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Ddl ZAN L’INGANNO IN 12 RISPOSTE

Ddl #omofobia, 12 domande e risposte svelano l’inganno

Ddl #omofobia, 12 domande e risposte svelano l’inganno

 

Riassumiamo il testo di un articolo della NBQ per sintetizzare i punti più pericolosi del ddl Zan

 Esiste in Italia un fenomeno di discriminazione “omofobica”?

  1. I dati ufficiali dell’OSCAD, l’Osservatorio per la Sicurezza contro gli atti discriminatori, dicono di NO
  2. L’Italia è un Paese omofobo?
    Nello studio Global Divide On Homosexualitydel Pew Research Center sull’atteggiamento verso l’omosessualità l’Italia si colloca nella top ten, tra le dieci nazioni più gay friendly a livello mondiale,
  3. Esiste davvero un vuoto normativo per la tutela delle persone omosessuali e transessuali?
    Atti di violenza, di offesa, di discriminazione per ragioni di orientamento sessuale, possono essere aggravati dalla circostanza dei motivi «abietti», di cui all’art. 61, n. 1, del Codice penale.
  4. In Italia già si utilizza questa aggravante?
    Sì, ad esempio il Tribunale di Napoli nel 2014 ha condannato a dieci anni di reclusione gli aggressori di un ragazzo omosessuale, applicando la citata aggravante, proprio perché «l’inaudita e ingiustificata violenza» era motivata dall’orientamento sessuale della vittima.
  5. Allora a che cosa serve questa legge?

Promuovere l’agenda LGBT su matrimonio, adozione, promozione ideologia gender nelle scuole…e molto altro…senza possibili resistenze della società civile.

 

  1. Perché non punire la discriminazione, l’istigazione alla discriminazione basate su orientamento sessuale e identità di genere?

Non è chiaro cosa significhi discriminare e in quali ambiti sarebbe vietato:

  • il rettore di un seminario potrà non ammettere o di espellere un seminarista perché pratica l’omosessualità?
  • un pasticciere potrà rifiutare di confezionare una torta “nuziale” per la cerimonia di un’unione civile tra due omosessuali?
  • un uomo che si “sente” donna potrà essere escluso dall’accesso ai bagni o agli spogliatoi di una piscina riservati alle donne?
  • i genitori potranno esonerare i propri figli dai cosiddetti “corsi gender”,basati sul concetto di identità di genere?
  1. Per quanto riguarda la violenza e la provocazione alla violenza, cosa c’è che non va?

 L’esperienza dei cosiddetti “reati d’odio” (hate crimes) introdotti soprattutto nei Paesi anglosassoni, mostra come sia oramai acquisita a livello legale e giudiziario l’equazione discriminazione (vedi sopra) = odio = violenza.

  1. Ma in Italia non succederà, no?

Già molte volte concetti come discriminazione, odio, e violenza sono stati usati per definire manifestazioni di pensiero di persone associazioni pro-family. Essendo generici e non esattamente definiti, lasciano inaccettabili margini di discrezionalità al denunciante e al giudice.

  1. Quali sono le pene previste?
    Per “discriminazione o istigazione alla discriminazione” si rischia la reclusione fino a un anno e sei mesi e la multa fino a 6.000 euro. In caso, invece, di” violenza o provocazione alla violenza”, la pena prevista è la reclusione da quattro a sei anni oppjre prestare un’attività non retribuita in favore di organizzazioni LGBT. Ci sono inoltre pene accessorie come sospensione della patente, coprifuoco, divieto di attività politica, ecc.
  2. Questa legge serve per diffondere l’ideologia LGBT?

Sì.

  • Istituisce la «Giornata nazionale contro l’omotransfobia» con «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado», quindi anche per le scuole paritarie di ispirazione cristiana.
  • l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale) preparerà «con cadenza triennale una strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni e per l’educazione e l’istruzione con riferimento alla comunicazione e ai media» Questo significa penetrare in maniera pervasiva in tutti i principali settori della società.
  1. Verrà istituzionalizzata la cosiddetta ideologia gender?

Il testo parla espressamente di «identità di genere». Le Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT, redatto dall’Unar, definiscono così il concetto di identità di genere: «È il senso intimo, profondo e soggettivo di appartenenza alle categorie sociali e culturali di uomo e donna, indipendentemente dal sesso anatomico di nascita». Questa idea è la base della cosiddetta ideologia gender.

  1. Introdurre nel nostro ordinamento giuridico il concetto di «identità di genere» quali conseguenze comporterebbe?

Che la percezione soggettiva possa prevalere sull’evidenza oggettiva può essere una speculazione filosofica ma nel concreto ambito giuridico può creare più di un problema:

  • Le cosiddette “quote rosa” potranno essere invocate un uomo che si sente donna ma che non intende sottoporsi ad alcun trattamento chirurgico?
  • Se i un Paese le donne vanno in pensione prima degli uomini un uomo che si sente donna potrebbe ritirarsi dal lavoro prima dell’età prevista per gli uomini?

Questa pericolosa intromissione nel campo giuridico da parte del concetto arbitrario di identità di genere rischia di mettere in crisi lo stesso funzionamento del Diritto.

#RESTIAMOLIBERI

RESTIAMOLIBERI: NO al liberticida #ddlZan sull’#omotransfobia e NO all’istituzione di un nuovo reato, quello di #omofobia, appunto, che non viene definito dal legislatore, lasciando così enormi spazi a interpretazioni e derive liberticide che colpiranno tutti coloro che si esprimeranno pubblicamente in modo non allineato al mainstream.

🔴 In caso di approvazione del testo, sarà possibile per chi gestisce una palestra vietare, ad un uomo che si “si sente donna”, l’ingresso nello spogliatoio delle donne?

🔴Sarà possibile per un genitore chiedere che il figlio non partecipi ad attività scolastiche inerenti temi sensibili sulla sessualità se sono realtà che gravitano nel mondo cosiddetto Lgbt?

🔴Sarà ancora possibile per un sacerdote insegnare la visione cristiana del matrimonio?

🔴Sarà possibile dire pubblicamente che la pratica dell’#uteroinaffitto è un abominio o dirsi contrari alla legge sulle #unionicivili?

Per tutte queste domande il ddl sull’omofobia ha una sola risposta, NO.

Per la #libertà di educazione, per la libertà di stampa, per la libertà di associazione, per la libertàdi espressione, per la libertà religiosa, per la libertà di dire la verità sull’uomo, sui bambini, sulla famiglia.

🔴 Tutte le piazze per manifestare in continuo aggiornamento su http://www.restiamoliberi.it

APPROVATA LA LEGGE ANTI-OMOFOBIA?

Dal blog di Filippo Savarese

https://sfero.me/article/ultimora-approvata-legge-anti-omofobia-italia

+++ ULTIMORA | Approvata legge anti-omofobia in Italia +++

Pubblicato il 4 luglio 2020 alle 12:51

L’Italia ha finalmente approvato una legge contro l’omofobia! Era ora!

Due notizie delle ultime ore confermano che la legge sta funzionando benissimo:

  • La settimana scorsa un ragazzo omosessuale è stato aggredito mentre passeggiava col suo compagno sul lungomare di Pescara. È di poco fa la notizia che l’aggressore è stato individuato ed è indagato per lesioni personali. Non solo: la magistratura considera la motivazione omofoba come un’aggravante della pena da comminare (“motivi abietti e futili“). Quindi il ragazzo indagato sarà punito per le lesioni e avrà una pena più grave per il solo fatto che le lesioni erano rivolte a una persona a motivo del suo orientamento sessuale.

Esattamente il fine che si proponeva la legge contro l’omofobia!Pescara: aggravante omofobica

pescara omofobia
  • La seconda notizia giunge dalla Liguria, dove lo scorso giovedì altri due ragazzi omosessuali sono stati insultati e aggrediti in stazione. Oggi sono stati individuati e arrestati i due autori dell’ignobile gesto: un moldavo e un albanese, entrambi pregiudicati, che dovranno rispondere delle stesse accuse. Anche in questo caso, possiamo dirci fortunati che in Italia esista una legge contro l’omofobia.

Liguria: omofobi arrestati

omofobia liguria

Qual è questa legge contro l’omofobia? La Legge Scalfarotto? La Legge Boldrini? La Legge Zan? 

No. È il Codice Penale: lo strumento che, promulgato nel 1930, tutela l’integrità fisica e la dignità morale di tutti i cittadini, punendo chi le ferisce in qualsiasi modo.

Non solo: il Codice Penale prevede anche degli strumenti che consentono di punire in modo più grave i reati a seconda del motivo per cui sono commessi, in modo tale da mettere in risalto il particolare disvalore sociale di quanto accaduto. Sono considerati “motivi futili e abietti”, meritevoli di una pena aggravata, il fatto di aggredire una persona solo perché è omosessuale.

Se oggi possiamo leggere queste notizie, in Italia, è grazie al Codice Penale, che svolge il suo lavoro egregiamente e non lascia nessuno privo della giusta tutela che merita, come dimostrano anche molte altre vicende oltre quelle delle ultime ore (vedi anche: Legge contro l’omofobia? In Italia esiste già).

Ma se in Italia il Codice Penale funziona gà perfettamente contro ogni forma di discriminazione e violenza contro persone omosessuali e transessuali, perché il Parlamento sta discutendo una legge specifica “contro l’omofobia”, il cosiddetto Ddl Zan?

La risposta è semplice: per introdurre un reato di “opinione omofobica” e punire chi pensa che il matrimonio è solo tra un uomo e una donna, che i bambini hanno diritto a una mamma e un papà, che l’utero in affitto è un orrore, che c’è differenza tra una donna e un uomo che “si sente” una donna e altre ovvietà. Una legge bavaglio.CEI: legge inutile e pericolosa

cei omofobia

Non solo, il disegno di legge in discussione in Parlamento proprio in questi giorni mira soprattutto a far entrare le potenti associazioni LGBT nelle scuole di ogni ordine e grado per poter incidere direttamente sulla mentalità di bambini e adolescenti, diffondendo nelle classi quella disastrosa “colonizzazione ideologica del Gender” denunciata più volte dallo stesso Papa Francesco (leggi a proposito: Preferisco marcire in galera).

Contro questo tentativo di imbavagliare le coscienze di milioni di Italiani, nei prossimi giorni di svolgeranno manifestazioni per la libertà di pensiero e parola in 100 piazze italiane (cerca qui la piazza più vicina  a te).

Roma si manifesta giovedì 16 luglio alle ore 17 in Piazza Montecitorio, davanti alla Camera dei Deputati, dove pochi giorni dopo approderà il disegno di legge liberticida.CERCA LA PIAZZA PIU’ VICINA SU WWW.RESTIAMOLIBERI.IT

omofobia manifestazione roma

LA LEGGE TUTELA GLI OMOSESSUALI

LE PRONUNCE DEI GIUDICI DIMOSTRANO DA ALMENO 15 ANNI CHE GLI STRUMENTI GIURIDICI PER TUTELARE LE PERSONE OMOSESSUALI FUNZIONANO

Da Trento a Catania, condanne per discriminazione con le norme vigenti

Ingiuriare o discriminare una persona omosessuale è un comportamento antigiuridico.
Già ora, con le leggi vigenti, senza alcuna necessità di crearne di nuove.
Lo dimostrano decine di sentenze, pronunciate da magistrature di ogni ordine e grado, che da almeno 15 anni stanno riconoscendo ai gay né più né meno degli stessi diritti di cui deve godere ogni persona. Eccone una breve rassegna. Nel 2005, con sentenza 2353, il Tar Catania chiarisce che l’«omosessualità non è una malattia psichica», e conseguentemente annulla il provvedimento con cui la Motorizzazione civile aveva disposto la revisione della patente di una persona dichiaratamente gay. Nel 2015 la vicenda arriva alla Corte di Cassazione, che nella sentenza 1126 scrive: «La parte lesa
è stata vittima di un vero e proprio (oltre che intollerabilmente reiterato) comportamento di omofobia, che giustifica il diritto del giovane al risarcimento del danno». E attenzione: sempre gli Ermellini, cinque anni prima, avevano confermato la condanna di un anconetano che in una lettera aveva dato del «gay», con intento dispregiativo, a una persona: «Risponde del reato di ingiuria – così si legge infatti nella
sentenza 10248, pronunciata dalla prima sezione penale – chi si rivolge a un’altra persona definendola “gay” se, per il contesto in cui è utilizzato, tale appellativo assume
carattere denigratorio». Presupposto normativo della condanna, in questo caso, è stato l’articolo 594 del codice penale, che punisce «chiunque offende l’onore o il decoro di una persona».
Nel 2016, invece, a depositare una pronuncia significativa – seppure causa di numerose polemiche -, è la Corte d’appello di Trento, che condanna una scuola a risarcire una sua insegnate con ben 30.000 euro, oltre a 10mila euro per Cgil e associazione “Certi diritti” che si erano costituite in giudizio dalla parte della docente. Il motivo? Il mancato rinnovo del contratto di lavoro, dovuto – secondo questa magistratura – a una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale dell’insegnante in questione.
Particolarmente interessanti sono i fondamenti giuridici della pronuncia, secondo cui «i divieti di discriminazione introdotti nel nostro ordinamento a più riprese, in modo un po’ frammentario, trovano oggi una sistemazione organica per la parte sostanziale nei decreti legislativi n. 286/98, n. 215/03, n. 216/03, n. 198/06 n. 67/06 e per la parte processuale nell’art. 28 decreto legislativo n. 150/11».
Al di là del contenuto di queste corpose norme, i giudici trentini pongono sulla questione un decisivo punto fermo: nel nostro ordinamento, già esistono strumenti normativi organici in grado di punire chi discrimina le persone omosessuali. E le sentenze continuano. Con la 9393 del 2017 è il Tribunale di Milano a ribadire la necessità di tutelare con l’articolo 595 del codice penale una persona offesa in quanto gay: «Commette il reato di diffamazione chi divulghi l’omosessualità di una persona allorché avvenga per denigrarla in ragione del termine dispregiativo utilizzato e del collegamento con episodi specifici». In questo caso, il reato si era concretizzato via Facebook: il condannato aveva dato del “fr…” a un suo contatto. Non solo. Con pronuncia 5009 del 2018, il Tribunale di Torino insegna che molestare una coppia gay può portare a una condanna per stalking, il reato definito dall’articolo 612 «atti persecutori »: l’imputato è stato condannato a un anno di reclusione, alle spese di giudizio e a un risarcimento immediato di 5.000 euro, oltre a quello che avrebbe dovuto essere fissato da un successivo giudizio civile (volto cioè ad accertare unicamente l’entità del pregiudizio sofferto dalla vittima, e non più la colpevolezza o meno dell’imputato).

Fonte : Avvenire 12 giugno 2020

OMOGENITORIALITÀ Parliamone sul serio

OMOGENITORIALITÀ: PARLIAMONE SUL SERIO

Cercando documentazione su ricerche serie e documentate sulla cosiddetta “omogenitorialità” siamo incappati in questo “Quaderno” caricato on-line e prelevabile gratuitamente in cui sono documentate le ricerche psicosociali più significative condotte sul tema dell’omogenitorialità dagli anni ’90 fino ad oggi, di approccio sia quantitativo sia qualitativo.
La prima parte del volume, intitolato “Omogenitorialità, filiazione e dintorni. Un’analisi critica delle ricerche”, è dedicata agli studi sulle coppie omosessuali, con un’attenzione particolare ai processi di scelta del percorso genitoriale e alle dinamiche relazionali in gioco nella transizione.
La seconda parte presenta i risultati delle ricerche circa gli esiti di sviluppo dei figli di coppie omosessuali, soffermandosi non solo sui costrutti tradizionali di benessere come l’adattamento comportamentale, ma anche sugli aspetti identitari quali le domande di senso circa le proprie origini.
Una terza parte è dedicata alle coppie adottive omosessuali: vengono messi a tema gli elementi di differenza che rendono l’adozione un percorso con sfide specifiche e l’adozione da parte di coppie omosessuali un percorso ancor più complesso.

Infine, a titolo esemplificativo, vengono riportate alcune schedature analitiche degli studi più emblematici sui temi affrontati.

Buona lettura! http://93.174.95.29/_ads/DB85857F99D4D875C702640D72F8A0D7 (clickare su “GET” in alto per scaricare il PDF del libro) o http://93.174.95.27/book/index.php?md5=DB85857F99D4D875C702640D72F8A0D7&fbclid=IwAR3pMipvNS-GQvNTlNFEN8QTVGUHe2bRH0NVYHVwI62YdVG–_8_Gi2GjOg (clickando sul titolo)

Questo l’indice:

Introduzione pag. 3
I. Le coppie omosessuali con figli
1. Come si diventa genitore e chi sceglie di diventare genitore? pag. 5
2. Esercizio del ruolo genitoriale, orientamenti educativi,
supporto familiare e sociale
pag. 8
II. I figli di coppie omosessuali pag. 13
1. Comportamento di genere, orientamento sessuale
e identità di genere pag. 14
2. Esiti di benessere pag. 21
3. Il tema dell’origine
pag. 36
III. Omogenitorialità e adozione
1. La coppia omosessuale come aspirante coppia adottiva pag. 45
2. I figli adottivi delle coppie omosessuali pag. 48

Principali ricerche: schedature analitiche pag. 53
Bibliografia pag. 105

Esiti evolutivi per figli di genitori omosessuali: che cosa sappiamo
e che cosa non sappiamo, di Paul Sullins pag. 120

STUDI DI GENERE: ERA TUTTA UN’INVENZIONE

Se vent’anni fa avessi saputo che nella guerra ideologica su gender e sesso, la mia fazione avrebbe vinto in modo così schiacciante, ne sarei stato entusiasta. Al quel tempo passavo molte serate nei pub o alle cene a discutere di gender e di identità con altri specializzandi; o, in realtà, con chiunque mi avesse prestato ascolto – mia suocera, i miei parenti, o anche soltanto qualsiasi persona a caso abbastanza sfortunata da capitare in mia presenza. Insistevo su come il sesso non esistesse proprio. E lo sapevo, semplicemente lo sapevo. Perché io ero uno storico del gender (genere).

Era esattamente ciò che si doveva essere nei dipartimenti di storia del Nordamerica negli anni ’90. La storia del gender – e i gender studies (studi di genere) in generale nell’ambito accademico – faceva parte di una più ampia categoria di sotto-discipline incentrate sull’identità che stavano prendendo piede in campo umanistico. I dipartimenti di storia per tutto il continente subirono una mutazione. Quando la American Historical Association fece un’indagine su quali fossero i settori di specializzazione più frequentati nel 2007, e successivamente ancora nel 2015, il campo relativamente più studiato era storia delle donne e di genere. E questo era a pari merito con storia sociale, storia culturale, e storia della razza e della sessualità. Con ognuno di questi campi io condividevo la mia concezione del mondo, quella secondo cui ogni identità non sarebbe stata altro che una costruzione sociale. E che l’identità, in fin dei conti, non fosse altro che una questione di potere.

All’epoca erano ben pochi quelli in disaccordo con me. Quasi nessuno di coloro che non avessero subito l’influsso di tali teorie all’università, sarebbe riuscito a credere che il sesso fosse interamente una costruzione sociale, perché una tale concezione era contraria al buon senso. Ed è precisamente ciò che rende sorprendente la svolta culturale che su tale questione è avvenuta così rapidamente. Le persone ragionevoli potrebbero prontamente ammettere come alcune – se non molte – identità di genere siano socialmente costruite, ma questo vuol dire davvero che il sesso non conti nulla? Il genere si fonda solo sulla cultura? Sì, insisterei io. E allora avrei insistito anche di più. Nessuno è più sicuro di sé di uno studente specializzando con la sua preziosa breve esperienza di vita, e con una grande idea.

Ed ora la mia grande idea è ovunque. Essa emerge particolarmente nelle discussioni sui diritti dei transessuali, e sulle regole riguardanti gli atleti transessuali nello sport. Essa è inscritta in leggi che minacciano ripercussioni per tutti coloro che sostengono che il sesso costituisca una realtà biologica. Una tale affermazione, per molti attivisti, equivale ad un discorso d’odio (hate speech). Se uno assumesse la stessa posizione che assumevano tanti dei miei critici negli anni ’90 – quella secondo cui il genere sarebbe almeno in parte fondato sul sesso, e che ci siano in realtà due sessi (maschio e femmina), come i biologi hanno sempre saputo sin dagli albori della loro disciplina – gli ultra-progressisti gli contesterebbero di star negando l’identità delle persone transessuali, che sarebbe come auspicare un danno ontologico ad altri esseri umani.

Sono sicuro che non ci sia bisogno di stare spiegare ai lettori di Quillette tutte le modalità attraverso le quali la logica costruttivista ha pervaso la nostra cultura. Ma ciò che posso offrire è un mea culpa per il ruolo che ho avuto in tutto ciò, ed una critica dettagliata del perché mi sbagliavo allora, e perché i costruttivisti sociali radicali si sbagliano oggi. Un tempo io usavo gli stessi argomenti che loro usano oggi, e sono dunque consapevole di quanto si sbaglino.

Ho la mia tessera di piena adesione al costruttivismo sociale. Ho terminato il mio dottorato in storia di genere e pubblicato il mio primo libro sull’argomento, The Manly Modern: Masculinity in Postwar Canada[1], nel lontano 2007. Il titolo promette più di quanto mantiene; si tratta in realtà di cinque casi di studio di metà ventesimo secolo, tutti situati a Vancouver, dove ci fu un pubblico dibattito sugli aspetti “mascolini” della società. Gli esempi che portai riguardavano la cultura automobilistica, l’omicidio aggravato, un gruppo alpinistico, un terribile incidente su un luogo di lavoro (il cedimento di un ponte), ed una commissione regia sul trattamento di un gruppo di soldati veterani. Non scenderò nei dettagli, ma mi vergogno per alcuni dei contenuti, in particolar modo quelli riguardanti i due ultimi esempi.

Il libro non vinse alcun premio, ma sembra sia diventato uno di quei libri che gli studiosi occasionalmente citano ogniqualvolta vogliano scrivere riguardo alla storia della mascolinità. Guarda, diranno, qualcun altro ha già trattato l’argomento nel 2007, quel collega Canadese, Dummitt. (Google Scholar mi informa che a luglio 2019 era stato citato 112 volte. Non è molto, ma la storia del Canada è un settore ristretto ed il numero di citazioni è solitamente basso per chiunque). Attualmente la mascolinità, specie nella sua variante “tossica”, è un tema caldo. Ma al tempo, in Canda, di libri sulla mascolinità ce n’erano pochi, e così il mio ottenne la sua buona dose di attenzione.

Pubblicai anche un articolo derivato dalla mia tesi per la specializzazione, il quale probabilmente ebbe una diffusione più ampia rispetto ai miei lavori di ricerca. Si trattava di un articolo scherzoso dal titolo Finding a Place for Father: Selling the Barbecue in Postwar Canada[2], che indagava il legame tra gli uomini e l’uso del barbecue nel Canada degli anni ’40 e ’50. (Sì, è questo il genere di cose di cui si occupano gli accademici). Pubblicato per la prima volta nel 1998, è stato ripubblicato svariate volte all’interno di libri di testo per studenti dei corsi di laurea triennale. Un gran numero di giovani studenti universitari, ai loro primi studi sulla storia del Canada, è stato costretto a leggere quell’articolo per apprendere qualcosa riguardo alla storia di genere, e alla costruzione sociale del genere.

Il problema è che io mi sbagliavo. O, per essere un po’ più precisi, sostenevo in parte cose corrette. Ma poi, per il resto, avevo praticamente inventato.

A mia difesa, non ero il solo. Tutti inventavano, e lo fanno ancora. È così che funziona nell’ambito degli studi di genere. Ma non è un granché come difesa. Avrei dovuto avere più giudizio. In realtà, se dovessi psicanalizzarmi retrospettivamente, direi che all’epoca ne fossi ben cosciente. Ed è per proprio per questo che ero tanto rabbioso e risoluto su quanto credevo di sapere. Era per nascondere il fatto che, di base, non avevo prove per una parte delle cose che andavo dicendo. E così mi aggrappavo con forza ai miei argomenti, e stigmatizzavo i punti di vista alternativi. Intellettualmente parlando, non è una bella cosa. Ed è per questo che è così sconfortante vedere come le concezioni che difendevo con tanto fervore – e senza alcun fondamento – siano ora accettate da così tante persone nella società.

La mia metodologia funzionava come segue. Primo, puntualizzavo che, in quanto storico, ero a conoscenza

dell’esistenza di una notevole variabilità culturale e storica. Il genere non era stato mai definito allo stesso modo in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Si trattava, come scrivevo in The Manly Modern, «di un insieme di concetti e relazioni storicamente mutevoli che danno senso alle differenze tra uomini e donne». Come si poteva sostenere che l’essere uomo o donna fosse radicato nella biologia, se avevamo le prove di come esso cambiasse nel tempo? Ed in più insistevo su come «non ci siano fondamenti meta-storici della differenza sessuale radicati nella biologia, né in alcun’altra base concreta che esista a priori del suo essere compresa culturalmente».

Ed infine avevo i miei esempi preferiti, rielaborati in forma di concisi aneddoti che potevo usare a lezione o in conversazione – ad esempio Luigi XIV in quella che definivo la sua posa virile dei polpacci (Figura 1), che nel 1600 sarà pure stata considerata il vertice della mascolinità, ma che oggi sembra piuttosto effeminata. Oppure discutevo dell’azzurro e del rosa, riportando citazioni degli anni ’20 che dimostravano come la gente dicesse ai ragazzini di indossare il rosa, in quanto colore focoso e concreto, e alle ragazzine di indossare l’azzurro, in quanto arioso e celestiale. Con questi suscitavo una risata e segnavo un punto a mio favore. Quelle che, riguardo al genere, ritenevamo essere verità assolutamente certe, erano in realtà cambiate nel corso del tempo. Il genere non era binario; era mutevole e probabilmente senza limiti.

In secondo luogo sostenevo che ogniqualvolta si incappi in qualcuno che dice come una certa cosa sia da maschi e un’altra da femmine, non si tratti mai soltanto di una faccenda di genere. Ma è sempre, al tempo stesso, una faccenda di potere. Il potere era e rimane tuttora una specie di parola magica in ambito accademico – specialmente per gli specializzandi che leggono Michel Foucault per la prima volta. Si ricordi di come allora eravamo nel bel mezzo di interminabili dibattiti sull’”agentività” (Chi la possiede? Chi no? Quando? Dove?). E così se qualcuno avesse negato che genere e sesso fossero mutevoli, avrebbe in realtà fatto il gioco del potere. Sarebbe stato un difensore dell’oppressione. Vi suona familiare?

Ad esempio nel mio articolo sul perché gli uomini si occupassero del barbecue, sostenevo di sapere come l’avere il controllo della spatola fosse in realtà, più genericamente, una questione di potere. Mi domandavo: «Possiamo considerare il coinvolgimento degli uomini nelle faccende domestiche [fare il barbecue] come un piccolo passo di una progressiva evoluzione?». No, naturalmente no. Al contrario, il modo in cui le persone parlavano degli uomini al barbecue «ridefiniva e riarticolava vecchie distinzioni tra il pubblico ed il privato, e tra la mascolinità e la femminilità». In The Manly Modern ero anche più esplicito: «Il genere è anche una questione di potere […] Riferirsi a due concetti in modo da considerarne uno come mascolino e l’altro come femminile, significa stabilire una gerarchia tra i due». Non si trattava mai soltanto di una descrizione di genere. Le idee riguardanti la mascolinità nel passato erano sempre escogitate «a scopo politico». In particolare sostenevo come le idee che discutevo nel libro, dimostrassero che in passato le persone, descrivendo alcune cose come da maschi ed altre da femmine, «si dessero una spiegazione delle differenze tra uomini e donne, nonché una formidabile giustificazione delle disuguaglianze».

Ed infine, al terzo punto, andavo a cercare nella storia una qualche ragione che spiegasse perché, in un dato momento storico, le persone si riferissero ad una certa cosa come mascolina oppure femminile. La storia è un campo vastissimo, e dunque vi si può sempre trovare qualcosa. Scrivendo degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, potevo sempre affermare che la gente allora fosse ansiosa di tornare alla normalità dopo il conflitto. Le donne avevano anche prestato servizio militare, ed avevano svolto lavori “da uomini”. E dunque il fulcro delle distinzioni di genere riguardava il ricollocare le donne a casa dopo le attività svolte durante la guerra. Era tutta una questione di controllo e di oppressione.

E naturalmente, alla fine degli anni ’40, la gente era in ansia per questi cambiamenti. Potevo citare le ricerche di altri sull’argomento, e così mostrare – davvero mostrare, pensavo – che il genere fosse un costrutto sociale, e che fosse stato articolato in maniera tale da rimettere le donne al loro posto dopo la seconda guerra mondiale.

Si può così procedere selettivamente con altri dettagli contestuali. Ed è proprio ciò che in effetti facevo nel mio libro. Ero restato affascinato dagli studi sulla modernizzazione della vita alla metà del secolo, e così indicai tutti i modi in cui, negli anni del dopoguerra, le persone collegassero i discorsi sulla modernità con quelli sulla mascolinità. Per essere un lavoro di ricerca esso era, se mi è concesso dire, esposto in maniera decisamente elegante. Il problema è che esso era, in parte, un fallimento dal punto di vista intellettuale.

Ecco dove non mi sbagliavo: la ricerca d’archivio, io credo fosse solida. Ero risalito ai documenti di quel tempo, e così ho potuto ricostruire in che modo la gente parlasse e scrivesse riguardo all’essere un maschio. Ero davvero riuscito a conoscere quell’epoca. È questa la parte meravigliosamente “voyeuristica” dell’essere uno storico, un po’ come scrivere una letteratura di viaggio.

Nella misura in cui mi attenevo ai documenti, e ricostruivo il modo di parlare della gente in passato, ero su un terreno sicuro. Nel gergo degli storici, questo era il “come” della storia. Gli storici considerano certe domande più importanti di altre. Si presuppone che chiunque possa rispondere correttamente al “chi”, “cosa”, “quando” e “dove”. Questi sono i dettagli del passato. Ma come scrisse il grande storico E. H. Carr, questo genere di accuratezza è un dovere, non una virtù. Non è dunque qualcosa che io possa esibire come un vanto.

Ma sorgono allora due ulteriori domande, che sono poi quelle che realmente contano. La prima di esse è il “come”: in che modo ciò è accaduto? Come le persone pensavano in passato? Rispondere a queste domande significa ricostruire gli schemi di pensiero. Non si possono mai ricostruire completamente gli schemi di pensiero degli altri, soprattutto se vivevano in un’altra epoca. Ma per quanto riguarda questo compito, direi di aver passato l’esame a pieni voti.

Ma la domanda più difficile ed importante tra tutte è l’ultima: “perché?”. Perché un certo fatto è accaduto nel modo in cui è accaduto? Nel mio caso la domanda era: perché nel dopoguerra i canadesi discutevano di uomini e donne nel modo in cui ne discutevano?

Io avevo le risposte, ma non le avevo trovate con la mia ricerca sulle fonti primarie. Esse derivavano dalle mie convinzioni ideologiche, sebbene al tempo non le avrei descritte come ideologia. Né lo avrebbero fatto i miei colleghi ricercatori che adottavano lo stesso approccio, e a differenza di me ancora lo adottano: un insieme di credenze preformate integrate nella penombra disciplinare degli studi di genere. Essenzialmente io seguivo la strategia foucaultiana in tre punti esposta più sopra.

La gente parlava degli uomini alla maniera che avevo descritto perché, spiegavo, il genere era una costruzione sociale le cui linee principali potevano essere ricondotte al potere e all’oppressione: i Canadesi avrebbero utilizzato una forma di pensiero caratterizzata da aspetti di genere per dare più potere agli uomini e svantaggiare le donne, e per strutturare una mascolinità che fosse migliore della femminilità.

Riguardo alla più ampia questione se il genere sia un costrutto sociale, non era questa una cosa che io potessi dimostrare. Ma in The Manly Modern, citavo l’eminente storico Joan Scott a questo proposito, e ciò parve sufficiente ad accontentare i revisori. Certamente nel mio libro dimostravo come le persone parlassero utilizzando un linguaggio di genere. Descrivevano alcune cose come più mascoline, ed altre più femminili. Per quanto pure su questo punto potevo permettermi di essere creativo: se non ci si riferiva a qualcosa specificamente come mascolino o femminile, io potevo sempre suggerire che ciò fosse sottinteso. Ad esempio in un capitolo di The Manly Modern, affermavo come gli «ideali del buon guidatore e dell’uomo buono – categorie evidentemente distinte – avessero molte caratteristiche in comune». E sostenevo anche che se i contemporanei non avevano fatto esplicitamente notare questo aspetto, era perché esso era “dato per scontato”. E se ci infilavi dentro delle citazioni ad un altro studioso che diceva la stessa cosa, tutto sembrava aver senso.

Naturalmente sarebbe stato possibile osservare le stesse fonti e trarne spiegazioni alternative perfettamente plausibili. È possibile che i canadesi avessero socialmente costruito l’idea che gli uomini fossero inclini a rischiare? Sì, è plausibile. Ma è plausibile anche che avessero parlato in quel modo degli uomini perché, tipicamente, gli uomini… si assumevano più rischi. Infatti potrebbe semplicemente darsi che sia così che gli uomini sono fatti. In un senso o nell’altro, la mia ricerca non dimostrava alcunché. Io avevo semplicemente presunto che il genere fosse un costrutto sociale, e procedevo su quella base.

Non ho mai affrontato – almeno non seriamente – qualcuno che proponesse spiegazioni alternative. E nessuno, durante tutta la mia specializzazione, né nelle revisioni paritarie, mi ha mai proposto un’alternativa, eccetto che in conversazione, solitamente al di fuori dell’ambito accademico. E così io non sono mai stato costretto a confrontarmi con le spiegazioni alternative ed incentrate sulla biologia, le quali erano plausibili almeno tanto quanto l’ipotesi cui io conferivo un’aria di certezza. La critica di Steven Pinker al costruttivismo sociale, The Blank Slate: The Modern Denial of Human Nature[3], era stata pubblicata nel 2002, prima che io terminassi il mio dottorato e pubblicassi il mio libro. Purtuttavia di essa non avevo mai nemmeno sentito parlare, e nessuno mi aveva mai fatto notare che io dovessi confrontarmi con gli argomenti e le prove in essa esposte. Già questo la dice lunga sul contenitore in cui noi tutti vivevamo chiusi.

Le uniche vere critiche che io ricevetti, erano esortazioni a rafforzare il paradigma, o a battersi per altre identità e a protestare contro altre forme di oppressione. (L’idea secondo cui l’oppressione esistesse assolutamente fondandosi su queste identità intersezionali, era semplicemente presunta, non dimostrata né provata). E così poteva capitare che mi venisse chiesto perché non parlassi di più di classe. O perché passassi così tanto tempo a parlare degli uomini e non delle donne. Seppure stessi decostruendo la mascolinità e mostrassi come essa fosse un costrutto sociale, sarebbe stato sicuramente necessario prestare attenzione anche alle donne. E riguardo alla sessualità? Non avevo forse trovato un maggior numero di riferimenti a uomini non eterosessuali, così che dovessi concentrarmi sui modi in cui la mascolinità veniva costruita insieme alla sessualità? Si possono estendere queste critiche in una miriade di modi diversi. Ma tutte quante, è questo il punto, si muovono all’interno dello stesso paradigma che io avevo già adottato. Si tratta esattamente della stessa “ciambella autofaga” che è stata oggetto di satira nella recente bufala dei “grievance studies”.[4]

Qualche primo dubbio sulla mia preparazione specialistica cominciò ad insinuarsi proprio in quelle circostanze. Per quanto a lungo la mia professione avrebbe potuto continuare ad espandersi includendo via via sempre più forme di oppressione diverse? Di sicuro ad un certo punto la storia sarebbe diventata una disciplina perfettamente inclusiva. In effetti io ero abbastanza certo che lo fosse già. Nel 2009 pubblicai un libro contenente un saggio intitolato After Inclusiveness (Dopo l’inclusività), in cui sostenevo precisamente ciò. Fortunatamente allora avevo già un incarico stabile all’università quando il libro venne pubblicato. Molti colleghi in privato ammettevano che io avessi ragione, ma quasi nessuno lo avrebbe detto a mezzo stampa.

Mi ricordo una conversazione con un geniale storico più anziano che si era gentilmente offerto di leggere il mio articolo sugli uomini al barbecue. Ero un giovane studente di dottorato e mi occupavo di argomenti completamente diversi dai suoi. Non so perché fu così disponibile, ma i suoi commenti sono significativi. Con rispetto mi disse che la parte centrale era buona, ma che avrebbe potuto “tanto prendere che lasciare” sia l’inizio che la fine. Ovvero, dell’articolo gli piacque la ricerca vera e propria, nella quale ricostruivo come nel Canada postbellico la gente discutesse riguardo agli uomini in cucina. Ma la parte in cui avvolgevo il tutto nell’ideologia espressa dagli ultimi libri che avevo letto, non molto.

Al tempo non apportai cambiamento alcuno. Come avrei potuto? Quello era il paradigma a cui mi attenevo. Era nell’introduzione e nelle conclusioni che andavo a segno proprio dove volevo: che il genere fosse una costruzione sociale, che i canadesi nel dopoguerra provassero un certo nervosismo riguardo agli uomini che vivevano una vita addomesticata nelle periferie e che erano impegnati come padri presenti, e così utilizzassero l’esempio ridicolo degli uomini al barbecue per sostenere che in fondo gli uomini non erano poi più di tanto coinvolti in cucina, e che quando lo erano è perché era una cosa divertente, e che naturalmente non erano bravi a farlo, e vi si dedicavano solamente perché fosse una cosa pericolosa che ricordava loro i tempi delle caverne. C’era il potere al lavoro qui, che in modo certamente divertente puntellava le distinzioni tra uomini e donne.

Per ribadire: il problema era, e rimane, che mi stavo inventando tutto. Quello che presentavo era un tirare ad indovinare in maniera erudita. Si trattava di ipotesi. Forse avevo ragione. Ma né io né nessun altro ha mai pensato di verificare quanto scrivessi. Ciò che mi disse quello studioso più anziano potrebbe applicarsi a migliaia di altri articoli e libri: la parte centrale va bene, ma tanto l’introduzione quanto le conclusioni sono dubbie.

Sorgono spontaneamente alcune domande fondamentali. Ci sono davvero state, nei vari tempi e luoghi, aspettative sul genere estremamente diverse e mutevoli? Non è una domanda che può trovare risposta nei sintetici aneddoti che ero solito presentare, e che la gente ancora oggi ripropone a ruota. La questione doveva essere studiata sistematicamente e comparativamente. Nel rileggermi oggi, devo ammettere che quanto avevo sotto gli occhi era una leggera variabilità intorno a dei punti fermi. La concezione degli uomini come coloro che provvedono alla famiglia, che si assumono dei rischi, che hanno una particolare responsabilità di protezione e per la guerra, sembra ricorrere più o meno sempre allo stesso modo nel corso della storia e nelle diverse culture. Sì, ci sono mutamenti nel corso della vita, nonché alcune peculiarità storiche e culturali. Ma se la ricerca non parte già con l’assunzione che le piccole differenze debbano contare molto, non è affatto pacifico che le prove conducano a tale conclusione.

E davvero si trattava sempre di una questione di potere? Forse. E forse no. Le prove che portavo per insistere che si trattasse di potere, consistevano nel citare altri studiosi che lo sostenevano. E se avevano dei nomi francesi ed erano filosofi, la cosa mi era d’aiuto. Anche i lavori del sociologo australiano R. W. Connell mi furono utili. Questi sosteneva che la mascolinità riguardasse in primo luogo il potere, l’affermazione del proprio dominio sulle donne e su altri uomini. Ma in effetti i suoi lavori non lo dimostravano; si trattava semplicemente di un’estrapolazione plausibile da un piccolo numero di casi di studio, proprio come avevo fatto io. E così io citavo Connell. Ed altri citavano me. Ed è così che si “dimostra” che il genere è un costrutto sociale e che sia tutta una faccenda di potere. O anche, in pratica, qualsiasi altra cosa.

Sia le mie argomentazioni fallaci, che altri studi che presentano gli stessi difetti di ragionamento, vengono ora branditi dagli attivisti e dai governi per legiferare su un nuovo codice morale e di condotta. Una cosa era quando io andavo a bere con i miei compagni specializzandi e disputavamo all’interno dell’insignificante mondo del nostro proprio ego. Ma ora c’è molto di più in ballo. Mi piacerebbe poter dire che gli studi siano migliorati, e che i criteri di prova e di revisione paritaria siano diventati più restrittivi. Ma la realtà è che la pressoché completa accettazione del costruttivismo sociale in alcuni circoli, sembra più che altro il risultato di un cambiamento della popolazione accademica, con alcune specifiche concezioni che hanno assunto una posizione ancor più predominante rispetto ai miei anni giovanili alla scuola di specializzazione.

Queste confessioni non dovrebbero esser prese per un argomento a sostegno del fatto che il genere non sarebbe, in molti casi, socialmente costruito. Tuttavia i critici del costruttivismo sociale hanno ragione ad inarcare le sopracciglia di fronte a certe cosiddette prove presentate da presunti esperti. Le mie argomentazioni fallaci non sono mai state messe in questione, e in effetti divennero ancora più ideologicamente inclinate durante il processo di revisione paritaria. Fintanto che avremo a che fare con studi su sesso e genere con tali serie criticità, ed ideologicamente contrastanti; finché revisione paritaria non significherà qualcosa di più della mera difesa ideologica di gruppo, fino ad allora dovremmo essere molto scettici su molta di quella che è considerata “competenza” riguardo alla costruzione sociale del sesso e del genere.

[1] Il moderno virile: la mascolinità nel Canada postbellico. Non esistono edizioni italiane

[2] Trovare una collocazione al padre: vendere barbecue nel Canada postbellico. Non sono disponibili traduzioni italiane.

[3] trad. it. Tabula rasa. Perché non è vero che gli uomini nascono tutti uguali, Mondadori, 2005

[4] Per autofagia si intende una forma fallace di ragionamento in cui le conseguenze di una certa argomentazione invalidano l’argomentazione stessa, la quale pertanto “divora se stessa”. L’esempio tipico è l’affermazione «non esiste alcuna verità», infatti se ciò fosse vero non sarebbe nemmeno possibile affermarlo. Per autofagia si può intendere anche una forma di argomentazione che, se analizzata, si scopre essere fondata sulle sue stesse conseguenze, risolvendosi così in un ragionamento circolare. Sostenere quell’argomentazione, sarebbe come cercare di “nutrirsi di se stessi” senza alcun apporto esterno. La critica di Dummitt è dunque la seguente: gli studi di genere dovrebbero confrontarsi con le obiezioni al loro paradigma, ossia con quegli studi che forniscono prove ed argomenti contro il costruttivismo sociale. Invece, scrive Dummitt, gli studi di genere sono un campo completamente chiuso in se stesso (la “ciambella autofaga”) in cui ogni discussione o critica si basa sempre sullo stesso paradigma, il quale pertanto non potrà mai essere né comprovato né smentito nell’ambito stesso degli studi di genere per come sono concepiti oggi, e questo costituisce il loro aspetto ideologico. La bufala dei “grievance studies” cui si fa riferimento è un’operazione condotta da tre ricercatori con lo scopo di smascherare il carattere ideologico di molte ricerche nell’ambito delle scienze sociali (per i dettagli vedasi en.wikipedia.org/wiki/Grievance_studies_affair). In estrema sintesi questi ricercatori definivano provocatoriamente “grievance studies” (studi sulle lamentele) tutti quegli studi sociali che dietro al paravento dell’indagine sociale nascondono l’intento di fornire un fondamento apparentemente solido a rivendicazioni di vario genere, su base sessuale, religiosa, etnica, ecc., e nei quali solo certe conclusioni prestabilite sono ammesse. Questi ricercatori inviarono a diverse riviste del settore articoli palesemente assurdi, che però soddisfacevano i canoni del costruttivismo sociale, riuscendo ad ottenere in molti casi la pubblicazione. Pubblicarono ad esempio uno studio in cui si sosteneva che il pene non dovrebbe essere considerato una parte anatomica, ma un costrutto sociale funzionale alla “mascolinità tossica”, e un altro in cui si sosteneva che i cani alimentassero la “cultura dello stupro”. [NdT]

Fonte: https://www.sabinopaciolla.com/dummitt-studi-di-genere-mi-spiace-mi-sono-inventato-tutto-e-vi-spiego-perche/

https://quillette.com/2019/09/17/i-basically-just-made-it-up-confessions-of-a-social-constructionist/

Traduzione di Francesco Santoni

IL DOLORE DI UN CAMBIAMENTO SBAGLIATO

QUANTO SONO ACCURATE LE DIAGNOSI DI DISFORIA DI GENERE?

Malgrado le rassicurazioni che le cliniche seguono rigorosi screening e procedure, sembra che le cose vadano spesso in modo diverso.
Grace è una donna che sta effettuando la de-transizione (cioè il ritorno alla condizione di donna dopo essere stata operata per diventare uomo). Può essere seguita su Twitter@hormonehangover. Di recente ha parlato con la dottoressa che le aveva prescritto la terapia ormonale sostitutiva e l’intervento chirurgico. Riportiamo alcuni passaggi della sua testimonianza:
Ho iniziato la mia transizione fisica all’età di 23 anni, ero molto depressa, non vedevo altro da fare, ho assunto gli ormoni, ho subito un intervento chirurgico, ma poi mi sono resa conto che non andavo da nessuna parte e la mia fantasia di diventare un uomo felice era impossibile. Le ho detto che mi sono pentita inequivocabilmente della chirurgia e degli ormoni. Le ho detto che l’intervento mi aveva procurato rimpianto e dolore. Le ho detto che avrei voluto sapere se c’erano altri modi per affrontare la disforia di genere. Le ho chiesto se aveva seguito le procedure previste in questi casi (WPATH).
“Naturalmente” ha risposto.
Ho spiegato che seguendo le procedure NPAHT, avrei dovuto essere stata sottoposta a screening per ansia, depressione, autolesionismo, esperienze di abuso e abbandono, compulsività, abuso di sostanze, preoccupazioni sessuali, disturbi della personalità, disturbi alimentari, disturbi psicotici e di spettro autistico. Le ho detto che se fossi stata sottoposta a screening e trattamento, ad esempio, per disturbi alimentari, depressione e forte compulsività, ciò mi avrebbe aiutato molto a ridurre il disagio di genere, ma le uniche cose che mi sono state chieste sono:
“perchè vuoi la transizione?”
“Perchè essere donna non sta funzionando con me” risposi
Poi mi ha dato un modulo di consenso informato da firmare, e basta. Mi ha diagnosticato una disforia di genere sulla base della mia opinione disinformata. Mi ha anche scritto una prescrizione per la una doppia mastectomia entro cinque mesi. Non ci sono state altre domande”
Presi la decisione di fare la transizione da donna a uomo in un momento in cui un sacco problemi si stavano affastellando nella mia vita. In nessun ordine particolare: ero appena uscita da una relazione spaventosa con un ragazzo alcolizzato. Ero fuori dal college e disoccupata e non avevo idea di cosa fare con la mia laurea in studi di genere. Essere fuori dalla struttura della scuola per la prima volta nella mia vita è stato davvero difficile per me. Mi era appena stata diagnosticata l’ADHD per adulti ed ero alla deriva. Ho anche avuto disturbi alimentari per anni. Ho avuto alcune esperienze sessuali traumatiche che mi hanno fatto fatto provare disgusto per il mio corpo. Inoltre, per la prima volta, mi erano venuti in mente pensieri suicidi. Col senno di poi, sarebbe stato un bel momento per rilassarmi, concentrarmi sulla mia salute mentale e rimandare le decisioni chirurgiche permanenti. Ma purtroppo sono una persona impulsiva e invece sono diventata ossessionata dalla transizione come la cosa che mi avrebbe salvato.
Prima di cominciare la transizione sono andata da una psicologa. Le qualifiche che mi dette erano che aveva lavorato con diversi transessuali uomini. Abbiamo avuto solo un paio di incontri prima di procedere con la transizione. La sua esperienza era veramente mediocre: era una terapista ultra-affermativa che sapeva veramente poco di persone transessuali. Non mi ha sfidato in alcun modo e mi ha raccomandato che se avessi messo in discussione il mio genere, avrei dovuto comprare una fascia per schiacciare il seno e provarla. Avevo resistito nel farlo, ma poi ho seguito il suo suggerimento. Questo si è rivelato il peggior consiglio possibile che potesse darmi, perché la fasciatura ti fa odiare il corpo e rende difficile respirare. Ha anche peggiorato la disconnessione dal mio seno. Dopo alcuni mesi di fasciatura, volevo davvero un intervento chirurgico in modo da poter smettere di utilizzare la fascia.
Mi sono sentita stupida per aver dato retta ad una ciarlatana come questa dottoressa, ma anche oltraggiata. Ha ammesso di non sapere come si fa una diagnosi di disforia di genere. Quante persone stanno soffrendo come me? Ho sentito che adesso sta trattando minori e prescrivendo bloccanti della pubertà…..

Tratto da: https://medium.com/@mariacatt42/talking-about-talking-to-doctors-49778915ed4

Traduzione Frank Gordon

PADRI CANCELLATI

I padri mancanti e le stragi negli U.S.A.

Alla luce anche delle recenti stragi negli Stati Uniti una riflessione su una delle possibili con-cause, oltre ovviamente a quella della libertà nell’acquisto e possesso di armi da fuoco automatiche, di quelle tragedie, da non trascurare perché i suoi danni sono ravvisabili anche nella nostra società.

I padri mancanti e i ragazzi “spezzati” d’America – La stragrande maggioranza degli autori di stragi viene da famiglie a pezzi.

di Suzanne Venker (fonte: Foxnews.com)

Il mio articolo più recente sulla sparatoria nella scuola di Parkland e la sua relazione con la mancanza del padre del padre ha causato uno tsunami di email. In una di queste, un uomo di nome Fritz mi ha chiesto che cosa considerassi come la radice della assenza dei padri. Ho deciso di scrivere un articolo di approfondimento per rispondere a quella domanda. Il soggetto de “Il grido disperato dei ragazzi d’America” (“The Desperate Cry of America’s Boys”) è difficile. Sottolineare che i ragazzi hanno bisogno dei loro padri è puntare un riflettore sul divorzio e sulle madri single; e questo è effettivamente sgradevole. Ma non c’è modo di parlare della mancanza dei padri in modo piacevole.
Il fatto è che il divorzio e lo sfascio della famiglia – che, per rispondere alla domanda di chi mi ha scritto, è la radice della mancanza dei padri – sono catastrofici per i figli.
C’è più di una ragione, ma un ovvio motivo è che il divorzio separa i figli dal padre.
Questo è distruttivo sia per i bambini che per le bambine, ma ogni sesso soffre in modo differente. Le bambine che crescono senza il proprio padre hanno più probabilità di entrare in depressione, di assumere atteggiamenti autolesionistici e di essere (sessualmente) promiscue. Ma hanno pur sempre le loro madri, con cui si identificano chiaramente. I bambini non hanno una identificazione paragonabile e quindi soffrono maggiormente per l’assenza del padre. Inoltre tendono maggiormente a ricorrere a gesti eclatanti in un modo dannoso per gli altri, cosa che tipicamente le ragazze non fanno.
Ciò non significa che dei genitori divorziati non possano mai far funzionare bene le cose. Alcuni ci riescono, specialmente quelli che collaborano pacificamente per condividere la custodia dei figli e abitano l’uno vicino all’altra o prendono un proprio appartamento lasciando che i figli stiano nella casa mentre vanno avanti e indietro (loro, non i figli).
Ma guardiamo in faccia la realtà: se gran parte delle coppie divorziate potesse funzionare così bene insieme, prima di tutto non sarebbero divorziate. Circostanze del genere sono rare.
Il più delle volte, i figli perdono il contatto con il padre – per due ragioni. Una è che le madri, nel divorzio medio americano, rimangono il genitore prestabilito a cui si dà la custodia dei figli, e quindi ne mantengono il controllo quasi totale. L’altra è che sono le donne a considerarsi solitamente la parte lesa, come evidenziato dal fatto che sono le mogli ad aprire il 70% delle cause di divorzio.
L’infelice risultato è che alcune madri divorziate usano qualsiasi opportunità per minare la relazione dei figli con il loro padre o, se non quello, sminuiscono il significato del ruolo paterno. Nel 2016, quando Angelina Jolie e Brad Pitt stavano divorziando, la Jolie ha effettivamente detto che non le era mai passato per la mente che suo figlio “Mad” avesse bisogno di un padre. Questo potrebbe essere un esempio estremo; ma non è qualcosa che chiunque, stella di Hollywood o persona comune, avrebbe pensato – tanto meno detto – una ventina di anni fa.
Non che le madri singole non possano essere ottime madri. Possono, eccome. Ma non possono essere padri. I bambini hanno bisogno della propria madre e del proprio padre per avere le migliori possibilità nella vita. Come ha scritto un’altra persona nella sua e-mail, Tom, che fa l’allenatore di basket per giovani fra i 12 e i 18 anni, “Sebbene questo non sia una garanzia, la famiglia bi-parentale migliora le chances affinché un giovane diventi un adulto ben bilanciato. Nell’attuale società progressista dove viviamo, i messaggi per questi ragazzi senza un padre a casa che li filtri o dia loro senso mettono questi bambini in una posizione impossibile”.
Posso garantirlo da madre di un ragazzo quindicenne che non sarebbe l’eccezionale giovane che è, senza suo padre. La verità è che mi prendo pochissimo merito per quello che mio figlio è diventato. Aveva bisogno di me soprattutto quando era piccolo, ma quando è diventato cosciente della sua identità maschile è stato a suo padre – non a me – che ha guardato per avere una guida e una direzione. Suo padre era e resta il suo modello di mascolinità.
Quando i ragazzi non hanno questo modello soffrono. E quando soffrono loro, ne soffre la società. La maggior parte dei responsabili di sparatorie nelle scuole vengono da famiglie senza padre (vedere link a: fatherless homes) e uno studio su stragisti più adulti (ad esempio Steven Paddock, responsabile del massacro di Las Vegas) produce risultati simili. Le conseguenze della mancanza del padre sono davvero semplicemente sconcertanti.
E la parte più triste è che la gran parte dei padri assenti non è assente per propria scelta. I “papà buoni a nulla” esistono, ma non a bizzeffe. In molti casi sono le donne a divorziare (link: women are divorcing perfectly good husbands) da buoni mariti per cercare quello che sarà un abbinamento migliore – il che è una naturale conseguenza dei divorzi senza addebito di colpa. Certamente, le donne sposate a uomini pericolosi o che le abusano devono chiedere il divorzio. Ma mariti e padri di questo genere non possono essere la sola spiegazione per un tasso di divorzi chiesti per il 70% da donne.
La radice dell’assenza dei padri è profonda e ampia, ma in ultima analisi risiede in due cose: nel rigetto nella nostra cultura del valore degli uomini come esseri umani cha hanno qualcosa di unico da offrire, – da una parte, diciamo loro di “comportarsi da uomini” e dall’altra diciamo loro che la mascolinità è il problema – e il rifiuto del matrimonio come un’istituzione cruciale per la salute e il benessere dei figli.
Questa radicata convinzione è stata soppiantata dalla nozione che il matrimonio serve alla soddisfazione emotiva degli adulti. Ma non è così. Il matrimonio è per le necessità dei figli, tutto qua. Così stanno le cose, e così resteranno. I bisogni dei bambini sono gli stessi di cent’anni fa. Siamo noi a essere cambiati, e non loro.
Quindi, siamo noi ad aver fallito.

Traduzione a cura di Gian Soagnoletti

ADOLESCENTI EX TRANS

Sono sempre di più le testimonianze di persone che hanno attraversato l’esperienza della “transizione” da un genere all’altro che tornano sui loro passi deluse da un’esperienza che, piuttosto che essere risolutiva dei loro problemi di inadeguatezza, si è dimostrata un periodo di ulteriore sofferenza e di maggior solitudine.
Danny ci racconta come la “transizione”, prima sociale e poi farmacologica (per fortuna non sempre chirurgica), sia in pratica l’unica proposta “terapeutica” che come adolescente confusa sul proprio sesso ha ricevuto dalla psicologia ufficiale che non è nemmeno stata in grado di offrire ascolto ai suoi dubbi su una scelta del genere.

Mi chiamo Dagny, sono una donna che ha detransizionato. Sono qui per dimostrare cosa può succedere quando permettiamo ad un adolescente di prendere importanti decisioni mediche che influenzeranno il suo corpo per il resto della sua vita. Sono anche qui come parte del Pique Resilience Project, una coalizione di quattro giovani donne che hanno detransizionato: Jesse, Helena, Chiara e me stessa. Ci siamo identificate tutte come uomini trans durante la nostra adolescenza. Tre di noi hanno preso il testosterone per almeno nove mesi e in realtà ho iniziato il testosterone sei mesi prima di compiere 18 anni, dopo che il mio terapista mi ha diagnosticato una disforia di genere a 16 anni. Il progetto Pique Resilience è stato fondato a gennaio dopo esserci riunite tutte per condividere le nostre storie, le nostre somiglianze e le nostre differenze. Abbiamo discusso di cosa potremmo fare per condividere le nostre storie con tutti, con le persone che hanno bisogno di ascoltarle.

Come tutti sappiamo, questo è un dibattito estremamente acceso, e sto per dire alcune cose con cui molte persone non saranno d’accordo. Ma alla fine, tutto ciò che sto per dire proviene dalla mia esperienza personale e da ciò in cui credo a seguito di quell’esperienza, un’esperienza che troppe persone non sono disposte a prendere sul serio. Noi, il Pique Resilience Project, siamo state chiamate bugiarde, persone in cerca di attenzione, persone conservatrici e bigotte.

Ci è stata data una sola opzione, con conseguenze indicibili e devastanti: se un’adolescente afferma di avere una disforia di genere e vuole essere un ragazzo, allora dovrebbe – deve – essere autorizzata alla transizione.

Vorrei discutere della mia esperienza di adolescente trans. Ho avuto i primi sintomi di quella che ora sarebbe chiamata disforia di genere nella mia infanzia. A 11 o 12 anni mi sono sentita incredibilmente umiliata dal fatto che il mio seno stava crescendo e che avrei dovuto iniziare a indossare reggiseni. Questo periodo è stato una fonte di angoscia e odio dal momento in cui ho iniziato le mestruazioni. Ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava in me. Volevo che ci fosse un bottone, qualcosa su cui potevo fare clic e diventare di colpo un maschio. La mia famiglia non era affatto religiosa, ma ricordo di essermi sdraiata sul mio letto di notte, e di aver detto a Dio nella mia testa che avrei iniziato ad andare in chiesa se mi fossi svegliata maschio.

La mia disforia è esplosa quando ho compiuto 15 anni. In quel momento ho iniziato ad identificarmi come trans. Come tanti altri adolescenti trans, ho iniziato a esprimere la mia identità trans a causa di due fattori nella mia vita: uno, avevo amici trans – tra cui due di loro, entrambe più grandi di me, erano FTM e due ho iniziato a fare uso dei social media. Non ero mai stata molto attiva sui social media prima di compiere 15 anni, ma a pochi mesi dalla creazione di un account su tumblr e seguendo diversi blog LGBTQ, avevo deciso di essere non binary.

Questa identità mi è sembrata un gioco. È stata una distrazione divertente – una stranezza che mi ha reso speciale e interessante, se non per gli altri, almeno per me stessa. Ma poi non è bastato e mi chiedevo: “Devo andare oltre? Quanto lontano posso spingermi? ”Poi mi sono buttata a capofitto nella transizione: nuovo nome, nuovi pronomi, nuovi vestiti, canotta contenitiva. E ha smesso di essere un gioco.

Il primo posto in cui ho provato questa nuova identità era online. E voglio solo dire che penso che sia incredibilmente importante per tutti – per i genitori, sì, ma anche per gli adolescenti, terapisti e legislatori – capire quale tipo di impatto i social media possono avere su una mente in via di sviluppo. In sostanza, sono diventata una persona diversa dopo aver iniziato a usare Tumblr. È un ambiente malsano, sconvolgente e tossico da frequentare. La mia esperienza online, essendo stata influenzata da quel livello di pensiero di gruppo, quel livello di polizia morale e le costanti minacce implicite di ostracizzazione mi hanno reso una persona intensamente ansiosa. Ho visto i miei genitori come dei bigotti perché mi è stato detto su tumblr; perché hanno insistito così a lungo per impedirmi di iniziare gli ormoni. Chiunque ‘sbagli’ pronomi è, secondo tumblr, un nemico. La versione di Tumblr della moralità e della giustizia mi ha resa un’ adolescente impressionabile e insicura – mi sentivo come se il mio unico posto sicuro fosse nella mia testa, dove non sarei mai stata misgenderata. Non mi sentivo al sicuro neanche online, ma non potevo permettermi di criticare i miei amici online. Sebbene avessi appreso tutte queste credenze malsane da loro, mi avevano anche insegnato che avevano un alto livello di moralità. Così ho adottato e pappagallato gli ideali di tumblr e la mia identità è stata convalidata incondizionatamente.

Una di queste malsane convinzioni che sostenevo era che se si ha la disforia di genere, è necessario transizionare. E che chiunque fosse stato in dubbio era un transfobico – un bigotto di destra. Se io stessa avessi messo in dubbio le mie azioni, era perché soffrivo di transfobia interiorizzata. Non importa quanta sincera preoccupazione gli altri possano aver avuto per me, stavano commettendo un atto imperdonabile se mi avessero chiesto semplicemente: “Perché”? Perché voglio essere un ragazzo? Perché voglio cambiare il mio corpo? ”

La mia risposta era invariabilmente: “Perché ho la disforia di genere e devo farlo.”

E questo è il contesto in cui viviamo ora, l’unico che conosciamo. Fino ad ora, con così tante persone che stanno detransizionando, l’unica narrativa che abbiamo davvero ascoltato è stata la stessa, ancora e ancora e ancora: avevo la disforia di genere e quindi ho transizionato. Questo è il contesto in cui viviamo da circa cinque anni. Ma dobbiamo oltrepassarlo. Sono passati tre anni da quando ho fatto la detransizione e ho ancora la disforia di genere. È raro per me vivere un singolo giorno senza pensare, almeno una volta, “Vorrei essere un uomo”.

Ma è così minimale rispetto a quello che ho provato a 16 anni. E ora non ho intenzione di transizionare. Alla fine è stato un errore per me farlo. All’epoca pensavo di non avere altra scelta. Vivere e accontentarsi senza una transizione medica non mi è sembrata un’opzione per me o per tanti altri.

È tempo che diventiamo consapevoli di quanto dolore e negatività stia causando questa narrazione. Il fatto che pensassi di avere una sola opzione era per me un’incredibile fonte di disperazione, terrore e ossessione. Ero già un’adolescente infelice; Non avevo bisogno della pressione aggiuntiva di una scelta di vita che pensavo dovesse essere fatta ed eseguita immediatamente. Posso solo immaginare la pressione che i bambini sentono ora … Che i genitori sentono … È ora di smettere di dire ai bambini che ognuno di loro che sperimenta la disforia di genere come un quindicenne sperimenterà ancora lo stesso livello di disforia di genere a 21 anni. Quando andai dal mio endocrinologo per la prima volta, mio padre gli chiese: “Se mia figlia smette di prendere testosterone, quali cambiamenti saranno permanenti?” E l’endo essenzialmente lo interruppe e disse: “Oh. Nessuno smette mai di prendere testosterone. ”

C’è questa convinzione che dire agli adolescenti che la loro disforia può passare è sbagliato – eticamente e concretamente – e voglio solo sapere perché? Cosa c’è di così sbagliato nel dire ad un adolescente: “Un giorno ti sentirai meglio.”? Non c’è niente di sbagliato in questo. Penso che se l’attivismo che fa pressione affinché gli adolescenti inizino la transizione medica si prendesse davvero cura dei bambini affetti da disforia di genere, avrebbe consentito una discussione che non manipolasse gli adolescenti – ciò non avrebbe fatto sentire i bambini impressionabili, insicuri, infelici che devono transizionare per forza.

Quindi dobbiamo cambiare la narrazione. Questo è il mio intento. E questo è l’intento del Progetto Pique Resilience: cambiare la narrazione. Abbiamo solo una storia, ma abbiamo bisogno di altre. La narrazione sulla detransizione sta crescendo. Sta diventando più grande: ogni giorno sempre più persone ascoltano le storie di coloro che detranzionano. Una sola soluzione non risolverà i problemi individuali di tutti. La transizione medica non aiuterà tutti gli adolescenti a sentirsi meglio. A mio avviso, la propensione a fornire agli adolescenti una terapia ormonale ignora i problemi più grandi. Perché volevo cambiare il mio corpo? Perché odio essere una ragazza? Perché essere un uomo era molto più vantaggioso?

In definitiva, l’opportunità di transizionare ha peggiorato la mia disforia adolescenziale. Questa narrazione mi ha detto che il mio odio per il mio corpo femminile era giustificato, anche positivo. Mi ha detto che l’unico modo per sentirsi meglio era distruggere il mio corpo – le mie parti femminili. I miei modelli erano tutte ftm più grandi che, come me, erano ragazze solitarie e arrabbiate. Ascoltare e identificarsi con le loro storie mi ha insegnato solo che l’accettazione di sé era una finzione e che la vera autenticità poteva venire solo da ormoni e interventi chirurgici. Non c’era spazio per me per amare me stessa.

Dobbiamo iniziare a trattare gli adolescenti con pazienza, compassione e maturità. Dobbiamo smettere di dire loro che la loro sofferenza durerà fino a quando non compreranno un nuovo corpo. Più di ogni altra cosa, dobbiamo smettere di dire loro che hanno solo una scelta e una sola possibilità.

https://www.feministcurrent.com/2019/06/04/dagny-on-social-media-gender-dysphoria-trans-youth-and-detransitioning/

Fonte: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10216934973920589&id=1652991474&sfnsn=mo

L’ORIGINE DELL’IDENTITA’ GAY

 

Pubblichiamo oggi il cap. 2 del libro “The born gay hoax” (“La bufala del gay nato così”).
L’ORIGINE DELL’IDENTITÀ “GAY”
Omosessuali si “è”?
In questo capitolo vedremo come, alla fine del XIX secolo, si è passati dalla nozione di “atto omosessuale”, che fino a quel momento si riferiva all’agire rapporti sessuali con persone dello stesso, al concetto di “identità omosessuale” che invece si riferisce all’essenza stessa della persona ed è oggi ormai dato per scontato nel pensiero dominante.

 

Cap. 2
L’origine dell’identità “gay”

“Uranisti di tutto il mondo, unitevi! (Slogan militante)

Poco più di centocinquanta anni fa, il primo concetto di una  condizione “omosessuale” innata iniziò a circolare in Germania. Prima di questo momento non c’è nessuna traccia nota di alcun essere umano che abbia mai preteso di essere nato con attrazioni per lo stesso sesso (SSA). Il creatore di questo nuovo concetto fu Karl Heinrich Ulrichs (1825-95). Ulrichs, il “nonno del movimento mondiale dei diritti gay” era un avvocato, attivista politico e noto pedofilo. All’età di quattordici anni Ulrichs era stato sedotto dal suo istruttore di equitazione, un uomo di circa trent’anni.1 Osservatori che hanno familiarità con l’alta correlazione tra le molestie sessuali infantili e l’attrazione, da adulti, per persone dello stesso sesso potrebbero concludere che questa esperienza  giovanile è stata la causa della fissazione di Ulrichs.

Intorno al 1860, nel tentativo di ottenere il sostegno per abrogare l’articolo 175 del Codice penale tedesco che criminalizzava la sodomia, Ulrichs iniziò a diffondere la teoria che definisce gli individui che sperimentano ASS (Attrazione Sessuale per lo Stesso Sesso) come membri di un “terzo-genere”. Ulrichs proponeva che ne facessero parte le persone che sviluppano attrazione per lo stesso sesso a causa di una confusione psico-spirituale, in cui il corpo di un uomo diventa abitato dall’anima di una donna (e viceversa per le donne). Ulrichs coniò il i termini “Urning” (maschio) e “Dailing” (femmina) per riferirsi ai membri di questo “terzo-genere”, che non era né maschio né femmina, ma una combinazione di entrambi. Il termine “Uranista” fu introdotto nel 1862 come nuova designazione per la sessualità tra persone dello stesso sesso in generale (sia Urnings che Dailings). Il termine è preso dal Simposio di Platone, in cui si dice che l’Eros per lo stesso sesso cada sotto la protezione della nona musa, Urania. Ulrichs pensava che, dal momento che le attrazioni dello stesso sesso erano naturali, la sodomia non avrebbe dovuto essere criminalizzata.

Sebbene Ulrichs non fosse riuscito ad abolire la legge sulla sodomia, i suoi sforzi  furono comunque influenti, come evidenziato dall’ondata di attivismo politico e pubblica simpatia per gli “Uranisti” in quel periodo. E fu proprio in mezzo a questo cambiamento del clima politico che uno scrittore tedesco-ungherese di nome Karoly Maria Benkert (1824-82) scrivendo sotto lo pseudonimo di Karoly Maria Kertbeny, coniò il termine “Omosessuale” in una lettera aperta al ministro della Giustizia prussiano nel 1869.2 Fino a quel momento, uomini e donne che commettevano atti sessuali tra persone dello stesso sesso erano consosciuti come “Sodomiti”, “pederasti” o “Knabenschaender” (letteralmente, “violentatori di ragazzi”).3

Ulrichs e Kertbeny avevano capito che l’opposizione sociale alla sodomia nasceva dalla convinzione della gente che essa fosse un atto innaturale e irrazionale. Allo scopo di contrastare le connotazioni comportamentali indissolubilmente legate a termini come “Sodomita” e ” violentatori di ragazzi”, Ulrichs e Kertbeny decisero di coniare nuovi termini che facessero riferimento ad un’identità sessuale, piuttosto che a un comportamento specifico. E ci sono riusciti. In effetti, il loro risultato più influento si è dimostrata la coniatura dei termini “uranista” e “omosessuale”. Durante questo periodo, gli uomini tedeschi che praticavano la sodomia iniziarono a definirsi “uranisti” e lo slogan militante, “Uranisti di tutto il mondo, unitevi!” venne usato a livello a livello internazionale.4 Sebbene il termine basato sull’identità di Ulrichs non sia rimasto in uso a lungo, quello di Kertbeny, “omosessuale”, ha dimostrato di avere un fascino più duraturo.

Il critico sociale Mark Steyn spiega come la coniatura di questi termini da parte degli attivisti abbia svolto un ruolo centrale nel movimento di normalizzazione dell’attività sessuale tra persone dello stesso sesso influenzando sottilmente l’opinione pubblica attraverso il lessico. Storicamente, spiega Steyn, la questione morale riguardo l’attività sessuale tra due persone dello stesso genere era identificata con il termine sodomia, un atto. Si può pensare alla sodomia come accettabile oppure inaccettabile; in entrambi i casi, è un atto che qualcuno sceglie di compiere. In seguito, spiega Steyn,  alla fine del diciannovesimo secolo, l’atto fu ridescritto come la condizione di certe persone, che è stata definita “omosessualità”. Successivamente (solo pochi decenni fa) il termine “omosessualità” è stato nuovamente aggiornato, questa volta riferendosi all’identità stessa della persona, in modo che ora identifichiamo le persone come “gay” o “etero” o in qualche posizione “nel mezzo”. Ora il termine descrive chi è una persona. È diventato fondamentale per la propria identità come l’etnia. Steyn spiega: “Ogni nuova formulazione aumenta la posta in gioco: si può contestare e persino criminalizzare un atto; verso una condizione si è obbligati ad essere comprensivi; ma una volta che si tratta di un’identità a tutti gli effetti 24/7, come essere Ispanici o Inuit, qualcosa di meno che un’accettazione completa ti fa marchiare come un bigotto.”5

La strategia socio-politica di Ulrichs si è affermata come modello funzionante nella Germania di fine XIX secolo. Tuttavia, i successivi disordini politici sia all’interno del movimento pro-sodomia, sia in tutta la Germania ha spinto il movimento alla clandestinità. La strategia di Ulrichs era destinata a rimanere inattiva in modo esplicito per quasi un secolo; eppure la sua influenza è sopravvissuta implicitamente nel linguaggio. La teoria del “terzo genere” ha stabilito un nuovo concetto per le masse.

Questo concetto portava con sé un progetto completamente nuovo per il futuro della società.

 

1 Kennedy, Hubert. “Man / Boy Love in the Writing of Karl Heinrich Ulrichs” Kennedy in Pascal, Mark (a cura di) p. 15.

2 Lauritsen, John e Thorstad, David; Il primo movimento per i diritti omosessuali: 1864-1935; New York, Times Change Press, 1974, p. 6

3 Steakly, James D., Il movimento omosessuale per l’emancipazione in Germania. New York, Arno Press, 1975 p. 13) -tutti i termini riferendosi all’atto di sodomia.

4 Rutlegge, Leigh W., The Gay Book of Lists. Boston, Alyson Publications Inc., 1987, pag. 41 e pag. 45 in Pink Swastika

5 Mark Steyn, “Non c’è modo di fermarli ora”, Chicago Sun-Times, 13 luglio 2003, p.35

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