche che per terapia (dal gr. ϑεραπεία) s’intende ciò che viene messo in atto per curare una malattia: “attuazione concreta dei mezzi e dei metodi per combattere le malattie”, recita l’Enciclopedia medica Treccani.

 

Mentre il lettore si chiede quali malattie vengano mai curate con nutrizione, idratazione e ventilazione assistita (ma non è una novità, perché se ci si pensa bene anche gli aborti – che pure vengono praticati negli ospedali – non curano nessuna malattia, a meno di non voler considerare una malattia la gravidanza), andiamo a controllare un caso paradigmatico.

 

 

 

 

 

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Su Ethics & Medics, del cattolico National Catholic Bioethics Quarterly, il professor John Skalko (un tomista!) ha sostenuto che la ventilazione meccanica può in alcuni casi estremi essere considerata un mezzo sproporzionato, e quindi non obbligatorio, di cura del paziente (in altre parole: far respirare un paziente può essere considerato “accanimento terapeutico”); in particolare, essa si distinguerebbe in maniera moralmente rilevante dalla nutrizione e idratazione artificiali, ad anche dal sostegno con ossigeno fornito tramite mascherina, per il fatto che la ventilazione assistita non si limita a fornire una risorsa necessaria per la vita, ma forza una funzione biologica (la ventilazione, appunto) che altrimenti non sarebbe effettuata, quindi può certamente definirsi terapia, ed il fatto che non “ha per fine la guarigione” (cit.) non le impedisce di essere definita così. (Cfr. Differentiating ANH and the Vent)

 

 

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In modo sorprendente lo stesso professor John Skalko riconosce che “cibo e acqua non sono medicine. Il fine o lo scopo della medicina differisce dalla fine o dalla finalità del cibo e dell’acqua. La medicina è ordinata verso il ripristino della salute, mentre cibo e acqua sono ordinati alla conservazione di base della vita. […] Se i mezzi artificiali rendono qualcosa un atto medico, allora l’alimentazione del cucchiaio è un atto medico, perché i cucchiai sono artificiali. […] L’inserimento iniziale del tubo di alimentazione è un atto medico. Ma questo significa che l’ANH [artificial nutrition and hydration] è un atto medico in atto una volta inserito il tubo di alimentazione? No, perché il semplice inserimento di cibo e acqua nel tubo di alimentazione non è un atto medico. La fine di ANH non è correggere un difetto ma piuttosto nutrire e idratare il paziente”. E di seguito: “Come il cibo e l’acqua, l’ossigeno in sé non è una medicina. Tuttavia, la ventilazione meccanica o l’uso di […] (un polmone artificiale) è un atto medico. La ventilazione meccanica assistita aiuta i polmoni a respirare in senso ventilatorio o respiratorio. […] E in entrambi i casi è sufficiente per definirla un atto medico, [per cui affermare che] la ventilazione potrebbe essere essa stessa causa della sofferenza e che stava producendo solo una scarsa “qualità della vita” (cioè lo stato di salute e benessere) costituiscono insieme un argomento su se questo particolare trattamento è utile. Altri potrebbero discutere con la conclusione, ma questo modo di ragionare è eticamente difendibile”.

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Bello, come artificio sofistico, vero? Ma non credo ci sia bisogno di un filosofo analitico per mostrare l’evidente debolezza di questa tesi, secondo la quale la ventilazione assistita forza il paziente a respirare, mentre l’idratazione o la nutrizione assistite (che pure funzionano perché ci sono strumenti tecnici e particolari preparati che letteralmente invadono il corpo del paziente, introducendo sostanze in modo altrettanto forzato) non sarebbero (per ora, visto che abbiamo già visto come funziona il piano inclinato) da intendersi come “forzature inutili”. Anche nutrizione e idratazione, senza macchine che forzano il corpo del paziente a ricevere nutrimento e acqua, non sarebbero possibili.

 

E’ questo il punto – credo – in cui dobbiamo chiederci che cosa s’intende per “forzatura inutile” o meglio per “accanimento terapeutico”. Questa prima domanda ci pone di fronte ad un’operazione preliminare che riprende l’interrogativo iniziale ed in generale riguarda sempre argomenti ed argomentazioni: che cosa intendiamo indicare con i termini o con le espressioni linguistiche che utilizziamo?

 

Si tratta di un passaggio fondamentale, pena l’inutilità o addirittura la pericolosità di ogni discorso, dal più banale al più complesso.

 

Abbiamo già riferito qui sopra che cosa s’intende (oggi) per “accanimento terapeutico”, e nell’addentrarci un po’ più a fondo nella questione, qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un argomento terribilmente tecnico, riservato ai soli medici o ai bioeticisti di professione. Ma le cose non stanno così. Perché i medici non possono imporci un’etica, quale che essa sia, né possono farlo i bioeticisti (le cui opinioni peraltro sono spesso contrapposte se non contraddittorie, controverse e controvertibili) né d’altra parte possono farlo i giudici (come sempre più spesso invece sta accadendo e a cui viene oggi lasciato uno spazio di manovra tale da interpretare le leggi come meglio credono, dando luogo a precedenti che de facto vanno a costruire l’etica socialmente condivisa più di mille trattati).

 

Ma il punto è che se non abbiamo idee chiare su questo argomento ne deriva che le proposte di legge relative non verranno comprese (né da noi né dai nostri rappresentanti in Parlamento) sia nel loro significato evidente che in quello più nascosto, quindi nelle loro conseguenze: anche le più drammatiche.

 

Lo svolgimento dell’argomentino è tutto fondato sulla sequenza diretta del modus ponendo ponens:

 

[(P→Q)∧P→Q ovvero: “se A, allora B; ma A; quindi B”. Per esempio “se è giorno, allora c’è luce; ma è giorno; quindi c’è luce”).

 

E’ una sequenza logica corretta, che però scivola via come una ghigliottina. Una volta accettate le premesse (in questo caso termini che non rispondono alla realtà), le conseguenze saranno inevitabili.

 

Quello di cui molti, oggi, si dimenticano (compresi professori e studiosi affermati) è che si può avere un ragionamento logicamente corretto e rigoroso, i cui contenuti siano falsi. Lo si vede chiarissimamente nel sillogismo aristotelico (detto “di prima figura”):

 

 

a) Tutti gli esseri umani sono pazzi

b) Il professore di filosofia è un essere umano

______________________________
c) Il professore di filosofia è pazzo

 

 

Il ragionamento è formalmente corretto, ma solo se le premesse a) e b) sono vere, la conclusione c) è senz’altro vera.

 

Dal che si potrebbe parafrasare:

 

a) Tutte le terapie mediche possono essere accanimento terapeutico

b) La ventilazione assistita è una terapia medica

______________________________
c) La ventilazione assistita può essere accanimento terapeutico

 

 

Oppure, per il modus ponens:

 

Se la ventilazione assistita è terapia medica, allora può essere accanimento terapeutico.

Ma la ventilazione assistita è terapia medica, dunque può essere accanimento terapeutico.

 

 

E certamente, se le cose stanno in questo modo, allora hanno ragione gli inglesi che, come ci ricorda Benedetta Frigerio, con il loro LCP hanno costretto a morire per fame e per sete di 200 mila persone l’anno, di cui 40 mila private di cibo e acqua ad insaputa dei loro parenti (“LCP” è un acronimo di “Liverpool Care Pathway”, il protocollo di accompagnamento alla morte sviluppato a fine anni ’90 nel Regno Unito per il presunto “miglior interesse” del paziente in cui chi poteva presumibilmente morire entro un anno veniva inserito in un elenco chiamato “death list“: gli ospedali ricevevano denaro in base al numero di pazienti in lista).

 

 

Peccato che le cose, a ben vedere, non stiano affatto così.

 

Per il Modus Tollens («se P allora Q; non Q, allora non P»), abbiamo infatti che:

 

Se idratazione nutrizione e ventilazione sono terapie allora hanno come fine la guarigione (Se P allora Q)

Idratazione nutrizione e ventilazione non hanno come fine la guarigione (¬ Q)

Allora non sono terapie (¬ P)

 

Ma se non sono terapie, come si può parlare di “accanimento terapeutico”?

 

Fermiamoci un attimo. La ventilazione ha come scopo far respirare il paziente, mantenerlo in vita: non guarirlo da una malattia. La ventilazione, l’idratazione e la nutrizione assistite non combattono alcuna patologia: negare aria, idratazione e nutrimento non significa negare terapie, ma ciò che serve a chiunque per vivere, non necessariamente malati. Anche gli esseri umani perfettamente sani devono infatti nutrirsi, bere, respirare, e non importa se in modo autonomo o meno: per esempio un bambino nel ventre della madre, perfettamente sano, beve, si nutre e respira solo grazie alla madre. Altrimenti morirebbe. Lo stesso un anziano, perfettamente sano, potrebbe non essere in grado di nutrirsi da solo o di respirare agevolmente: e quindi?

 

Che si fa?

 

Il punto nodale, che deve emergere in tutta la sua follia, è la confusione tra atto di pietà e omicidio, che è il suo esatto opposto.

 

Negare i supporti vitali (acqua, aria, nutrimento) non è l’equivalente logico di evitare cure pesantissime dagli effetti improbabili. Togliendo i supporti vitali, non facciamo un atto di pietà: uccidiamo un essere umano.

 

Il fatto è che le definizioni di “accanimento terapeutico”, di “best interest” ed “eutanasia” hanno mostrato degli slittamenti semantici impressionanti, tali da rendere socialmente accettabile un significato che per questi termini è per lo meno contraddittorio. Per cui oggi in troppi sono predisposti a confondere il doveroso atto di pietà (evitare cure strazianti dagli esiti incerti, mantenendo solo le cure palliative per eliminare il dolore, fino al compimento naturale della vita), con la violenza brutale dell’omicidio, tecnicamente premeditato.

 

Nè sembra molto diffusa la consapevolezza dei paradossi e dei corto-circuiti logici che simili posizioni comportano.

 

Per esempio: se le cose stanno così perché mai sottoporre il paziente ad una lunga agonia? Senza ossigeno (ma anche senza nutrimento e senza idratazione) la morte non è immediata. A questo punto non sarebbe meglio, a rigor di logica, un’iniezione letale? E’ infatti proprio questo – a quanto sembra – ciò che hanno fatto al piccolo Alfie: tolta la respirazione assistita il bambino ha respirato comunque per oltre una sessantina di ore. Quindi, stando alle testimonianze che abbiamo letto, al bambino è stata praticata un’iniezione e poco dopo è morto.

 

Seguendo solo la logica formale ma dimenticandosi della realtà delle cose, è questo quello che succede.

 

Sarebbe poi interessante – se il discorso non ci portasse troppo lontano – aprire qui una parentesi sui motivi di quell’ignoranza logica ed ontologica che sta di fatto allargando sempre più è sempre più velocemente le tipologie di condizioni definite “senza speranza”: condizione essenziale per poter stra-parlare “a-priori” di “best interest”, di “accanimento terapeutico” e di “eutanasia” (ne avevo già discusso qui).

 

Posto che la storia della medicina abbia contato diverse guarigioni tanto inaspettate quanto inspiegabili, quando, esattamente, siamo autorizzati a definire determinate condizioni “senza speranze”?

 

Sono dunque questi continui e martellanti slittamenti semantici misti a confusioni concettuali a rendere possibile la promozione dell’eutanasia come supremo atto di libertà, quando questo è logicamente impossibile: non solo con l’eutanasia la coscienza del medico viene infatti obbligata da quella del paziente (e viceversa: non è già questo un paradosso?) ma poi come conoscere quali sono le “ultime” volontà di ciascuno? Si può sempre cambiare idea, no? Anche un istante prima dell’esecuzione è possibile voler vivere, anziché morire. Come distinguere in questo caso il suicidio dall’omicidio? E la criticità logica mina l’espressione “best interest”, surrettiziamente legata allo pseudo concetto di “qualità della vita”: quell’arrogante forma di violenza di chi pensa di poter decidere – per la vita degli altri – quali siano i limiti entro i quali un’esistenza valga la pena di essere vissuta. Anche questa concezione dà luogo ad un doppio paradosso logico: le condizioni del paziente sono per definizione sempre mutevoli – il paziente può peggiorare fino alla morte, certo, ma anche restare stazionario o addirittura migliorare e perfino guarire – ed è impossibile stabilire “a priori” in modo certo l’esito di una malattia, come la storia della scienza medica, tappezzata di guarigioni inspiegabili, ci ricorda puntualmente. Ma lo slogan del “best interest” si presta anche all’applicazione della legge della dicotomia: i limiti che dovrebbero definire con precisione quelle condizioni tali per cui la vita (di qualcun altro) “non è degna di essere vissuta” sono per loro natura labili, fumosi ed imprecisi e si prestano a una discrezionalità inaccettabile – soprattutto tenendo conto che si parla della vita umana altrui.

 

Un semplice esempio (Gedankenexperiment) potrà chiarirci ulteriormente le idee: poniamo – in data 27 settembre 2021 – che il paziente A sia in coma irreversibile (ritenuto tale) e per di più affetto da tumore ritenuto inguaribile (diagnosticato come tale), per il quale si prevedono sei mesi di vita. Perché aspettare il 28 settembre? E d’altra parte: qualsiasi data venga stabilita per staccare i macchinari, perché non dieci minuti prima o non dopo? E così via, avanti o indietro, fino a far emergere quanto sia assurdo porre fine alla vita di un malato in questo modo. Ma ancora: come si può misurare – esattamente – la gravità di una malattia? Come stabilire dei limiti oggettivi? Dati il paziente A e B, nelle stesse condizioni di incoscienza e poniamo con lo stesso tipo di tumore ritenuto inguaribile, come si potrà stabilire la stessa prognosi, posto che A e B sono individui diversi (magari per età, sess, storia clinica, condizioni fisiche, etc.)?

 

Sono solo esempi, ovviamente. Ma sarebbe molto interessante, a partire da questi casi ideali, provare a tracciare un po’ di conseguenze logiche.

 

Dato invece lo spazio a disposizione, ora proveremo solo a controllare la tenuta minima, dal punto di vista logico e ontologico, del concetto di “accanimento terapeutico”. A questo proposito il problema è capire se idratazione nutrimento e respirazione forzati siano meno forma di “trattamento terapeutico”.

 

Non si tratta di una questione circoscritta all’incredibile fine dei bambini inglesi. La cosa ci riguarda tutti da vicino, in quanto l’italianissima legge sulle DAT (“Disposizioni anticipate di trattamento”, comunemente definite “testamento biologico” o “biotestamento”, regolamentate dall’art. 4 della Legge 219 del 22 dicembre 2017, entrata in vigore il 31 gennaio 2018) basandosi proprio sullo slittamento semantico di “accanimento terapeutico” ha introdotto di fatto anche da noi l’eutanasia passiva (sulla differenza tra eutanasia attiva e passiva e sul paradosso della “libera scelta” ho già scritto qui).

 

Dovrebbe quindi riflettere attentamente chi crede che la legislazione inglese abbia consentito “un omicidio” che da noi sarebbe impossibile compiere, restando perfettamente nei limiti della legge. Le DAT di fatto consentono di interrompere idratazione, nutrizione e ventilazione assistita (definite maliziosamente “trattamenti sanitari”), equiparandole a “terapie mediche”, anche contro la volontà del paziente (o di chi ne fa le veci).

 

Vediamo:

 

Art. 1 comma 5: “Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici.”
Art. 1 comma 6: “Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali.” 


Art. 2 comma 2: “Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati.”

Art 4 comma 5: “Fermo restando quanto previsto dal comma 6 dell’articolo 1, il medico è tenuto al rispetto delle DAT, le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario, qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente […]”.

 

 

La domanda è: i “trattamenti sanitari” sono l’equivalente logico ed ontologico delle “terapie”? A parte l’evidenza della “Finestra di Overton” in azione anche qui, come altrove ho segnalato, se così stanno le cose dovremmo essere in grado di indicare con esattezza (per la definizione di “terapia” ricordata più sopra) che cosa si guarisce, quale malattia viene curata con idratazione, alimentazione e ventilazione assistita.

 

Ovvero: da cosa ci guariscono aria, acqua e cibo?

Ma se non guariscono da alcuna malattia, perché le considerano “terapie”?



Da questa domanda risulta chiaro che lo scopo di considerare “trattamenti sanitari” la respirazione, la nutrizione e l’idratazione artificiale, è quello di equipararli sostanzialmente alle “terapie”, cioè  quelle pratiche terapeutiche che hanno il compito di guarire un malato, e tutto questo con chiaro intento tanatologico, non terapeutico e men che meno curativo.

 

Nel caso della sospensione della ventilazione assistita, per esempio, si provoca la morte per asfissia: non è la malattia ad uccidere, ma siamo noi a farlo, soffocando il malato. Lo stesso dicasi per idratazione e nutrizione: non è la malattia ad uccidere, ma siamo noi a far morire un essere umano (che non è in grado di provvedere da solo al suo nutrimento) per fame e per sete, negandogli ciò che serve a tutti (malati o meno che siano), esattamente come potremmo fare con un bambino appena nato o con un anziano non autosufficiente, malato o meno che sia: se non gli diamo da bere, da mangiare, muore. E il decesso non avviene “per morte naturale”: è stato provocato. In altre parole: il paziente è stato semplicemente ucciso.

 

L’idea, qui nemmeno tanto velata, è che non sarebbero tanto gli eventuali “trattamenti sanitari” ad essere considerati gravosi o inutili, ma è invece il fatto stesso di voler mantenere in vita un morente o un malato grave ad essere considerato un “accanimento terapeutico”.

 

In altre parole: chi non può guarire, deve morire. E alla svelta.

 

Ed è chiaro che per questo principio (sempre per il metodo di controllo sociale definito “Finestra di Overton”) dovrà poi gradualmente essere esteso a tutti, per cui “la gran parte dei mezzi di sostegno vitale andrebbero evitati in fase terminale o nelle malattie croniche e invalidanti” (C. Navarini, Eutanasia, in T. Scandroglio [a cura di], Questioni di vita & di morte, Ares, Milano, 2009, p. 197).

 

Ma, scavando ancora più a fondo, dobbiamo ricordare che perché si possa a pieno titolo parlare di “accanimento terapeutico” occorre che si sia definita la malattia con precisione millimetrica e che lo stadio della malattia venisse dimostrato come inguaribile: solo in base a questa possibilità di definizione sarebbe possibile azzardare una valutazione del rapporto invasività delle cure mediche / possibilità di guarigione, ovvero costi / benefici.

 

Peccato che quest’operazione sia – in linea teorica – semplicemente impossibile. Ho scritto “azzardare” perché nessuno è in grado di garantire “a priori” la materializzazione del Modus pones:

 

“Se il paziente ha la mattia x, allora morirà in un tempo y”.

“Ma il paziente ha la malattia x, dunque….”.

 

Prima di tutto le diagnosi possono sempre essere sbagliate. Di conseguenza, possono esserlo le prognosi.

 

La storia della medicina è costellata non solo di diagnosi erronee, ma perfino di guarigioni “inspiegabili” e che gli stessi specialisti, alla luce delle conoscenze mediche più recenti, non sanno spiegarsi.

 

Facendo una piccola ricerca, per esempio, si trova un ragazzino che si sveglia dopo la “morte cerebrale” e la firma dei genitori per la donazione degli organi (link). In un altro caso, i medici smettono di curare un bambino gravemente malato di leucemia, ritenuto ormai inguaribile, e questo per tutta risposta guarisce da solo: da notare che i medici stessi lo hanno definito un “miracolo” perché il caso di questo piccolo è “uno su sette miliardi“, ma tant’è: logicamente è più che sufficiente per sospettare di quell’ “a-priori” che da solo vorrebbe reggere tutto l’argomento tanatologico. (link). Oppure (questa è bellissima!), abbiamo un uomo senza il 90% del cervello che accusava solo un dolorino ad una gamba (studio pubblicato su The Lancet, prestigiosissima rivista medica – link in italiano). La domanda è: che cosa sappiamo, esattamente, definitivamente, di come vanno le cose a questi livelli?

Potremmo andare avanti per molto, ma una semplice considerazione epistemologica sarà la pietra tombale per ogni replica: la scienza medica non è la matematica. Non dimostra nulla, non ha e non dà verità definitive. La sua storia evolutiva lo dimostra chiaramente: nessuno andrebbe a farsi curare da Paracelso.

 

Questo non significa ovviamente che non ci si debba fidare dei medici, ma semmai che la Scienza medica vada presa per quello che è: un imperfetto work in progress, non un cumulo di verità dimostrate una volta per tutte, per cui date certe premesse si hanno necessariamente, sempre e comunque, precise e prevedibili conseguenze.

 

Ora: sarà mai logicamente sensato decidere della morte di un paziente in base a diagnosi probabili, prognosi incerte, confondendo sostegno vitale con terapie e per di più il tutto contro la volontà del paziente stesso?

 

 

 

 

 

 

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ALFIE EVANS: L’ULTIMA VITTIMA DEL NHS

Alfie Evans è solo l’ultima vittima di un mortifero ospedale del NHS

L’ospedale dei bambini Alder Hey ha una lunga storia di scandali legati alla sicurezza dei pazienti

L”oltraggioso caso Alfie Evans è accaduto in un ospedale dell’NHS con una lunga storia di negligenze cliniche, incluso il peggior scandalo nella storia del NHS, il servizio sanitario nazionale della Gran Bretagna. Gran parte dei media ha coperto il caso di Alfie, con disonestà caratteristica, come una tragedia che era iniziata molto prima che il bambino fosse portato all’Alder Hey. Ma, secondo la testimonianza in tribunale dei medici del NHS, la sua diagnosi iniziale si riferiva a una condizione piuttosto comune: “bronchiolite virale e una possibile convulsione febbrile prolungata”. La malattia neurologica ancora da diagnosticare che suppostamente avrebbe ucciso Alfie non è apparsa fino a dopo che il bambino è entrato in quel pericoloso ospedale.

Quanto è pericoloso l’ospedale Alder Hey? Non solo questa struttura riceve citazioni per la sicurezza dei pazienti con regolarità allarmante da gruppi di “watchdog” e dallo stesso NHS – è stato il centro del famoso “Scandalo di organi dell’Alder Hey”. Sì, avete letto bene. Questo ospedale è stato profondamente coinvolto nel traffico di organi di bambini molto prima che i mostri di Planned Parenthood scoprissero che si potevano fare moltissimi soldi vendendo pezzi di bambini. Alder Hey ha prelevato organi senza permesso dei genitori per anni prima di essere scoperto, come la BBC riportò all’epoca:

“Lo scandalo dell’ospedale pediatrico Alder Hey è dovuto all’appropriazione di cuori e organi di centinaia di bambini. Gli organi sono stati espiantati senza permesso da bambini morti nell’ospedale. Lo staff dell’ospedale ha anche trattenuto e immagazzinato 400 feti raccolti da ospedali nel nord est dell’Inghilterra… Le scoperte di una indagine sul caso sono state descritte come “grottesche” dal Segretario per la Salute Alan Milburn”.

Di certo i difensori dell’NHS affermeranno che questo successo molto tempo fa e non c’entra nulla con Alfie Evans o la qualità della cura i pazienti ricevono nell’ospedale di recente ristrutturato (fino a tre anni fa i pazienti venivano ricoverati in una struttura vecchia di cent’anni). Ma le preoccupazioni allarmanti per la sicurezza sono continuate senza sosta. Nel 2011, per esempio, il quotidiano “The Independent” ha svelato che le negligenze nell’ospedale sono all’ordine del giorno e che i “whistleblowers” erano costretti al silenzio degli amministratori e persino dai medici. Nel 2014 la BBC riportava che “Alder Hey ha mancato quattro standard di sicurezza su cinque in una ispezione fatta da un watchdog medico”.

Il più recente rapporto del NHS riguardante la qualità dell’ospedale, apparso nell’ottobre del 2017, tesse le lodi dell’Alder Hey ma non riesce a nascondere quello che succede ai pazienti lì dentro. Una delle sue più significative raccomandazioni riguarda le malattie che i pazienti contraggono nell’ospedale. “Continuando a monitorare e ad analizzare seri incidenti, e seguendo la tendenza nazionale sulle sepsi e sulle infezioni nosocomiali, il comitato direttivo è d’accordo nell’affermare che ci dovrebbe essere un focus continuo e specifico sulla riduzione delle infezioni nosocomiali”. Qui è dove entra in gioco Alfie. Secondo gli atti del processo, il dottore del pronto soccorso ha diagnosticato ad Alfie quanto segue:

“Un test microbiologico sull’aspirato nasofaringeo ha mostrato rinovirus/enterovirus. Solitamente isoliamo questi virus in bambini con acute infezioni virali del tratto respiratorio inferiore. Ad Alfie è stata diagnosticata una bronchiolite virale acuta e una possibile convulsione febbrile prolungata”.

Questo è successo il 14 dicembre 2016, quando Alfie fu portato al pronto soccorso dell’Alder Hey con febbre alta, tosse e un singolo episodio riportato di “sbalzi ritmici” che era successo prima del suo arrivo in ospedale (quando era ancora a casa). Il giorno dopo, un altro medico gli prescrisse una medicina chiamata Midazolam. Il terzo giorno, 16 dicembre, un altro medico gli prescrisse un ulteriore farmaco chiamato Vigabatrin. Poco dopo, Alfie ebbe delle difficoltà respiratorie. Gli fu messo l’ossigeno, gli fu somministrato un dosaggio più forte di Vigabatrin e fu trasferito presso l’unità di terapia intensiva pediatrica. A gennaio aveva contratto la polmonite e ai suoi genitori dissero che poteva morire.

Qui iniziarono i problemi. Nessuno, nemmeno un medico specializzato nei disturbi di cui soffriva Alfie, avrebbe criticato a posteriori l’operato dei medici, sulla base degli atti con il commento del giudice. Ma i genitori erano lì sul posto, non hanno esitato a farlo. Avendo visto le cure apparentemente scoordinate sopra descritte, erano pronti a non mollare. In seguito Alfie confuse i suoi dottori – non per l’ultima volta – riprendendosi dalla polmonite, il che ha reso Tom Evans e Katie James meno inclini a discutere il piano di fine vita. Alla fine, l’ospedale pediatrico Alder Hey intentò loro causa assicurando la sentenza di morte.

Il che ci porta al vero nocciolo della questione: considerando l’orribile storia dell’ospedale, fatta di negligenze cliniche, noncuranza per la sicurezza dei pazienti, ed espianto illegale di organi, nessun individuo sano di mente avrebbe accolto la sua richiesta di uccidere Alfie. Né l’NHS, né l’ospedale pediatrico dei bambini si sono dimostrati degni di fiducia laddove era in gioco il miglior interesse del paziente. Ma questo non è un individuo. Questo è lo Stato. Questo livello di incompetenza colpevole non avrebbe potuto sopravvivere in nessun altro ambiente. E, alla fine, le vittime della medicina socializzata non possono far altro che sottomettersi. Una volta che la nazione mette il suo sistema sanitario collettivo alla mercé del Leviatano, la bestia userà voi secondo i suoi bisogni.

Gli assistenti medici a cui Alfie è stato affidato da Tom Evans e Katie James hanno fatto una serie di errori che alla fine hanno portato a morte prematura un bambino con un disturbo eminentemente curabile? è probabile che lo abbia fatto. Ma solo lo Stato lo saprà. Una volta sottomessi alla medicina socializzata, avremo ancora il diritto di porre domande, ma lo Stato non sarà obbligato a rispondere.

Fonte: https://spectator.org/alfie-evans-is-just-the-latest-victim-of-a-deadly-nhs-hospital/

Trad. Gian Spagnoletti

Che cos’è la malattia?

 

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(… qualche idea contro-corrente)

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La medicina non soltanto imputa categorie discutibili con entusiasmo inquisitorio, ma lo fa con un tasso di errore che nessun sistema giudiziario potrebbe tollerare“.

Ivan Illich1

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Che cos’è la malattia? Si tratta di una domanda difficile, che ha portato e porta con sé una gran quantità di problemi: non a caso è un argomento che è scivolato dalle mani a non pochi studiosi di spessore. Nonostante tutto, credo sia possibile avanzare alcune ipotesi e certe osservazioni, magari non molto politicamente corrette.

Ma, prima di tutto: perché discutere di malattia? Questa è invece una domanda quasi banale, alla quale si risponde in poche battute. La grande questione bioetica passa ancora oggi attraverso questo terreno scivoloso: per definire l’uomo, per tracciare i limiti della suainviolabile dignità (casomai qualcuno fosse ancora di quest’idea, il che non è affatto scontato), occorre definire anche che cos’è la malattia, che cosa significa per un essere umano “essere malato” e se a quali condizioni questo suo “essere malato” possa in qualche modo incidere sulla sua umanità, ovvero su quel nocciolo (su quella essenza, direbbero i filosofi) che fa dell’uomo un essere speciale, con diritti (e doveri) speciali.

La mia tesi è presto detta. La reificazione della malattia, la sua materializzazione come ente a sé, dotato di una sua garanzia ontologica di cui solo la Tecnica può disporre è stata l’operazione strumentale che ha permesso di ridurre il malato (quindi l’essere umano, nella sua totalità) ad oggetto disponibile alla Tecnica stessa. Con la promessa della riduzione del dolore e della fine della malattia, si è data una accelerazione formidabile al processo che porta al post-umano: ad un essere definito dal Dominio, nell’orizzonte del nichilismo estremo dell’Occidente. Un essere di cui è la Tecnica a decidere su vita e morte, senso e significato della malattia compresi.

E’ una storia che ha molte tappe importanti: una di queste è la regolamentazione dell’aborto. Non a caso la pratica che porta all’uccisione dell’essere-umano nel grembo di una donna, con la scusa di una “maggior sicurezza” nell’esercizio dell’omicidio, viene compiuta negli apparati pensati per curare le malattie: gli ospedali. Ma di quale malattia si tratta?

Si tratta di una contraddizione clamorosa, che pure viene passata sotto silenzio grazie al martellante bombardamento di immagini socialmente imposte e socialmente condivise, che promuovono una visione distorta ed accondiscendente di ciò che l’uomo è – e non può non-essere.

D’altra parte, abbiamo già visto in alcune precedenti riflessioni come questa posizione ontologica sia tutt’altro che pacificamente accettata da tutti e che anzi oggigiorno assistiamo ad un grande successo delle credenze animaliste ed antispeciste (il cui panorama è assai variegato ma che qui per comodità e brevità riduciamo ad un unico fronte), in un generale movimento che assume i contorni di un riduzionismo estremo, volto ad equiparare sostanzialmente uomini e animali, per dominarli entrambi allo stesso modo.

A questo proposito, ci siamo occupati in particolare del tema della sofferenza, osservando che si tratta prima di tutto di un evento mentale e chiedendoci che senso potrebbe avere l’affermare che qualche essere vivente soffre, senza che possa averne coscienza. (Cfr. per es. qui e qui)

Pensare l’impensabile – ovvero che ci siano realtà percepite da un soggetto, senza però che il soggetto stesso ne abbia consapevolezza – è un decadimento logico ed antropologico parallelo a quello che ha sottratto all’uomo il suo destino più evidente, quello che solo dà senso alla sua consapevole umanità. Heidegger lo chiamava “Sein zum Tode” (Essere-per-la-morte)2.

L’uomo occidentale ha perso il diritto di presiedere all’atto di morire“, scriveva da parte sua Ivan Illich3.

Siamo così lungo la strada che porta alla completa sottrazione della morte dal nostro orizzonte costitutivo: spacciata come atto di libertà soggettiva, per affare privato sul quale solo il singolo deve avere l’ultima parola, la morte è presto diventata questione di diritto degli Stati sulle vite che a parere di qualcuno “non sono più degne di essere vissute” (nel “best interest” del paziente, come si dice oggi: pensiamo al caso Charlie Gard e a quelli che sono seguiti e che – c’è da scommetterci – purtroppo seguiranno più numerosi e più ravvicinati nel tempo, fino ad essere completamente accettati come pseudo-eutanasie messe in atto nell’interesse del malato – pseudo, in quanto perché si possa parlare di eutanasia occorrerebbe almeno la richiesta esplicita del soggetto o almeno il consenso di chi ne fa le veci, elemento non irrilevante, che negli ultimi purtroppo ben noti casi è del tutto mancato).

Ma non solo la morte viene sottratta alla nostra essenza costitutiva per essere consegnata nelle mani della Tecnica: lo stesso avviene – come abbiamo detto – per la sofferenza stessa.

Ed è proprio il tema della sofferenza ad essere più che mai indicato per un passaggio all’altro vastissimo e difficilissimo tema: quello della malattia.

Torniamo dunque alla domanda iniziale: che cos’è la malattia?

Intuitivamente, sappiamo tutti di cosa stiamo parlando: siamo malati, quando in qualche modo non stiamo bene. Ovvero: quando soffriamo o in qualche modo il nostro essere nel mondo è minacciato dall’infermità. Ma anche se questa sommaria idea di malattia sembra intuitivamente accettabile (o comunque perfezionabile con poco sforzo), in realtà una sua definizione filosofica e scientifica è uno degli obiettivi più difficili che si possano immaginare.

Sulla grande Enciclopedia Medica Treccani, per esempio, leggiamo che

uno sguardo anche superficiale alla storia del pensiero medico mostra chiaramente come nei secoli si siano avvicendate numerose definizioni tra loro contrastanti4.

Per definire il malato occorre poi richiamare il suo opposto dialettico, ovvero il sano. Ma non basta: occorre anche tirare in ballo il concetto di normalità. Che cos’è “normale” per l’uomo? Essere sano o essere malato?

Sempre l’Enciclopedia Treccani ci informa che

La normalità di un carattere non può […] essere identificata con un singolo valore, ma va concepita come un intervallo entro il quale viene compresa una rilevante percentuale degli individui appartenenti alla popolazione che è definita sana. Sia nella ricerca biomedica sia nella pratica clinica, l’intervallo solitamente usato per stabilire i valori normali di un parametro in una certa popolazione è quello entro il quale cade il 95% dei soggetti scelti come campione di quella popolazione. In base a questo criterio, non normali e quindi patologici sarebbero i valori che si collocano al di fuori di quelli estremi relativi a tale percentuale. Questo concetto di ‘stato normale’ trova il suo fondamento nell’analisi statistica dei fenomeni e si basa su criteri quantitativi rigorosi e controllabili”.

Dunque “sano” e “malato” avrebbero prima di tutto una loro giustificazione e relativa collocazione concettuale partendo da un’osservazione statistica. Il che è interessante e dà luogo ad altri problemi: se per ipotesi nelle prossime generazioni si dovesse verificare un innalzamento della percentuale che ne so, dei bambini nati sordi, fino a raggiungere (stiamo parlando di esperimento mentale, ovviamente) la percentuale del 95%, allora in base a questo paradigma “normale” e quindi “sano” sarebbe l’uomo sordo?

Un’altra notevole questione teorica che riguarda la malattia coinvolge la sua dimensione ontologica. Dal momento che le malattie non sono oggetti o cose, sorge la questione se di esse si possa parlare allo stesso modo con il quale, appunto, si parla di cose facilmente osservabili.

Qui – riassumendo – abbiamo due posizioni diverse:

“Mentre per i patologi d’impostazione morfologica le varie malattie si identificano con le diverse alterazioni strutturali e vengono quindi distinte in base a tali alterazioni, studiosi di diversa impostazione hanno messo in discussione l’idea stessa che le malattie esistano come tali e che rappresentino entità reali, identificabili e distinte […] Il problema è stato analizzato da molti autori secondo prospettive diverse. Oggi la malattia è concepita come un processo in cui la realizzazione della finalità essenziale all’organismo viene nel suo complesso ostacolata e impedita […]. Le varie malattie, poi, non possono più essere identificate direttamente: esse infatti non sono enti osservabili, ma costrutti teorici, appartenenti al grande edificio concettuale della conoscenza scientifica e, come tali, soggette allo stesso processo continuo di mutamento e di perfezionamento cui vanno incontro tutti gli altri concetti scientifici. Le malattie, però, non esistono solo come costrutti teorici, ma fanno anche parte del mondo fisico reale come sequenze relativamente fisse e costanti di eventi. Queste ultime costituiscono delle alterazioni rispetto al comune evolversi dei fenomeni vitali e riducono, in misura più o meno rilevante, la capacità di un organismo di sopravvivere e di perpetuare la specie”.

Come si vede, sembra possibile pensare a queste due posizioni contrapposte non come vicendevolmente escludentesi, ma come complementari. Quello che però mi preme mettere in evidenza, nel passo citato, è l’accenno alla posizione epistemologica di fondo che vede la scienza come un work in progress senza fine, i cui risultati sono di volta in volta perfettibili e quindi sempre provvisori. Anche – e direi soprattutto – da un punto di vista teorico. Questo ci porta a prendere in considerazione, ancora una volta, il paradigma contemporaneo, a mio parere spesso superficialmente e frettolosamente fatto derivare da quello cartesiano.

Anche per quanto riguarda il tema della malattia, infatti, il paradigma esplicativo (e quindi prima ancora conoscitivo) è ancor oggi quello meccanicistico-positivista che (in questo caso) erroneamente viene fatto risalire a Cartesio. In base a tale modello i fenomeni dei corpi viventi (compresa dunque la malattia) risultano conoscibili solo se sono riconducibili a fenomeni fisici e chimici e quindi in sostanza quantitativamente e matematicamente misurabili. Sostengo che Cartesio è spesso ingiustamente incolpato di essere il principale responsabile di questa concezione in quanto se da un lato è a lui che si deve far risalire l’idea che il corpo umano funzioni come una macchina, dall’altra è proprio a Cartesio che si deve attribuire il merito di aver ribadito che nell’uomo esiste anche la dimensione spirituale e che anzi è l’anima che costituisce più propriamente del corpo l’essenza umana. L’antropologia medica contemporanea ha dunque accolto il dualismo cartesiano mente – corpo, ma in modo distorto, finendo col negare la dimensione ed il ruolo dell’anima, che invece in Cartesio è non solo essenziale per definire l’uomo ma che costituisce anche la sua vera ed unica essenza. Nell’accogliere questo dualismo la medicina moderna ha quindi negato alla mente qualsiasi ruolo di controllo sul corpo e qualsiasi possibilità di influire sui processi fisiologici, finendo con il ridurre l’essere umano a sola “macchina cartesiana” ed annullando in questo modo la sua umanità.

Per inciso, vorrei far notare che aborto ed eutanasia sono diventati pensabili, quindi possibili, e di seguito socialmente accettatiproprio nella misura in cui questo riduzionismo antropologico che piega l’uomo alla sua sola dimensione materiale ha avuto successo e si è diffuso. Mentre per Cartesio la prospettiva va rovesciata: il corpo umano funziona perché è mosso dall’anima, mentre ciò non vale per gli altri esseri viventi che sono mossi solo meccanicamente.

Da quanto si è visto fin qui, mi sembra sia possibile concludere che non solo la sofferenza è un fatto mentale, ma lo è l’intera malattia, in ogni sua declinazione. Un fatto mentale, inteso come naturalmente umano: solo l’uomo, infatti, pensa sapendo di pensare. E da qui, subito un’altra considerazione – sulla quale vorrei soffermarmi un attimo: non solo sofferenza e malattia sono prima di tutto eventi mentali, ma proprio per questo sono anche socialmente condizionati. Ed è questo il punto debole, in cui il Dominio si è inserito passo dopo passo, in modo direi impercettibile e visibile solo assumendo una prospettiva diversa da quella comune.

Non si tratta certamente di un’idea nuova, ma credo che valga la pena riproporla, anche e soprattutto per le sue conseguenze sul piano bioetico: che cosa succede quando si accetta implicitamente che la realtà umana (latu sensu) sia solo storicamente determinata?

Dal dibattito filosofico sul tema che ha avuto un punto di svolta negli anni settanta e ottanta del Novecento, sappiamo già che la malattia è un fenomeno socialmente determinato. Da allora in poi, una visione naturalista ed essenzialista della malattia è stata discussa: fra numerosi medici che si occupavano di epidemiologia e di sociologia della medicina, di politica sanitaria o di etica medica, come abbiamo brevemente ricordato più sopra, è andata via via affermandosi l’idea secondo la quale la malattia non è tanto quel fenomeno naturale che avevano ritenuto Ippocrate e i medici dopo di lui, ma piuttosto un fenomeno costruito dall’ambiente sociale, nel quale un certo paziente si trova inserito. In contrapposizione alla concezione naturalistica della malattia, si è venuto configurando un nuovo paradigma della patologia, spesso chiamato paradigma psicosociale, secondo il quale la maggioranza delle malattie croniche della nostra epoca trovano in ultima istanza la loro base soltanto in rapporti sociali.

Osservano Giovanni Boniolo e Paolo Vidali che la prima concezione della malattia sulla base di questa nuova prospettiva è stata esposta dal filosofo e sociologo austriaco Ivan Illich (1926-2002) in un celebre libro, “Nemesi medica. L’espropriazione della salute“, pubblicato nel 1976 sotto l’influsso del particolare clima culturale e politico degli anni settanta5. Infatti, secondo il sociologo viennese, “la malattia non può essere considerata sempre nel medesimo modo, ma deve essere valutata in maniera differente nei vari momenti storici”. Ma non solo. La malattia, “contrariamente a quanto hanno sempre creduto i biologi e i medici, non è affatto una realtà indipendente dalla percezione sociale e nemmeno un’entità con un’esistenza in sé stessa, indipendente dalla percezione del medico o del paziente”.

Dal che deriva – e qui la nostra attenzione deve farsi massima – che ogni singola malattia non è solo un fattore che rientra semplicemente nel mondo dei fenomeni naturali, ma piuttosto una realtà socialmente creata, determinata, interpretata e valutata.Una realtà che oggi sembra essere pericolosamente condizionata dall’ideologia che ha pervaso l’intera società: la fede nel potere salvifico della Tecnica, di cui l’ideologia medica è figlia diretta.

L’argomento con il quale Illich giunge alla sua conclusione, – sempre seguendo la linea tracciata da Boniolo e Vidali – si distacca radicalmente da tutti i discorsi comuni sulla natura della malattia. Mentre un tempo la medicina si proponeva di valorizzare i fenomeni che avvengono spontaneamente in natura, la medicina moderna ha perso ogni contatto con la natura e tende soltanto a rendere materialmente disponibili i sogni della ragione.

Secondo Illich, l’avventura della medicina moderna è cominciata con la Rivoluzione francese, quando la malattia ha cessato di essere un fenomeno privato per diventare un fenomeno pubblico.

Successivamente, con la Restaurazione, il compito di eliminare la malattia è stato affidato dalla classe dominante a una casta di cittadini, i medici, i quali fecero della malattia un fenomeno tecnico, creando così un’ideologia nella quale i processi patologici acquisivano lo status di entità con un’esistenza indipendente dal malato e dal medico. Dal momento in cui la malattia acquistò la dignità di fenomeno autonomo, vennero creati i grandi ospedali moderni, che mutarono la natura dei luoghi di ricovero, trasformando quelli che erano luoghi di soccorso in luoghi di didattica e di ricerca In tal modo, le malattie vennero inventariate, descritte e catalogate, e i medici codificarono i modi con i quali diagnosticare e curare i vari processi morbosi”.

La malattia – così com’è oggi pensata – è insomma un prodotto della società: ma non si tratta di un prodotto neutrale naturale, bensì teleologicamente orientato. Detto in altri termini, il modo con cui la malattia viene presentata è in sé uno strumento di dominio sull’uomo.

Secondo Illich – ricordo che siamo negli anni ‘70 – è iniziata un’altra fase di questo processo di trasformazione progressiva dell’idea di malattia. L’intera società è diventata una clinica e i cittadini sono diventati pazienti, cosicché si è venuto a creare un nuovo concetto di fenomeno morboso. La malattia ha cessato di essere un fenomeno naturale, che il medico studia in modo quanto più possibile obiettivo, ed è diventata un prodotto voluto dalla società che utilizza la classe medica come strumento per ottenere i suoi scopi. “È il medico – sostiene Illich — che, diagnosticando una malattia, getta in modo surrettizio e amorale la colpa sulla vittima e stabilisce che è l’individuo che non si sa adattare ad un certo ambiente costruito da altri”6. In questo modo, “l’entità-malattia si può considerare come la materializzazione di un mito politicamente conveniente [alla classe dominante]che assume sostanza nel corpo dell’individuo, quando questo corpo si ribella alle richieste che gli vengono fatte dalla società industriale”7 .

Così che insieme alla malattia è diventato possibile ed anzi si ritiene legittimo eliminare anche l’uomo.

Per concludere questa breve riflessione propongo un passo tratto da Nemesi medica. L’espropriazione della salute, in cui Illich critica la tesi per cui la malattia sarebbe un fenomeno avulso da ciò che accade nell’ambiente sociale in cui si diagnostica:

“Ogni malattia è una realtà creata socialmente. Il suo significato e la risposta ch’essa ha suscitato hanno una storia. Lo studio di questa storia ci consentirà di capire sino a che punto siamo prigionieri dell’ideologia medica in mezzo alla quale siamo cresciuti. […] Le società industriali avanzate hanno tutto l’interesse a salvaguardare la legittimità epistemologica delle entità morbose. Finché la malattia è qualcosa che s’impossessa degli uomini, qualcosa che questi ‘prendono’ o da cui sono ‘colti’, le vittime di questo processo naturale possono essere esentate da ogni responsabilità per la loro condizione. La diagnosi medica di entità morbose a se stanti che prenderebbero forma nel corpo dell’individuo è un modo surrettizio e amorale di gettare la colpa sulla vittima. Il medico, che fa anche lui parte della classe dominante, stabilisce che è l’individuo a non sapersi adattare a un ambiente costrutto e amministrato da altri professionisti, anziché accusare i suoi colleghi di creare ambienti ai quali l’organismo umano non può adattarsi. L’entità-malattia si può quindi considerare come la materializzazione di un mito politicamente conveniente, che assume sostanza nel corpo dell’individuo quando questo si ribella alle richieste che gli vengono fatte dalla società industriale. In ogni società la classificazione della malattia (nosologia) rispecchia l’organizzazione sociale”8.

Credo che sia ovvio considerare che quello che vale per la malattia, vale anche per la morte.

Alessandro Benigni

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Note

 

Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Mondadori, Milano 1977, p. 104.

2 Su questo punto – fondamentale – ci sarebbe molto da dire. In breve, ricordiamo che nella seconda sezione di Essere e tempo Martin Heidegger intreccia la sua analitica esistenziale con le categorie della temporalità e mette in luce il rapporto dell’angoscia con i caratteri ontologici fondamentali dell’Esserci (sinonimo di uomo o dell’esistenza del singolo). Nel lessico heideggeriano l’Esserci – il Da-sein – (l’uomo), si caratterizza prima di tutto per la propria possibilità. Tra le tante possibilità che si offrono all’uomo, ce n’è una che ha delle caratteristiche particolari per l’uomo: la possibilità della morte. Non si tratta di una possibilità come le altre. Innanzitutto è esclusiva di ogni Esserci (io posso morire per un altro, ma non posso morire la morte di un altro); inoltre è la possibilità che rende tali tutte le altre possibilità, cioè rende l’Esserci quello che è: se infatti l’uomo fosse eterno (non fosse mortale), non sarebbe un uomo, perché davanti a sé non avrebbe possibilità tra le quali scegliere, ma avrebbe perlopiù certezze. Io devo scegliere tra diverse possibilità, e da questa scelta dipende il fatto che io sono un uomo, cioè un Esserci, costituito da possibilità. Nonostante questa sua importanza, la morte nel corso dell’esistenza inautentica viene comunemente rimossa o dimenticata. Occorre invece accettare la morte e orientare la propria esistenza in un «essere per la morte», se si vuole realizzare la propria esistenza autentica. Con la decisione consapevole della morte possiamo operare le nostre scelte più autentiche in conformità alla possibilità della nostra essenza di esseri umani finiti. “Essere-per-la-morte” è così un concetto per Heidegger legato strettamente a quello di angoscia: l’angoscia ci «segnala» che la nostra vita è finitezza, che ha come orizzonte la morte, che le nostre scelte possibili hanno sempre lo «scacco» della morte come possibilità incombente in qualsiasi momento della nostra vita. La vita autentica è possibile se nasce la coscienza di tutto ciò: «Il poter-essere autentico dell’Esserci consiste nel voler-aver-coscienza. In conformità al suo senso d’essere, questa possibilità esistentiva raggiunge la sua determinazione esistentiva attraverso l’esser-per-la-morte». Heidegger analizza con molta finezza il concetto dell’essere-per-la-morte, collegandolo alle tre categorie della temporalità (futuro, presente, passato) e alla Cura come totalità di tali strutture. Ed è l’angoscia, come abbiamo visto, che nella Cura opera il passaggio, o le condizioni per il passaggio, dalla vita inautentica alla vita autentica. A questo punto angoscia, vita autentica, vivere-per-la-morte, convergono nel concetto di libertà, cioè nell’individuazione di questa nel-la presa di possesso delle mie possibilità di scegliere, di «progettare».

3 Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Mondadori, Milano 1977, p. 222.

5 Cfr. G. Boniolo, P. Vidali, Argomentare, vol. 5, Bruno Mondadori, 2003, pag. 213

6 Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, op. cit., pag. 170

7 Ibidem.

8 Ivan Illich, op. cit., pp. 168-170

 

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Perché il “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo i diretti interessati?

 

Nelle riflessioni che seguono viene portata ad evidenza l’insostenibilità della tesi secondo la quale il cosiddetto “matrimonio gay” dà diritti in più a tutti, senza toglierne a nessuno. 

 

 

 


 

 

 

“Ma a te … cosa cambia?” 

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Spesso ci si sente chiedere per quali motivi si è contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che si tratta di accettare il riconoscimento di una forma in più di matrimonio possibile e non di eliminare o modificare il matrimonio tra persone normali.
Considerazioni.
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“Se la casa del mio vicino va a fuoco, è saggio preoccuparsi per la propria”: in una società le scelte dei singoli ricadono inevitabilmente sull’intero gruppo sociale. Certamente il “matrimonio omosessuale” non comporta danni diretti a chi ne contesta la legittimità. Il problema è di ordine generale e di protezione di tutta la società da un danno oggettivo che riguarda tutti i cittadini, a partire dai più deboli e indifesi: i bambini. Non si dovrebbe infatti mai dimenticare che il matrimonio comporta per diritto la possibilità di adozione e che il diritto del bambino è (dovrebbe essere) sempre prioritario rispetto ai desideri degli adulti. In una coppia di persone dello stesso sesso il bambino si vedrebbe crudelmente ed ingiustificatamente deprivato del padre e/o della madre: per questo motivo il matrimonio non può essere concesso a chiunque lo richieda. Un consapevole atteggiamento etico impone di valutare le azioni morali (proprie e del prossimo) in base alla loro validità universale: che ne sarebbe se questo principio (matrimonio per tutti e negazione dei diritti dei bambini) venisse applicato universalmente? Ovvero: “Se si facesse così per tutti, avremmo un mondo migliore o peggiore?” E’ questa la domanda che ci fa capire se un’azione è giusta o sbagliata dal punto di vista morale. Se ci si deve necessariamente impegnare per il cambiamento (verso il meglio!) delle leggi e della società in ci si vive, ne consegue che l’indifferenza verso ciò che accade fuori di noi non è un atteggiamento etico accettabile. Ecco perché la questione del “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo gli omosessuali).
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A volte si sente questo tipo di replica: “Il matrimonio omosessuale riguarda centinaia di migliaia di adulti e bambini. Per esempio: i Francesi sono favorevoli al matrimonio omosessuale. Altri paesi l’hanno già autorizzato. Perché restare indietro?
Questa è veramente una logica pazzesca. Dal fatto che gli altri paesi europei, fosse anche il mondo intero, abbiano preso una certa direzione (politica) non consegue affatto che tale scelta sia buona di per sé e porti automaticamente dei vantaggi. La storia delle nazioni, europee ed extraeuropee, è stracolma di scelte sbagliate. L’autorizzazione del matrimonio omosessuale non è di per sé, fino a prova contraria, un segnale di progresso, civile o morale, di una nazione. Il concetto è semplice: si devono concedere diritti a qualsivoglia desiderio, solo per il fatto che viene espresso da un certo numero di persone? Basterà autorizzare il maggior numero di cose vietate negli altri paesi per essere al primo posto delle nazioni?
Casomai, prima bisogna dimostrare con una solida argomentazione che le persone hanno diritto a sposarsi, quindi che il matrimonio è sempre a prescindere possibile (quindi poligamia, incesto, etc. compresi) e poi mostrare che è interesse generale della nazione correre in testa alla corsa per concedere diritti in base ai desideri delle persone.
Inoltre, dal punto di vista sociale si dovrà tener presente che a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20). E spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figurati se mancheranno i falsi gay. Già in Australia si verificano i primi casi (com’è logico che sia). Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perchè trattasi solo di coppie etero: non è discriminazione, è biologia. Parliamo di soldi pubblici, tasse mie e vostre, ogni contribuente ha diritto di voto sul loro impiego. La questione riguarda tutti. Come notava Filippo Savarese, “Annacquare e alterare il matrimonio significa manomettere l’intero sistema di protezione e promozione della famiglia”. Inoltre, “smettere di riconoscere nell’unione tra uomo e donna il paradigma dell’intera esperienza umana è il sintomo di una depressione culturale gravemente autolesionista, che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle scelte di vita delle persone, dei loro affetti e dei loro sentimenti”.
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Alle origini dell’ideologia gender: la Scuola di Francoforte

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Alessandro Benigni 

 

 

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PRIMA PARTE

 

«Timeo Danaos et dona ferentes» (Eneide II, 49)

 

I nemici dell’uomo sono molti, e molto astuti. Spesso mentono platealmente, più spesso dissimulano, quasi sempre promettono doni allettanti, graditi agli occhi e desiderabili per acquistare saggezza (Genesi I, 3). Anche oggi, come sempre, si pone con urgenza il compito di individuare quali siano questi nemici e fronteggiare adeguatamente chi attenta l’uomo. Gli avvelenatori dell’uomo si ripresentano sotto mentite spoglie: promettono la liberazione da ogni forma di oppressione, la piena realizzazione per ciascun individuo, il benessere e la felicità per tutti.

Essi sono molto abili nell’utilizzo del linguaggio: si tratta dei nuovi Sofisti, che inventano neologismi sconnessi dalla realtà, contro ogni principio di evidenza naturale: oppure cambiano di volta in volta le carte in tavola mescolando per esempio il “distinguere” con l’“emarginare”,con disinvoltura e come se niente fosse pretendono di abolire il diritto naturale del bambino di avere il proprio padre e la propria madre per affermare che è invece diritto degli adulti rendere volontariamente orfano un essere umano, per il solo fine di assecondare le proprie brame. E così via: l’elenco delle declinazioni è lungo, conosciuto, e drammatico.

Più in generale, i moderni sofisti, dopo aver acriticamente rigettato ogni diritto naturale, sanno confondere a meraviglia il diritto intersoggettivo con la pretesa soggettivistica di soddisfacimento di ogni desiderio, anche a scapito degli altri, facendo passare una serie di discutibili ricerche come una solidissima ed indiscutibile verità scientifica, e così via. Ne abbiamo già parlato: si tratta della ormai arcinota bufala dei trent’anni di studi.

Sotto la spinta di un distorto concetto di democrazia, siamo tutti oggi portati ad accettare passivamente il programma globale di eliminazione delle differenze, che, ci viene ossessivamente ripetuto, è strettamente legato al concetto di uguaglianza. Quello che è importante, urgente, vitale per la sopravvivenza della società, sembra essere il solodecostruire, lo smantellare, l’abbandonare ogni residuo morale per abbandonarsi ciecamente ad un mondo nuovo, dominato dal pansessualismo e dalla perdita dell’identità, in cui l’io è finalmente padrone di sé e del suo egoistico destino.

Ciascun io, s’intende, a modo suo: come gli va. Quando gli va. Per quel tanto che gli va. E guai a chi ha da ridire qualcosa sugli effetti di questa nuova (antica, in realtà) filosofia. Per alcuni è così chiarissimo per quali ragioni l’aborto, l’eutanasia, la destrutturazione della famiglia, l’esaltazione dell’omosessualità, del transgendersimo, etc. e l’accordo ai matrimoni e alle adozioni in coppie dello stesso sesso siano da considerare come frutto di un’unica perversa ideologia. Ivi compresa la progressiva patologizzazione della normalità e parallela normalizzazione di ogni devianza.

Ideologia, dicevo, che nasce da una malattia dell’anima antichissima, direi originaria: l’uomo da creatura finita pretende di porsi come Dio. Vuole creare, liberamente, prima di tutto se stesso, la propria vita, i propri valori. Per questo, come abbiamo visto nel caso emblematico diFriedrich Nietzsche, la modernità deve sovvertire tutti i valori, destrutturate tutte le istituzioni, manipolare, costringere, stravolgere, negare la vita, a tutti i suoi livelli, per poterne infine rivendicare un pieno possesso.

Ora, se nella storia del pensiero occidentale i falsi profeti non si contano più da un pezzo, è anche vero che possiamo ricordarne almeno gli esponenti più significativi (nel senso qui di distruttivi).

Così, dopo aver ricordato Protagora, Nietzsche, il Decostruzionismo francese (giusto per farequalche nome), questa volta ricordiamo che tra i padri della deriva relativista e nichilista che l’Occidente ha imboccato ci sono anche i neomarxisti della Scuola di Francoforte.

Al centro della riflessione della Scuola di Francoforte si pone lo studio dei processi sociali in chiave sociologica, economica, ma soprattutto (è questa la novità) psicoanalitica. Vengono così analizzati e ricostruiti i processi profondi che determinano le condotte individuali e collettive della società. Il tutto, nel quadro di una teoria critica che si pone come scopo l’attacco ai ruoli sociali e ad ogni forma di autorità. In questo senso è emblematico uno dei primi lavori collettivi, del 1936, intitolato appunto “Studi sull’autorità e la famiglia”, dove i processi inconsci degli individui vengono rapportati alle istituzioni e ai ruoli sociali che vengono percepiti come limitativi, autoritari, dei quali la famiglia è in qualche modo il simbolo rappresentativo. Lo sviluppo di ruoli sociali di tipo autoritario, a partire dalla famiglia, e la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, avrebbero prodotto delle peculiari forme di dominio che vengono via via interiorizzate inconsciamente dagli individui e dalla società intera, dalle quali occorre liberarsi. A partire dagli anni venti del secolo scorso la Scuola di Francoforte, con i suoi esponenti di spicco (Max Horkheimer, Theodor Adorno [nella foto a lato], Herbert Marcuse[nella foto sopra]), aveva sostenuto la necessità di evidenziare le contraddizioni della società occidentale, ponendosi il compito di portare alla nascita di un nuovo mondo, finalmente libero e giusto. O meglio: liberato e giustificato, come vedremo più avanti. Nelle loro analisi filosofiche, i francofortesi intendevano prendere in esame non solo la strutturaeconomica (come il marxismo classico aveva indicato), ma anche e soprattutto le strutture ideologiche e culturali, allo scopo di mostrare che il dominio sull’uomo moderno e lo schiacciamento della sua libera realizzazione ha radici storiche e sociali, non naturali, e può quindi essere anch’esso decostruito.

A mio parere è possibile individuare in questa critica, sia pure se in forma embrionale, la genesi del concetto di “stereotipo”, che tanta fortuna sta riscuotendo nei nostri tempi, proprio sulla scorta dei gender studies che sulla nozione di stereotipo trovano appunto il loro fondamento. Gli stereotipi di genere costituiscono d’altro canto il nocciolo di numerosi programmi educativi (o ri-educativi) che mirano a mostrare da una parte come “non esista alcuna teoria del genere”, cercando dunque di minimizzare le critiche, mentre dall’altra si instillano congegni d’analisi (preconfezionate) per inquadrare (non per comprendere, si badi bene) le relazioni tra sessi situate in precisi ambiti storici e sociali: tutto questo basandosi però ancora una volta più o meno direttamente sui gender studies e cercando di convincere all’idea che non ci siano modi predefiniti e prescrittivi di essere uomini o donne, mentre l’espressione della propria sessualità risponderebbe ad identità molteplici ed ugualmente legittime.

Così in sostanza i gender studies portano ad una considerazione negativa dei cosiddetti stereotipi sessuali e sotto la copertura della lotta contro i pregiudizi inducono a credere che mascolinità e femminilità siano frutto dei condizionamenti storico-culturali ricevuti (interessanti a questo proposito le osservazioni di Giuliano Guzzo ed Enzo Pennetta: davvero non si può parlare di “teoria” gender?)

E’ questo un punto di nodale importanza, che si ricollega all’ottica dei francofortesi, secondo i quali la famiglia è il centro originario da cui si materializzano tutte le figure di potere che schiacciano la libertà degli individui, limitandone gli istinti e reprimendone i desideri. Tant’è vero che – come tutti possiamo constatare – sulla scorta della lotta agli stereotipi sessuali, oggi da più parti si cerca di legittimare un concetto pluriforme di famiglia, in base al quale si avrebbero tante famiglie legittime e socialmente condivisibili quante sono le configurazioni possibili: non solo uomo e donna ma, proprio in virtù dello slogan “no differences”, due uomini, due donne, tre uomini o forse anche diciotto, come suggeriva Giuseppina La Delfa.

 

 

 

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SECONDA PARTE

E’ un tratto tipico delle ricerche della Scuola di Francoforte l’idea secondo la quale l’individuo sarebbe costretto a rinunciare alla sua libera creatività per assoggettarsi alla logica sociale del potere autoritario.

“La ricerca delle origini della repressione ci riporta all’origine della repressione degli istinti, che ha luogo durante la prima infanzia”, afferma Marcuse (Eros e civiltà, Einaudi, 1974, p. 96): all’origine dei rapporti di dominio ed oppressione ci sarebbe, per i francofortesi, proprio la famigliain quanto – come Freud aveva spiegato – il luogo in cui avviene il processo di interiorizzazione inconscia della figura paterna, simbolo per eccellenza dell’autorità.Attraverso questo processo il bambino impara inconsciamente a sottomettersi e a rispettare il principio di autorità ed è così indotto ritenere che la gerarchia sociale e la divisione dei ruoli siano dati naturali e non invece – come le scuole marxiste sostengono – forme tipiche di una particolare condizione socio-economico-culturale.

La famiglia, in questo modo, riproduce la struttura di potere della società, sia sotto l’aspetto giuridico che sotto quello affettivo, e per questo viene comprensibilmente ad essere il primo obiettivo polemico della Scuola di Francoforte. Il centro del bersaglio è costituito dai concetti di struttura, ordine, complementarietà relazionale, ai quali vengono opposti i concetti di destrutturazione e dis-ordine, liberazione, autonomia dell’io, in una sorta di esaltazione del solipsismo edonistico che porta inevitabilmente ad ipostatizzare un soggetto assoluto al quale tutto dovrebbe essere ricondotto e sottomesso: anche il prossimo, anche il bambino, nella sua irriducibile alterità.

La polemica contro la repressione sociale dell’individuo – concetto dal quale prende avvio tutta una serie di posizioni filosofiche ed antropologiche che confluiscono in modo diretto o indiretto nei gender studies – ha trovato la sua espressione più significativa in Herbert Marcuse, uno dei padri più ascoltati della protesta giovanile del sessantotto. In “Eros e civiltà”, del 1955, Marcuse sostiene che l’intera civiltà si sarebbe sviluppata come attraverso la repressione delle passioni e degli istinti, in particolare della ricerca del piacere. La società, incentrata sulla produzione e sullo sfruttamento, avrebbe ridotto l’uomo ad un “essere-per-la-riproduzione”, reprimendone di conseguenza la libera sessualità e riducendola a puro fatto procreativo (e quindi ancora una volta produttivo-utilitaristico). Che fare allora? Marcuse indica la via di salvezza nella ribellione. E, sempre per Marcuse, la perversione è la principale forma di ribellione della sessualità: “le perversioni – afferma il filosofo in “Eros e civiltà” – sembrano opporsi  all’intero asservimento del principio del piacere al principio della realtà”.

Sempre nella stessa opera afferma poi Marcuse: “La civiltà si tuffa in una dialettica distruttiva: le restrizioni perpetue imposte all’Eros finiscono con l’indebolire gli istinti di vita, e così rafforzano e liberano le forze stesse contro le quali esse furono chiamate in campo, le forze di distruzione” (Eros e civiltà, Einaudi, 1974, p. 87). Se poi si tiene conto che “La nostra civiltà, per parlare in termini generali, è fondata sulla repressione degli istinti. La civiltà è innanzitutto progresso del lavoro […]. Poiché la civiltà è principalmente opera dell’Eros, essa è innanzitutto sottrazione di libido: la cultura ricava una gran parte dell’energia psichica di cui ha bisogno sottraendola alla sessualità”, risulta chiara la conclusione dello stesso Marcuse: “Distruggete tutto ciò in cui avete creduto finora, buttate a mare tutto ciò che fino a ieri rappresentava il basamento della vostra vita: vi sembrava granito e non era che pietra pomice, vi sembrava eterno ed è invece friabile e inutile”.Si può ipotizzare che la legittimità – in qualche caso l’esaltazione maniacale, palesemente frutto di disagio psichico – che oggi viene aprioristicamente attribuita ad ogni forma di sessualità tragga le proprie origini proprio da questa concezione (abbiamo a questo proposito alcuni esempi significativi, come per esempio il caso della giovane che fa sesso col suo cane, della “scienziata” che si accoppiava con un delfino, per non parlare poi delle lucidissime proposte di alcuni politici nostrani.

Il sovvertimento di tutti i valori, la negazione di ogni vincolo, l’affermazione di una individualità assoluta e libera da ogni condizionamento: sono questi i presupposti per la liberazione dell’uomo e la realizzazione di un mondo nuovo, fondato sul piacere e sul libero godimento di sé e degli altri.

A questo progetto fa eco Horkheimer – altro maestro, insieme ad Adorno, della Scuola di Francoforte – che in un’intervista ha dichiarato: “Il mondo finito e contingente in cui viviamo è l’unico di cui possiamo parlare, ma non è necessariamente l’unico esistente e comunque non basta”. Non è necessariamente così come si dà. E comunque non basta. Il mondo va insomma re-interpretato e re-inventato di sana pianta. Tesi che si collega direttamente al motivo dominante nei gender studies: la differenza ontologica tra uomo e donna non è un dato reale ed oggettivo, ma il frutto di una sedimentazione culturale.

Uno stereotipo, come tanti: una credenza che deriva dalla tradizione culturalmente impressa e dall’educazione che da essa deriva e come tale tramite l’educazione può essere modificata; un cumulo di luoghi comuni, opinioni non necessariamente vere che dipendono dallo spazio e dal tempo in cui si sono depositate. Occorre invece fare spazio ad un nuovo modello, liquido e policentrico, una nuova creazione che liberi l’io da ogni condizionamento: per questo motivo “prima” occorre distruggere tutti i valori, a partire dalle filosofie e dalla religioneche questi valori incarnano. E’ evidente, a questo proposito, l’influenza di un altro gigante del relativismo occidentale: Friedrich Nietzsche.

Si spiega così il motivo di tanto accanimento moderno contro il Cristianesimo. In un altro intervento provocatorio avevo sollecitato l’utilizzo di termini quali: eterofobia, normofobia, genofobia e paidofoba. A questi si deve senz’altro aggiungere la cristianofobia. Il bersaglio critico della Scuola di Francoforte – com’è stato già anche per Nietzsche – era anche il Cristianesimo. Ancora oggi, del resto, si ritiene che il Cristianesimo soffochi l’uomo, lo indebolisca (come dicevano nell’antichità Proclo, Porfirio e Giamblico, nella modernità Machiavelli e poi nella post-modernità Nietzsche, Freud e Marx). Il neopaganesimo e il naturalismo post-moderni e attuali (derivati dalla Scuola di Francoforte e dallo strutturalismo francese) riprendono quest’accusa dell’antichità pagana e della modernità immanentistica. Come in origine, la tentazione è quella di concepire l’uomo come un assoluto, completamente autonomo e senza alcuna relazione con un Dio personale e trascendente: egli è sottomesso ad un destino cieco che lo determina  e che deve affrontare impassibilmente.

Per questo dobbiamo ricordare ancora e tenere sempre a mente che l’ambito relativista e nichilista entro il quale si muovono tutte queste spinte centripete che muovono alla dissoluzione dell’uomo ha una storia lunghissima. Ne abbiamo anticipato in sintesi qualche prospettiva. E’ infatti stato così anche agli albori della storia del pensiero occidentale, quanto Protagora ha per primo affermato che “l’uomo è misura di tutte le cose”, e ben prima dell’avvento del Cristianesimo. A nulla sembrano essere valse le potenti e luminose critiche di Platone e Aristotele, in quanto il Relativismo e lo Scetticismo ad esso correlato non sono solo una dottrina filosofica, ma una tentazione, una malattia dell’anima.

Se si fosse trattato unicamente di una posizione filosofica, sarebbe stata già definitivamente spazzata via da un pezzo, sotto i colpi magistrali di Platone, di Aristotele, ma anche di Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, di Leibniz, di Kant e, nel Novecento, di Edmund Husserl o Max Scheler, solo per fare qualche esempio.

(Pubblicato in Notizie Pro Vita)

 

 

 

 

 


 

 

 

 

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TERZA PARTE

 

E’ così che siamo arrivati all’attuale devastazione: una civiltà plurimillenaria si sta spegnendo, per fare spazio ad una rivoluzione antropologica senza precedenti, alla posizione di nuovi valori fondata sul nulla: per liberare l’uomo, per garantire libera realizzazione e felicità terrena ad ogni individuo.

E’ in questo quadro generale che dobbiamo inquadrare il fenomeno delle teorie del genere, del politicamente corretto, della libera realizzazione dei desideri, per tutti, a scapito del prossimo, bambini compresi. E’ in questo quadro che il passaggio dalla generazione naturale alla fabbricazione degli individui può essere davvero compreso. E’ in questo quadro che possiamo capire fino in fondo dove portano le critiche sociali dei grandi “maestri” del pensiero occidentale, da Protagora a Nietzsche, da Stirner a Marx, dalla Scuola di Francoforte al Decostruzionismo di Derrida: la rivoluzione culturale mira a sovvertire l’ordine sociale.

Per questo è del tutto coerente che anche la scienza venga politicizzata ed in questo senso – solo in questo senso – appaiono drammaticamente coerenti le tesi del dottor Money – artefice della nuova etica progressista e anche apologeta della pedofilia – secondo il quale “uomini e donne non si nasce, ma lo si diventa sotto l’influsso ambientale”.

Un sovvertimento antropologico che, ne siamo consapevoli o meno, ha una storia lunga e rispetto al quale il passato prossimo dei gender studies costituisce solo una delle ultime tappe, di un percorso molto più lungo e radicato nella storia culturale dell’occidente, in un concatenamento di idee e suggestioni che provengono da autori e teorie spesso molto differenti tra loro e che hanno sempre in comuneuna sfondo relativista ed una collegiale tendenza al nichilismo estremo.

A fondamento di questa esplosione recente, dovuta ai gender studies, sta come abbiamo visto anche la Scuola di Francoforte: una corrente di ricerca e di pensiero che guarda al marxismo e alla psicoanalisi per proporre un percorso di liberazione dalla repressione. L’analisi della società nel suo complesso viene svolta in analogia costante con l’analisi della psiche proposta da Freud. Sempre sulla scia del pensiero freudiano si auspica un ritorno all‘istinto naturale e originario non soffocato dalla società e dalla sua alienante organizzazione che con le sue forme oppressive soffoca e annulla l’individuo nella sua realtà intrinseca. E si auspica anche una svolta che permetta di conciliare armonicamente le aspirazioni individuali e le istanze sociali, con una graduale abolizione della repressione. Leggiamo a questo proposito un illuminante passo di Herbert Marcuse, tratto da Eros e civiltà:

“L’affermazione di Freud che la civiltà è basata sulla repressione permanente degli istinti umani è stata accolta senza discussione. La libera soddisfazione dei bisogni istintuali dell’uomo è incompatibile con la società civile: la rinuncia e il differimento della soddisfazione sono i prerequisiti del progresso. La correlazione antagonistica di libertà e repressione, produttività e distruzione, dominio e progresso, costituisce realmente il principio della civiltà? O questa correlazione è forse soltanto il risultato di una specifica organizzazione storica dell’esistenza umana? In termini freudiani: il conflitto tra principio del piacere e principio della realtà è inconciliabile al punto da rendere necessaria la trasformazione in senso repressivo della struttura istintuale dell’uomo? O consente invece il concetto di una civiltà non repressiva, basata su un’esperienza dell’essere fondamentalmente diversa, su un rapporto fondamentalmente diverso tra uomo e natura e su relazioni esistenziali fondamentalmente diverse? La nozione di una civiltà non repressiva sarà discussa non come una speculazione astratta e utopistica. A nostro avviso, l’esame è giustificato da due ragioni concrete e realistiche: in primo luogo, la concezione teorica stessa di Freud sembra confutare la sua costante e ferma negazione della possibilità storica d’una civiltà non repressiva; in secondo luogo,le conquiste stesse della civiltà repressiva sembrano creare le condizioni preliminari di una graduale abolizione della repressione”.

E’ possibile rintracciare proprio in espressioni di questo tipo il leitmotiv oggi dominante: la nostra organizzazione sociale (di cui la famiglia è il fondamento) è soltanto una delle tante possibili. Il concetto pluralista di famiglia (“le famiglie”, si dice oggi) deriva appunto da qui.

L’antropologia nel suo insieme mostra che l’idea stessa di uomo e donna è storicamente determinata e pertanto appartiene all’ambito delle credenze che, consolidatesi nel divenire storico, sono state poi accettate come verità: ma tali non sono affatto. Si palesa così un collegamento più che diretto con lo Storicismo tedesco, un altro dei grandi protagonisti del Relativismo contemporaneo: in questo senso la repressione deriverebbe appunto dal fatto che certe idee – che si sono imposte storicamente – si sono poi fossilizzate come se fossero inamovibili. In quanto fissità sono state poi direttamente assimilate alla critica degli stereotipi, senza però alcuna adeguata e rigorosa discussione preliminare: per quale motivo rigettare in massa gli elementi di una sedimentazione culturale che dura da millenni? Chi garantisce che quelli oggi tanto presi di mira siano davvero degli stereotipi da smascherare e non piuttosto degli archetipi originari che l’umanità da sempre porta con sé?

Il processo dialettico che la Scuola di Francoforte (sulla scia del marxismo) vuole adottare si pone il compito di smascherare questo inganno e disegnare i contorni di un nuovo mondo, in cui l’uomo possa essere finalmente liberato da queste catene, da questi vincoli alienanti che egli stesso si è imposto nel corso del tempo. La concezione del senso comune, quel realismoimmediato ed evidente (che secondo più voci moderne sarebbe ingenuo e mistificante) che considera le cose nella loro staticità permanente ed immutabile, bloccherebbe la libertà e l’autodeterminazione dell’uomo, proprio in quanto rifiuta quello che sarebbe il principio essenziale della vita, cioè il principio del divenire, di un divenire libero e non predeterminato: nel nostro caso nemmeno dallo statuto ontologico della sessualità umana.

Invece questa forma nuova di conoscenza, proposta anche dalla Scuola di Francoforte (che si ispira alla dialettica marxista), riconosce la libertà come fondamento dell’esistenza, come energia continua, la quale, impedendo che il soggetto si trasformi in oggetto, gli permette di attuarsi e di essere sé stesso senza che debba sottostare alle condizioni esterne o interne: un’umanità veramente liberata, si direbbe oggi, dev’essere libera di auto-determinare anche la propria identità sessuale.

Il mondo, concepito fuori della dialettica, ossia con una struttura in cui non trovi posto la contraddizione, sarebbe in quest’ottica un mondo non reale, alienato, come afferma Marcuse. La libertà si riferisce quindi sia al pensiero (concezione dinamica della realtà) sia all’azione (comportamento non remissivo nei confronti delle cose) in un rapporto armonico di ciò che è individuale con l’insieme nella sua totalità. Leggiamo un altro passo di Marcuse:

La libertà significa essere non un mero oggetto, ma il soggetto dell’esistenza di qualcosa o qualcuno; non soccombere alle condizioni esterne, ma trasformare il dato di fatto nella realizzazione di un’attività. Tale capacità di trasformazione costituisce l’energia della natura e della storia, l’intera struttura di ogni essere. Il pensiero dialettico ha inizio con la constatazione che il mondo non è libero; cioè che l’uomo e la natura esistono in condizioni di alienazione, diversi da ciò che sono. Ogni modo di pensiero che esclude la contraddizione della sua logica è una logica difettosa. Il pensiero corrisponde alla realtà solo se trasforma la realtà stessa comprendendone la sua struttura contraddittoria. Comprendere la realtà, infatti, significa comprendere ciò che le cose sono e ciò a sua volta, comporta la non accettazione della loro apparenza come dati di fatto. La non accettazione, la rivolta costituisce il processo del pensiero così come dell’azione. La libertà costituisce la dinamica intrinseca all’esistenza e il processo dell’esistenza in un mondo non libero consiste proprio nella continua negazione di ciò che minaccia di negare la libertà. La libertà, pertanto, è essenzialmente negativa: l’esistenza è sia alienazione sia processo attraverso cui il soggetto raggiunge sé stesso nel comprendere e dominare l’alienazione. Per la storia dell’umanità ciò significa raggiungimento di una condizione del mondo in cui l’individuo rimane in inseparabile armonia con l’insieme e in cui le condizioni e i rapporti del suo mondo non posseggono alcuna oggettività indipendente dall’individuale”.

 

 

 

 


  

QUARTA PARTE

Come abbiamo visto, la dialettica proposta dalla Scuola di Francoforte intende condurre al superamento del reale, anche a costo di modificare la nozione stessa di realtà: reale non è più ciò che ci si para davanti nella sua incontrovertibile evidenza, ciò al quale dobbiamo adattarci in quanto dato oppositivo originario (e strutturante sia per l’io che per la società), ma piuttosto ciò che il principio di piacere determina, ciò che può essere trasformato dall’io e dalle sue voglie, ciò che non è mai dato di fatto ma solo e sempre interpretazione e racconto.

Da qui l’idea che un’autentica liberazione comporti anche la liberazione degli istinti, in modo che all’individuo possano essere restituiti il piacere e la felicità che egli ricerca immediatamente, senza opposizioni. Non a caso una delle tesi principali della Scuola di Francoforte è che nella società industrializzata ciò che importa è l’efficienza produttiva nel lavoro ed a questo scopo tutto è predisposto e regolato, compresa la sessualità, apparentemente liberalizzata ma in effetti rivolta esclusivamente all’appagamento fisico e perciò destinata a quelle manifestazioni perverse in cui è presente il sesso e quasi sempre è assente l’eros, cioè – sostengono in modo riduttivo i francofortesi –  l’amore.

Invece la libido, se fosse realmente liberata dall’ordinamento sociale repressivo, sublimandosi, si trasformerebbe in eros, in amore, di cui si arricchirebbe tutta la personalità individuale, e non sarebbe più localizzata in una sola parte del corpo. Questo nuovo tipo di società comporterebbe sicuramente un regresso psichico e sociale della libido, cioè un ritorno, per l’individuo, alla fase pregenitale e, per l’umanità, alle forme primitive di vita. Ma sarebbe anche una vittoria della libertà, dell’arricchimento interiore, della vera civiltà umana:

 
“Liberati dalla tirannide della ragione repressiva, gli istinti tendono verso relazioni libere e durature e generano un nuovo principio della realtà
. Il sorgere di un principio della realtà non repressivo, che porti con sé la liberazione degli istinti, costituirebbe una regressione rispetto al livello di razionalità civile raggiunto. E costituirebbe una regressione tanto psichica quanto sociale: questa riattiverebbe fasi passate della libido, superate dallo sviluppo dell’io della realtà, e dissolverebbe le istituzioni della società entro la quale questo io della realtà esiste. Nei termini di queste istituzioni la liberazione degli istinti rappresenta una ricaduta nella barbarie. Se però dovesse aver luogo al livello più alto della civiltà e come conseguenza non di una disfatta ma di una vittoria nella lotta per l’esistenza e se fosse sostenuta da una società libera, questa liberazione potrebbe avere risultati molto differenti. Sarebbe sempre un rovesciamento del processo di civilizzazione, un sovvertimento della cultura – ma dopo che la cultura ha terminato la sua opera e creato un’umanità e un mondo atti ad essere liberi. La nozione di un ordine non repressivo degli istinti va saggiata anzitutto sul più disordinato di tutti gli istinti, cioè sulla sessualità. Proprio nella sua soddisfazione l’uomo doveva essere superiore, determinato da valori superiori; la sessualità doveva ricevere la sua dignità dall’amore. Col sorgere di un principio della realtà non repressivo, questo processo dovrebbe rovesciarsi. La regressione implicita in questo espandersi della libido si manifesterebbe anzitutto in una riattivazione di tutte le zone erogene, e quindi in una ricomparsa della sessualità polimorfa pregenitale e in un declino della supremazia genitale”.

 

 

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Così Marcuse, sempre in Eros e civiltà. Che cosa avverrebbe allora, secondo Marcuse, in una società non repressiva con la sessualità resa veramente libera? In una società, in cui il senso, cioè l’istinto, non fosse più subordinato alla ragione calcolatrice, si instaurerebbe una forma di civiltà molto elevata perché la sessualità tenderebbe alla propria sublimazione. Essa infatti non sarebbe più esclusivamente al servizio delle funzioni genitali e della riproduzione ma ricercherebbe il piacere per se stesso, la felicità nel significato più ampio e più completo di questi termini e la libido da semplice sesso si trasformerebbe in eros.

Di conseguenza l’individuo, non più inserito in un meccanismo repressivo, che lo rende estraneo a sé stesso e ne distrugge le iniziative, si sentirebbe libero, leggero, animato da una energia fisica e psichica creativa che vuole espandersi nella costruzione armoniosa della propria esistenza e di quella di tutta la società, rivolto alla associazione con gli altri. Il lavoro cesserebbe di essere alienante, l’ambiente diventerebbe sereno, le malattie verrebbero vinte e debellate con facilità, la vita si svolgerebbe piacevolmente perché consentirebbe la soddisfazione dei bisogni e dei desideri:

“Abbiamo parlato dell’autosublimazione della sessualità. Questo termine significa che, in condizioni specifiche, la sessualità può creare rapporti umani di alta civiltà, senza essere assoggettata a quella organizzazione repressiva che la civiltà costituita ha imposto all’istinto. Per lo sviluppo dell’istinto ciò significa regredire da una sessualità al servizio della riproduzione a una sessualità in «funzione del piacere da ottenere da zone del corpo». Con questa restaurazione della struttura primaria della sessualità, il primato della funzione genitale è infranto – ed è infranta anche la desessualizzazione del corpo, che ha accompagnato questo primato. Ampliati in questo modo, il campo e l’obiettivo dell’istinto diventano la vita dell’organismo stesso. In virtù della sua logica interna, questo processo suggerisce, quasi naturalmente, la trasformazione concettuale della sessualità in Eros. Alla luce dell’idea di una sublimazione non repressiva la definizione freudiana dell’Eros che lotta per «formare la sostanza viva in unità sempre maggiori, in modo che la vita possa essere prolungata e portata a uno sviluppo più alto» acquista qui un significato più ricco. L’impulso biologico diventa un impulso culturale. Il fine genera i propri progetti di realizzazione: l’abolizione del lavoro faticoso, il miglioramento dell’ambiente, la vittoria sulle malattie e sul deperimento, la creazione del lusso. Tutte queste attività sgorgano direttamente dal principio del piacere e costituiscono allo stesso tempo un lavoro che associa l’individuo in unità maggiori”. (H. Marcuse, Eros e civiltà)

Si noti lo slittamento continuo del concetto di amore: l’istinto  coincide  con  l’eros,  che  la  civiltà  classista  non  conosce  perché rende funzionale l’eros alla pura riproduzione del sistema. Nel capitalismo l’istinto è o genitale o è riproduttivo. Solo l’eros può superare i criteri dell’efficienza, della  produttività  finalizzata  al  profitto: un istinto erotico che è il principio del  piacere è conservato dalla memoria nell’inconscio:

“La  nostra  civiltà,  per  parlare  in  termini  generali,  è  fondata  sulla  repressione  degli  istinti.  La  civiltà  è  innanzitutto  progresso  del lavoro [….]. Poiché  la  civiltà  è  principalmente  opera  dell’Eros,  essa  è  innanzitutto  sottrazione  di  libido:  la  cultura  ricava  una  gran  parte  dell’energia  psichica  di  cui  ha  bisogno  sottraendola alla sessualità (Eros e civiltà).

E’ in questo quadro, insomma, che possiamo comprendere dove ci sta portando l’ondata rivoluzionaria viscidamente in atto da mezzo secolo a questa parte, un’ondata di Relativismo e Nichilismo dotati di una forza teorica senza precedenti, capaci di realizzarsi subdolamente nel mondo sociale come non è mai avvenuto nella storia dell’umanità. E’ solo in questo quadro che possiamo presagire dove ci porterà quest’ansia di liberazione dai vincoli, da ogni verità, da ogni struttura ed in particolare da ogni struttura strutturante, com’è la famiglia naturale.

I segnali sono già ben visibili:

Denatalità: L’Istat ci dice che il calo delle nascite nel 2014 ci ha portati al livello minimo dall’Unità d’Italia (5000 in meno rispetto al 2013, e per la prima volta il calo ha coinvolto anche le mamme straniere).

Aborto: (nel 2008) I dati Oms dicono che in un anno ci sono mediamente 44 milioni di aborti nel mondo. Nel mondo una gravidanza su cinque finisce con l’aborto.

Divorzio: Separazioni e divorzi in crescita. Il matrimonio dura in media 15 anni. Dati Istat: la tendenza è in continuo aumento. Nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si è arrivati a 311 e 182. L’età media alla separazione è di circa 46 anni per i mariti e di 43 per le mogli; in caso di divorzio raggiunge, rispettivamente, 47 e 44 anni.

Eutanasia: I dati statistici nazionali riportano che in Olanda i casi di eutanasia nel 2012 sono cresciuti del 18% rispetto all’anno precedente e sono addirittura raddoppiati rispetto al 2006.

Eutanasia infantile: Lifenews ci informa che nel solo 2013, 650 bambini sono stati uccisi in Olanda (eutanasia infantile) perché o i loro genitori o i medici hanno giudicato insopportabili le loro sofferenze.

Conseguenze mediche della rivoluzione sessuale: Le conseguenze sanitarie della rivoluzione sessuale si incominciano a concretizzare all’inizio degli Anni Ottanta: sarcoma kaposi (dal nome dello scopritore, un dermatologo ungherese, patologia tumorale correlata all’Aids), della stessa Aids. Nel 1984, non a caso, vengono chiuse le Terme di San Francisco. Partono i programmi anti-Aids e tuttavia tra il 1992 e il 1996 l’Aids è la prima causa di morte tra i giovani statunitensi. Il business economico correlato è gigantesco: si pensi anche soltanto alle nuove medicine, ai nuovi vaccini, ai nuovi strumenti di cura. Affari grandi dunque per il cuore dell’impero, New York. Perché gli altri ormai contano poco o niente. All’AIDS va ad aggiungersi la ripresa virulenza, soprattutto tra i giovani, nei paesi sviluppati, delle altre malattie sessualmente trasmissibili.

Dunque, più che guardare a ciò che surrettiziamente l’ideologia gender promette e alla sua ansia di liberazione da ipotetiche schiavitù (accettate acriticamente come tali), mi sembra sia il caso di guardare più avanti, a cosa effettivamente questa rivoluzione antropologica porta con sé. Il dono, come sempre, può essere tutt’altro che buono.

 

 

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* (… aveva ragione Laocoonte: meglio essere

sospettosi, quando vengono proposti certi doni)

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Alessandro Benigni

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