DISFORIA DI GENERE. COME ROVINARE I PROPRI FIGLI

La cosa più amorevole da fare per i bambini che affrontano la disforia di genere e rassicurarli che loro sono nati nel corpo giusto. E poi aiutarli. Non l’aiuto che somministra farmaci e raccomanda la chirurgia, ma quello che identifica il disagio psicologico di fondo e cerca di sanarlo.

E poi respingere con tutte le forze l’idea pericolosa che viene promossa che i bambini possano o debbano “transitare” nel sesso opposto.

Perché una volta che avete mutilato i vostri bambini attraverso il blocco della pubertà, gli ormoni e la chirurgia, non c’è modo di tornare indietro come questa mamma si è accorta troppo tardi.

“Salve

Ho sempre supportato mia figlia transgender. Quando era ancora un ragazzo e cominciò a esprimere il desiderio di essere una femmina. Ho fatto tutte le cose giuste: terapisti, blocco della pubertà, ogni cosa.

Adesso ha 20 anni e tutto sta andando a pezzi. Abbiamo dovuto posticipare l’operazione chirurgica a causa dei costi, ma adesso finalmente abbiamo abbastanza soldi e siamo andati da diversi specialisti. Tutti ci hanno detto la stessa cosa. I farmaci per bloccare la pubertà l’hanno lasciata con un micro pene. Si utilizzerà una parte del suo colon per costruire la vagina. Uno dei suoi amici che si è sottoposto all’intervento a distanza di un anno ha la vagina che odora quasi come il colon. Naturalmente mia figlia è ora sconvolta. E’ in terapia, ma il suo stato mentale sta peggiorando sempre di più ed io sono disperata. Oltretutto lei non ha mai avuto alcuna funzionalità sessuale. Nessuno stimolo, nessuna erezione anche quando lei prova a masturbarsi per vedere se può stimolarsi da sola… ma niente. I dottori dicono che questo potrebbe non cambiare anche dopo l’operazione. La sua prospettiva di vita è triste. Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma questa è una cosa impossibile. L’unico uomo che è stato con lei per un po’ l’ha lasciata perché frustrato dalla sua mancanza di sessualità.

Non so cosa fare, vi prego aiutatemi.”

Fonte
https://www.facebook.com/katyfaustblogger/

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QUELLO CHE LE FEMMINISTE NON DICONO SULL”ABORTO

È passata da circa un mese la “giornata nazionale per l’aborto libero e sicuro” in cui qualche gruppo ultrafemminista ha ribadito il proprio pensiero dell’aborto quale “diritto umano” che ogni Stato per dirsi civile dovrebbe garantire su richiesta e senza giustificazioni (“ond demand and without apologize” era uno degli slogan internazionali della giornata). Ma davvero “le donne” vogliono questo? Davvero le donne che dicono di volerlo sanno di che si tratta? Davvero lo sanno tutti quelli che ne discutono? Davvero tutti quelli che ne parlano come di una “conquista di civiltà” sanno che civiltà ne ha promosso la diffusione?

Proviamo a fare il punto, premettendo che sono una donna, madre, volontaria di un Centro di aiuto per la Vita in cui di storie così ne sono passate tantissime.
Parliamo di cos’è un aborto, innanzitutto. Una donna sospetta di essere incinta a circa 2-3 settimane di età di sviluppo embrionale quando ormai il figlio è ben impiantato nel suo utero. In teoria nel giro di pochi giorni può sottoporsi ad un aborto, normalmente però tra visite di conferma e tempi di attesa personali e del sistema sanitario la maggior parte degli aborti avvengono intorno tra le 8 e le 10 settimane.
A questo punto le opzioni sono tre, aborto chimico (RU 486) se eseguito prima della 7° settimana , aborto chirurgico per aspirazione o raschiamento, aborto per induzione di parto pretermine nel caso di aborto cosiddetto “terapeutico” dopo la 16° settimana. Vediamo in che cosa consistono. 
Aborto chimico: alla donna viene fatta assumere una dose di Mifepristone (RU486) che uccide chimicamente l’embrione. Dopo alcune ore viene data una dose di prostaglandine che inducono contrazioni per il distacco dell’embrione morto e la sua espulsione nel giro di alcune ore o giorni, in modo diverso per ogni donna. Dopo alcuni giorni la donna deve sottoporsi a controlli medici per avere la conferma dell’avvenuto completamento dell’aborto. Questo processo comporta la diretta responsabilità della donna nella procedura abortiva, spesso provoca crampi ed emorragie importanti, talvolta la necessità di un aborto chirurgico per la non perfetta espulsione di tutto il contenuto dell’utero (non solo l’embrione ma anche annessi fetali) e la possibilità che la donna veda il corpicino di suo figlio espulso con le perdite ematiche.
Aborto chirurgico per aspirazione: nell’utero della donna viene infilata una cannula che aspira l’embrione sbriciolandolo grazie alla forza della pompa di aspirazione. Nel caso di gravidanze oltre un certo grado di sviluppo il personale sanitario deve controllare che tutti i pezzi del feto siano presenti nel materiale raccolto nel contenitore dell’aspiratore.
Aborto per raschiamento: nell’utero viene inserito una “curette” (uno strumento chirurgico a forma di anello) che stacca dall’utero la placenta e l’embrione, facendolo a pezzi in caso di aborto non proprio precoce. Anche qui va controllato che siano stati asportati tutti i frammenti.
Talvolta i due sistemi sono combinati.
Aborto per induzione di parto pre-termine: questo è l’aborto che si fa quando parliamo di “aborto terapeutico”. In pratica viene indotto un parto anticipato tra la 15° e la 23° settimana (attualmente termine in Italia considerato come limite perché un bambino nato poco dopo sopravvivrebbe quasi con certezza ma in alcuni Paesi anche oltre) e la donna ha un travaglio ed un parto “normali” da cui nasce un bambino estremamente prematuro, talvolta già deceduto ma spesso ancora vivo che morirà sul tavolo operatorio nel giro di qualche minuto ma anche diverse ore perché incapace di una respirazione autonoma efficace.
Si parla tanto di “consenso informato” ma le donne prima di abortire vengono informate su cosa sta per succedere loro e al figlio che portano in grembo? E sanno di avere, secondo la l.194, diritto a proposte di alternative concrete per superare le situazioni che le portano a questa decisione? Sanno dei rischi immediati dell’intervento e delle conseguenze sulla loro vita riproduttiva futura e su quella psicologica?
Sanno che se prendono la RU486 potrebbero vedere loro figlio cadere nel water durante dolorosi crampi che sono in realtà contrazioni espulsive? Sanno che l’aborto “terapeutico” consiste in un vero e proprio parto dopo il quale loro figlio (cui prima di sapere la diagnosi probabilmente hanno saputo il sesso e anche dato un nome) morirà per asfissia?
Sanno che il loro corpo “saprà” che hanno partorito e il loro seno produrrà latte e dovranno prendere altri farmaci per farlo andar via? Sanno dell’aumentato rischio di sterilità, di gravidanze extrauterine, di infezioni pelviche, di aborti spontanei in future gravidanze? Sanno della maggior incidenza di depressione nelle donne che hanno scelto di abortire rispetto a quelle che hanno accettato di portare avanti una gravidanza indesiderata?
Sanno che è maggiore anche il rischio suicidario in questo caso? Sanno di poter partorire in anonimato anche dopo essere state ospitate eventualmente in una struttura protetta e dare in adozione il bambino concedendo a lui di vivere ed ad una coppia sterile di diventare genitori? E di poter cambiare idea anche entro i due mesi?
Ecco, quando leggo articoli in cui si parla di aborto come un “diritto” delle donne mi domando se il “diritto” ad essere informate sull’orrore che quella decisione comporta ed ad essere aiutate a portare avanti la gravidanza non dovrebbe essere prioritario. E no, non sono diritti sullo stesso piano. Abortire non vuol dire eliminare i problemi che una gravidanza imprevista o una diagnosi prenatale negativa porteranno nella nostra vita. Vuol dire eliminare nostro figlio perché la sua vita ci creerà quei problemi.
Perché il figlio ce l’abbiamo dal momento che restiamo incinte e se non è sempre una bella notizia, sempre di un figlio si tratta. E, che lo teniamo o lo uccidiamo (sì, l’aborto uccide un figlio non un “grumo di cellule” informe, a quell’età ci sono già un cuore che batte e un cervello che cresce), rimarremo madri di quel bambino per sempre con la differenza che saremo madri di un figlio morto per una decisione che, per quanto sofferta, è sempre e soprattutto nostra.
Quale società può dirsi civile se consente di eliminare i problemi dalla vita di qualcuno eliminando qualcun altro? Qualcun altro che è più debole, fragile e senza possibilità di far valere le sue ragioni? Quale società può dirsi civile se addossa ad una donna, in uno dei momenti più difficili e delicati della sua vita, la decisione di restare sola coi suoi problemi ed un figlio o la possibilità di uccidere il figlio nella speranza di risolvere i suoi problemi senza nemmeno la consapevolezza che ne avrà senz’altro altri, forse peggiori e senza alternative? Una civiltà in cui ad una coppia che aspetta un bambino con sindrome di Down o un’altra qualunque patologia viene prospettata come “normale” e spesso consigliata l’idea di farlo nascere perché muoia?
Qualunque altro modo di affrontare la questione senza tener conto di queste domande fondamentali, mettendo il focus sulla libertà, sulla scelta, sull’autonomia della donna è pura ipocrisia. L’aborto è un orrore da qualunque parti lo si guardi e le donne meritano di meglio.

Annarosa Rossetto

Fonte: http://www.lefondamenta.it/2017/11/09/quello-le-femministe-non-dicono-sullaborto/

IL TABÚ DEL RIMPIANTO DI CHI HA CAMBIATO SESSO

Il nuovo tabù: sempre più persone rimpiangono il cambiamento del sesso e vogliono la ‘de-transizione’, dice il chirurgo



Il dottor Miroslav Djordjevic dice che sempre più persone, in particolare le donne transessuali di oltre 30 anni, chiedono un intervento di inversione, ma i loro rimpianti restano tabù
Cinque anni fa, il professor Miroslav Djordjevic, noto chirurgo di “riassegnazione genitale”, ricevette un paziente presso la sua clinica di Belgrado. Era un paziente transgender che aveva avuto un intervento chirurgico in un’altra clinica per rimuovere i genitali maschili ed in seguito aveva cambiato idea.

Quella fu la prima volta che Djordjevic venne contattato per eseguire una chirurgia cosiddetta di “inversione”. Nel corso dei sei mesi successivi altre sei  persone si sono recate da lui, con lo stesso desiderio di invertire i loro interventi chirurgici. Pazienti provenienti da paesi in tutto il mondo occidentale, compresa la Gran Bretagna, tutti uniti da un acuto senso di rammarico. Attualmente, Djordjevic ha altre sei persone in attesa di decidere con la sua clinica circa questa “inversione” e due che attualmente stanno sottoponendosi al processo stesso; ricostruire i genitali maschili è una procedura complessa e, per essere completamente effettuata, richiede numerose operazioni nel corso di un anno per un costo di circa 18.000 euro.

Coloro che desiderano l’inversione, dicono Djordjevic, gli hanno parlato di depressione profonda dopo la loro transizione e, in alcuni casi,  di aver persino contemplato il suicidio. “Può essere davvero devastante ascoltare queste storie”, dice il 52enne. Eppure, la maggior parte di queste persone non trovano ascolto.

Nelle settimane scorse è uscita la notizia che la Bath Spa University (GB) ha rifiutato una domanda di ricerca sulla “inversione” delle riassegnazioni di genere, perché era un argomento ritenuto “potenzialmente politicamente scorretto”.

 James Caspian, uno psicoterapeuta specializzato nel lavoro con i transgender, ha suggerito la ricerca dopo una conversazione con Djordjevic nel 2014 in un ristorante di Londra dove il medico serbo gli aveva raccontato il numero di inversioni che stava vedendo e la mancanza di rigore accademico sul tema .

Secondo Caspian, l’università ha inizialmente approvato la sua proposta di ricerca sulla “de-transizione”. Egli aveva raccolto alcuni risultati preliminari che suggerivano che un numero crescente di giovani, in particolare di giovani donne, cambiavano genere per poi rammaricarsene.

Ma dopo aver presentato una proposta più dettagliata alla Bath Spa, ha scoperto che questa stata rifiutata dal comitato etico dell’ università, che l’ha respinta per timori delle critiche che potrebbero essere rivolti all’università, non da ultime quelle sui social media da parte della potente lobby transgender.

Successivamente Caspian si è detto “stupito” alla decisione, mentre la Bath Spa University ha avviato un’indagine interna sul motivo per cui la ricerca è stata rifiutata e attualmente si rifiuta di commentare ulteriormente.

Fino a quando l’inchiesta non sarà completa, Djordjevic, che esegue annualmente circa 100 interventi chirurgici sia nella clinica di Belgrado che nell’ospedale di Monte Sinai di New York, non è disposto a dare la sua esatta opinione sull’apparente rifiuto, ma ammette che è sconcertato perché esiste una disperata necessità per una maggiore comprensione di queste richieste di “inversioni”.

“Sicuramente l’inversione di chirurgia e il rimpianto nelle persone transgender è uno dei temi molto caldi”, dice. “In generale, dobbiamo sostenere tutte le ricerche in questo campo”.

Djordjevic, che ha 22 anni di esperienza di chirurgia ricostruttiva genitale, opera seguendo rigidi protocolli. Prima di qualsiasi intervento chirurgico, i suoi pazienti devono sottoporsi ad una valutazione psichiatrica per un minimo di uno fino a due anni, seguiti da una valutazione e terapia ormonali. Richiede anche due lettere di raccomandazione da parte di professionisti per ogni persona e tenta di rimanere in contatto il più a lungo possibile con i pazienti dopo l’intervento chirurgico. Attualmente, è in contatto ancora con l’80% dei suoi ex pazienti.

In seguito alle conversazioni con coloro che sono stati sottoposti a  “inversione”, Djordjevic afferma di avere serie preoccupazioni  circa il livello di valutazione e consulenza psichiatrica che la gente riceve altrove prima che la prima “riassegnazione di genere” avvenga.

Djordjevic teme che il denaro sia alla radice del problema e dice che i suoi pazienti di “inversione” gli hanno detto che spesso alle loro richieste di chiarimenti con i chirurghi sulle procedure veniva risposto semplicemente di mandare un assegno.

“Ho sentito storie di persone che sono state visitate da chirurghi che hanno controllato solo se avevano i soldi per pagare”, dice. “Dobbiamo fermare tutto ciò. Come comunità dobbiamo fare regole molto forti: non deve essere permesso a nessuno di fare questo tipo di chirurgia semplicemente per guadagnare soldi”.

Ad oggi, tutti le sue “inversioni” sono state “donne” transessuali di età superiore a 30 anni che desideravano ripristinare i loro genitali maschili. Negli ultimi due decenni, l’età media dei suoi pazienti è più che dimezzata, tra i 45 ei 21 anni. 

Sebbene le linee guida dell’Associazione Mondiale dei Professionisti della Salute dei Transgender (WPATH) attualmente stabiliscano che nessuno di età inferiore ai 18 anni dovrebbe essere sottoposto a un intervento chirurgico, Prof. Djordjevic teme che questo limite di età potrebbe presto ridursi ad includere i minori. Se dovesse succedere, egli afferma, rifiuterà di rispettare le regole. “Temo che cosa accadrà cinque o dieci anni dopo con queste persone”, dice. “È più che un intervento chirurgico; è un problema dei diritti umani. Non potrei accettarli come pazienti poiché temerei per la loro psiche “.

Gli accessi sia di bambini che di adulti alle cliniche di identità di genere nel Regno Unito sono aumentate drammaticamente negli ultimi 10 anni. Nel mese di aprile, la Tavistock e Portman NHS Foundation Trust, l’unica clinica per gli adolescenti in Inghilterra, ha riferito 2.016 accessi al servizio per l’identità di genere in età dello sviluppo, un aumento del 42% rispetto all’anno precedente che aveva già segnato un aumento del 104% rispetto all’anno prima.

La clinica sottolinea che la maggior parte dei giovani che accedono finiscono col non ricevere il trattamento fisico presso il loro servizio. Mentre gli orientamenti del Servizio Sanitario Inglese (NHS) affermano che i giovani non devono essere trattati con ormoni del sesso opposto fino a 16 anni, sono state sollevate preoccupazioni per la mancanza di regolamentazione, in particolare nel settore privato.

All’inizio di questo mese, è stato rivelato che una deputata del Monmouthshire, la D.ssa Helen Webberley, è stata indagata dal Consiglio Generale Medico (GMC), dopo le denunce di due medici di famiglia perché aveva trattato bambini di soli 12 anni con ormoni nella sua clinica privata, specializzata in questioni di “identità di genere”.

Webberley replica di non aver fatto nulla di sbagliato e che non ci sono “sentenze o verdetti” emessi contro di lei. “Ci sono molti ragazzini sotto i 16 anni che sono disperati perché vorrebbero che la pubertà che loro considerano naturale (ovvero del sesso opposto, n.d.t),  iniziasse presto”, ha detto questo mese.

Djordjevic la vede in modo diverso e ammette di avere riserve profonde nel trattare i bambini con farmaci ormonali prima del raggiungimento della pubertà, anche perché bloccando alcuni ormoni prima che abbiano sufficientemente agito sullo sviluppo significa che potrebbero esserci difficoltà nel subire una chirurgia di riassegnazione in futuro.

“Eticamente, dobbiamo aiutare qualsiasi persona in tutto il mondo a partire dai tre ai quattro anni, ma nel modo migliore” dice. “Cambiare la salute generale con un qualche farmaco, non è una teoria che io posso sostenere”.

Queste sono questioni che cambiano profondamente la vita e intorno alle quali egli – come molti nel suo settore – sente che è necessario un dibattito migliore di quello che c’è stato finora per capirle più in profondità. Ma al momento sembra che il dibattito sia semplicemente vietato.

Fonte: http://nationalpost.com/news/world/the-new-taboo-more-people-regret-sex-change-and-want-to-detransition-surgeon-says

​OMOSESSUALITÀ E GENETICA

Gli studi più recenti sui gemelli identici offrono degli interessanti spunti per cercare di capire le origini dell’orientamento sessuale umano. In una ricerca su oltre 2.300 coppie di gemelli monozigoti è stata riscontrata una concordanza per l’omosessualità del 18% per i maschi e del 22% per le femmine (Långström et al. 2010). In un altro studio (Bearman and Brückner 2002) la concordanza per l’attrazione verso individui dello stesso sesso è risultata molto più bassa (6,7%) e non statisticamente diversa da quella rilevata fra fratelli (5,5%). Complessivamente negli studi sui gemelli, la concordanza per l’omosessualità varia dal 6 al 32%. Tali differenze sono probabilmente spiegabili anche dal fatto che l’orientamento omosessuale è piuttosto fluido, per cui può risultare diverso anche a seconda del momento in cui viene fatto il rilevamento.

Benché sia innegabile che ci sia un’influenza genetica sull’orientamento omosessuale non c’è alcuna evidenza scientifica che questo sia determinato dai geni. Quello che si può dire è che ci sono determinati profili genetici (a cui corrispondono determinate personalità) che aumentano la probabilità che le persone si identifichino come gay e/o intraprendano un comportamento omosessuale (Mayer and McHugh 2016). La componente ambientale è decisamente più importante di quella genetica.

A questo proposito può essere paradigmatica la vicenda della variante genetica MAOA-L inizialmente associata ad un comportamento anti-sociale, aggressivo e violento (Beaver et al. 2009, McDermott et al 2009) e per questo denominato “gene del guerriero”. Gli studi più recenti hanno invece rilevato che questa variante genetica determina solo una maggiore predisposizione al rischio in chi la possiede (Frydman et al. 2010). Se si vive in un ambiente difficile (famiglie sfasciate o disfunzionali, basso livello di istruzione, povertà economica e sociale ecc.) può effettivamente aumentare il rischio sviluppare un comportamento antisociale e violento, ma in altre situazioni può rappresentare addirittura un vantaggio perché oltre a predisporre al rischio, consente di valutare meglio le possibilità di successo in situazioni critiche (i migliori operatori finanziari possiedono questa variante genetica). Quindi così come nessuno nasce delinquente,  è difficile credere che qualcuno nasca omosessuale.
Peter S. Bearman and Hannah Brückner, “Opposite-Sex Twins and Adolescent Same-Sex Attraction,” American Journal of Sociology 107, no. 5 (2002): 1179–1205.

Beaver et al., MAOA Genotype is Associated with Gang Membership and Weapon Use, Comprehensive Psychiatry, (2009)

J. Michael Bailey, Michael P. Dunne, and Nicholas G. Martin, “Genetic and environmental influences on sexual orientation and its correlates in an Australian twin sample,” Journal of Personality and Social Psychology 78, no. 3 (2000): 524–536.

Cary Frydman et al., MAOA-L carriers are better at making optimal financial decisions under risk, Proc. R. Soc. B, (2010)

Niklas Långström et al., “Genetic and Environmental Effects on Same-sex Sexual Behavior: A Population Study of Twins in Sweden,” Archives of Sexual Behavior 39, no. 1 (2010): 75–80.

Mayer, L. S., & McHugh, P. R. (2016). Sexuality and gender: Findings from the biological, psychological, and social sciences. The New Atlantis, 10-143. 

Rose McDermott et al., Monoamine oxidase A gene (MAOA) predicts behavioral aggression following provocation, Proc. Natl Acad. Sci., (2008)

a cura di Frank Gordon

Perché le adolescenti lesbiche hanno da due a sette volte più figli delle adolescenti eterosessuali?

– Traduzione a cura di GianMaria Spagnoletti – 





La sorprendente statistica suggerisce che per molti, l’orientamento sessuale LGBTQ non è un’identità fissa, ma qualcosa di fluttuante

Di Glenn T. Stanton

AUGUST 7, 2017

Una cosa che potreste pensare è che una cosa con cui le lesbiche non hanno a che fare è la gravidanza. Sembra una solida supposizione, no? Non proprio.

Insolitamente, una ricerca mostra che le adolescenti che si identificano come lesbiche hanno tassi di gravidanza significativamente più alti delle coetanee eterosessuali. So cosa state pensando, ma è vero. È vero anche per adolescenti maschi gay: sono sostanzialmente più inclini a mettere incinte le loro partner sessuali dei maschi eterosessuali. Le sensibili disparità sono spiegate in questi grafici tratti dal giornale di Minneapolis Star Tribune.

Numerosi studi in molte nazioni evidenziano che i giovani appartenenti a minoranze sessuali e nella fascia d’età tra i 14 e i 19 anni hanno tassi di gravidanza da due a sette volte più alti dei loro pari eterosessuali. E i loro tassi di gravidanza continuano a salire in un tempo in cui i tassi generali di gravidanze adolescenziali negli Stati Uniti sono in calo.

Un solo studio fino a oggi, pubblicato quest’anno, ha esaminato i tassi di gravidanza di donne adulte appartenenti a minoranze sessuali. Tale studio svela la stessa cosa: le gravidanze indesiderate sono più alte tra le donne delle minoranze sessuali che tra le loro pari eterosessuali. Le loro proporzioni di interruzione di gravidanza tramite aborto sono il doppio di quelle relative alle donne eterosessuali.

Come – E perché – Sta succedendo ciò?

Dopo aver presentato queste informazioni a un conoscente, quello mi disse “È scientificamente impossibile!” Ma è vero soltanto se si presume che essere gay o lesbica sia un assoluto sessuale – il modo in cui una persona  è, incontrovertibilmente quel che le persone sono. A meno che la biologia sia cambiata nello spazio di un giorno, questo significa che le donne che si identificano come lesbiche hanno molti rapporti con uomini. E giovani che si identificano come gay hanno molti rapporti con ragazze.

Ma si suppone che essere gay o lesbica sia assoluto e immutabile – come il sesso, la razza o l’etnia. Questo fenomeno delle gravidanze confonde quella narrazione in modo drammatico e non può essere ignorata. Possibile che essere lesbica o gay non sia così assoluto o fisso come i teorici del gender vogliono farci credere?  

Di sicuro, le lesbiche potrebbero occasionalmente abbandonare il loro percorso e rimanere incinte. I gay potrebbero fare la stessa cosa e finire per fare bambini. Non sarebbe sorprendente. Ma pensate a quello che sta succedendo qui: sappiamo che, in generale, i giovani eterosessuali sono più attivi sessualmente di quanto ogni adulto potrebbe volere, e anche i loro tassi di gravidanza sono troppo alti. È un problema di dimensione nazionale.

Ma gay e lesbiche hanno un tasso di gravidanza da due a sette volte maggiore, e un tasso di aborto doppio: ha luogo molto sesso a rischio di gravidanza tra adolescenti e adulti che si suppone siano “born that way”, cioè “nati così” e vogliano sesso libero dal rischio di gravidanza.

Per prima cosa, dobbiamo chiedere che cosa succede nelle vite emotive di questi individui che li porta a comportarsi in questo modo così ipersessualizzato? Quale vuoto stanno cercando di riempire? La loro stessa dignità e il loro stesso benessere richiedono una onesta indagine, libera da preconcetti ideologici. Insistere che sia una semplice mancanza di buona educazione sessuale o affermazione sociale – che sembrano essere le risposte standard della Sinistra per queste cose – non è altro che negligenza. Ma una cosa è sicura: significa che queste identità categoriche che chiamiamo “gay” e “lesbica” non esistono come noi supponiamo che lo facciano. Esistono come identità politiche o sociali. Ma nella realtà funzionale, dove ciò importa veramente, questi tassi di gravidanza mettono fortemente in discussione quella versione dei fatti.

Questi indicano che succede molto di più oltre a persone gay e lesbiche che si confrontano con la loro sessualità. Sembra che questo sia il caso di una sdolcinatezza fluida in identità non eterosessuali che fa una grossa violenza al discorso politico LGBT prevalente.

L’orientamento sessuale è fluido e mutevole?

Plasticità erotica, fluidità sessuale. Questi sono termini coniati dagli studiosi per spiegare che la fissità di orientamenti non eterosessuali è spesso illusoria anche nell’età adulta. Questa fluidità è vera in particolare per le donne, il che rende la L di LGBT un “animale” completamente differente nella sua stessa essenza rispetto al G. Attraverso la sua ricerca clinica in materia, Michael Bailey della Northwestern University mette in dubbio che addirittura un orientamento sessuale femminile esista. Egli sostiene che non può sfuggirci il fatto che le due nature sessuali maschile e femminile siano due cose nettamente differenti, al punto che la singola “lesbica a vita” sarebbe una creatura rara. Gli interessi e i comportamenti sessuali femminili sono modellati più da sviluppi sociali, culturali, emozionali e situazionali che da qualche profonda pulsione interna.

Nel suo importante libro “Sexual Fluidity”, la professoressa Lisa Diamond lamenta l’ipotesi errata che il lesbismo sia fisso come l’omosessualità maschile e suggerisce che questa credenza sia il risultato di normatività gay e di pregiudizio maschile nella ricerca gay. La Diamond spera che questo sia cambiato leggermente nell’ultimo decennio, per svelare un’immagine dell’orientamento sessuale maschile e femminile come “fenomeni distinti invece di due facce della stessa medaglia”. Ciò svela che “una delle fondamentali caratteristiche che definiscono l’orientamento sessuale femminile è la sua  fluidità,” una “flessibilità che dipende dalla situazione nella sensibilità sessuale delle donne”, il che rende possibile alle donne desiderare uomini o donne in certe situazioni, indipendentemente dal loro “orientamento sessuale” generalmente identificato. Se questo è vero, significa che il lesbismo non è un orientamento così come è popolarmente inteso oggi. La Diamond conclude

Ecco perché una donna come Anne Heche può improvvisamente trovarsi perdutamente inamorata di Ellen DeGeneres dopo un passato [e un presente] esclusivamente eterosessuale, e perché una lesbica di lungo corso può fare la sua primissima esperienza di attrazione eterosessuale a quarant’anni.

Non solo la sessualità femminile è fluida, ma lo sono anche gli identificatori personali che le donne scelgono per se stesse. Straordinariamente, più del 50% delle donne che hanno avuto partner sia maschili che femminili nell’ultimo anno, non si identificano né come bisessuali né come lesbiche, ma come eterosessuali. L’11% delle donne che hanno avuto solo partner sessuali femminili si identificano come  eterosessuali, e — cosa notevole —solo il 19% delle donne che hanno avuto rapporti con un’altra donna si considerano come “lesbiche” o “omosessuali”. Di recente, una giovane donna mi ha detto di essere lesbica, ma che la sua attrazione sessuale sia verso gli uomini. Apparentemente non è un’anomalia.

Lesbiche e gay possono differenziarsi in modi importanti

Lesbiche e gay sono più diversi che simili in maniere molto fondamentali. Il maschio gay è più soggetto a stare nello stesso percorso tutta la vita, anche quando il suo desiderio sessuale è generalmente più aggressivo e cerca maggiore diversità nei partner rispetto alle donne. Tuttavia, stando ai dati sul rischio di gravidanza, uomini più giovani che si identificano come omosessuali sembrano essere più fluidi nelle loro azioni di quanto non si pensasse in precedenza. Significa che l’attrazione sessuale maschile è più legata allo sviluppo che fissa? Non lo sappiamo.

Tutto ciò ha implicazioni molto importanti e dalle profonde conseguenze per l’attualità. Sempre di più, comunità e interi stati prevedono sanzioni che distruggono la vita di persone che rifiutano di accettare certe relazioni sessuali. Si suppone che questo dissenso equivalga al rifiuto delle persone per ciò che sono. La Corte Suprema ha acconsentito ad accogliere un caso del genere il prossimo anno. Questa ricerca dimostra nuovamente che la bufala dell’”Io sono così” è proprio una cosa di questo tipo.

Glenn T. Stanton scrive e parla di famiglia, genere e arte, ed è l’autore di otto libri tra cui “The Ring Makes All the Difference” (Moody, 2011) e “Loving My LGBT Neighbor” (Moody, 2014). Il suo blog è glenntstanton.com.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Su Charlie, lo sciacallaggio più meschino. 


Non date retta ai “benaltristi”, a chi come Vauro punta il ditino su chi si è speso per Charlie Gard, reo – secondo l’ineffabile opinionista – di dimenticare i bambini che muoiono nella traversata del Mediterraneo.

L’obiettivo è colpire quella parte di cattolici che grazie al loro amore per la vita e la famiglia hanno osato insistere in tutte le sedi possibili perché venisse raccolto il grido disperato di due genitori. Hanno osato, hanno avuto successo e a Vauro sale lo sciacallaggio.

Ma i cattolici dovrebbero essere gli ultimi a soffrire di sensi di colpa. Con le loro offerte volontarie, raccolte settimana dopo settimana, con gocce che formano un mare, la Chiesa cattolica è fra le agenzie in prima linea nell’aiuto e nella promozione dei paesi in via di sviluppo.

Solo che i cattolici sono abituati a non far sapere alla mano sinistra quel che fa la destra, si dimenticano anche del bene che fanno. Scriviamoci un promemoria, per una volta, e mandiamo i “benaltristi” dove si meritano.

(P. G.) 

Fermatevi: c’è una nuova terapia per #CharlieGard #Charliesfight

MASSIMA DIFFUSIONE!!

Estratto dal COMUNICATO MITICON ONLUS 6/07/2017:
“(…) In particolare sono stati riconsiderati una serie di dati di efficacia della terapia nucleosidica che ha già dato dimostrazione di efficacia in un numero significativo di casi clinici trattati, con particolare riferimento ai risultati che dimostrano la possibilità dei nucleosidi di superare la barriera ematoencefalica. In base a queste ulteriori e nuove valutazioni il gruppo di lavoro è dunque giunto alla conclusione che la terapia nucleosidica possa essere efficace nel caso del piccolo Charlie. Abbiamo informato la famiglia Gard degli esiti di questa riunione e del fatto che a breve verrà pubblicato uno statement scientifico che farà il punto su questo argomento”.

Card. Elio Sgreccia: i 10 punti critici sul caso del piccolo Charlie Gard

Si richiede la massima diffusione. Tratto dal sito “Il dono della vita“. 

http://www.ildonodellavita.it/card-sgreccia-10-punti-critici-sul-caso-del-piccolo-charlie-gard/ 

         

In queste ore drammatiche, assistiamo, dolenti ed impotenti, agli sviluppi ultimi e agli esiziali contorni che sta assumendo la vicenda del piccolo Charlie Gard, il neonato inglese di 10 mesi affetto da Sindrome dell’encefalomiopatia mitocondriale ad esordio infantile, il quale, sulla base di distinte statuizioni giudiziarie emesse da tre differenti Corti inglesi, di diverso grado, e da ultimo dalla stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dovrebbe essere accompagnato alla morte per mezzo del distacco dalla macchina che ne assicura la ventilazione meccanica e della contestuale interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali, non prima di avergli procurato uno stato di sedazione profonda.

Nei differenti gradi di giudizio, le Corti inglesi hanno ribadito che il processo di decadimento generale delle condizioni cliniche di Charlie e, con esso, il deterioramento progressivo ed inarrestabile della funzionalità degli organi che presiedono alle funzioni vitaliprimi tra tutti quelli respiratori, inducono a credere che qualsiasi decisione relativa ad ulteriori azioni che prolungassero simili condizioni di vita, sarebbe da giudicare illegittimadacché non assunta nell’effettivo, migliore interesse del piccolo, ma piuttosto volta ad aumentare, nel tempo e nell’intensità, il dolore e le sofferenze dello stesso. Quello che più sorprende è che la stessa idea di sottoporre Charlie ad un protocollo sperimentale di terapie nucleosidiche che si sta mettendo a punto negli Stati Uniti, proposta a più riprese avanzata dai genitori, è stata considerata inattuabile, meglio ancora “futile”, dai consulenti medici interpellati dai giudici, a fronte dell’esigenza, questa sì impellente, di voler dare un’esecuzione immediata e definitiva ai dispositivi unanimi delle sentenze fin qui pronunciate.

Sembra che tutto abbia concorso, negli ultimi sei mesi, a realizzare una sorta di “accanimento tanatologico”nei confronti del piccolo Charlie, una gara, da parte di giudici e medici, volta ad assicurare la soluzione più rapida possibile al suo caso, mettendo a tacere ogni rigurgito di speranza dei genitori, così come ogni spiraglio di luce sulla possibilità di successo di una terapia che, benché sperimentata solamente sui topi e per un ceppo di malattie diverse da quella sofferta dal neonato inglese, a detta dello stesso Professore responsabile della sperimentazione in corso negli USA, interpellato ad hoc dai genitori di Charlie, avrebbe potuto, almeno teoricamente, apportare benefici alle sue condizioni generali di salute. Vero è che dopo che veniva richiesta l’autorizzazione per procedere alla sperimentazione della terapia su Charlie, nel gennaio scorso, l’encefalopatia epilettica di cui soffre creava, attraverso reiterate crisi, ulteriori e gravi danni celebrali; tuttavia quello che qui si vuole discutere attiene piuttosto, e sempre, alla possibilità di decidere quando e come mettere fine alla vita di un essere umano indifeso. All’uopo, pare opportuno considerare alcuni punti critici che emergono dalla considerazione complessiva di questa vicenda, per molti aspetti paradigmatica.

1. L’inguaribilità non può mai essere confusa con l’incurabilità: una persona affetta da una male ritenuto, allo stato attuale della medicina, inguaribile, è paradossalmente il soggetto che più di ogni altro ha diritto di chiedere ed ottenere assistenza e cura, attenzione e dedizione continue: si tratta di un fondamento cardine dell’etica della cura, che ha come principali destinatari proprio coloro che versano in uno stato di vulnerabilità, di minorità, di debolezza maggiore. E Charles rappresenta paradigmaticamente l’esempio di chi ha diritto di essere assistito in ogni fase della sua malattia, in ragione dello stato di necessità, legato all’età e alla malattia, che vive. Il volto umano della medicina si manifesta proprio nella pratica clinica del “prendersi cura” della vita del sofferente e del malato.

2. Il diritto ad essere continuativamente oggetto, o meglio ancora, soggetto delle attenzioni e delle cure da parte di familiari e non, risiede nella dignità di cui una persona umana, anche se neonata, malata e sofferente, mai cessa di essere titolare. È l’essere sostanziale dell’uomo e le sue potenze che fondano questa dignità, non solo le sue concrete ed accidentali attualizzazioni. Questo è quello che si intende per “dignità puramente ontologica della persona”, uno status che prescinde completamente dalla facoltà di utilizzare attivamente le facoltà squisitamente proprie di un essere razionale, bastando che le stesse esistano come potenzialità attuali ed eventualmente attuabili dell’essere razionale medesimo.

3. L’alimentazione-idratazione artificialimediante sondino naso-gastrico, in nessun caso potrà considerarsi come terapia. Non è tale per l’artificialità del mezzo usato per somministrarla, dato che non si considera terapia dare il latte al neonato con l’ausilio di un biberon. Non è tale per i processi per mezzo dei quali vengono prodotti questi alimenti, dacché non si considera terapia il latte in polvere, per esempio, la cui produzione ugualmente risente di un procedimento industriale lungo e completamente meccanizzato. Non lo è per il fatto che la sacca parenterale viene prescritta da uno specialista medico, visto che lo stesso acquisto del latte artificiale è subordinato a prescrizione medica del pediatra. Acqua e cibo non diventano presidi medici per il solo fatto che vengono somministrati artificialmente, quindi interromperli non è come sospendere una terapia, ma è un lasciar morire di fame e di sete chi semplicemente non è in grado di alimentarsi autonomamente

4. L’idea cardine che fonda il consenso informato ha a che fare con il principio per cui il paziente non è mai un individuo anonimo cui vengono applicate determinate conoscenze tecniche, ma un soggetto cosciente e responsabile che deve essere chiamato a condividere la messa a punto di quanto necessario ad occasionare un miglioramento della propria salute ed eventualmente il raggiungimento di un obiettivo di guarigione e di cura. Questo implica la necessità che sia coinvolto nei processi decisionali che lo riguardano, in una relazione dialogica che eviti che si venga a trovare nella condizione di dover subire passivamente decisione e scelte altrui. La vicenda del piccolo Charlie, prova al contrario come si sia determinata nel corso del tempo una dinamica di sostanziale scollamento tra le decisioni dell’equipe medica e la volontà dei suoi genitori, come si evince emblematicamente dall’ultimo divieto loro imposto, quello cioè di poter trasportare, per veder morire, in casa loro, il proprio figlio.

5. Il divieto di sottoporre Charlie al trattamento sperimentale in nessun caso può essere giustificato facendo appello allo stato di sofferenza che lo stesso si trova attualmente a vivere. È ben possibile che la terapia sperimentale non avrebbe dato i risultati medici attesi, ma è altrettanto vero che le sofferenze di Charlie domandano un approccio palliativo integrale e sistematico che ipoteticamente avrebbe potuto accompagnarsi alla sperimentazione stessa. La preclusione dell’accesso a tali terapie, è stata motivata sia nel nome dell’inutilità prognostica delle stesse -aspetto la cui alea rientra nei parametri di incertezza assolutamente e ordinariamente propri di ogni terapia sperimentale-, sia in quello della necessità di risparmiargli quelle sofferenze ulteriori che il prolungare la vita in tali condizione avrebbe potuto generare: dunque la prospettiva anche solo remota di lasciare in vita Charlie, o addirittura di prolungare il tempo della sua vita per mezzo della terapia sperimentale, è stata aprioristicamente ritenuta una prospettiva non praticabile, nel nome della necessità di evitargli sofferenze ulteriori, e questo non per mezzo di adeguate soluzione palliative, ma per mezzo della morte indotta.

6. Il principio del migliore interesse del minoreche le Carte internazionali pongono al centro dei meccanismi di tutela degli stessi e che le stesse Corti inglesi hanno assunto a giustificazione cardine delle loro decisioni, crediamo difficilmente implichi, o meglio, legittimi una forma di eutanasia passiva come quella che si è deciso di praticare sul piccolo Charlie. Crediamo che il suo migliore interesse vada nella direzione di assicurargli un’esistenza il più possibile degna, mediante una opportuna strategia antalgica che permetta di tenere sotto controllo il dolore, se davvero dovesse risultare non possibile percorrere la strada di accedere al protocollo sperimentale già in corso negli USA. Che è poi esattamente quanto hanno ininterrottamente richiesto i genitori di Charlie fino ad oggi.

7. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha incredibilmente glissato su tutti gli aspetti contenutistici elencati fin qui ed anzi sembrerebbe essere andata oltre, assumendo una postura puramente proceduralista, nel nome del principio del margine di apprezzamento. Se da un lato ha fatto osservare, nella sentenza che reca la data del 28 giugno scorso, che le decisioni delle Corti nazionali inglesi in nessun modo integravano una violazione degli articoli 2, 6, e 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, confermando dunque la correttezza formale del loro operato, dall’altro ha ritenuto di non dover entrare nel merito della vicenda della sospensione dell’alimentazione-idratazione-respirazione artificiale nel nome di quell’autonomia sovrana degli Stati membri che li autorizzerebbe a disciplinare a piacimento i temi dai risvolti eticamente più complicati, come è il caso della praticabilità o meno dell’eutanasia passiva su un neonato. E questo ad onta del fatto che il combinato disposto degli articoli 2 e 8 della Convenzione statuisca chiarissimamente il divieto di privare deliberatamente chicchessia del bene fondamentale della vita.

8. Non è chi non veda come dietro ogni aspetto di questa vicenda, si celi, quantunque mai menzionata, un’idea di efficienza nella gestione delle risorse sanitarie che induce a disporre delle stesse in un modo che non può non generare una strisciante cultura dello scarto. In una società che annovera un fenomeno crescente di medicalizzazione delle malattie e insieme ad numero sempre in aumento di persone anziane, con il seguito di malattie degenerative che essi portano con sé, la risorse sempre più scarse destinate al sistema sanitario dai governi nazionali, alimenta una cultura aziendalistica che fa dell’efficientismo ad ogni costo il suo primario, vitale, esclusivo obiettivo, ingigantendo di conseguenza il numero di quelli che, marginalizzati a ragione delle loro aspettative di vita, sono identificati come scarti da eliminare, se possibile.

9. Di più ancora inquieta la leggerezza con cui si accetta il paradigma della qualità della vita, ovvero quel modello culturale che inclina a riconoscere la non dignità di alcune esistenze umane, completamente identificate e confuse con la patologia di cui sono portatrici o con le sofferenze che ad essa si accompagnano. Giammai un malato può essere ridotto alla sua patologia, giacché ogni essere umano non cessa, un solo istante e ad onta della sua condizione di malattia e/o di sofferenza, di essere un universo incommensurabile di senso che merita in ogni istante l’attenzione china di chi vuole incondizionatamente il suo bene e non si rassegna a considerare la sua come un’esistenza di serie B per il solo fatto di versare nel bisogno, nella necessità, nella sofferenza. Un’esistenza alla quale si farebbe un favore cancellandola definitivamente. E questo vale tanto più nel caso di quanti non possono, o non possono più, esprimere quelle che sono e quello che sentono, come nel caso del piccolo Charlie.

10. Nella trasparenza delle posture schizofreniche implicate da questi nuovi paradigmi culturali, si può cogliere l’ambivalenza di chi, nel rivendicare la libertà di accesso totale ed indiscriminata all’eutanasia, basandola sull’esclusivo predominio dell’autonomia individuale, nega allo stesso tempo quell’autonomia decisionale in altri casi, come quello in esame, dove si ritiene che siano legittimati a decidere i soli medici, senza coinvolgimento alcuno dei genitori. L’ambivalenza di chi pensa sia giusto che i medici versino nella condizione di poter elargire ancora un margine di tempo ai genitori per consentire loro di elaborare il distacco dal figlio, permettendogli così di permanere in sua compagnia, e non pensa invece a quanto lo necessiterebbero le madri surrogate che vengono deprivate dei loro feti, subito dopo la nascita, per assecondare i desideri dei relativi “locatori di ventre”. L’ambivalenza di chi pensa a tutelare la dignità della vita di un soggetto, negandogli la vita stessa, che è il fondamento principe non solo della dignità dell’uomo, ma di ogni altro riconoscimento che possa essere fatto a suo favore. L’ambivalenza di chi si batte per la difesa giudiziaria, istituzionale, internazionale dei diritti dei più deboli, nella cornice di ordinamenti democratici, e poi accetta di buon grado di veder legalizzata o giuridicizzata l’eutanasia, praticata finanche sui più piccoli, sui più deboli, sui più bisognosi.

+ Elio Sgreccia 







“Chi sei tu per pretendere pietà?”


​Se non abbiamo avuto pietà per un bambino indifeso, se non abbiamo avuto pietà per una madre e un padre sconvolti dal dolore mentre tengono in braccio il loro piccolino condannato a morire, perché dovremmo averne per l’operaio che perde il lavoro, per l’imprenditore che si suicida, per l’anziano che non sopravvive con la pensione, per i bambini cui crolla in testa la scuola, per i malati che non trovano un letto in ospedale, per il cittadino vittima di delinquenza, per il profugo accolto in condizioni disumane?

Perché dovremmo avere pietà per te, chiunque tu sia e in qualunque condizione tu versi?

Se oggi godi perché vedi riconosciuti i tuoi presunti “diritti”, sappi che a breve sentirai sibilare al tuo orecchio: “Chi sei tu per pretendere pietà?”

IL SIBILO DEL #potere

Davvero pensavate che qualcuno avrebbe alzato la voce? Alzare la voce ormai spetta solo ai deboli, si sa. Il potere non alza la voce, il potere sibila. Per il tuo bene, è chiaro.

Il potere ha sibilato all’orecchio della CEDU per soffocare il grido di due genitori che hanno osato alzare la voce.

Davvero pensavate non sibilasse anche all’orecchio di monsignore? Come siete ingenui! Sono finiti i tempi del leone di Wadowice e ci sono così tanti scandali da dissotterrare, così tante leggi fiscali e bancarie che a gusto del potere si possono adottare contro i beni di Roma.

E allora si fa un bel comunicato che gronda pietà umana per tutti, per i buoni e i cattivi, una robina ambigua in cui si omette il nocciolo del problema. 

– “Ma monsignore, non diciamo nulla sulla respirazione artificiale? Dice che non se ne accorgeranno?”

– “Ma no che non se ne accorgono. E anche fosse, abbiamo pure noi la nostra bella fetta di potere in caso qualcuno alzasse la voce. Il nostro popolo troverà conforto nelle nostre parole, sentirà alleggerirsi la coscienza e comincerà a pretendere che quei pochi sediziosi tacciano. E basta con questo povero bambino, lasciatelo morire in pace, non criticate la gerarchia” sibila monsignore.