L’invenzione dell’omofobia come strumento di controllo mentale e di oppressione sociale

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Con l’invenzione dell’omofobia si sono ottenuti effetti che vanno bel al di là della “lotta alle discriminazioni“. Il trucco? Funziona in questo modo:

 

  1. invento una nuova classificazione (l’omofobia, appunto), nella quale racchiudo non solo azioni oggettivamente discriminanti, ma anche ogni tipo di avversione, critica, legittima espressione di gusto e/o contrarietà, comprese le argomentazioni filosofiche e le posizioni psicologiche o religiose più differenti.

  2. da una parte inserisco l’omofobia nell’apparato delle malattie mentali e nell’elenco dei reati perseguibili per legge, mentre dall’altra normalizzo ogni comportamento e ogni crimine contro l’umanità, come per esempio l’inganno dei bambini, la loro compravendita, la deprivazione del padre o della madre per essere impiantati in coppie dello stesso sesso, l’utero in affitto, e così via.

  3. zittisco sistematicamente qualsiasi opposizione, anche religiosa, ogni argomentazione, ogni manifestazione di gusto o disgusto personale etichettandola come “omofoba”.

  4. utilizzo i mass media per denigrare in ogni modo e colpevolizzare tutto ciò che – secondo la mia ideologia – può essere classificato come “espressione omofoba”: gli avversari politici sono omofobi per definizione, così come i cattolici e chiunque non la pensi come me.

  5. provoco la reazione di chi si vede limitato – anzi in qualche caso perseguitato – nella sua libera attività di ricerca, di studio, di argomentazione, o anche solo di libera espressione sia religiosa che sentimentale che culturale: tutti si devono sentire sorvegliati e automaticamente stigmatizzati se dissidenti rispetto al pensiero dominante.

  6. A questo punto devo solo attendere: qualcuno sbotterà in malo modo e allora avrò creato qualcosa di oggettivo su cui innescare il processo di condanna-a-priori, ripetendo dall’inizio i punti dall’1 al 6.

  7. E il gioco è fatto.

    Semplice, no?

 

 

Alessandro Benigni

 

 

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Qual è la funzione sociale dei «divieti» e dei «tabù»?

 

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Non credo affatto che la contemporanea disaffezione delle Scienze Sociali nei confronti del concetto di «Tabù» sia casuale. In quanto concetto-cardine dell’antropologia culturale, i «tabù» (ma il discorso vale in generale per tutti i divieti), devono oggi essere dissolti e dimenticati, sottostimandoli ad inutili residui di un passato ormai remoto. Si tratta di un’operazione di ingegneria sociale, che ha come logica conseguenza l’indebolimento psichico e cognitivo tanto del singolo quanto della società intera.

Io credo invece che i tabù, i divieti, i «no», le critiche sociali, stigma compreso, abbiano una insostituibile funzione edificante e protettiva, tanto per l’individuo che per la società intera. I famosi «no che aiutano a crescere» sono gli stessi che proteggono tanto il bambino quanto una società intera. Proteggono dalla Follia e dal Nulla, che sempre restano in agguato nella storia dell’umanità.

 

 

Alessandro Benigni

 

 

La grande truffa

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Ai disturbarti dà fastidio. Mi dispiace, lo dico senza ironia. Ma tacere la realtà è peggio ed ingiusto, soprattutto nei loro confronti: i maschi vanno educati da maschi e le femmine da femmine. Nel rispetto di tutti e delle reciproche, sane, naturali, preziose e complementari differenze. La lotta indiscriminata alle differenze tra maschile femminile spacciate per stereotipi, è una grande truffa. È il primo degli stereotipi. Confondere archetipi con “costrutti culturali” è, questo sì, un (pessimo) costrutto culturale. Per di più dannosissimo. Da una parte si vuole negare il nesso natura-cultura, che è poi la pasta di cui è fatta l’umanità, fin dall’inizio. Dall’altra si vuole modificare, culturalmente, la natura umana: gli uomini possono essere donne e le donne possono essere uomini. A parte il corto-circuito logico, dietro questa follia troviamo una distorta idea di libertà: la stessa che giustifica ogni tipo di “libertà individuale”, facendo riferimento a diritti inesistenti, confezionati e sostenuti apposta per indebolire maschi e femmine. Come? Prima di tutto annullando le differenze che si attraggono e quindi mettendoli in lotta tra loro. Perfino l’aborto viene sostenuto sulla base di questa distorta idea di “libertà personale”, di “diritto individuale”, di “scelta” insindacabile del soggetto. Un soggetto atomizzato, completamente isolato, disconnesso dalla comunità in cui di fatto vive. L’eutanasia si diffonde sulla scorta dello stesso abbaglio etico e ontologico insieme: che cos’è un essere umano? E’ a questa domanda che dobbiamo, seriamente, tornare a rispondere. Prima che la mercificazione sia completa.  E si deve tornare a chiamare le cose col loro nome e a rimettere in piedi i fattori protettivi, sia individuali che collettivi, che hanno consentito all’umanità di sopravvivere.

Siamo sicuri che la «guerra ai tabù», la «lotta alla discriminazione» e la criminalizzazione indiscriminata dello «stigma sociale» producano vantaggi per la comunità?

Negare la realtà o volerla cambiare per assecondare o giustificare un disordine o un disagio non è la cura, bensì il veleno.

Per tutti.

 

Alessandro Benigni

 

 

 

 

 

 

Esperti smascherano il DSM

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La validità scientifica del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) è sotto crescente attacco da parte dei professionisti del settore medico e di molti esperti scientifici come Herb Kutchins della California State University e Stuart A. Kirk dell’University of California, Los Angeles (UCLA), che hanno constatato che “…ci sono ampie ragioni per concludere che le ultime versioni del DSM come strumento clinico di classificazione sono inaffidabili e dunque di validità dubbia”.

Spesso etichettato “scienza spazzatura“, secondo un sondaggio internazionale eseguito in Inghilterra nel 2001 su un gruppo di esperti nel campo della salute mentale, il DSM-IV è stato votato una delle dieci pubblicazioni psichiatriche peggiori del millennio.

La verità è che quando proviamo ad inserire la psichiatria nella definizione di una scienza vera, qualcosa non funziona. La mancanza di scienza dietro al DSM dà un’idea chiara del motivo per il quale si è guadagnato critiche, alcune delle quali sono elencate nel seguito.

 

 

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Loren Mosher, Dottoressa in Medicina, Professoressa Clinica in Psichiatria:

“Il DSM-IV è l’invenzione con la quale la psichiatria ricerca il consenso dalla medicina in generale. Gli addetti ai lavori sanno bene che si tratta di un documento più politico che scientifico

… il DSM-IV è diventato una bibbia e un bestseller redditizio—a prescindere dai suoi enormi limiti. Delimita e definisce la professione, alcuni lo prendono seriamente, altri in modo più realistico.

È il modo di farsi retribuire. L’attendibilità diagnostica è facile da raggiungere per i progetti di ricerca. Il problema è: cosa ci dicono le categorie?

Rappresentano effettivamente e accuratamente una persona con un problema?

No – Non lo fanno, e non possono farlo, perché non ci sono criteri esterni che possano convalidare le diagnosi psichiatriche. Non ci sono né analisi del sangue né lesioni anatomiche specifiche per nessun disturbo psichiatrico”.

Margaret Hagen, autrice di Whores Of The Court, scarta sommariamente il DSM:

“Dato le loro farsesche procedure “empiriche” con il quale giungono a nuovi disturbi, con relative liste di sintomi, ci si chiede coma faccia l’Associazione Psichiatrica Americana a pretendere che il loro manuale diagnostico abbia un fondamento scientifico sperimentale. Non è nient’altro che una scienza per decreto. Dicono che è una scienza, dunque lo è”.

Il Dott. Thomas Dorman, un internista membro dell’Università Reale di Medicina del Regno Unito e Socio dell’Università Reale di Medicina del Canada, scrisse:

“In poche parole, l’intera faccenda del creare categorie di “malattie” psichiatriche, formalizzandole per consenso e in seguito attribuendo loro codici di diagnosi, con il loro conseguente uso per il rimborso da parte degli enti assicurativi, non è altro che un’estorsione diffusa che fornisce un’aura pseudoscientifica alla psichiatria. I responsabili stanno, ovviamente, mungendo quattrini pubblici”.

Jeffrey A. Schaler, Dottorato di Ricerca:

“La nozione di validità scientifica è collegata a quella di frode. La validità consiste nel grado in cui una cosa rappresenta o misura quello che si prefigge di rappresentare o misurare.

Quando i test diagnostici non rappresentano ciò che si preffiggono di rappresentare, diciamo che essi mancano di validità. Se una transazione d’affari o un commercio si appoggiasse su una tale mancanza di validità, potremmo dire che tale mancanza di validità è strumentale nel reato di truffa.

Il Manuale Diagnostico e Statistico (DSM-IV) pubblicato dall’Associazione Psichiatrica Americana e utilizzato dagli psicoterapeuti è noto per la sua scarsa validità scientifica. Ha tuttavia un ruolo importante nel garantire il rimborso da parte delle assicurazioni per servizi di psicoterapia…”

Herb Kutchins dell’Università Statale della California, Sacramento, e Stuart A. Kirk dell’ Università di California, Los Angeles, autori di Making Us Crazy: The Psychiatric Bible and the Creation of Mental Disorders affermano:

“Gli autori del DSM ritengono che se un gruppo di psichiatri concorda su una lista di comportamenti atipici [nuovi], i comportamenti costituiscono un disturbo mentale valido. Utilizzando questo approccio, il creare disturbi mentali può diventare un gioco da salotto nel quale grappoli di comportamenti (vale a dire, sindromi) di tutti i tipi possono essere aggiunti al manuale”.

“…ci sono ampie ragioni per concludere che le ultime versioni del DSM come strumento clinico sono inaffidabili e dunque di dubbia utilità ai fini della classificazione”.

“Ci sono infatti molte illusioni a proposito del DSM e un forte bisogno tra i suoi autori di credere che i loro sogni di eccellenza e utilità scientifiche si siano avverati ….”. L’amara verità è che il DSM ha “tentato senza successo di medicalizzare troppi problemi umani”.

[Il DSM] “…non può essere usato per distinguere disturbi mentali da altri problemi umani. In pratica, questo significa che molte persone prive di qualsiasi disturbo mentale saranno erroneamente etichettate come malati mentali e coloro affetti da un disturbo mentale non saranno riconosciuti come tali. Se l’inaffidabilità delle diagnosi fosse largamente riconosciuta, anziché mascherata da una patina scientifica, l’utilizzo di comportamenti ordinari come indicatori di disturbi mentali sarebbe contestato dal pubblico in modo più rigoroso”.

Thomas Szasz, Dottore in Medicina, Professore Emerito di Psichiatria scrive:

“La validità apparente del DSM è potenziata dal fatto che la psichiatria sostiene che le malattie mentali sono malattie del cervello—un’affermazione che si pretende essere comprovata da recenti scoperte radiologiche e farmaceutiche. Ciò non è vero. Non esistono analisi del sangue o altre analisi biologiche che permettono di accertare la presenza di una malattia mentale. Se tali analisi fossero sviluppate, la condizione cesserebbe di essere una malattia mentale e sarebbe, invece, classificata come un sintomo di una malattia fisica.”

Dott. Sydney Walker III, Psichiatra, Neurologo:

“[Il DSM] ha indotto a somministrare inutilmente psicofarmaci a milioni di bambini americani che sarebbe stato possibile diagnosticare e curare senza usare medicine tossiche e potenzialmente letali.”

“L’approccio non-scientifico usato per produrre il DSM conduce a continui ed irrazionali cambiamenti di criteri per la diagnosi: un paziente può risultare perfettamente normale secondo una versione del  DSM e mentalmente malato secondo i criteri della versione successiva.

Per esempio, ‘disturbo della personalità narcisista’—utilizzato per descrivere persone vanitose, egocentriche, che sovente approfittano degli altri—era un ‘disturbo’ del DSM fino al 1968. È stato eliminato dalla versione del 1968 fino al 1980 quando è poi stato reintrodotto.

Dunque, una persona vanitosa ed egocentrica era ‘mentalmente malata’ prima del 1968, normale durante i dodici anni successivi, e di nuovo ‘mentalmente malata’ dopo il 1980)”.

Dott. Harold Pincus, Vice Presidente del gruppo di lavoro del DSM-IV, ammise:

“Non c’è mai stato un criterio secondo il quale le diagnosi psichiatriche richiedono  un’eziologia biologica comprovata (causa).”

Paul R. McHugh, Professore di Psichiatria all’Università di Medicina ‘Johns Hopkins’ e Primario di Psichiatria all’Ospedale Johns Hopkins di Baltimora:

“… In assenza di concezioni convalidanti, come i sei meccanismi della malattia in medicina interna, la psichiatria americana si è rivolta ad un “comitato di esperti” per definire un disturbo mentale.

L’appartenenza a tali comitati dipende dalla propria reputazione in seno all’APA—ciò significa che ci si può tranquillamente aspettare che i prescelti  manifestino non soltanto un dato livello di competenza psichiatria ma anche, forse soprattutto, del talento per la diplomazia e auto-promozione.”

“Il nuovo approccio del DSM – usare esperti e criteri descrittivi nell’identificare malattie psichiatriche – ha incoraggiato un’industria produttiva.

Se puoi descriverlo, gli puoi dare un nome; e se  gli puoi dare un nome, allora si può affermare che esiste come “entità” distinta per la quale, possibilmente, definire un trattamento specifico.

Le proposte di nuovi disturbi psichiatrici si sono moltiplicate cosi febbrilmente che lo stesso DSM è cresciuto dalle 119 pagine nel 1968 fino a diventare un manuale di 886 pagine nell’ultima edizione; una nuova ed allargata edizione, DSM-V, è già in fase di pianificazione.

Sono inserite in queste centinaia di pagine alcune categorie… che sono dubbiose, nel senso che sono più simili al normale comportamento di persone sensibili che a “entità” psichiatriche; ed altre (categorie) sono pure invenzioni dei loro propugnatori.”

Paul Genova, Dottore in Medicina, scrivendo su Psychiatric Times disse:

“Il sistema diagnostico del DSM non è di nessuna utilità da circa due decenni. Dovrebbe essere abbandonato, non riveduto.”

Lo psichiatra Matthew Dumont:

“L’umiltà e l’arroganza della prosa sono quasi indiscernibili, scorrazzano come cuccioli giocosi. Dicono: ‘…mentre questo manuale fornisce una classificazione di disturbi mentali… non c’è una definizione che ne definisca adeguatamente i confini…’ [APA, 1987]… e prosegue dicendo: ‘…non si pretende che ogni disturbo mentale sia un’entità distinta, delimitata rispetto ad altri disturbi o rispetto all’assenza di disturbo mentale’ [APA, 1987].”

Lo psicologo Renee Garfinkel, membro dell’Associazione Psicologica Americana, a proposito del gruppo di lavoro sul  DSM-III-R dice:

“Il basso livello dello sforzo intellettuale era scioccante. Le diagnosi erano fatte sulla base di un voto maggioritario, come se si dovesse scegliere un ristorante: ti va un messicano, mi va un cinese, allora andiamo in una  tavola calda. E viene inserito nel computer.”

David Healy, psichiatra, Direttore del Dipartimento di Medicina Psicologica del Galles del Nord e autore di The Anti-Depressant Era:

“Deve esserci uno sforzo, o un procedimento dialettico, per determinare il significato dei sintomi fisici e determinare dov’é il confine tra buona salute e malattia.”

J. Allan Hobson Jonathan A. Leonard, autori di Out of Its Mind, Psychiatry in Crisis e A Call For Reform:

“…Lo status autorevole del DSM-IV, e il fatto che sia dettagliato, tende a promuovere l’idea che le diagnosi robotiche e lo spaccio di pillole siano accettabili.”

Lo psichiatra Al Parides:

“Il DSM è un capolavoro di manipolazione politica. Ciò che hanno fatto è medicalizzare molti problemi che non hanno cause biologiche dimostrate “.

Elliot S. Valenstein, Bio-psicologo, autore di Blaming the Brain:

“Il DSM-IV non è un documento appassionante. E’ puramente descrittivo e non offre analisi scientifiche nuove né teorie su ciò che causa i molti disturbi che elenca”.

Lawrence Diller, Dottore in Medicina, autore di Running on Ritalin:

“…La ricerca di un indicatore biologico è condannata sin dall’inizio a causa delle contraddizioni ed ambiguità del concetto diagnostico dell’ADHD come definito dal  DSM…assimilo gli sforzi per scoprire un tale indicatore… alla ricerca del Sacro Graal”.

 

 

 

 

 


Fonte: https://www.ccdu.org

 

 

 

 

 

 

Perché il concetto di normalità fa tanta paura?

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Oggi più che mai, il vortice linguistico trascina nell’assurdo logico chi non è in grado di riflettere criticamente su ciò che si dice. Il rifiuto generalizzato del concetto di “normalità” è un atteggiamento che riscuote un successo crescente, soprattutto tra i più giovani. Il concetto di normalità implica infatti la consapevolezza del doversi adeguare – prima di tutto alla realtà – e questo contrasta inevitabilmente con le fantasie di onnipotenza adolescenziali prima e con le incertezze e le paure dell’età adulta, poi. Ci si rifugia dietro una serie di frasi fatte, che suonano più o meno così: “chi lo dice che cos’è normale?“. E da qui, vista la generale incapacità di rispondere, ci si crede legittimati a sostenere qualsiasi tipo di negazione della realtà, esclusivamente sulla base di una narrazione costruita apposta per rassicurare: se nulla è normale / anormale, tutto va bene. Quindi anch’io andrò senz’altro bene, senza sforzo di adeguamento e di maturazione e men che meno di accettazione della realtà.

Nel caso delle discussioni in campo bioetico, il criterio di “normalità” viene oggi contestato soprattutto per giustificare e normalizzare, appunto, sia l’omosessualità, sia il “matrimonio same sex” e l’utero in affitto con conseguenze “adozione in coppie omosessuali” (e successiva stepchild adoption).

Ma davvero è impossibile o inutile stabilire che cos’è “normale“?

Se due comportamenti opposti si riscontrano poniamo l’uno nel 3% dei casi e l’altro nel 97%, quale sarà quello logicamente definito “normale“?

E ha ancora senso tener fermo il concetto di “normalità“?

E che male c’è nel sottolineare che non tutto è “normale“?

 

Per la definizione del concetto di normalità prendiamo spunto dal manuale di Scienze Sociali “La persona e il mondo sociale“, edizione Hoepli, 2018, pag. 456 e sgg.

Limitandoci al solo ambito “sociale”, il primo criterio per stabilire ciò che è normale, nel campo delle scienze umane, è quello statistico. Secondo tale criterio, la normalità deriva dalla frequenza media di certe caratteristiche e di certi comportamenti. In base a tale criterio sono normali quelle caratteristiche e quei comportamenti che sono presenti nella maggioranza della popolazione.

Abbiamo poi altri due criteri che vengono utilizzati per definire la normalità: quello assiologico e quello funzionale.

Secondo il criterio assiologico dovrebbero essere ritenuti normali quei comportamenti che seguono determinati valori socialmente condivisi. Da tali valori derivano poi delle norme e dei divieti che indicano i comportamenti da seguire e quelli da evitare per il bene della società intera.

Ed è evidente che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è mai stato considerato un bene per la società in quanto non ha senso, proprio dal punto di vista assiologico, proteggere e regolamentare giuridicamente una coppia di persone dello stesso sesso (non importa che siano omosessuali o meno) impossibilitate per natura (e non per accidente: volontà, malattia, vecchiaia, o altro) alla procreazione e quindi a contribuire alla prosecuzione della società stessa. Discorso analogo possiamo fare per la deprivazione di una delle due figure genitoriali (padre o madre) cui viene sottoposto il bambino acquistato mediante l’utero in affitto ed impiantato in una coppia same sex.

Strettamente collegato al criterio assiologico è infine il criterio funzionale, che consente di ritenere normali quei comportamenti che risultano vantaggiosi per la società. Va da sé che non è affatto vantaggioso per la società istituire e regolamentare un matrimonio tra persone dello stesso sesso (quindi spendere risorse per un rapporto che non può per natura portare alcun vantaggio alla società stessa) e men che meno la mercificazione dell’umano che si concretizza nella fabbricazione di bambini in cliniche specializzate per essere poi rivenduti con un contratto commerciale, così come si fa con un prodotto qualsiasi.

 

 

Alessandro Benigni

 

 

 

L’ideologia gender non esiste, ma in Inghilterra le richieste di “riassegnazione del sesso” tra bambini e adolescenti sono aumentate del 4.400%

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In Gran Bretagna ormai anche le orecchie più pigre iniziano ad udire il suono d’allarme prodotto dalla diffusione massiccia dell’ideologia gender. Se prima erano soltanto settori della società civile, nonché alcuni psichiatri ed alcuni medici a levare la propria voce di dissenso, ora la questione è giunta fin dentro Downing Street.
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L’indagine del Ministero

Il ministro delle Pari Opportunità, Penny Mordaunt, ha incaricato dei funzionari governativi di avviare un’indagine per capire il motivo per cui un numero impressionante di bambini ed adolescenti manifesta il desiderio di cambiare il proprio sesso biologico. Secondo un rapporto del Ministero della Salute, infatti, rispetto a dieci anni fa, si è registrato un aumento del 4.400 per cento. Ad essere coinvolte sono soprattutto le femmine: nel biennio 2009-10 erano 40 quelle che chiedevano di cambiare sesso, mentre nel biennio 2017-18 sono diventate 1.806. Una fonte dell’Ufficio per le pari opportunità citata dal Times ha dichiarato che “c’è stato un sostanziale aumento nel numero di persone nate femmine che si sono rivolte al Servizio sanitario nazionale” per cambiare sesso. “Esistono prove – prosegue la fonte – che questa tendenza si sta verificando anche in altri Paesi. Poco si sa, tuttavia, sul perché e su quali possono essere gli impatti a lungo termine”.

 

 

 

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Il percorso per cambiare sesso

download.jpgUna delle ragioni di questo incremento, secondo alcuni esperti di educazione, andrebbe ricercato nella promozione della fluidità sessuale nelle scuole attraverso quella che viene definita l’ideologia gender. La dott.ssa Joanna Williams, editorialista per diverse testate britanniche e americane, è dell’avviso che il gender nelle scuole “stia incoraggiando anche i bambini più piccoli a chiedersi se sono maschi o femmine”. Alcuni di questi piccoli finiscono nelle cliniche. Fin dal 2014, d’altronde, il Servizio sanitario britannico ha aperto alla somministrazione di farmaci per ritardare la pubertà a bambini che soffrono di “disforia di genere”, ossia che manifestano disagio con il proprio sesso biologico. Noti come ipotalamici, questi farmaci bloccano lo sviluppo degli organi sessuali, mettono a freno la produzione di testosterone ed estrogeni, riducendo così al minimo l’impatto del futuro intervento chirurgico, previsto nel corso dell’adolescenza. Nei maschi si evita che la voce diventi più profonda e inibisce la crescita dei peli, mentre nelle femmine impedisce il ciclo e lo sviluppo dei seni. La dottoressa Lucy Griffin, consulente psichiatra presso la Bristol Royal Infirmary, si è detta “estremamente preoccupata” per gli effetti a lungo termine che questi trattamenti potrebbero avere. Ad esempio, potrebbero causare infertilità ed osteoporosi.

 

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Cambiare sesso: una “moda”?

Circa un anno fa era stato rilevato che nei primi mesi del 2017 c’è stato un aumento del 24 per cento di bambini che iniziano l’iter per cambiare sesso, il più piccolo – sottolinea il sito Christian Institute – di appena quattro anni. Qualcuno ha però sollevato perplessità, come il prof. Miroslav Djordjevic, famoso urologo d’origine serba, che ha detto: “Non riesco a credere che i cinquanta (pazienti, ndr) a settimana (che entrano nelle cliniche, ndr) saranno tutti transgender”. Sulla stessa lunghezza d’onda lo psichiatra Rober Lefever, il quale ricorda che “le diagnosi psicologiche sono questioni d’opinione” e dunque che “dobbiamo essere sicuri che stiamo trattando il bambino e non un problema psicologico di un genitore invadente”. Di qui la sua domanda se il disturbo di genere non sia diventato “di moda”.

 

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Cambio di passo?

Secondo quanto riferisce Il Giornale, il tema del gender ha sconfinato nella polemica politica. L’attuale ministro dell’Istruzione britannico, Damian Hinds, avrebbe puntato l’indice verso i precedenti governi laburisti, colpevoli di aver inserito gli “studi gender” tra le materie destinate ai più piccoli, i quali sarebbero per loro “fonte di disorientamento”. Hinds avrebbe assicurato di mettere a punto i “correttivi necessari a risanare l’educazione nazionale”. Correttivi che, se davvero alle parole seguiranno i fatti, dovranno essere piuttosto robusti. Risale al 2016, infatti, uno stanziamento di fondi da parte del Dipartimento per l’Istruzione britannico al fine di promuovere il gender tra gli studenti del Regno. La linea dell’esecutivo era stata recepita immediatamente dal Girls Schools Association, che riunisce presidi di scuole femminili britanniche, il quale ha diffuso un documento nel quale si invitano gli insegnanti a usare il termine neutro “pupils” per chiamare studenti e studentesse, nonché ad istituire bagni unisex. C’è ora da attendersi un clamoroso cambio di passo da parte della Gran Bretagna sul gender a scuola? Ai posteri l’ardua sentenza.

 


Fonte: Interris.it

 

 

 

 

 

 

L’omosessualità non è normale e i genitori che fanno “cambiare il sesso” dei figli compiono abuso di minore

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FEMMINISTA
Camille Paglia è una delle più originali pensatrici del nostro tempo. Americana di origini italiane, rappresenta una delle intelligenze più libere, contraddittorie e dissacranti della cultura contemporanea.

 

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È femminista ma disprezza il femminismo contemporaneo che definisce “malato, indiscriminato e nevrotico” e lo rincorre con spietata ironia: “lasciare il sesso alle femministe è come andare in vacanza lasciando il tuo cane ad un impagliatore”.

Ammira le donne emancipate degli anni ’20 e ’30 del ‘900 “perché non attaccavano gli uomini, non li insultavano, non li ritenevano la fonte di tutti i loro problemi, mentre al giorno d’oggi le femministe incolpano gli uomini di tutto”.

 

DI SINISTRA
Camille Paglia è di sinistra ma riconosce che “i Democratici che pretendono di parlare ai poveri e ai diseredati, sono sempre più il partito di un’élite fatta d’intellettuali e accademici”.

Lei, icona di una cultura radical-chic che affonda nel ’68, spiega l’inutilità degli intellettuali che “con tutte le loro fantasie di sinistra, hanno poca conoscenza diretta della vita americana”.

 

ATEA
Camille Paglia è atea ma guai a chi le tocca il ruolo storico della religione e sopratutto del cristianesimo: “ho un rispetto enorme per la religione, che considero una fonte di valore psicologico, etico e culturale infinitamente più ricca dello sciocco e mortifero post-strutturalismo, che è diventato una religione secolarizzata”.

 

LESBICA
Camille Paglia è lesbica ed in molte interviste ricorda la sua attitudine giovanile transessuale, eppure ammette che “i codici morali sono la civiltà. Senza di essi saremmo sopraffatti dalla caotica barbarie del sesso, dalla tirannia della natura”.

 

Detesta la stupidità delle mobilitazioni gay e l’intolleranza degli omosessuali e quando le si domanda: “Perché in questi anni non c’è stato nessun leader gay lontanamente vicino alla statura di Martin Luther King?” Lei risponde: “Perché l’attivismo nero si è ispirato alla profonde tradizioni spirituali della chiesa a cui la retorica politica gay è stata ostile in maniera infantileStridulo, egoista e dottrinario, l’attivismo gay è completamente privo di prospettiva filosofica”.

Lei, che rivendica di essere stata la prima studentessa lesbica a fare outing all’università di Yale, riconosce che l’omosessualità non è normale; al contrario si tratta di una sfida alla norma”.

E sulle nuove frontiere della procreazione assistita, si dice “preoccupata dalla mescolanza perniciosa tra attivismo gay e scienza che produce più propaganda che verità”.

Riconosce che la sua omosessualità e le sue tendenze transgender sono una “forma di disfunzione di genere” perché in natura “ci sono solo due sessi determinati biologicamente”; e i casi di effettiva androginia sono rarissimi, “il resto è frutto di propaganda”.

 

Verso quei genitori che, grazie a medici compiacenti, cambiano il sesso dei figli a fronte di comportamenti apparentemente transessuali, Camille Paglia non ammette giustificazioni: “È una forma di abuso di minori”.

 

Sia chiaro: per Camille Paglia, in ballo non c’è il diritto di ogni uomo o donna adulti di vivere la propria sessualità con libertà e amore; né il dovere di uno Stato di riconoscere fondamentali diritti di ogni individuo a raggiungere la propria realizzazione di sé, anche in campo affettivo o sessuale; in ballo c’è il patto mefistofelico che l’Occidente sta facendo con la Tecnica per disarticolare l’ordine naturale: “La natura esiste, piaccia o no; e nella natura, la procreazione è una sola,  regola implacabile”.

 

 

TRANSGENDER E DECLINO DELL’OCCIDENTE
Qualche mese fa, davanti alle telecamere di Roda Viva, il famoso format televisivo brasiliano di Tv Cultura, è stata ancora più chiara:  “l’aumento dell’omosessualità e del transessualismo sono un segnale del declino di una civiltà”.

Non c’è alcun giudizio morale in questa affermazione (e come potrebbe esserci?) ma un’analisi storica sull’Occidente che interpreta i segni del tempo; “a differenza delle persone che lodano il liberalismo umanitario che permette e incoraggia tutte queste possibilità transgender, io sono preoccupata di come la cultura occidentale viene definita nel mondo, perché questo fenomeno in realtà incoraggia gli irrazionali e, direi, psicotici oppositori dell’Occidente come i jihadisti dell’Isis”.

 

“Nulla definisce meglio la decadenza dell’Occidente che la nostra tolleranza dell’omosessualità aperta e del transessualismo”.

 

Parole di una straordinaria e coraggiosa pensatrice lesbica.

 

 

Giampaolo Rossi

 

 

 

 


Fonte: L’anarca – Il Giornale

 

 

 

 

 

 

Giudicare è sbagliato o necessario?

 

 

La questione del giudizio. E del giudicare. Uno dei grandi equivoci, dei “sentieri interrotti” – per dirla alla Heidegger: strade che non portano da nessuna parte. Chi sono io per giudicare il mio prossimo?

Nessuno, ovviamente. E infatti me ne guardo bene.

Ma ciò non significa – logicamente – che debba astenermi da criticare azioni, idee, “culture” e persone in carne ed ossa, che le incarnano. Questo non significa affatto “giudicare”, e men che meno “odiare” (termine, quest’ultimo, che la neo-lingua utilizza a sproposito ormai a tamburo per piegare ogni resistenza e mettere in crisi chiunque appunto sia critico verso qualcosa o qualcuno).

Esistono infatti diverse forme di “giudizio” e di “giudicare”. Una può essere senz’altro quella di atteggiarsi a giudice supremo, detentore di chissà quale patente superiore di moralità o di umanità. E questa non è la mia: anche se fossi moralmente superiore – e so di non esserlo – proprio per questa ragione dovrei astenermi dall’attribuirmi patenti inesistenti.

Un’altra forma del giudizio e del giudicare, invece, è non solo legittima, ma sacrosanta e doverosa: essa consiste nel distinguere il bene dal male e nel proclamare le proprie convinzioni, affinché, declinandosi nella collettività e nel mondo socialmente condiviso possano lottare con le altre, fortificandosi o indebolendosi, imponendosi come buone o indebolendosi fino a scomparire sotto il peso dei giudizi e delle critiche a mia volta ricevo.

L’uomo – l’uomo che aspira a diventare un uomo ben fatto – pensa, lotta, protegge, difende, propone, collabora, resiste, e così via.

Senza giudizio e senza giudicare, nessuno è veramente uomo.

 

 

Alessandro Benigni