Che succede quando gli scienziati dimenticano la logica?

Alessandro Benigni

 

 

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Nell’immagine, un’aragosta ingiustamente ammanettata e privata dei suoi diritti.

 

(E’ un astice, lo so… ).

Ma dai, fantastica, la “Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza”.

Non sapete che cos’è? Se volete leggerla per intero, è qui.

In breve: si tratta di uno dei tanti passi del Riduzionismo naturalista, quello teleguidato dall’alto, che ha come scopo far credere alle persone che tra esseri umani e bestie non ci siano differenze qualitative.

Il perché è evidente: quando i popoli saranno totalmente infarciti di queste nozioni pseudo-scientifiche, tutti penseranno di essere poco più di scimmie, di maiali o topi da laboratorio. Animali, quindi, con i quali saremo più disposti a condividere quel trattamento che va loro riservato.

 

 

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Pollame ingiustamente detenuto.

 

 

 

I fatti? E’ il 7 luglio del 2012 e come si legge nella pomposa “Dichiarazione” (in sintesi una colossale petitio principii in pompa magna),

“un significativo gruppo internazionale di neuroscienziati cognitivi, neurofarmacologi, neurofisiologi, neuroanatomisti e neuroscienziati computazionali sono riuniti all’Università di Cambridge per riesaminare il sotto strato neurobiologico dell’esperienza cosciente ed i relativi comportamenti negli animali umani (sic!) e non-umani. Mentre le ricerche comparative su quest’argomento sono naturalmente ostacolate dall’incapacità degli animali non-umani, e spesso umani, di comunicare prontamente e chiaramente riguardo ai propri stati interni, le seguenti osservazioni possono essere date inequivocabilmente: […] più dati stanno diventando prontamente disponibili, e questo richiede una periodica rivalutazione dei precedenti preconcetti mantenuti in questo campo. […] Il sotto strato neurale delle emozioni non appare confinato alle strutture corticali. […] I sistemi associati agli affetti sono concentrati in regioni subcorticali dove abbondano omologie neurali. Giovani animali umani e non-umani privi della neocorteccia conservano queste funzioni mente-cervello. […] Gli uccelli sembrano offrire, nel loro comportamento, neurofisiologia, e neuroanatomia un impressionante caso di evoluzione parallela della coscienza.

 

 

 

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Simpatico uccello alle prese con un anellide: senza sentirsi in colpa, sta per portarlo in pasto ai suoi piccoli. Il verme, da parte sua, chiede giustizia. Che fare?

 

 

[…] Evidenze di livelli quasi-umani di coscienza (sic!) sono stati osservati in modo più drastico nei pappagalli grigi africani. Le reti emotive ed i microcircuiti cognitivi di mammiferi e uccelli sembrano essere molto più omologhi di quanto precedentemente pensato. Inoltre, alcune specie di uccelli sono state trovare ad esibire schemi neurali del sonno simili a quelli dei mammiferi, incluso il sonno REM e, come dimostrato nel diamante mandarino (Taeniopygia guttata), schemi neurofisiologici che precedentemente si pensava richiedessero una neocorteccia di mammifero. La gazza, in particolare, ha dimostrato esibire impressionanti similitudini con umani, grandi scimmie, delfini, ed elefanti negli studi sull’auto-riconoscimento allo specchio. […]”

 

 

 

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Cavallo che s’innamora di se stesso. E’ (forse) il primo caso di narcisismo animale.

 

 

E così si conclude la “Dichiarazione“:

“L’assenza di una neocorteccia non sembra precludere ad un organismo l’esperienza di stati affettivi. Prove convergenti indicano che animali non-umani possiedono i substrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici degli stati consci assieme alla capacità di esibire comportamenti intenzionali. Conseguentemente, il peso delle prove indica che gli umani non sono unici nel possedere i substrati che generano la coscienza. Gli animali non-umani, inclusi tutti i mammiferi e gli uccelli, e molte altre creature, compresi i polpi, anch’essi possiedono tali substrati neurologici.”

In sostanza, dall’osservazione delle varie conformazioni cerebrali, delle reazioni esteriori che alcuni animali mostrano rispetto a certi esperimenti, dall’osservazione (esteriore pure questa) della fase r.e.m. del sonno di alcune simpatiche bestiole, si pretenderebbe di “dimostrare” con assoluta certezza che gli animali hanno una coscienza.

Come quella dell’uomo.

Peccato che gli animali manchino solo di un piccolo accessorio: un linguaggio adatto per comunicarlo e comunicarselo tra loro.

Ma si sa, sono particolari trascurabili… (!)

Solo un altro paio di osservazioni, partendo dal fondo.

Nell’ultimo paragrafo tratto dalla Dichiarazione abbiamo letto:

“[…] il peso delle prove indica che gli umani non sono unici nel possedere i substrati che generano la coscienza”, così abbiamo appena letto.

Avrei una domandina. Ma come fanno i “substrati” cerebrali” (che sono materiali) a “generarela coscienza (che materiale non è di certo)?

Mistero!

E d’altra parte, se la coscienza è il luogo (mentale, non fisico!) dove possiamo fare esperienza delle idee e dei concetti (dai più semplici: l’uguale e il diverso, il maggiore e il minore, fino a che ne so, le figure geometriche e le proprietà dei numeri, su su fino ai concetti filosofici più difficili che hanno a che fare con le nozioni astratte più dure, come Essere, verità, e così via) e se la coscienza è a sua volta generata dalla materia cerebrale, ciò non implicherebbe ammettere che le idee (compresa l’idea di verità) derivino dalla nostra conformazione cerebrale e quindi dalla storia evolutiva che ha dato all’uomo questo tipo di cervello (fatto così e non cosà)?

Si tratta di una possibilità da scartare a priori, in quanto per l’appunto illogica.

Perché illogica?

Perché si tratta di un’autofagia bella e buona: si afferma ciò che si nega.

Infatti: si afferma (più o meno esplicitamente, ma sempre con pretesa di verità) che le idee derivano dalla coscienza e che la coscienza deriva a sua volta dal cervello. Ma se così stanno le cose allora l’idea stessa di verità è dipendente dal cervello umano, perdendo così il suo carattere di assolutezza e atemporalità e ricadendo in pieno in quel vago relativismo che avvelena questo argomento e tutti quelli basati su questo modello:

“è assolutamente vero che non esiste una verità assoluta, indipendente dall’uomo e dalla sua conformazione cerebrale”.

Questa affermazione può essere vera?

Se è vera, è senz’altro non vera.

Ecco il corto circuito.

Basta rileggerla una volta sola, per capire il trucco.

Inoltre, a me sembra poi notevole la confusione implicita tra “coscienza (di)”, alla Brentano per intenderci, “auto-consapevolezza” (ovvero un esplicito riconoscimento della propria esistenza, che alcuni animali sembrano avere come l’esperimento dello specchio a volte sembra indicare)  ed “autocoscienza” (caratteristica esclusiva degli esseri umani, in quanto profondamente interrelata al linguaggio che solo l’uomo possiede – in modo che un certo grado di “coscienza-di” ovvero di “coscienza intenzionale”, intesa come luogo di rappresentazioni che hanno di mira un oggetto definito, potrebbe benissimo essere comune a diverse specie animali in quanto indispensabile alla loro sopravvivenza, senza per questo assurgere al livello di auto-coscienza, ovvero di consapevolezza di sé e della propria attività riflessiva interna).

 

 

 

 

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Com’è noto, condividiamo il 95-98% dei geni con le scimmie antropomorfe, ma uno studio ha mostrato (link) che il 99% dei geni è in comune anche con il topo. Quindi, stando a questo (pseudo) argomento, siamo più topi che scimmie? E d’altra parte, che accadrebbe se tecnicamente fosse possibile aumentare l’intelligenza dei topi fino a dotarli di un grado elevato di consapevolezza di sé? Avremmo “topi umani“? (link)

 

 

In effetti, nell’ambito della filosofia della mente, assistiamo negli ultimi anni ad un proliferare piuttosto consistente (e non certo casuale) dei diversi modi in cui il concetto di “autocoscienza” può essere inteso e quindi espresso: molti dei quali sembrano costruiti apposta per giustificare a priori la tesi della continuità qualitativa tra uomini e animali e comunque tutti concetti che richiedono un’altissima specializzazione linguistica per essere intesi e quindi espressi.

Una specializzazione linguistica che 1) l’evoluzionismo non è in grado di spiegare e 2) segna in modo evidente ed incontrovertibile la differenza qualitativa e non quantitativa tra uomini e resto del mondo animale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Nessun essere umano nasce senza sesso: perché ci vogliono convincere che ci siano bambini “neutri” – come le cose?

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Alessandro Benigni

Una grande, planetaria operazione tecno-commerciale. Le tecno-scienze, braccio armato dell’Impero, portano sul piano dei consumi risultati sempre più strabilianti. L’umanità s’illude così di essere padrona della Tecnica e del Progresso, quando quello che sta avvenendo è esattamente il contrario: la nostra auto-coscienza, il nostro senso, il nostro stesso modo di stare insieme e di concepire Bene e Male dipendono da ciò che le tecno-scienze comandano, dall’alto dei loro traguardi e dei risultati conseguiti (e non il contrario, come invece dovrebbe essere). Ma questo non basta: perché l’ideologia si diffonda, perché alla fine l’Impero possa renderci totalmente schiavi – con il nostro consenso – occorre immettere diffondere una lingua ed un linguaggio che si prestino alla programmazione mentale delle masse. Tutti sanno che la nostra visione del mondo è profondamente condizionata proprio dalla lingua che usiamo per esprimerci. Tanto che – come ricorda Elena Meli sul Corriere / Neuroscienze

“l’idioma madre viene oggi correlato anche ad atteggiamenti che ne sembrerebbero lontani, come la propensione al risparmio o il senso di colpa […]”.

Infatti

“la capacità di comunicare attraverso un linguaggio parlato e scritto, strutturato e complesso, è la caratteristica che più ci distingue dagli altri animali. Non solo: il linguaggio è in grado di “modellare” il nostro cervello, le convinzioni e gli atteggiamenti cambiando il modo di pensare e agire. Essere madrelingua inglese, cinese, o russo ha effetti diversi sull’architettura del pensiero, stando a un numero sempre più nutrito di studi. Succede perché ogni lingua pone l’accento su elementi diversi dell’esperienza, forgiando così un modo specifico di vedere il mondo” (https://goo.gl/9WWmmx).

 

Siamo di fronte ad una planetaria operazione di ingegneria sociale: nonostante non siano pochi gli studiosi a conoscenza del percorso scientifico che traccia le correlazioni tra linguaggio e pensiero (dall’Ipotesi di Sapir-Whorf – https://goo.gl/8BN5wT alla PNL), la neo-lingua prosegue indisturbata nel suo stupefacente proliferare di termini ideati, costruiti ed immessi nel circuito comunicativo allo scopo di rimodellare la nostra percezione e quindi valutazione della realtà.

A questo proposito, il caso “Hen” è particolarmente esemplificativo.

Ne parlo nella riflessione che segue.

 

 


 

 

Come da previsioni, il nuovo pronome neutro, “senza gender“, è ufficialmente entrato nel dizionario della lingua svedese.

“Hen”, si precisa, “verrà usato per indicare una persona transgender o nel caso in cui la specificazione del genere non è necessaria”.

E’ già usato da anni nelle scuole d’infanzia più moderne, per i bambini  (che – si sa – sono “neutri”…)

C’è da scommettere che nel clima di psicosi collettiva che caratterizza gli ultimi tempi, l’ultima novità dei tanto avanzati paesi nordici non sia destinata a rimanere isolata.

Partiamo da qui: da quando non è più necessario il principio di individuazione? Perché di questo, e non d’altro si tratta: le persone, tutte, sono materialmente, sessualmente e psicologicamente determinate. Negarlo significa negare levidenza e le ragioni di questo statuto ontologico si fondano su un dato di fatto originario, che è l’evidenza stessa: lo stesso chiederne giustificazioni teoriche è una pretesa assurda, oltre che infondata e preoccupante per lo stato mentale di chi la pretende:

E’ da pazzi – scriveva il fondatore della filosofia occidentale – chiedersi le ragioni di ciò che l’evidenza dimostra come fatto”. (Aristotele, Topici I, 11, 105a 3-7).

 

Un fatto incontrovertibile: nessuno nasce senza sesso.

 

Anche da un punto di vista teorico, il principio di individuazione ci dice che ogni essere non possiede soltanto un carattere specifico (un uomo, l’umanità, etc.), ma un’esistenza singolare, concreta, determinata nel tempo e nello spazio, rigidamente sessuata: ed è la psicologia a dirci che è proprio in base a questa originalità che l’individuo è capace di relazionarsi con l’altro-da-sé.

 “Individuo” significa appunto in-divisibile e questa sua profonda unità interna ne garantisce ad un tempo la chiarezza a se stesso e la distinzione dagli altri. Tale distinzione originaria, che corrisponde all’impossibilità di con-fusione di ogni io con l’altro-da-sé, non solo stabilisce la possibilità della relazione intersoggettiva ma risulta applicabile o riscontrabile al di là della sola specie umana: il principio di individuazione fonda tutta la totalità, ogni singolo ente.

Questa battaglia teorico-linguistica, subdolamente portata avanti in molti paesi d’Europa, è oggi ormai chiaramente venuta alla luce e si presenta come una declinazione delle premesse dei gender studies: non esisterebbe una sessualità pre-determinata, occorrerebbe distinguere tra sesso e genere, maschio e femmina sono stereotipi culturali che devono essere distrutti. Nella gender theory, complessivamente, si sostiene più o meno esplicitamente che il linguaggio è performativo: sarebbe secondo la teoria gender una determinata prassi linguistica a determinare lo statuto ontologico della realtà. Per cui  nulla è oggettivo, nulla è vero in assoluto, ma tutto è relativo al racconto che ha determinato una certa descrizione del mondo. Racconto che può essere tranquillamente de-costruito con una nuova realtà (anch’essa racconto, e così via).

Al di là dell’impressionante spessore psicotico di questa guerra contro l’evidenza, salta agli occhi un altrettanto impressionante mutamento linguistico che ha come effetto proprio quello che l’ideologia gender promette: il sovvertimento della realtà costituita con un nuovo mondo, creato dalla lingua, cui ci si deve adattare. Volenti o nolenti, anche se tale mondo linguistico è palesemente assurdo e del tutto slegato dal vero, così come tutti possiamo constatare.

Ad “hen”, infatti, proprio in virtù del principio di individuazione, non corrisponde alcun ente. Nessuno, sulla faccia della terra, è o sarà mai “hen”: sia “quello” che “quella” o “nessuno dei due”. Si nasce biologicamente determinati, sessualmente e psicologicamente identificati: questa è la norma, questo è normale. Entro la 10° settimana di gravidanza possiamo già fare un test genetico per conoscere il sesso del nascituro, tramite l’analisi del DNA del feto, reperibile nell’urina della madre. DNA maschile e femminile sono diversi e non si possono confondere. Al di là di quanta confusione psicologica possano soffrire gli individui, essi sono e restano – oggettivamente – o maschi o femmine: al principio di individuazione segue un aut aut, non un et et.

La fandonia con cui la creazione di questo genere neutro viene presentata come se fosse un’assoluta necessità si collega a tutto ciò che sta accadendo sul piano formativo nelle scuole e – sul piano sociale – nel dibattito etico politico: ormai siamo costretti a discutere se siano meglio uno, “due” o “tre” papà e così via (non sarà a questo punto superfluo ricordare che ontologicamente padre è uno solo e nessun individuo viene naturalmente generato da due padri o da due madri), quali siano i danni che i bambini subiscono in famiglie “omogenitoriali” (il concetto di “omogenitorialità” è altrettanto assurdo: non esistono individui generati da due genitori “omo”, dello stesso sesso) e così via, in una sequela di

distorsioni linguistiche che alimentano quello stato psicotico in cui lintero mondo occidentale sta lentamente scivolando. Non sarà forse inutile ricordare che il disturbo illusorio della psicosi consiste nellavere forti convinzioni in cose che non sono vere: hen, semplicemente, non esiste.

 

Alessandro Benigni

 

 

 

 


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Perché morire liberamente, per mano di qualcun altro, è impossibile

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Alessandro Benigni

 

La neo-lingua e le lotte per i “nuovi diritti” nascondono una serie di assurdità logiche e contro-sensi etici che hanno come scopo la riedificazione dell’immaginario collettivo in coerenza stretta con qui modelli di cui l’Impero si serve per ridurre l’umanità intera a merce inconsapevole. Lo abbiamo visto in molti ambiti: dalle lotte per il divorzio e l’aborto alla liberalizzazione delle droghe, alla diffusione dell’utilizzo di psicofarmaci su vasta scala, alla riduzione dei programmi scolastici e all’indebolimento di tutte le istituzioni autoritarie, al diffondersi capillare dell’ideologia gender e a tutto quell’abisso di nuove solitudini e infiacchimento generale della capacità critica degli individui. A questo proposito avevo parlato di un progetto planetario di riduzione a monade-animale.

Per la vulgata collettiva – imposta dall’ingegneria sociale, si tratterebbe di “grandi conquiste della modernità”, che a ben vedere però hanno portato solo devastazione culturale, disimpegno e passività, incertezza e smarrimento identitario e valoriale (non da ultimo: religioso).

La promozione della cosiddetta “eutanasia” rientra pienamente in questo quadro.

Già il termine utilizzato segna la piega che il discorso deve prendere, se non si vuole passare per bigotti medievali: il corpo è mio, ne decido io e sta a me e a nessun altro stabilire se e a quali condizioni vivere. Se si tratta di possesso, inteso a questa maniera, il passo mentale implicito è la riduzione dell’uomo a cosa di cui disporre.

E chi vuole andarsi a leggere qualche dato statistico in riferimento ai paesi che hanno già aperto alla “dolce morte” troverà cifre terrificanti e proiezioni inimmaginabili. Cifre destinate ad allargarsi ulteriormente con gli omicidi di Stato dei piccoli inguaribili – ma non per questo incurabili – (anch’essi camuffati con l’etichetta “dolce morte”, come la neo-lingua e quindi il neo-pensiero pretendono), com’è stato per il piccolo Charlie Gard. Non dimentichiamolo. Anzi, a questo proposito è bene ricordare ancora una volta come titolavano i pennivendoli dell’Impero: “Londra, è morto il piccolo Charlie Gard” – Rai News.it (28 lug 2017), per esempio. Quasi nessuno ha ricordato che è stato soffocato e che prima di essere ucciso ci ha guardati in faccia, spalancando gli occhi per un’ultima volta, qui sulla terra. Ma è inesorabilmente questa la fine – di tutti, beninteso – quando l’essere è ridotto ad avere e quando l’umano è piegato ad una sula dimensione: una cosa di cui godere e di cui disporre, una tra le tante altre. 

 

Il punto che discuto nella riflessione che segue riguarda in particolare l’assurdità logica della pretesa libertà di morire come si vuole. Già basterebbe questo, laddove il residuo di cuore della nostra civiltà avesse lasciato tutto il campo aperto alla ragione malata, schiava dell’Impero.

 

 

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Sembra oggi inevitabile, ogni qualvolta si parla del problema del fine vita, chiudere il discorso con il riferimento ai diritti, alla libertà quindi all’eutanasia. La “morte dolce”, inesorabilmente, viene accostata all’idea di emancipazione ed autonomia, alla sfera dei diritti inalienabili della persona, se non addirittura alla misericordia dovuta a chiunque soffra. L’eutanasia viene pensata come una cura, come un metodo più efficace per togliere le sofferenze al malato terminale.

Chissà poi che cosa significa “malato terminale, visto che il dibattito sullostato vegetativo è ancora tutt’altro che chiuso (men che meno sono sciolti i vari interrogativi, sul piano etico, filosofico, assistenziale, medico-legale e di politica sanitaria)e la stessa scienza medica viene smentita di fatto nelle sue procedure, nelle sue previsioni, nelle sue teorie, con una certa costanza storica. Come si fa a definire in modo certo il futuro, che per sua natura èincerto e indefinibileNessun malato è infatti “terminale” almeno nella misura in cui il futuro resti indeterminato, per ciascun essere umano, e fino a quando continueranno a verificarsi risvegli e guarigioni[1] che la scienza medica non è in grado né di prevedere, né si spiegare. Chi sostiene che l’eutanasia sia una cura, oltre al paradossale utilizzo di termini opposti tra loro, ammette di fatto un determinismo assoluto che poi non è in grado di giustificare.

  1. Come in molti altri casi, anche per questo discorso la confusione linguisticaregna spesso sovrana.

Con “eutanasia” si indicano spesso genericamente una serie di situazioni e procedure che di fatto sono molto diverse tra loro e si rischia così di sostenere la legittimità di pratiche che andrebbero invece sostanzialmente distinte. Possiamo infatti differenziare tra “eutanasia attiva” e “volontaria” ed “eutanasia passiva”, che può essere a sua volta “volontaria” o “involontaria”. Per “eutanasia attiva” e “volontaria” si intende la messa in atto di un intervento (una somministrazione di farmaci) volto a procurare il decesso di una persona che, nel possesso delle proprie facoltà mentali, ne faccia esplicita richiesta: una sorta di suicidio assistito, vale a dire l’aiuto in termini di mezzi e competenze mediche fornito ad un persona che abbia deciso di togliersi la vita[2].

Per “eutanasia passiva”, invece, si intende l’interruzione o l’omissione di alcuni trattamenti funzionali a tenere in vita una persona. Si dice poi “volontaria” o “involontaria” a seconda che il paziente abbia o meno anticipatamente espresso delle direttive al riguardo. In molti paesi è infatti riconosciuta legalmente la possibilità di rilasciare una dichiarazione anticipata di trattamento (il cosiddetto “testamento biologico”) in cui si comunicano le proprie volontà circa le cure cui si intende o non si intende essere sottoposti in futuro, nel caso in cui ci si trovi nella condizione di non poter esprimere il proprio consenso o dissenso.

In realtà va precisato anche che quella tra eutanasia attiva e passiva – potremmo dire tra uccidere e lasciar morire – è una distinzione tutt’altro che pacifica. La Consulta di Bioetica (l’associazione culturale italiana che riunisce bioeticisti di stampo laico), ad esempio, definisce l’eutanasia in questi termini: “Tralasciando qui i problemi spesso inestricabili relativi al “lasciar morire” e alla cosiddetta “eutanasia passiva”, con “eutanasia” si intende l’azione che procura una morte senza dolore ad una persona che ne fa richiesta, ripetutamente e senza incertezze, per evitare un’infermità inguaribile e una situazione degradante per la propria dignità“. [Documento sull’eutanasia, approvato dall‘Assemblea dei soci il 30 gennaio 1993]

Nonostante quest’ampia varietà di significati, i sostenitori dell’eutanasia affermano di difendere un diritto del cittadino, equiparando di fatto forme di eutanasia radicalmente diverse: a) il suicidio assistito e b) la morte subita da terzi in base ad una propria dichiarazione (testamento biologico) o peggio in base a congetture altrui.

  1. Alla base di questa confusione sta un’altra affermazione dei sostenitori dell’eutanasia secondo i quali nella sfera delle libertà individuali dev’essere compresa anche quella di morire, quando e come si vuole: “la vita è mia, decido io”, sostengono. Ma è vero che una morte libera e dignitosa dev’essere garantita a tutti, per legge?

Innanzitutto c’è da chiedersi se sia davvero solo la libertà l’unico valore da difendere e l’unica facoltà di esercizio che debba essere riconosciuta agli individui. Resta poi da stabilire se davvero una vita degna di essere vissuta sia unicamente quella in cui il dolore e la sofferenza vengono espunte dall’orizzonte umano. Quasi come se non appartenessero all’essere-uomo, quasi come se fosse davvero reale, quindi umana, quindi dignitosa, solo una vita priva di sofferenze.

Iniziamo considerando il dolore. La percezione del dolore e l’idea stessa di pazienza, di tolleranza, fino a quella di dolore insopportabile, dipendono anche dalla percezione sociale che ne abbiamo. Nel momento in cui il dolore massimo che l’uomo può provare viene considerato inumano, si apre la strada ad una gradazione, ad una sorta di misurazione del dolore che c’è da credere verrà via via abbassandosi fino a considerare inumane anche altre tipologie di sofferenze. Chi decide qual è il valore, l’unità di misura di questa gradazione?

Siamo del resto nell’era del performante: l’uomo viene  assimilato ad un motore meccanico e se non funziona più a dovere, perde con ciò stesso la sua dignità. Dunque uccidere o lasciar morire (di questo si tratta) diventa paradossalmente un atto caritatevole: la vita umana ha valore e dignità solo se è piacevole, gradevole, soddisfacente. Si aiuta il prossimo a sparire in fretta: vedere una persona soffrire atrocemente è disonorevole, per il soggetto in questione, per i familiari, per la società intera. Meglio uccidere o lasciar morire l’individuo.

Certamente le sofferenze vanno lenite, curate, alleviate per quanto possibile. Non è che si debba cercare il dolore in quanto tale, o evitare di combatterlo. Al contrario, si tratta di proteggere, di difendere la vita ed il valore della persona, con amore e compassione, nonché con l’aiuto di ogni supporto medico possibile. Si tratta, in altre parole, di non pretendere disumane scorciatoie, come quella di eliminare una vita quando (o in ragione del fatto che) non si riesce ad eliminare la sofferenza.

Ciò su cui forse dovremmo riflettere è l’implicita pretesa di considerarenon-umane le sofferenze, quali che esser siano. Quasi come se l’esperienza del dolore fosse per la natura inumana: un accidente, una fatalità estranea da evitare, anche a costo di uccidere o lasciar morire una persona. Dimentichiamo che proprio la sofferenza ed il senso che le viene conferito è uno degli elementi che stabiliscono e rendono salda l’ontologia della persona.

Pretendere di annullare l’esperienza del dolore, a tutti i suoi livelli, è un sintomo di una malattia ben più grave di quella fisica. Il suo nome è volontà di potenza. Una apparente volontà di vita che si afferma al di là e al di sopra di tutto il resto, anche a costo di perdere la propria umanità e di tradursi inevitabilmente nel suo opposto, in una volontà mortifera che annulla se stessa.

Il rifiuto della debolezza umana, della finitudine, dell’esperienza del dolore e della malattia nascondono in fondo il desiderio dell’uomo di essere Dio. L’uomo è aperto al Trascendente: il suo inconscio e le sue contraddizioni lo rivelano con costanza disarmante.

Per questa visione nichilista della vita ogni uomo deve poter affermare la sua volontà, il resto non conta. Ma su questa strada ben presto si realizza che alla fine non conta più nulla: non contano gli altri, non conta la vita, non conta nemmeno il soggetto che decide. Il singolo deve poter continuamente aggiornare il suo punto di vista e mai fissarsi su alcuna verità: è questa la condizione antropologica, lo spazio morale che rende prima pensabile e poi possibile il suicidio, il lasciar morire, l’uccidere.

Tuttavia ogni spazio morale è socialmente condiviso e determinato: per questo l’eutanasia non può essere pensata come un problema individuale, sul quale solo il singolo ha diritto dell’ultima parola.

Ci sarebbe da capire se l’eutanasia non sia in realtà l’esatto opposto di ciò che vorrebbero farci credere: ovvero la maschera di una radicale negazione della libertà e della dignità della persona umana. Il nichilismo che fonda l’idea di eutanasia (la vita umana non ha in sé un valore assoluto in quanto il suo valore e la sua dignità vengono stabiliti di volta in volta dal soggetto, che può anche dire che ad un certo punto la vita non conta più niente, nihil, e va pertanto eliminarla) preclude ad una conseguente negazione del valore della vita e quindi della libertà e della dignità dell’uomo che da questa, non dimentichiamolo, dipendono. Libertà di coscienza e di auto-determinazione (che dovrebbero essere alla base della democrazia liberale occidentale) finiscono per questa via  col tradursi nel loro opposto, in un atteggiamento mortifero che priva la vita umana di un suo valore sacro ed assoluto e, sotto la spinta della volontà di potenza, di fatto la rende passibile di valutazione e di giudizio: per ora da parte del singolo individuo, ma è già sufficiente per ipotizzare che saranno presto altri a decidere sull’eutanasia, per tutti.

Consideriamo ora la libertà. Per questa via si giunge ad un altro paradosso: in virtù della libertà e della dignità dell’individuo si prende la strada che porta alla negazione della libertà e della dignità del singolo. La sua decisione circa il fine vita diventa un vincolo e il voler espandere ogni sofferenza dell’orizzonte umano apre le porte all’indicibile, ad un mondo in cui nessuno sa più dare senso alla sofferenza, alla lotta, alla vita stessa. Ad un mondo in cui inevitabilmente saranno altri a decidere chi deve vivere e chi invece deve morire.

Mentre si afferma genericamente che lo Stato non deve sostituirsi alla coscienza morale di ogni persona, dall’altra parte si sostiene che si deve permettere ad ogni individuo di esercitare la propria volontà suprema nei limiti in cui questo esercizio non è lesivo per gli altri. Eppure come si è visto lo spazio morale in cui il singolo agisce è sempre socialmente condiviso, è sempre uno spazio relazionale, di cui le leggi dello Stato dovrebbero essere principi normativi: come si può pensare che l’affermazione di una mentalità così radicalmente nichilista non sia lesiva per tuttiSe per legge la vita non è più sempre sacra e sempre inviolabile, non lo sarà più nemmeno la mia.

Inoltre, la bontà di un principio etico si valuta anche in fase di applicazione, prendendo in esame le sue conseguenze, possibili e reali.

Nel principio dell’eutanasia per tutti già dal punto di vista pratico sorgono problemi allarmanti. Almeno nella sua forma “passiva e volontaria”, l’eutanasia è infatti strettamente collegata al testamento biologico. Sempre ammesso che in nome di questa presunta libertà non si decida una “dolce morte per tutti” (è lecito infatti temere che per questa via si arrivi anche questo) ai cittadini dovrà essere accordato di manifestare liberamente il proprio consenso a tale pratica: nella dichiarazione scritta e regolamentata del testamento biologico, appunto. Ma un testamento non è un atto giuridico definitivo e così come l’individuo ha facoltà di sottoscriverlo, ha anche la libertà di cambiare idea, tornare dal notaio, redigere un nuovo atto che cancella il precedente e così via. In tal caso il testamento più vecchio perde ogni valore vincolante.

Che cosa succede nel caso del testamento biologico? Come essere sicuri che le ultime volontà registrate e sottoscritte dal soggetto siano quelle effettive al momento dell’applicazione? Non è paradossale che in nome della libertà, l’individuo non possa più cambiare idea e le sue richieste di fatto negate? Immaginiamo: se questo libero cambiamento delle ultime volontà (rispetto al modo in cui desidera essere trattato nel caso della perdita di coscienza) non viene registrato con un nuovo atto, è ancora possibile affermare che con l’eutanasia si rispetta realmente la volontà dell’individuo? E ancora: come sapere quali sono le “ultime” volontà di ciascuno?

D’altra parte, anche nel caso del suicidio autonomo volontario è possibile cambiare idea proprio all’ultimo istante: posso stare sul cornicione anche una notte intera e poi decidere di scendere. Non sono obbligato a gettarmi nel vuoto finché non mi lascio andare. È questa la libertà: quella che si prolunga dalla decisione volontaria fino al momento in cui davvero si realizza l’azione. Dopo di che, quello che è fatto è fatto e non si può più tornare indietro. Ma fino all’ultimo, appunto in nome della libertà, dovrebbe essere garantita a ciascun individuo la possibilità di cambiare idea e tornare indietro sui suoi passi. Scendere da quel cornicione e non dargli una spintarella tenendo in mano il testamento redatto magari anni prima.

La verità è che l’eutanasia nega precisamente quello che vorrebbe garantire: la libertà dell’individuo e quindi la dignità ad essa correlata. Se è possibile che ciò avvenga anche in un solo caso (e come abbiamo visto è più che possibile, direi probabile) allora è lecito ipotizzare che sia possibile in tutti i casi. Di fatto il testamento biologico interrompe questo prolungamento dalla decisione all’atto, poiché per sua natura la pratica dell’eutanasia non può rendere conto di ciò che l’individuo vuole e decide realmente nel fatidico ultimo istante.

Gettando lo sguardo oltre le implicazioni giuridiche, mi chiedo, da un punto di vista morale, come si potrebbe definire il dare la morte ad un individuo che voleva questo trattamento ma che poi ha cambiato idea e che attualmente desidera invece essere curato fino alla fine?

La fine. A proposito del fine-vita, resterebbe anche da chiarire se non sia proprio quest’ultima possibilità autentica, quella che Heidegger definisce “un’imminenza che ci sovrasta”, a dare senso a tutta l’esistenza umana. Anche in senso retrospettivo. La morte, scrive Heidegger, “è una possibilità di essere che l’esserci stesso deve sempre assumersi da sé”[3]. In questo senso l’approdo ad un testamento biologico indica l’inautenticità di una scelta demandata ad altri, deprivandosi della propria libertà (come si è visto, anche di cambiare idea), una scelta che non sceglie, che non tiene conto che l’individuo autentico sceglie in prima persona la propria libertà, a partire dalla presa di coscienza della finitudine e della limitatezza umana, di cui il dolore e la sofferenza sono segni tangibili ed incontrovertibili. Questa è una declinazione del “vivere-per-la-morte” che Heidegger indica con una valenza altamente positiva, in quanto rende autentiche le scelte e, con esse, la vita (cosa che non potrebbe avvenire in una prospettiva di vita privata della sua essenza bipolare: bene-male, gioia-dolore, e così via). La scelta della morte, dolce o amara che sia, mira a rimuovere per l’ennesima volta la morte stessa dal panorama umano. Siamo di fronte ad un’ennesima variazione del nichilismo e della volontà di potenza ad esso correlata che sprigiona nei nostri tempi una specie di gas mortifero capace di guastare tutto e tutti.

Nessuno ha il diritto di stabilire il valore degli ultimi istanti (giorni, ore, minuti?) di una persona in base alle proprie idee sul fine-vita. Nessuno è in grado di sapere che cosa penserà tra un mese, tra una settimana. Domani. Nessuno può escludere che proprio alla fine, nella fine, si possa cogliere il valore ed il senso della propria esistenza: a meno che non si possa dimostrare – qui ed ora – che l’uomo non è un essere intimamente aperto alla trascendenza.

  1. Per Umberto Veronesi, uno dei nostri grandi sostenitori del diritto a morire (ma non a quello di nascere) l’eutanasia permette di “abbreviare con un atto di pietà le sofferenze del malato”. Ma da quanto si è visto 1) non possiamo essere certi che il “malato terminale” sia davvero “terminale” (ci sono casi di guarigione che la scienza medica non sa spiegare), 2) non possiamo essere certi che l’intenzione del malato (anche ammesso che sia stata registrata in un testamento) sia quella che noi supponiamo 3) la pietà intrinseca in un atto che porta non alla guarigione o all’alleviamento delle sofferenze ma alla morte di un individuo è moralmente quantomeno discutibile.

Abbreviare il processo che porta alla morte” potrà anche suonare agli orecchi di qualcuno come un atto da buon samaritano, ma si deve considerare che se passa questo principio resta poi da stabilire perché mai un malato terminale di 89 anni possa avere accesso all’eutanasia e poniamo un bambino con gravissime malformazioni no (con il consenso dei genitori). E nel caso dei malati di mente? Molti di loro, per ricordare la stravagante battuta di Indro Montanelli, non sono in grado di rendersi conto di nulla, nemmeno di andare in bagno da soli. Che si fa?

E come si misura il dolore? Come mettere in rapporto il dolore fisico a quello mentale? Ci sono persone in stato di gravissima depressione, che magari hanno tentato più volte di suicidarsi, senza riuscirci. Daremo una mano misericordiosa pietosa anche a loro?

  1. Detto questo, c’è un altro aspetto della controversia che mi pare meritevole di particolare attenzione, sorprendente e ad un tempo illuminante circa la perversione mortifera con cui i sostenitori dell’eutanasia per tutti mascherano ogni male travestendolo da bene. Sempre per Umberto Veronesi, l’alimentazione artificiale delle persone in stato di coma costituisce un intervento medico, quindi assimilabile ad una forma di accanimento terapeutico. I malati gravissimi, è questo il suo parere, possono tranquillamente essere uccisi tagliando loro acqua ed alimenti. Lasciati morire per fame e per sete, in nome della misericordia che si deve ad ogni essere umano che soffre. Tra le altre cose, riferendosi alla legislazione olandese, Umberto Veronesi afferma che quest’ultima è degna di ammirazione “in quanto ha inserito l’eutanasia e il suicidio assistito non solo all’interno di un quadro di riferimento che si occupa globalmente delle cure di fine vita, ma soprattutto all’interno di una concezione aperta della libertà personale di ognuno (il cui cardine è la volontà del malato): si nota una grande attenzione al recupero dell’umanità come valore preminente. Ne dà un’interessante testimonianza una ricerca condotta a Utrecht nel centro oncologico di terzo livello e pubblicata il 29 giugno 2005 sul «British Medical Journal», il periodico scientifico di riferimento per tutti i medici. I ricercatori si sono chiesti quali effetti abbia la morte con eutanasia sui familiari e sugli amici stretti di malati oncologici terminali, […].. Gli autori – prosegue Veronesi – che si sono avvalsi di un questionario molto sofisticato, volto a riprodurre i lineamenti delle emozioni, […] hanno mostrato risultati importanti. Primo fra tutti il fatto che i familiari e gli amici delle persone che avevano chiesto e ottenuto l’eutanasia mostravano generalmente un grado di stress minore rispetto a quelli del secondo gruppo. Una morte innaturale, come un suicidio, è causa di intense reazioni di dolore nei membri della famiglia e, spesso, di inconsci sensi di colpa. Per analogia, si pensava quindi che potesse verificarsi un’intensa reazione di dolore anche all’eutanasia, nella misura in cui viene considerata una morte non naturale. Non è stato così. E’ emersa, fondamentale, la rivelazione che l’aver potuto dare l’addio al malato in un’atmosfera di consapevolezza da entrambe le parti ha in qualche modo reso meno dura e aspra la reazione di dolore provocata dalla perdita. Lo studio è importante anche perché analizza i fattori di rischio per lo sviluppo del dolore traumatico, cosa diversa dalla normale reazione di dolore alla morte di qualcuno che ci è caro, in quanto implica situazioni in cui i sintomi del dolore hanno una durata troppo lunga o troppo corta, sono troppo intensi o troppo poco intensi, oppure insorgono troppo tardi. Questo tipo di dolore, che può dar luogo a un’incapacità di elaborare il lutto, è associato a fattori di rischio ben precisi”.

L’eutanasia avrebbe insomma il vantaggio di diminuire lo stress nei familiari. Questo anche a costo di lasciar morire il proprio congiunto di fame e di sete: il valore supremo è la riduzione della fatica, del logorio di chi presta assistenza.

L’argomento a sostengo di questa tesi paradossale è insidioso: solo i medici possono prescrivere questo tipo speciale di alimentazione e solo medici sono in grado di introdurre nel corpo questo speciale nutrimento attraverso una sonda nasogastrica o altra modalità e che solo medici possono controllare nel suo andamento, anche ove l’esecuzione sia rimessa a personale infermieristico o ad altri. Quando l’alimentazione e l’idratazione si svolgono in tali condizioni esse perdono i connotati di atto di sostentamento doveroso e acquistano quello di trattamento medico in senso ampio. [Cfr. Parere della Commissione Veronesi su nutrizione e idratazione artificiale nei soggetti in stato di irreversibile perdita della coscienza, La natura dell’idratazione e della nutrizione e il ruolo dei medici]

Sarebbe però interessante chiedersi se con questo argomento non si confondano il fine con il mezzo ed il cosa con il come. Acqua e cibo non guariscono alcuna malattia: non sono medicine. Il fine dell’alimentazione – in qualsiasi modo sia essa erogata – non è la guarigione dell’individuo, ma il suo sostentamento. Allo stesso modo, se fosse un problema la modalità con cui il l’alimentazione viene erogata, allora dovremmo allo stesso modo concludere che qualsiasi altro malato che si trovasse nell’impossibilità di alimentarsi da solo (i bambini – prima e dopo la nascita- gli anziani che non sono più autosufficienti, etc.) verrebbe a trovarsi vittima di una forma di accanimento terapeutico (che come tale dovrebbe sempre essere messa in discussione).

Di fronte alla tentazione di accelerare la morte di chi sta male, valgono sempre le parole di Evangelium vitae n. 66: “Anche se non motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico dell’esistenza di chi soffre, l’eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi una preoccupante ‘perversione’ di essa: la vera ‘compassione’, infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza”.

I sostenitori dell’eutanasia basano le loro argomentazioni sul coinvolgimento emotivo di chi li ascolta: toccano le corde della compassione, presentano la loro “soluzione” come un gesto di pietà doverosa. Un atto di libertà. Nel rispetto pieno della dignità umana. Come non essere d’accordo con questa richiesta del morire senza dolore, della soluzione migliore per porre fine ad una malattia il cui esito sarebbe (come abbiamo visto il condizionale è d’obbligo) scontato? Tuttavia a ben vedere la forma seducente di questo messaggio nasconde un significato spaventoso, che è tutto nella risposta stessa che converte la migliore soluzione nella soluzione finale: l’assassinio come atto supremo della compassione e dell’amore al prossimo. Ed il cortocircuito logico è così chiuso.

Chissà se i sostenitori dell’eutanasia si rendono conto che una società di sani e perfetti, di felici e contenti è solo una tragica illusione, un inganno che ha come scopo l’assoggettamento e la manipolazione dell’uomo. Chissà se i sostenitori dell’eutanasia si ricordano quali sono i loro cattivi maestri. I maestri del Nichilismo estremo, che avvelena i nostri tempi. Vorrei ricordare, tra i tanti possibili, almeno un paio di passi sintomatici che potrebbero tranquillamente trovarsi in un’intervista contemporanea, su un giornale qualsiasi:

“Prescindendo dalle istanze che la religione pone, si può ben chiedere: perché dovrebbe essere più lodevole per un uomo invecchiato, che sente il declino delle proprie forze, attendere la propria lenta consunzione e il disfacimento, che non porre termine in piena coscienza alla propria vita? In questo caso il suicidio è un’azione del tutto naturale e a portata di mano, che, come vittoria della ragione, dovrebbe giustamente suscitare rispetto: e lo ha anche suscitato, in quei tempi in cui i capi della filosofia greca e i più forti patrioti romani solevano morire dandosi la morte da sé. Al contrario la brama di continuare a trascinarsi di giorno in giorno, fra angosciose consultazioni mediche e in penosissime condizioni di vita, di giungere, senza forze, ancor più vicino al termine della propria vita, è molto meno rispettabile. Le religioni sono ricche di scappatoie contro l’istanza del suicidio. Con esse si ingraziano coloro che sono innamorati della vita”.

Friedrich NietzscheAl di là del bene e del male, 1886

“In una determinata condizione è indecoroso continuare a vivere più a lungo. Il continuare a vegetare in vile dipendenza dai medici e dalle loro pratiche, dopo che è andato perduto il senso della vita, il diritto alla vita, dovrebbe attirare su di sé, nella società, un profondo disprezzo. I medici, dal canto loro, dovrebbero essere i mediatori di questo disprezzo – non ricette, ma ogni giorno una nuova dose di nausea di fronte ai loro pazienti”.

Friedrich NietzscheIl crepuscolo degli idoli, 1888
Curioso, vero? Forse a pensarci bene non tanto.

Sì, proprio lui: Nietzsche.

Il profeta della volontà di potenza, dell’oltre-uomo.

Della vita senza senso.

Il profeta del nichilismo: della negazione di ogni Trascendenza, di ogni valore, compreso quello della vita stessa. Chissà come mai i sostenitori dell’eutanasia – che ne siano consapevoli o meno poco importa – si rifanno proprio ad un filosofo come questo.

Qual è il legame tra nichilismo, negazione di ogni valore, negazione di Dio, ed eutanasia?

L’aveva capito benissimo Dostoevskij: “se non c’è Dio, tutto è lecito, anche il delitto” (Fratelli Karamazov). Prepariamoci dunque a tornare, con la scusa della misericordia, all’inizio della storia umana, a quello stato iniziale che il filosofo Thomas Hobbes aveva esemplificato con l’espressione “homo homini lupus” (letteralmente “l’uomo è un lupo per l’uomo”). Prepariamoci: quando si perde di vista il senso della sacralità, dell’inviolabilità della vita umana, ogni delitto diventa possibile.

In nome della misericordia, logico.

 

 


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[1]             http://www.documentazione.info/stato-vegetativo-ecco-alcuni-casi-di-risveglio; cfr. anche http://www.uccronline.it/ – casi e testimonianze di risvegli.

[2]             La pratica dell’eutanasia è a oggi legale in alcuni paesi europei come il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo, mentre il suicidio assistito è ammesso in Svizzera e in Germania non è considerato reato.

[3]    Esser-ci (da-sein) per Heidegger è sinonimo di “uomo”.

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Perché normalizzare il non-normale?

 

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A chi giova il dissolvimento del concetto di normalità?

 

Alessandro Benigni

 

 

Abbiamo visto più volte e da prospettive diverse come la fabbrica del consenso di cui l’Impero dispone e con cui dispone preveda l’adozione dell’ingegneria sociale come mezzo di manipolazione e controllo mentale. Con risultati sorprendenti. Da anni, per esempio, è stato instillato – con il metodo dei piccoli passi, alla maniera della “Finestra di Overton”, una viscerale antipatia (tanto irrazionale quanto dannosa), per il concetto di “norma” e “normale”. Tanto che oggigiorno “normale” è per lo più inteso come aggettivo squalificante. La “norma” viene vista come la causa dell’esclusione (di ogni esclusione possibile) e quindi, in un mondo in cui tutti hanno il terrore (indotto) di essere esclusi (chissà da cosa, poi?), “norma” e “normale” sono diventati anatemi da combattere in ogni modo. La norma, infatti, tenderebbe per sua natura ad assorbire – dopo aver tracciato appunto una linea dell’esclusione più o meno rigorosa – tutto ciò che ad essa sembra opporsi. E a nessuno, proprio nessuno, piace essere escluso. Quindi? Quindi aboliamo la norma, semplice. Di questo, ci hanno convinto. Ed è stato relativamente facile. Ma a ben vedere anche la trasgressione, in fondo, non è nient’altro che la riconferma della Regola, del bisogno di una Norma che tracci e difenda i confini, quindi un’ulteriore messa in evidenza del limite che questa sancisce. In altre parole, “Norma” e “devianza dalla norma” sono concetti complementari, speculari. La devianza, oltre a scuotere e far tremare per un istante la struttura normativa, finisce poi inevitabilmente per rientrare in quel suo circuito che le dà origine e, allo stesso tempo, si mostra persino funzionale a questa struttura nel suo complesso. In sociologia, ha fatto scuola l’analisi di Emile Durkheim, che credo per primo ha sottolineato l’universalità sociale e l’imprescindibilità della norma, dandone una connotazione fortemente positiva – per ogni tipo di società. Nella sua analisi il trasgredire alle norme è daccapo un fatto del tutto normale: dovunque esistano regole, norme, prescrizioni, si verificano inevitabilmente violazioni più o meno gravi. In altre parole: dall’ambito della norma – normalità e della sua relazione dialettica con la trasgressione, non si esce: “Ora, non v’è società conosciuta in cui, sotto varie forme, non si osservi una maggiore o minore criminalità. Non v’è popolo in cui non si violi quotidianamente la morale. Perciò dobbiamo dire che il delitto è necessario, che non può non esistere, che le condizioni fondamentali dell’organizzazione sociale, quali si conoscono, lo implicano logicamente, e quindi che è normale. (…) Ciò che è condizione indispensabile della vita non può non essere utile (…). Infatti, abbiamo dimostrato come il delitto possa servire, ma solamente se è condannato e represso. (…) Il suicidio è dunque un elemento della loro [delle epoche] normale costituzione ed anche, molto probabilmente, di ogni costituzione sociale”. (E. Durkheim, Il suicidio, pp. 428-429). Orbene, se la norma e la normalità sono inevitabili, all’Impero non resta che mutarne il significato e rendere il concetto di norma tanto liquido da poter essere adattato allo sviluppo dei propri scopi e della conquista del Potere. A partire dalla svolta epistemologica verificatasi intorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso e che fa leva su alcuni cardini di principio ritenuti oggi imprescindibili (come per esempio: la valorizzazione del soggetto, a prescindere dai “valori” di cui è portatore) siamo pervenuti ad un ripensamento radicale del concetto di diversità. Così, dal Don Bosco che sceglieva di donare la sua vita ai giovani e in particolare agli emarginati, ai ragazzi che i meccanismi dell’esclusione sociale destinavano sin dal XVII secolo al “grande internamento”, come definisce Foucault l’operazione di chiusura delle personalità “difficili” nei molti luoghi della correzione istituzionale, siamo come d’incanto passati all’accettazione alla giustificazione delle distorsioni più evidenti e alla contemporanea patologizzazione della normalità. Questo è stato possibile insistendo con un martellamento mediatico senza precedenti solo sugli effetti negativi di una patologizzazione della condizione di devianza e marginalità che storicamente aveva condotto a legittimare tutte le pratiche, anche pedagogiche, di repressione, controllo sociale. Ma così facendo, siamo giunti ad una “normalizzazione” di segno opposto. La categoria del “diverso”, in passato sanzionata dalla predisposizione del trattamento repressivo-correttivo nonché da una codificazione linguistica minuziosa che etichetta i “tipi” di diversità: lo svantaggiato, l’incorreggibile, l’asociale, il criminale, il folle e così via, è oggi a tal punto valorizzata da far pensare che i veri “diversi” siano i “normali”. E’ così che – nel gioco dialettico delle opposizioni binarie come “reale” e “falso”, “normale” e “anormale”, la tattica dell’Impero ha permesso di svuotare di significato sia il concetto di normale che quello di a-normale, sia quello di sano che di malato, così come l’ultima versione del DSM mostra chiaramente. Le opposizioni binarie sono passate nelle mani sapienti degli ingegneri sociali, a servizio dell’Impero, che sono riusciti col tempo a rendere socialmente condivisa una generale stigmatizzazione sia delle fonti di informazioni “non conformi” (leggi “fake news”) e soprattutto di idee non conformi (leggi pro life, pro family, etc.) − ristrutturando linguisticamente la realtà del consenso come territorio concettuale nel quale ogni persona pensante, scrivente o parlante di fuori dal mainstream è considerato come una sorta di “deviante”, o di “estremista”, o qualsiasi altra forma di reietto sociale. Siamo insomma al punto di svolta: la normalità è fabbricata linguisticamente da chi controlla i media e lo stesso vale per l’opposto dialettico di a-normale.

Scrivevano infatti Noam Chomsky ed Edward Herman in “La fabbrica del consenso”:

“Non sarà sfuggito a nessuno che il postulato democratico afferma che i media sono indipendenti, determinati a scoprire la verità e a farla conoscere ; e non che essi passano la maggior parte del tempo a dare l’immagine di un mondo tale che i potenti desiderano che noi ci rappresentiamo, che sono in una posizione d’imporre la trama dei discorsi, di decidere ciò che il buon popolo ha il diritto di vedere, di sentire o di pensare, e di “gestire” l’opinione a colpi di campagne di propaganda”.

Come cerco di spiegare nella riflessione qui di seguito, lo stesso procedimento è stato adottato dalla Psichiatria mondialista, a servizio dell’Impero, come la quinta edizione del DSM mostra chiaramente.

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E’ impressionante la velocità con cui questa specie di morsa a tenaglia si stringe sul mondo occidentale, nel disinteresse quasi totale.

Da una parte si normalizza ogni devianza (e c’è già chi ipotizza che nel prossimo DSM la pedofilia verrà completamente sdoganata: già alcune recenti conferenze si sono mosse in questa direzione, arrivando ad affermare che non si può dire con certezza che la pedofilia provochi dei danni misurabili nei bambinimentre dall’altra si patologizza la normalità.

Due esempi:

Il primo è l’ oppositional defiant disorder” or ODD. Così definito nel DSM IV (ma ildiscorso vale anche per l’ultima edizione del manuale), questo curioso disordine mentale consisterebbe in un “atteggiamento continuo di ostilità, disobbedienza e comportamento ribelle”, e i sintomi includono per l’appunto ribellione, negatività, contestazione dell’autorità, ed essere polemici.
Non ci vuole un genio per intravedere che cosa si nasconde dietro questa nuova lingua universale e dogmatica che è lo psichiatrese: un globale silenziatore per ogni pensiero divergente, per ogni dissidenza, per ogni critica all’ideologia dominante che è espressione del potere.

Il secondo: con il DMS-5, anche la comune sofferenza umana viene considerata una specie di malattia mentale. L’APA fa meraviglie!

Allen Frances (il direttore della squadra che ha messo a punto il DSM-4) ha sentenziato in merito: «Il mio miglior consiglio ai clinici, alla stampa ed al pubblico in generale è: siate scettici e non seguite ciecamente il DSM-5 lungo una direzione che porterà facilmente ad un eccesso di diagnosi e ad un dannoso eccesso di somministrazione di farmaci».  Quello che allarma in modo particolare Frances, e non certo solo lui, è il fatto che il DSM-5 renda patologici delle normali sofferenze umane. Il 7 gennaio 2013, nel suo articolo Ultimo appello al DSM-5: proteggete la sofferenza dalle grinfie dell’industria farmaceutica, Frances scrive : «Far diventare la sofferenza umana una malattia mentale sarà *la manna* per l’industria farmaceutica ed una carneficina per chi soffre. È una decisione autodistruttiva per lo stesso DSM-5 ed inoltre mina la credibilità dell’APA. La Psichiatria non dovrebbe disconoscere la normalità».
Dobbiamo fare un passoindietro per mettere bene a fuoco la questione: nel DSM-4, alla cui redazione Frances ha contribuito più di tutti, c’era la cosiddetta «esclusione del lutto» che stabiliva la non diagnosi di disturbo psichiatrico di depressione nel caso di sofferenza per la perdita di persona amata, anche se accompagnata da sintomi di depressione. Prima del DSM-5, l’APA aveva riconosciuto che avere dei sintomi di depressione nel soffrire la perdita di una persona amata fosse una cosa normale e non una malattia. Prossimamente, una normale sofferenza umana accompagnata da sintomi riconducibili alla depressione porterà invece alla diagnosi di depressione.
La partita è chiusa; i difensori della normalità – preoccupati anche della perdita di credibilità dell’APA – hanno perso. I promotori della diffusione malattia mentale, gli psichiatri neocons, hanno vinto.
Ma non è finita qui. Il DSM-5 inventa di sana pianta nuove malattie mentali. Si pensi per esempio a questa nuova diagnosi di malattia mentale messa a punto specificamente per i bambini, siglata DMDD, disruptive mood dysregulation disorder, in italiano: disturbo da cattiva regolazione di uno stato d’animo esplosivo. Ci si riferisce qui agli scoppi di collera tipici nei neonati e nei bambini; Frances tira questa conclusione sul DMDD : «trasforma il fare i capricci tipici del bambino in una malattia mentale».

A questo punto non guasta un breve riepilogo della storia del DSM.

Il primo DSM è del in 1952 ed elenca 106 disturbi (inizialmente indicati come «reazioni»). Il DSM-2 viene pubblicato nel 1968, il numero dei disturbi passa da 106 a 182.
Sia il primo DSM che il DSM-2 includevano l’omosessualità fra le malattie mentali. Negli anni ’70, in concomitanza con l’aumentare del significato del DSM cresce l’attivismo del mondo gay. Ne deriva che il tema psichiatrico-politico più noto e visibile diviene l’eliminazione dell’omosessualità dalle malattie mentali. Gli attivisti gay manifestano durante le riunioni dell’APA, che sul tema si divide ferocemente.
Così, mentre da una parte nel DSM-3 l’omosessualità viene eliminata dalle patologie, dall’altra il loro numero cresce e passa da 182 a 265. In particolare, grazie all’aggiunta di molte diagnosi che riguardano i bambini e che diventeranno rapidamente molto popolari. Una fra tutte l’ODD od oppositional defiant disorder [disturbo oppositivo provocatorio].
Il DSM-4 esce nel 1984 ed elenca 297 disturbi ed oltre 400 tipi di diagnosi di specifiche malattie mentali. Nel numero del febbraio 1997 di Harper’s, L.J. Davis scrive una recensione del DSM-4 intitolat: «L’Enciclopedia dell’infermità mentale: un manuale di psichiatria elenca una pazzia per ognuno di noi» nella quale scrive che il DSM-4 «è lungo 886 pagine e pesa, nell’edizione paperback, poco meno di 1,5 kg. Se indossato in battaglia e posto sopra al cuore, potrebbe probabilmente fermare una pallottola calibro militare .50 sparata da 1500 metri. [cioè un tiro mortale di un cecchino]».
Ma per Allen Frances, il DSM-5 non è un’occasione per farsi due risate. Infatti ci ricorda che: «Le nuove diagnosi in psichiatria sono più pericolose dei nuovi farmaciperché è da esse che dipende se milioni di persone assumeranno o meno i farmaci; tra l’altro di regola dopo visite sommarie o da parte di non specialisti. Benché l’APA sostenga che il DSM-5 non espanda sostanzialmente il numero totale delle malattie mentali, è sufficiente un’unica modifica del DSM-5 (quella che elimina l’esclusione della diagnosi di depressione nel caso di lutto), per creare milioni di malati di depressione inesistenti.

Che cosa dovremmo pensare del fatto che tra le “nuove” malattie mentali sono comprese: l’arroganza, il narcisismo, la creatività al di sopra della norma, il cinismo e il comportamento anti-sociale, che in passato venivano considerati semplicemente “tratti delle personalità”?

A chi giova la creazione dal nulla di nuove patologie? Nessuno vede, dietro l’angolo, i grandi sorrisi delle Lobby farmaceutiche?

Normalizzare la devianza e patologizzare la normalità significa rendere tutti bisognosi di cure. La devianza infatti non potrà mai essere completamente normalizzata, se non fosse altro per un principio statistico, e la normalità non verrà più ad essere difesa dall’evidenza: chi si troverà a protestare, infatti, sarà considerato automaticamente bisognoso di cure (in base alla diagnosi di “oppositional defiant disorder“).

Non si può evitare un collegamento logico con quanto sta avvenendo anche in Italia, con l’introduzione dello psicoreato di “omofobia“. Pseudo-reato, ricordiamolo ancora una volta, che è logicamente e giuridicamente assurdo. La fobia, quella vera, è infatti una malattia psichiatrica: abbiamo sindromi fobiche (fobia da situazione, fobia da esseri viventi fobia da oggetti, fobie ossessive). Ma da quando una malattia può diventare reato? In realtà questo neologismo assurdo – “omo-fobia” – sembra confezionato apposta per tappare la bocca a chi vuole difendere la famiglia naturale e i diritti dei bambini. Ma l’omofobia non è l’equivalente logico del dissenso e se la patologia, quella vera, è tale allora va curata e non può invece essere definita “omofoba” (quindi malata) una persona solo perché non condivide che i bambini vengano privati del loro diritto naturale di avere un padre e una madre.

 

 

 

 


 

 

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E’ “la scienza” a decidere tutto?

 

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La forza dell’Impero è tutta orientata al dissolvimento dell’etica tramite un suo progressivo asservimento al mondo economico, dominato dalla Tecnica. Lo sfondo è quello dell’epopea iper-liberista, della favola del post-capitalismo che divora ogni cosa: distratti dal miraggio di una libertà e di un benessere assoluti e assolutamente diffusi, siamo in realtà tutti resi sempre più schiavi e sempre più tecno-dipendenti. In questo quadro, la “crisi dell’esistenza” ed in particolare la “crisi dell’Europa” di cui oggi tanto si parla, costellata da un universo di dissoluzioni che non sono solo occidentali ma planetarie, lo scenario non è dato dall’accadimento improvviso ed imprevedibile di un oscuro ed incomprensibile destino. Non è quella che siamo costretti a vivere una situazione inaspettata, che non abbia una sua spiegazione precisa, che non si possa comprendere, che non offra delle riflessioni per porre rimedio al disastro, e nemmeno una situazione che nessuno abbia pre-visto. Ma sia la pre-visione che la possibilità di comprensione sono possibili solo a partire da uno sguardo generalmente culturale e precisamente politico, economico e filosofico che punti al cuore del problema, andando a svelare il progetto politico (e quindi daccapo: di potere) che sta dietro la costruzione di un’ “Europa” siffatta. Penso così ad Edmund Husserl aveva perfettamente capito, tra le altre cose, come per comprendere il senso della crisi europea (di allora, come di oggi) avremmo dovuto oggi utilizzare precise categorie filosofiche per porre sul tavolo della discussione un’attenta critica del razionalismo stesso, di quella corrente filosofica, di quella visione del mondo che sta all’origine della stessa idea (fallimentare) di Europa. L’Europa nasce infatti da un fallimento della ragione, non solo da un errore politico o economico: quella stessa ragione, infettata dal Potere, che oggi pensa solo alla maniera del naturalismo e e dell’obiettivismo. L’origine del male è sempre l’uomo e ciò che l’uomo pensa di se stesso. La crisi dell’esistenza europea ha così solo due sbocchi possibili: il tramonto dell’Europa, nell’estraniazione rispetto al senso razionale della propria vita, la caduta nell’ostilità allo spirito e nella barbarie, oppure la rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia fondata sull’evidenza e nemica del Potere, attraverso un eroismo della ragione capace di superare definitivamente il riduzionismo naturalista che l’Impero pretende, al fine di condurre il pianeta ad una totale esperienza di mercificazione dell’umano.

Una delle vie per contrastare quest’avanzata imperiale sta dunque proprio nella pratica filosofica. Che sia raffinata o portata avanti con la parola del quotidiano, nella maggior divulgazione possibile (così com’è nel nostro caso), si tratta di procedere – come sempre, del resto – all’analisi critica del circostante, in una volenterosa azione di smascheramento quotidiano. Sia il caso di una battuta, di un saggio, di un articolo di poche righe: non importa. Si tratta qui di mozzare, uno ad uno, i tanti tentacoli dell’Impero. Molti sono i modi. A partire – come cerco di fare nell’articolo che segue – da un’analisi impietosa di quello che succede quando si perde la bussola del sapere etico e ci si rinchiude nella cieca prospettiva della Tecnica: sottoporre a una critica seria e peraltro estremamente necessaria la scientificità di tutte le scienze, com’era nello stile e nella pratica di Husserl, è una difesa dell’anima razionale dell’uomo che io ritengo oggi non solo ancora possibile, ma ora più che mai necessaria alla sopravvivenza stessa dell’uomo, nel recupero di un dialogo condiviso e dell’originario compito della stessa filosofia: un compito infinito, certo, ma non per questo da abbandonare.

È andato perduto il senso della filosofia “in quanto movimento storico della rivelazione della ragione universale, innata come tale all’umanità”», scriveva Husserl ne “La crisi delle scienze europee”. Sarei curioso di leggere un suo commento circa quello che stiamo facendo noi, oggi, con la Tecnica di cui non disponiamo ma che ci dispone, con la Tecnica da cui siamo in realtà dominati.

Cerco di tracciare qualche linea critica nella riflessione che segue.

Alessandro Benigni


Supremazia delle scienze? Fine dell’etica

 

Spaventa davvero la velocità con cui questa morsa a tenaglia invisibile si stringe sul mondo occidentale, in un’indifferenza quasi totale. Nel tempo in cui ogni valore viene messo in discussione, in mancanza di una morale solida e condivisa, il nostro mondo si dà ciecamente in consegna alla “scienza”. E’ questo affidamento ingenuo che appare a qualcuno una morsa a tenaglia, appunto, perché in questo modo da una parte diventa meccanicamente lecito ciò che è tecnicamente possibile e dall’altra viene inconsapevolmente percepito come normale ciò che viene tecnicamente stabilito come tale.

E’ di qualche giorno fa la notizia che nel Regno Unito sarà possibile far nascere un bambino grazie ai gameti di tre genitori: presto avremo dunque essere umani figli biologici di tre persone. Uno stravolgimento brutale dell’atto procreativo (oltre che un salto nel buio dal punto di vista scientifico) che segna il degrado da atto d’amore, o almeno da unione e generazione naturale, a produzione in laboratorio di esseri umani.

I nostri tempi sono ormai questi: è la scienza a decidere tutto, sia ciò che è moralmente lecito, sia ciò che è umanamente normale. All’orizzonte qualcuno intravede già i contorni della società che ci attende: nessun criterio per distinguere il bene dal male, nessun confine certo tra giusto e sbagliato, tra sano e malato. Il tutto in mano agli interessi dei gruppi che di volta in volta orientano le masse verso i consumi.

La normalizzazione dell’anormalità, d’altra parte, è un fenomeno ben radicato nella storia più recente, da ascrivere totalmente all’incapacità contemporanea di distinguere i mezzi dai fini. Una generale amnesia che ha portato a depennare perfino un filosofo universale, un pensatore laicissimo come Immanuel Kant, che nella Critica della Ragion Pratica sintetizzava in questo modo l’imperativo morale: “Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo”.

Ma la scienza non è in grado di determinare alcunché in campo etico e pertanto il fine generale prevalente sarà sempre più il piacere del singolo individuo, il soddisfacimento dei desideri di ognuno. Di conseguenza l’umanità viene sempre più ridotta ad un mezzo tra i tanti: “Le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto”, ammetteva sconsolato Edmund Husserl (La crisi delle scienze europee, 1954)

Parole al vento, quelle di Kant e quelle di chi ha proclamato l’esigenza di una morale universale che indichi a tutti noi (e alla scienza) la strada da seguire: e non il contrario. Tanto che in questa rincorsa ai confini dell’abisso c’è già chi ipotizza che nel prossimo DSM (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) la pedofilia verrà completamente sdoganata e ridotta ad un orientamento sessuale, uno tra i tanti: ed è preoccupante che alcune recenti conferenze si siano mosse proprio in questa direzione, arrivando ad affermare che non si può dire con certezza che la pedofilia provochi dei danni misurabili nei bambini. Se non fa danni, per quali motivi non dovrebbe essere consentita?

E d’altra parte il logico complemento di questa normalizzazione non può che essere la patologizzazione della normalità, per la gioia dei colossi farmaceutici.

Pensiamo ad esempio al caso di questa nuova malattia, inventata di sana pianta, definita nell’ultimo DSM “oppositional defiant disorder” (ODD): un curioso disordine mentale che consisterebbe in un “atteggiamento continuo di ostilità, disobbedienza e comportamento ribelle”. I sintomi di questa “malattia” includono ribellione, negatività, contestazione dell’autorità, ed essere polemici: non sembra questa la logica premessa di un futuro silenziatore globale per ogni pensiero divergente, per ogni dissidenza, per ogni critica all’ideologia dominante?

E non è certo un caso isolato, purtroppo. D’ora in poi, perfino la comune sofferenza umana verrà considerata una specie di malattia mentale. Tanto che Allen Frances * ha sentenziato in merito: «Il mio miglior consiglio ai clinici, alla stampa ed al pubblico in generale è: siate scettici e non seguite ciecamente il DSM-5 lungo una direzione che porterà facilmente ad un eccesso di diagnosi e ad un dannoso eccesso di somministrazione di farmaci», ed aggiungendo in seguito: «Far diventare la sofferenza umana una malattia mentale sarà la manna per l’industria farmaceutica ed una carneficina per chi soffre».

E non è finita qui. Il nuovo DSM inventa di sana pianta nuove malattie mentali anche per i più piccoli. Si pensi per esempio al DMDD, “disruptive mood dysregulation disorder”: disturbo da cattiva regolazione di uno stato d’animo esplosivo (ci si riferisce qui agli scoppi di collera tipici nei neonati e nei più piccoli). E’ sempre Frances a tirare questa conclusione: in questo modo si «trasforma il fare i capricci tipici del bambino in una malattia mentale». Tutti sappiamo che dove c’è una malattia c’è un’azienda che produce un farmaco: qual è il fine reale della creazione a tavolino di nuove malattie?

Del resto non è in discussione proprio in questi mesi, nel nostro paese, lo psico-reato di omofobia?

Qualcuno forse spera che sia ancora una volta la scienza a fornirci un farmaco in grado di curare quei pazzi che oggi vogliono difendere il diritto di ogni essere umano ad avere un padre e una madre.

Come volevasi dimostrare.

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Note:

* Allen Frances è il direttore della team di specialisti che ha messo a punto la penultima versione del DSM, il n. 4.

 

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OPSSSSS! UN ALTRO STUDIO SUI GENITORI DELLO STESSO SESSO SMASCHERATO.

La telenovela dei trent’anni di studi sui bambini cresciuti nelle famiglie dello stesso secondo la quale non ci sono differenze con quelli cresciuti in famiglie “tradizionali” non finisce mai di stupire. Dopo che numerosi psicologi ed esperti di psicologia sociale hanno messo in evidenza i numerosi e gravi limiti metodologici di queste ricerche, adesso si scopre anche dei clamorosi errori nel rilevamento dei dati che ne inficerebbero completamente il risultato. E’ il caso ad es. dello studio “A Population-Based Comparison of Female and Male Same-Sex Parent and DifferentSex Parent Households. Henny M. W. Bos, Lisette Kuyper, Nanette K. Gartrell” Pubblicato su Family Process nel 2017. Secondo Donald P. Sullins, sociologo e statistico della Catholic University of America, i questionari utilizzati per la ricerca sarebbero soggetti ad un certa quantità di errori. Gli intervistati infatti possono marcare la casella sbagliata o premere il tasto sbagliato della tastiera proprio nella classificazione del sesso del proprio partner. E’ stato infatti riscontrato che ad es. nel censimento della popolazione statunitense circa il 40% di coppie dello stesso sesso erano state classificate come coppie di sesso diverso. Poichè le coppie dello stesso sesso sono meno dell’1% della popolazione, anche un piccolo errore di classificazione può comportare una grave inaccuratezza con conseguenze rilevanti sui risultati degli studi. Nel caso della ricerca in questione, effettuata in Olanda con intervista guidata su PC, il rilevamento del genere di appartenenza avveniva premendo il tasto “1” o “2” sulla tastiera, procedura che è soggetta a numerosi errori. Diverse incongruenze suggeriscono infatti che ci siano stati gravi errori di classificazione. Ad es. nello studio il 52% del campione è costituito da coppie di maschi, mentre questa tipologia “familiare” rappresenta solo il 14% delle coppie dello stesso sesso con prole secondo i rilevamenti del servizio statistico dei Paesi Bassi. Sempre secondo le statistiche olandesi le coppie dello stesso sesso con figli conviventi rappresentano lo 0,28% delle coppie con prole, mentre nello studio di Bos et al. risultano tre volte più numerose. Basandosi su queste improbabili disparità riscontrate, viene stimato che circa il 65% del campione di controllo utilizzato potrebbe essere stato costituito da coppie in cui è stata sbagliata la classificazione. Sebbene si tratta di problemi ben noti in questo tipo di statistiche, gli autori non hanno fornito alcun elemento che possa assicurare che il campione utilizzato sia veramente rappresentativo rendendo assi discutibile il risultato del proprio report.
Ma non è l’unico caso finito sotto la lente di ingrandimento di Sullins. Anche in un analogo studio americano (“Family Structure and Child Health: Does the Sex Composition of Parents Matter?” pubblicato nel 2017 su demography) sono stati riscontrati i medesimi problemi.

Bibliografia
Black, D., Gates, G., Sanders, S., & Taylor, L. (2007). The measurement of same-sex unmarried partner couples in the 2000 U.S. Census (Working Paper Series No. CCPR-023-07). Los Angeles: California Center for Population Research. Retrieved from
Sullins, D. P. (2017). Sample Errors Call Into Question Conclusions Regarding Same-Sex Married Parents: A Comment on’A Population-Based Comparison of Female and Male Same-Sex Parent and Different-Sex Parent Households.’Henny MW Bos, Lisette Kuyper, Nanette K. Gartrell, Family Process (2017).
Sullins, D. P. (2017). Sample Errors Call Into Question Conclusions Regarding Same-Sex Married Parents: A Comment on “Family Structure and Child Health: Does the Sex Composition of Parents Matter?”. Demography, 54(6), 2375-2383.

DISFORIA DI GENERE. COME ROVINARE I PROPRI FIGLI

La cosa più amorevole da fare per i bambini che affrontano la disforia di genere e rassicurarli che loro sono nati nel corpo giusto. E poi aiutarli. Non l’aiuto che somministra farmaci e raccomanda la chirurgia, ma quello che identifica il disagio psicologico di fondo e cerca di sanarlo.

E poi respingere con tutte le forze l’idea pericolosa che viene promossa che i bambini possano o debbano “transitare” nel sesso opposto.

Perché una volta che avete mutilato i vostri bambini attraverso il blocco della pubertà, gli ormoni e la chirurgia, non c’è modo di tornare indietro come questa mamma si è accorta troppo tardi.

“Salve

Ho sempre supportato mia figlia transgender. Quando era ancora un ragazzo e cominciò a esprimere il desiderio di essere una femmina. Ho fatto tutte le cose giuste: terapisti, blocco della pubertà, ogni cosa.

Adesso ha 20 anni e tutto sta andando a pezzi. Abbiamo dovuto posticipare l’operazione chirurgica a causa dei costi, ma adesso finalmente abbiamo abbastanza soldi e siamo andati da diversi specialisti. Tutti ci hanno detto la stessa cosa. I farmaci per bloccare la pubertà l’hanno lasciata con un micro pene. Si utilizzerà una parte del suo colon per costruire la vagina. Uno dei suoi amici che si è sottoposto all’intervento a distanza di un anno ha la vagina che odora quasi come il colon. Naturalmente mia figlia è ora sconvolta. E’ in terapia, ma il suo stato mentale sta peggiorando sempre di più ed io sono disperata. Oltretutto lei non ha mai avuto alcuna funzionalità sessuale. Nessuno stimolo, nessuna erezione anche quando lei prova a masturbarsi per vedere se può stimolarsi da sola… ma niente. I dottori dicono che questo potrebbe non cambiare anche dopo l’operazione. La sua prospettiva di vita è triste. Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma questa è una cosa impossibile. L’unico uomo che è stato con lei per un po’ l’ha lasciata perché frustrato dalla sua mancanza di sessualità.

Non so cosa fare, vi prego aiutatemi.”

Fonte
https://www.facebook.com/katyfaustblogger/

QUELLO CHE LE FEMMINISTE NON DICONO SULL”ABORTO

È passata da circa un mese la “giornata nazionale per l’aborto libero e sicuro” in cui qualche gruppo ultrafemminista ha ribadito il proprio pensiero dell’aborto quale “diritto umano” che ogni Stato per dirsi civile dovrebbe garantire su richiesta e senza giustificazioni (“ond demand and without apologize” era uno degli slogan internazionali della giornata). Ma davvero “le donne” vogliono questo? Davvero le donne che dicono di volerlo sanno di che si tratta? Davvero lo sanno tutti quelli che ne discutono? Davvero tutti quelli che ne parlano come di una “conquista di civiltà” sanno che civiltà ne ha promosso la diffusione?

Proviamo a fare il punto, premettendo che sono una donna, madre, volontaria di un Centro di aiuto per la Vita in cui di storie così ne sono passate tantissime.
Parliamo di cos’è un aborto, innanzitutto. Una donna sospetta di essere incinta a circa 2-3 settimane di età di sviluppo embrionale quando ormai il figlio è ben impiantato nel suo utero. In teoria nel giro di pochi giorni può sottoporsi ad un aborto, normalmente però tra visite di conferma e tempi di attesa personali e del sistema sanitario la maggior parte degli aborti avvengono intorno tra le 8 e le 10 settimane.
A questo punto le opzioni sono tre, aborto chimico (RU 486) se eseguito prima della 7° settimana , aborto chirurgico per aspirazione o raschiamento, aborto per induzione di parto pretermine nel caso di aborto cosiddetto “terapeutico” dopo la 16° settimana. Vediamo in che cosa consistono. 
Aborto chimico: alla donna viene fatta assumere una dose di Mifepristone (RU486) che uccide chimicamente l’embrione. Dopo alcune ore viene data una dose di prostaglandine che inducono contrazioni per il distacco dell’embrione morto e la sua espulsione nel giro di alcune ore o giorni, in modo diverso per ogni donna. Dopo alcuni giorni la donna deve sottoporsi a controlli medici per avere la conferma dell’avvenuto completamento dell’aborto. Questo processo comporta la diretta responsabilità della donna nella procedura abortiva, spesso provoca crampi ed emorragie importanti, talvolta la necessità di un aborto chirurgico per la non perfetta espulsione di tutto il contenuto dell’utero (non solo l’embrione ma anche annessi fetali) e la possibilità che la donna veda il corpicino di suo figlio espulso con le perdite ematiche.
Aborto chirurgico per aspirazione: nell’utero della donna viene infilata una cannula che aspira l’embrione sbriciolandolo grazie alla forza della pompa di aspirazione. Nel caso di gravidanze oltre un certo grado di sviluppo il personale sanitario deve controllare che tutti i pezzi del feto siano presenti nel materiale raccolto nel contenitore dell’aspiratore.
Aborto per raschiamento: nell’utero viene inserito una “curette” (uno strumento chirurgico a forma di anello) che stacca dall’utero la placenta e l’embrione, facendolo a pezzi in caso di aborto non proprio precoce. Anche qui va controllato che siano stati asportati tutti i frammenti.
Talvolta i due sistemi sono combinati.
Aborto per induzione di parto pre-termine: questo è l’aborto che si fa quando parliamo di “aborto terapeutico”. In pratica viene indotto un parto anticipato tra la 15° e la 23° settimana (attualmente termine in Italia considerato come limite perché un bambino nato poco dopo sopravvivrebbe quasi con certezza ma in alcuni Paesi anche oltre) e la donna ha un travaglio ed un parto “normali” da cui nasce un bambino estremamente prematuro, talvolta già deceduto ma spesso ancora vivo che morirà sul tavolo operatorio nel giro di qualche minuto ma anche diverse ore perché incapace di una respirazione autonoma efficace.
Si parla tanto di “consenso informato” ma le donne prima di abortire vengono informate su cosa sta per succedere loro e al figlio che portano in grembo? E sanno di avere, secondo la l.194, diritto a proposte di alternative concrete per superare le situazioni che le portano a questa decisione? Sanno dei rischi immediati dell’intervento e delle conseguenze sulla loro vita riproduttiva futura e su quella psicologica?
Sanno che se prendono la RU486 potrebbero vedere loro figlio cadere nel water durante dolorosi crampi che sono in realtà contrazioni espulsive? Sanno che l’aborto “terapeutico” consiste in un vero e proprio parto dopo il quale loro figlio (cui prima di sapere la diagnosi probabilmente hanno saputo il sesso e anche dato un nome) morirà per asfissia?
Sanno che il loro corpo “saprà” che hanno partorito e il loro seno produrrà latte e dovranno prendere altri farmaci per farlo andar via? Sanno dell’aumentato rischio di sterilità, di gravidanze extrauterine, di infezioni pelviche, di aborti spontanei in future gravidanze? Sanno della maggior incidenza di depressione nelle donne che hanno scelto di abortire rispetto a quelle che hanno accettato di portare avanti una gravidanza indesiderata?
Sanno che è maggiore anche il rischio suicidario in questo caso? Sanno di poter partorire in anonimato anche dopo essere state ospitate eventualmente in una struttura protetta e dare in adozione il bambino concedendo a lui di vivere ed ad una coppia sterile di diventare genitori? E di poter cambiare idea anche entro i due mesi?
Ecco, quando leggo articoli in cui si parla di aborto come un “diritto” delle donne mi domando se il “diritto” ad essere informate sull’orrore che quella decisione comporta ed ad essere aiutate a portare avanti la gravidanza non dovrebbe essere prioritario. E no, non sono diritti sullo stesso piano. Abortire non vuol dire eliminare i problemi che una gravidanza imprevista o una diagnosi prenatale negativa porteranno nella nostra vita. Vuol dire eliminare nostro figlio perché la sua vita ci creerà quei problemi.
Perché il figlio ce l’abbiamo dal momento che restiamo incinte e se non è sempre una bella notizia, sempre di un figlio si tratta. E, che lo teniamo o lo uccidiamo (sì, l’aborto uccide un figlio non un “grumo di cellule” informe, a quell’età ci sono già un cuore che batte e un cervello che cresce), rimarremo madri di quel bambino per sempre con la differenza che saremo madri di un figlio morto per una decisione che, per quanto sofferta, è sempre e soprattutto nostra.
Quale società può dirsi civile se consente di eliminare i problemi dalla vita di qualcuno eliminando qualcun altro? Qualcun altro che è più debole, fragile e senza possibilità di far valere le sue ragioni? Quale società può dirsi civile se addossa ad una donna, in uno dei momenti più difficili e delicati della sua vita, la decisione di restare sola coi suoi problemi ed un figlio o la possibilità di uccidere il figlio nella speranza di risolvere i suoi problemi senza nemmeno la consapevolezza che ne avrà senz’altro altri, forse peggiori e senza alternative? Una civiltà in cui ad una coppia che aspetta un bambino con sindrome di Down o un’altra qualunque patologia viene prospettata come “normale” e spesso consigliata l’idea di farlo nascere perché muoia?
Qualunque altro modo di affrontare la questione senza tener conto di queste domande fondamentali, mettendo il focus sulla libertà, sulla scelta, sull’autonomia della donna è pura ipocrisia. L’aborto è un orrore da qualunque parti lo si guardi e le donne meritano di meglio.

Annarosa Rossetto

Fonte: http://www.lefondamenta.it/2017/11/09/quello-le-femministe-non-dicono-sullaborto/

IL TABÚ DEL RIMPIANTO DI CHI HA CAMBIATO SESSO

Il nuovo tabù: sempre più persone rimpiangono il cambiamento del sesso e vogliono la ‘de-transizione’, dice il chirurgo



Il dottor Miroslav Djordjevic dice che sempre più persone, in particolare le donne transessuali di oltre 30 anni, chiedono un intervento di inversione, ma i loro rimpianti restano tabù
Cinque anni fa, il professor Miroslav Djordjevic, noto chirurgo di “riassegnazione genitale”, ricevette un paziente presso la sua clinica di Belgrado. Era un paziente transgender che aveva avuto un intervento chirurgico in un’altra clinica per rimuovere i genitali maschili ed in seguito aveva cambiato idea.

Quella fu la prima volta che Djordjevic venne contattato per eseguire una chirurgia cosiddetta di “inversione”. Nel corso dei sei mesi successivi altre sei  persone si sono recate da lui, con lo stesso desiderio di invertire i loro interventi chirurgici. Pazienti provenienti da paesi in tutto il mondo occidentale, compresa la Gran Bretagna, tutti uniti da un acuto senso di rammarico. Attualmente, Djordjevic ha altre sei persone in attesa di decidere con la sua clinica circa questa “inversione” e due che attualmente stanno sottoponendosi al processo stesso; ricostruire i genitali maschili è una procedura complessa e, per essere completamente effettuata, richiede numerose operazioni nel corso di un anno per un costo di circa 18.000 euro.

Coloro che desiderano l’inversione, dicono Djordjevic, gli hanno parlato di depressione profonda dopo la loro transizione e, in alcuni casi,  di aver persino contemplato il suicidio. “Può essere davvero devastante ascoltare queste storie”, dice il 52enne. Eppure, la maggior parte di queste persone non trovano ascolto.

Nelle settimane scorse è uscita la notizia che la Bath Spa University (GB) ha rifiutato una domanda di ricerca sulla “inversione” delle riassegnazioni di genere, perché era un argomento ritenuto “potenzialmente politicamente scorretto”.

 James Caspian, uno psicoterapeuta specializzato nel lavoro con i transgender, ha suggerito la ricerca dopo una conversazione con Djordjevic nel 2014 in un ristorante di Londra dove il medico serbo gli aveva raccontato il numero di inversioni che stava vedendo e la mancanza di rigore accademico sul tema .

Secondo Caspian, l’università ha inizialmente approvato la sua proposta di ricerca sulla “de-transizione”. Egli aveva raccolto alcuni risultati preliminari che suggerivano che un numero crescente di giovani, in particolare di giovani donne, cambiavano genere per poi rammaricarsene.

Ma dopo aver presentato una proposta più dettagliata alla Bath Spa, ha scoperto che questa stata rifiutata dal comitato etico dell’ università, che l’ha respinta per timori delle critiche che potrebbero essere rivolti all’università, non da ultime quelle sui social media da parte della potente lobby transgender.

Successivamente Caspian si è detto “stupito” alla decisione, mentre la Bath Spa University ha avviato un’indagine interna sul motivo per cui la ricerca è stata rifiutata e attualmente si rifiuta di commentare ulteriormente.

Fino a quando l’inchiesta non sarà completa, Djordjevic, che esegue annualmente circa 100 interventi chirurgici sia nella clinica di Belgrado che nell’ospedale di Monte Sinai di New York, non è disposto a dare la sua esatta opinione sull’apparente rifiuto, ma ammette che è sconcertato perché esiste una disperata necessità per una maggiore comprensione di queste richieste di “inversioni”.

“Sicuramente l’inversione di chirurgia e il rimpianto nelle persone transgender è uno dei temi molto caldi”, dice. “In generale, dobbiamo sostenere tutte le ricerche in questo campo”.

Djordjevic, che ha 22 anni di esperienza di chirurgia ricostruttiva genitale, opera seguendo rigidi protocolli. Prima di qualsiasi intervento chirurgico, i suoi pazienti devono sottoporsi ad una valutazione psichiatrica per un minimo di uno fino a due anni, seguiti da una valutazione e terapia ormonali. Richiede anche due lettere di raccomandazione da parte di professionisti per ogni persona e tenta di rimanere in contatto il più a lungo possibile con i pazienti dopo l’intervento chirurgico. Attualmente, è in contatto ancora con l’80% dei suoi ex pazienti.

In seguito alle conversazioni con coloro che sono stati sottoposti a  “inversione”, Djordjevic afferma di avere serie preoccupazioni  circa il livello di valutazione e consulenza psichiatrica che la gente riceve altrove prima che la prima “riassegnazione di genere” avvenga.

Djordjevic teme che il denaro sia alla radice del problema e dice che i suoi pazienti di “inversione” gli hanno detto che spesso alle loro richieste di chiarimenti con i chirurghi sulle procedure veniva risposto semplicemente di mandare un assegno.

“Ho sentito storie di persone che sono state visitate da chirurghi che hanno controllato solo se avevano i soldi per pagare”, dice. “Dobbiamo fermare tutto ciò. Come comunità dobbiamo fare regole molto forti: non deve essere permesso a nessuno di fare questo tipo di chirurgia semplicemente per guadagnare soldi”.

Ad oggi, tutti le sue “inversioni” sono state “donne” transessuali di età superiore a 30 anni che desideravano ripristinare i loro genitali maschili. Negli ultimi due decenni, l’età media dei suoi pazienti è più che dimezzata, tra i 45 ei 21 anni. 

Sebbene le linee guida dell’Associazione Mondiale dei Professionisti della Salute dei Transgender (WPATH) attualmente stabiliscano che nessuno di età inferiore ai 18 anni dovrebbe essere sottoposto a un intervento chirurgico, Prof. Djordjevic teme che questo limite di età potrebbe presto ridursi ad includere i minori. Se dovesse succedere, egli afferma, rifiuterà di rispettare le regole. “Temo che cosa accadrà cinque o dieci anni dopo con queste persone”, dice. “È più che un intervento chirurgico; è un problema dei diritti umani. Non potrei accettarli come pazienti poiché temerei per la loro psiche “.

Gli accessi sia di bambini che di adulti alle cliniche di identità di genere nel Regno Unito sono aumentate drammaticamente negli ultimi 10 anni. Nel mese di aprile, la Tavistock e Portman NHS Foundation Trust, l’unica clinica per gli adolescenti in Inghilterra, ha riferito 2.016 accessi al servizio per l’identità di genere in età dello sviluppo, un aumento del 42% rispetto all’anno precedente che aveva già segnato un aumento del 104% rispetto all’anno prima.

La clinica sottolinea che la maggior parte dei giovani che accedono finiscono col non ricevere il trattamento fisico presso il loro servizio. Mentre gli orientamenti del Servizio Sanitario Inglese (NHS) affermano che i giovani non devono essere trattati con ormoni del sesso opposto fino a 16 anni, sono state sollevate preoccupazioni per la mancanza di regolamentazione, in particolare nel settore privato.

All’inizio di questo mese, è stato rivelato che una deputata del Monmouthshire, la D.ssa Helen Webberley, è stata indagata dal Consiglio Generale Medico (GMC), dopo le denunce di due medici di famiglia perché aveva trattato bambini di soli 12 anni con ormoni nella sua clinica privata, specializzata in questioni di “identità di genere”.

Webberley replica di non aver fatto nulla di sbagliato e che non ci sono “sentenze o verdetti” emessi contro di lei. “Ci sono molti ragazzini sotto i 16 anni che sono disperati perché vorrebbero che la pubertà che loro considerano naturale (ovvero del sesso opposto, n.d.t),  iniziasse presto”, ha detto questo mese.

Djordjevic la vede in modo diverso e ammette di avere riserve profonde nel trattare i bambini con farmaci ormonali prima del raggiungimento della pubertà, anche perché bloccando alcuni ormoni prima che abbiano sufficientemente agito sullo sviluppo significa che potrebbero esserci difficoltà nel subire una chirurgia di riassegnazione in futuro.

“Eticamente, dobbiamo aiutare qualsiasi persona in tutto il mondo a partire dai tre ai quattro anni, ma nel modo migliore” dice. “Cambiare la salute generale con un qualche farmaco, non è una teoria che io posso sostenere”.

Queste sono questioni che cambiano profondamente la vita e intorno alle quali egli – come molti nel suo settore – sente che è necessario un dibattito migliore di quello che c’è stato finora per capirle più in profondità. Ma al momento sembra che il dibattito sia semplicemente vietato.

Fonte: http://nationalpost.com/news/world/the-new-taboo-more-people-regret-sex-change-and-want-to-detransition-surgeon-says

​OMOSESSUALITÀ E GENETICA

Gli studi più recenti sui gemelli identici offrono degli interessanti spunti per cercare di capire le origini dell’orientamento sessuale umano. In una ricerca su oltre 2.300 coppie di gemelli monozigoti è stata riscontrata una concordanza per l’omosessualità del 18% per i maschi e del 22% per le femmine (Långström et al. 2010). In un altro studio (Bearman and Brückner 2002) la concordanza per l’attrazione verso individui dello stesso sesso è risultata molto più bassa (6,7%) e non statisticamente diversa da quella rilevata fra fratelli (5,5%). Complessivamente negli studi sui gemelli, la concordanza per l’omosessualità varia dal 6 al 32%. Tali differenze sono probabilmente spiegabili anche dal fatto che l’orientamento omosessuale è piuttosto fluido, per cui può risultare diverso anche a seconda del momento in cui viene fatto il rilevamento.

Benché sia innegabile che ci sia un’influenza genetica sull’orientamento omosessuale non c’è alcuna evidenza scientifica che questo sia determinato dai geni. Quello che si può dire è che ci sono determinati profili genetici (a cui corrispondono determinate personalità) che aumentano la probabilità che le persone si identifichino come gay e/o intraprendano un comportamento omosessuale (Mayer and McHugh 2016). La componente ambientale è decisamente più importante di quella genetica.

A questo proposito può essere paradigmatica la vicenda della variante genetica MAOA-L inizialmente associata ad un comportamento anti-sociale, aggressivo e violento (Beaver et al. 2009, McDermott et al 2009) e per questo denominato “gene del guerriero”. Gli studi più recenti hanno invece rilevato che questa variante genetica determina solo una maggiore predisposizione al rischio in chi la possiede (Frydman et al. 2010). Se si vive in un ambiente difficile (famiglie sfasciate o disfunzionali, basso livello di istruzione, povertà economica e sociale ecc.) può effettivamente aumentare il rischio sviluppare un comportamento antisociale e violento, ma in altre situazioni può rappresentare addirittura un vantaggio perché oltre a predisporre al rischio, consente di valutare meglio le possibilità di successo in situazioni critiche (i migliori operatori finanziari possiedono questa variante genetica). Quindi così come nessuno nasce delinquente,  è difficile credere che qualcuno nasca omosessuale.
Peter S. Bearman and Hannah Brückner, “Opposite-Sex Twins and Adolescent Same-Sex Attraction,” American Journal of Sociology 107, no. 5 (2002): 1179–1205.

Beaver et al., MAOA Genotype is Associated with Gang Membership and Weapon Use, Comprehensive Psychiatry, (2009)

J. Michael Bailey, Michael P. Dunne, and Nicholas G. Martin, “Genetic and environmental influences on sexual orientation and its correlates in an Australian twin sample,” Journal of Personality and Social Psychology 78, no. 3 (2000): 524–536.

Cary Frydman et al., MAOA-L carriers are better at making optimal financial decisions under risk, Proc. R. Soc. B, (2010)

Niklas Långström et al., “Genetic and Environmental Effects on Same-sex Sexual Behavior: A Population Study of Twins in Sweden,” Archives of Sexual Behavior 39, no. 1 (2010): 75–80.

Mayer, L. S., & McHugh, P. R. (2016). Sexuality and gender: Findings from the biological, psychological, and social sciences. The New Atlantis, 10-143. 

Rose McDermott et al., Monoamine oxidase A gene (MAOA) predicts behavioral aggression following provocation, Proc. Natl Acad. Sci., (2008)

a cura di Frank Gordon