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#RESTIAMOLIBERI

RESTIAMOLIBERI: NO al liberticida #ddlZan sull’#omotransfobia e NO all’istituzione di un nuovo reato, quello di #omofobia, appunto, che non viene definito dal legislatore, lasciando così enormi spazi a interpretazioni e derive liberticide che colpiranno tutti coloro che si esprimeranno pubblicamente in modo non allineato al mainstream.

🔴 In caso di approvazione del testo, sarà possibile per chi gestisce una palestra vietare, ad un uomo che si “si sente donna”, l’ingresso nello spogliatoio delle donne?

🔴Sarà possibile per un genitore chiedere che il figlio non partecipi ad attività scolastiche inerenti temi sensibili sulla sessualità se sono realtà che gravitano nel mondo cosiddetto Lgbt?

🔴Sarà ancora possibile per un sacerdote insegnare la visione cristiana del matrimonio?

🔴Sarà possibile dire pubblicamente che la pratica dell’#uteroinaffitto è un abominio o dirsi contrari alla legge sulle #unionicivili?

Per tutte queste domande il ddl sull’omofobia ha una sola risposta, NO.

Per la #libertà di educazione, per la libertà di stampa, per la libertà di associazione, per la libertàdi espressione, per la libertà religiosa, per la libertà di dire la verità sull’uomo, sui bambini, sulla famiglia.

🔴 Tutte le piazze per manifestare in continuo aggiornamento su http://www.restiamoliberi.it

STUDI DI GENERE: ERA TUTTA UN’INVENZIONE

Se vent’anni fa avessi saputo che nella guerra ideologica su gender e sesso, la mia fazione avrebbe vinto in modo così schiacciante, ne sarei stato entusiasta. Al quel tempo passavo molte serate nei pub o alle cene a discutere di gender e di identità con altri specializzandi; o, in realtà, con chiunque mi avesse prestato ascolto – mia suocera, i miei parenti, o anche soltanto qualsiasi persona a caso abbastanza sfortunata da capitare in mia presenza. Insistevo su come il sesso non esistesse proprio. E lo sapevo, semplicemente lo sapevo. Perché io ero uno storico del gender (genere).

Era esattamente ciò che si doveva essere nei dipartimenti di storia del Nordamerica negli anni ’90. La storia del gender – e i gender studies (studi di genere) in generale nell’ambito accademico – faceva parte di una più ampia categoria di sotto-discipline incentrate sull’identità che stavano prendendo piede in campo umanistico. I dipartimenti di storia per tutto il continente subirono una mutazione. Quando la American Historical Association fece un’indagine su quali fossero i settori di specializzazione più frequentati nel 2007, e successivamente ancora nel 2015, il campo relativamente più studiato era storia delle donne e di genere. E questo era a pari merito con storia sociale, storia culturale, e storia della razza e della sessualità. Con ognuno di questi campi io condividevo la mia concezione del mondo, quella secondo cui ogni identità non sarebbe stata altro che una costruzione sociale. E che l’identità, in fin dei conti, non fosse altro che una questione di potere.

All’epoca erano ben pochi quelli in disaccordo con me. Quasi nessuno di coloro che non avessero subito l’influsso di tali teorie all’università, sarebbe riuscito a credere che il sesso fosse interamente una costruzione sociale, perché una tale concezione era contraria al buon senso. Ed è precisamente ciò che rende sorprendente la svolta culturale che su tale questione è avvenuta così rapidamente. Le persone ragionevoli potrebbero prontamente ammettere come alcune – se non molte – identità di genere siano socialmente costruite, ma questo vuol dire davvero che il sesso non conti nulla? Il genere si fonda solo sulla cultura? Sì, insisterei io. E allora avrei insistito anche di più. Nessuno è più sicuro di sé di uno studente specializzando con la sua preziosa breve esperienza di vita, e con una grande idea.

Ed ora la mia grande idea è ovunque. Essa emerge particolarmente nelle discussioni sui diritti dei transessuali, e sulle regole riguardanti gli atleti transessuali nello sport. Essa è inscritta in leggi che minacciano ripercussioni per tutti coloro che sostengono che il sesso costituisca una realtà biologica. Una tale affermazione, per molti attivisti, equivale ad un discorso d’odio (hate speech). Se uno assumesse la stessa posizione che assumevano tanti dei miei critici negli anni ’90 – quella secondo cui il genere sarebbe almeno in parte fondato sul sesso, e che ci siano in realtà due sessi (maschio e femmina), come i biologi hanno sempre saputo sin dagli albori della loro disciplina – gli ultra-progressisti gli contesterebbero di star negando l’identità delle persone transessuali, che sarebbe come auspicare un danno ontologico ad altri esseri umani.

Sono sicuro che non ci sia bisogno di stare spiegare ai lettori di Quillette tutte le modalità attraverso le quali la logica costruttivista ha pervaso la nostra cultura. Ma ciò che posso offrire è un mea culpa per il ruolo che ho avuto in tutto ciò, ed una critica dettagliata del perché mi sbagliavo allora, e perché i costruttivisti sociali radicali si sbagliano oggi. Un tempo io usavo gli stessi argomenti che loro usano oggi, e sono dunque consapevole di quanto si sbaglino.

Ho la mia tessera di piena adesione al costruttivismo sociale. Ho terminato il mio dottorato in storia di genere e pubblicato il mio primo libro sull’argomento, The Manly Modern: Masculinity in Postwar Canada[1], nel lontano 2007. Il titolo promette più di quanto mantiene; si tratta in realtà di cinque casi di studio di metà ventesimo secolo, tutti situati a Vancouver, dove ci fu un pubblico dibattito sugli aspetti “mascolini” della società. Gli esempi che portai riguardavano la cultura automobilistica, l’omicidio aggravato, un gruppo alpinistico, un terribile incidente su un luogo di lavoro (il cedimento di un ponte), ed una commissione regia sul trattamento di un gruppo di soldati veterani. Non scenderò nei dettagli, ma mi vergogno per alcuni dei contenuti, in particolar modo quelli riguardanti i due ultimi esempi.

Il libro non vinse alcun premio, ma sembra sia diventato uno di quei libri che gli studiosi occasionalmente citano ogniqualvolta vogliano scrivere riguardo alla storia della mascolinità. Guarda, diranno, qualcun altro ha già trattato l’argomento nel 2007, quel collega Canadese, Dummitt. (Google Scholar mi informa che a luglio 2019 era stato citato 112 volte. Non è molto, ma la storia del Canada è un settore ristretto ed il numero di citazioni è solitamente basso per chiunque). Attualmente la mascolinità, specie nella sua variante “tossica”, è un tema caldo. Ma al tempo, in Canda, di libri sulla mascolinità ce n’erano pochi, e così il mio ottenne la sua buona dose di attenzione.

Pubblicai anche un articolo derivato dalla mia tesi per la specializzazione, il quale probabilmente ebbe una diffusione più ampia rispetto ai miei lavori di ricerca. Si trattava di un articolo scherzoso dal titolo Finding a Place for Father: Selling the Barbecue in Postwar Canada[2], che indagava il legame tra gli uomini e l’uso del barbecue nel Canada degli anni ’40 e ’50. (Sì, è questo il genere di cose di cui si occupano gli accademici). Pubblicato per la prima volta nel 1998, è stato ripubblicato svariate volte all’interno di libri di testo per studenti dei corsi di laurea triennale. Un gran numero di giovani studenti universitari, ai loro primi studi sulla storia del Canada, è stato costretto a leggere quell’articolo per apprendere qualcosa riguardo alla storia di genere, e alla costruzione sociale del genere.

Il problema è che io mi sbagliavo. O, per essere un po’ più precisi, sostenevo in parte cose corrette. Ma poi, per il resto, avevo praticamente inventato.

A mia difesa, non ero il solo. Tutti inventavano, e lo fanno ancora. È così che funziona nell’ambito degli studi di genere. Ma non è un granché come difesa. Avrei dovuto avere più giudizio. In realtà, se dovessi psicanalizzarmi retrospettivamente, direi che all’epoca ne fossi ben cosciente. Ed è per proprio per questo che ero tanto rabbioso e risoluto su quanto credevo di sapere. Era per nascondere il fatto che, di base, non avevo prove per una parte delle cose che andavo dicendo. E così mi aggrappavo con forza ai miei argomenti, e stigmatizzavo i punti di vista alternativi. Intellettualmente parlando, non è una bella cosa. Ed è per questo che è così sconfortante vedere come le concezioni che difendevo con tanto fervore – e senza alcun fondamento – siano ora accettate da così tante persone nella società.

La mia metodologia funzionava come segue. Primo, puntualizzavo che, in quanto storico, ero a conoscenza

dell’esistenza di una notevole variabilità culturale e storica. Il genere non era stato mai definito allo stesso modo in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Si trattava, come scrivevo in The Manly Modern, «di un insieme di concetti e relazioni storicamente mutevoli che danno senso alle differenze tra uomini e donne». Come si poteva sostenere che l’essere uomo o donna fosse radicato nella biologia, se avevamo le prove di come esso cambiasse nel tempo? Ed in più insistevo su come «non ci siano fondamenti meta-storici della differenza sessuale radicati nella biologia, né in alcun’altra base concreta che esista a priori del suo essere compresa culturalmente».

Ed infine avevo i miei esempi preferiti, rielaborati in forma di concisi aneddoti che potevo usare a lezione o in conversazione – ad esempio Luigi XIV in quella che definivo la sua posa virile dei polpacci (Figura 1), che nel 1600 sarà pure stata considerata il vertice della mascolinità, ma che oggi sembra piuttosto effeminata. Oppure discutevo dell’azzurro e del rosa, riportando citazioni degli anni ’20 che dimostravano come la gente dicesse ai ragazzini di indossare il rosa, in quanto colore focoso e concreto, e alle ragazzine di indossare l’azzurro, in quanto arioso e celestiale. Con questi suscitavo una risata e segnavo un punto a mio favore. Quelle che, riguardo al genere, ritenevamo essere verità assolutamente certe, erano in realtà cambiate nel corso del tempo. Il genere non era binario; era mutevole e probabilmente senza limiti.

In secondo luogo sostenevo che ogniqualvolta si incappi in qualcuno che dice come una certa cosa sia da maschi e un’altra da femmine, non si tratti mai soltanto di una faccenda di genere. Ma è sempre, al tempo stesso, una faccenda di potere. Il potere era e rimane tuttora una specie di parola magica in ambito accademico – specialmente per gli specializzandi che leggono Michel Foucault per la prima volta. Si ricordi di come allora eravamo nel bel mezzo di interminabili dibattiti sull’”agentività” (Chi la possiede? Chi no? Quando? Dove?). E così se qualcuno avesse negato che genere e sesso fossero mutevoli, avrebbe in realtà fatto il gioco del potere. Sarebbe stato un difensore dell’oppressione. Vi suona familiare?

Ad esempio nel mio articolo sul perché gli uomini si occupassero del barbecue, sostenevo di sapere come l’avere il controllo della spatola fosse in realtà, più genericamente, una questione di potere. Mi domandavo: «Possiamo considerare il coinvolgimento degli uomini nelle faccende domestiche [fare il barbecue] come un piccolo passo di una progressiva evoluzione?». No, naturalmente no. Al contrario, il modo in cui le persone parlavano degli uomini al barbecue «ridefiniva e riarticolava vecchie distinzioni tra il pubblico ed il privato, e tra la mascolinità e la femminilità». In The Manly Modern ero anche più esplicito: «Il genere è anche una questione di potere […] Riferirsi a due concetti in modo da considerarne uno come mascolino e l’altro come femminile, significa stabilire una gerarchia tra i due». Non si trattava mai soltanto di una descrizione di genere. Le idee riguardanti la mascolinità nel passato erano sempre escogitate «a scopo politico». In particolare sostenevo come le idee che discutevo nel libro, dimostrassero che in passato le persone, descrivendo alcune cose come da maschi ed altre da femmine, «si dessero una spiegazione delle differenze tra uomini e donne, nonché una formidabile giustificazione delle disuguaglianze».

Ed infine, al terzo punto, andavo a cercare nella storia una qualche ragione che spiegasse perché, in un dato momento storico, le persone si riferissero ad una certa cosa come mascolina oppure femminile. La storia è un campo vastissimo, e dunque vi si può sempre trovare qualcosa. Scrivendo degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, potevo sempre affermare che la gente allora fosse ansiosa di tornare alla normalità dopo il conflitto. Le donne avevano anche prestato servizio militare, ed avevano svolto lavori “da uomini”. E dunque il fulcro delle distinzioni di genere riguardava il ricollocare le donne a casa dopo le attività svolte durante la guerra. Era tutta una questione di controllo e di oppressione.

E naturalmente, alla fine degli anni ’40, la gente era in ansia per questi cambiamenti. Potevo citare le ricerche di altri sull’argomento, e così mostrare – davvero mostrare, pensavo – che il genere fosse un costrutto sociale, e che fosse stato articolato in maniera tale da rimettere le donne al loro posto dopo la seconda guerra mondiale.

Si può così procedere selettivamente con altri dettagli contestuali. Ed è proprio ciò che in effetti facevo nel mio libro. Ero restato affascinato dagli studi sulla modernizzazione della vita alla metà del secolo, e così indicai tutti i modi in cui, negli anni del dopoguerra, le persone collegassero i discorsi sulla modernità con quelli sulla mascolinità. Per essere un lavoro di ricerca esso era, se mi è concesso dire, esposto in maniera decisamente elegante. Il problema è che esso era, in parte, un fallimento dal punto di vista intellettuale.

Ecco dove non mi sbagliavo: la ricerca d’archivio, io credo fosse solida. Ero risalito ai documenti di quel tempo, e così ho potuto ricostruire in che modo la gente parlasse e scrivesse riguardo all’essere un maschio. Ero davvero riuscito a conoscere quell’epoca. È questa la parte meravigliosamente “voyeuristica” dell’essere uno storico, un po’ come scrivere una letteratura di viaggio.

Nella misura in cui mi attenevo ai documenti, e ricostruivo il modo di parlare della gente in passato, ero su un terreno sicuro. Nel gergo degli storici, questo era il “come” della storia. Gli storici considerano certe domande più importanti di altre. Si presuppone che chiunque possa rispondere correttamente al “chi”, “cosa”, “quando” e “dove”. Questi sono i dettagli del passato. Ma come scrisse il grande storico E. H. Carr, questo genere di accuratezza è un dovere, non una virtù. Non è dunque qualcosa che io possa esibire come un vanto.

Ma sorgono allora due ulteriori domande, che sono poi quelle che realmente contano. La prima di esse è il “come”: in che modo ciò è accaduto? Come le persone pensavano in passato? Rispondere a queste domande significa ricostruire gli schemi di pensiero. Non si possono mai ricostruire completamente gli schemi di pensiero degli altri, soprattutto se vivevano in un’altra epoca. Ma per quanto riguarda questo compito, direi di aver passato l’esame a pieni voti.

Ma la domanda più difficile ed importante tra tutte è l’ultima: “perché?”. Perché un certo fatto è accaduto nel modo in cui è accaduto? Nel mio caso la domanda era: perché nel dopoguerra i canadesi discutevano di uomini e donne nel modo in cui ne discutevano?

Io avevo le risposte, ma non le avevo trovate con la mia ricerca sulle fonti primarie. Esse derivavano dalle mie convinzioni ideologiche, sebbene al tempo non le avrei descritte come ideologia. Né lo avrebbero fatto i miei colleghi ricercatori che adottavano lo stesso approccio, e a differenza di me ancora lo adottano: un insieme di credenze preformate integrate nella penombra disciplinare degli studi di genere. Essenzialmente io seguivo la strategia foucaultiana in tre punti esposta più sopra.

La gente parlava degli uomini alla maniera che avevo descritto perché, spiegavo, il genere era una costruzione sociale le cui linee principali potevano essere ricondotte al potere e all’oppressione: i Canadesi avrebbero utilizzato una forma di pensiero caratterizzata da aspetti di genere per dare più potere agli uomini e svantaggiare le donne, e per strutturare una mascolinità che fosse migliore della femminilità.

Riguardo alla più ampia questione se il genere sia un costrutto sociale, non era questa una cosa che io potessi dimostrare. Ma in The Manly Modern, citavo l’eminente storico Joan Scott a questo proposito, e ciò parve sufficiente ad accontentare i revisori. Certamente nel mio libro dimostravo come le persone parlassero utilizzando un linguaggio di genere. Descrivevano alcune cose come più mascoline, ed altre più femminili. Per quanto pure su questo punto potevo permettermi di essere creativo: se non ci si riferiva a qualcosa specificamente come mascolino o femminile, io potevo sempre suggerire che ciò fosse sottinteso. Ad esempio in un capitolo di The Manly Modern, affermavo come gli «ideali del buon guidatore e dell’uomo buono – categorie evidentemente distinte – avessero molte caratteristiche in comune». E sostenevo anche che se i contemporanei non avevano fatto esplicitamente notare questo aspetto, era perché esso era “dato per scontato”. E se ci infilavi dentro delle citazioni ad un altro studioso che diceva la stessa cosa, tutto sembrava aver senso.

Naturalmente sarebbe stato possibile osservare le stesse fonti e trarne spiegazioni alternative perfettamente plausibili. È possibile che i canadesi avessero socialmente costruito l’idea che gli uomini fossero inclini a rischiare? Sì, è plausibile. Ma è plausibile anche che avessero parlato in quel modo degli uomini perché, tipicamente, gli uomini… si assumevano più rischi. Infatti potrebbe semplicemente darsi che sia così che gli uomini sono fatti. In un senso o nell’altro, la mia ricerca non dimostrava alcunché. Io avevo semplicemente presunto che il genere fosse un costrutto sociale, e procedevo su quella base.

Non ho mai affrontato – almeno non seriamente – qualcuno che proponesse spiegazioni alternative. E nessuno, durante tutta la mia specializzazione, né nelle revisioni paritarie, mi ha mai proposto un’alternativa, eccetto che in conversazione, solitamente al di fuori dell’ambito accademico. E così io non sono mai stato costretto a confrontarmi con le spiegazioni alternative ed incentrate sulla biologia, le quali erano plausibili almeno tanto quanto l’ipotesi cui io conferivo un’aria di certezza. La critica di Steven Pinker al costruttivismo sociale, The Blank Slate: The Modern Denial of Human Nature[3], era stata pubblicata nel 2002, prima che io terminassi il mio dottorato e pubblicassi il mio libro. Purtuttavia di essa non avevo mai nemmeno sentito parlare, e nessuno mi aveva mai fatto notare che io dovessi confrontarmi con gli argomenti e le prove in essa esposte. Già questo la dice lunga sul contenitore in cui noi tutti vivevamo chiusi.

Le uniche vere critiche che io ricevetti, erano esortazioni a rafforzare il paradigma, o a battersi per altre identità e a protestare contro altre forme di oppressione. (L’idea secondo cui l’oppressione esistesse assolutamente fondandosi su queste identità intersezionali, era semplicemente presunta, non dimostrata né provata). E così poteva capitare che mi venisse chiesto perché non parlassi di più di classe. O perché passassi così tanto tempo a parlare degli uomini e non delle donne. Seppure stessi decostruendo la mascolinità e mostrassi come essa fosse un costrutto sociale, sarebbe stato sicuramente necessario prestare attenzione anche alle donne. E riguardo alla sessualità? Non avevo forse trovato un maggior numero di riferimenti a uomini non eterosessuali, così che dovessi concentrarmi sui modi in cui la mascolinità veniva costruita insieme alla sessualità? Si possono estendere queste critiche in una miriade di modi diversi. Ma tutte quante, è questo il punto, si muovono all’interno dello stesso paradigma che io avevo già adottato. Si tratta esattamente della stessa “ciambella autofaga” che è stata oggetto di satira nella recente bufala dei “grievance studies”.[4]

Qualche primo dubbio sulla mia preparazione specialistica cominciò ad insinuarsi proprio in quelle circostanze. Per quanto a lungo la mia professione avrebbe potuto continuare ad espandersi includendo via via sempre più forme di oppressione diverse? Di sicuro ad un certo punto la storia sarebbe diventata una disciplina perfettamente inclusiva. In effetti io ero abbastanza certo che lo fosse già. Nel 2009 pubblicai un libro contenente un saggio intitolato After Inclusiveness (Dopo l’inclusività), in cui sostenevo precisamente ciò. Fortunatamente allora avevo già un incarico stabile all’università quando il libro venne pubblicato. Molti colleghi in privato ammettevano che io avessi ragione, ma quasi nessuno lo avrebbe detto a mezzo stampa.

Mi ricordo una conversazione con un geniale storico più anziano che si era gentilmente offerto di leggere il mio articolo sugli uomini al barbecue. Ero un giovane studente di dottorato e mi occupavo di argomenti completamente diversi dai suoi. Non so perché fu così disponibile, ma i suoi commenti sono significativi. Con rispetto mi disse che la parte centrale era buona, ma che avrebbe potuto “tanto prendere che lasciare” sia l’inizio che la fine. Ovvero, dell’articolo gli piacque la ricerca vera e propria, nella quale ricostruivo come nel Canada postbellico la gente discutesse riguardo agli uomini in cucina. Ma la parte in cui avvolgevo il tutto nell’ideologia espressa dagli ultimi libri che avevo letto, non molto.

Al tempo non apportai cambiamento alcuno. Come avrei potuto? Quello era il paradigma a cui mi attenevo. Era nell’introduzione e nelle conclusioni che andavo a segno proprio dove volevo: che il genere fosse una costruzione sociale, che i canadesi nel dopoguerra provassero un certo nervosismo riguardo agli uomini che vivevano una vita addomesticata nelle periferie e che erano impegnati come padri presenti, e così utilizzassero l’esempio ridicolo degli uomini al barbecue per sostenere che in fondo gli uomini non erano poi più di tanto coinvolti in cucina, e che quando lo erano è perché era una cosa divertente, e che naturalmente non erano bravi a farlo, e vi si dedicavano solamente perché fosse una cosa pericolosa che ricordava loro i tempi delle caverne. C’era il potere al lavoro qui, che in modo certamente divertente puntellava le distinzioni tra uomini e donne.

Per ribadire: il problema era, e rimane, che mi stavo inventando tutto. Quello che presentavo era un tirare ad indovinare in maniera erudita. Si trattava di ipotesi. Forse avevo ragione. Ma né io né nessun altro ha mai pensato di verificare quanto scrivessi. Ciò che mi disse quello studioso più anziano potrebbe applicarsi a migliaia di altri articoli e libri: la parte centrale va bene, ma tanto l’introduzione quanto le conclusioni sono dubbie.

Sorgono spontaneamente alcune domande fondamentali. Ci sono davvero state, nei vari tempi e luoghi, aspettative sul genere estremamente diverse e mutevoli? Non è una domanda che può trovare risposta nei sintetici aneddoti che ero solito presentare, e che la gente ancora oggi ripropone a ruota. La questione doveva essere studiata sistematicamente e comparativamente. Nel rileggermi oggi, devo ammettere che quanto avevo sotto gli occhi era una leggera variabilità intorno a dei punti fermi. La concezione degli uomini come coloro che provvedono alla famiglia, che si assumono dei rischi, che hanno una particolare responsabilità di protezione e per la guerra, sembra ricorrere più o meno sempre allo stesso modo nel corso della storia e nelle diverse culture. Sì, ci sono mutamenti nel corso della vita, nonché alcune peculiarità storiche e culturali. Ma se la ricerca non parte già con l’assunzione che le piccole differenze debbano contare molto, non è affatto pacifico che le prove conducano a tale conclusione.

E davvero si trattava sempre di una questione di potere? Forse. E forse no. Le prove che portavo per insistere che si trattasse di potere, consistevano nel citare altri studiosi che lo sostenevano. E se avevano dei nomi francesi ed erano filosofi, la cosa mi era d’aiuto. Anche i lavori del sociologo australiano R. W. Connell mi furono utili. Questi sosteneva che la mascolinità riguardasse in primo luogo il potere, l’affermazione del proprio dominio sulle donne e su altri uomini. Ma in effetti i suoi lavori non lo dimostravano; si trattava semplicemente di un’estrapolazione plausibile da un piccolo numero di casi di studio, proprio come avevo fatto io. E così io citavo Connell. Ed altri citavano me. Ed è così che si “dimostra” che il genere è un costrutto sociale e che sia tutta una faccenda di potere. O anche, in pratica, qualsiasi altra cosa.

Sia le mie argomentazioni fallaci, che altri studi che presentano gli stessi difetti di ragionamento, vengono ora branditi dagli attivisti e dai governi per legiferare su un nuovo codice morale e di condotta. Una cosa era quando io andavo a bere con i miei compagni specializzandi e disputavamo all’interno dell’insignificante mondo del nostro proprio ego. Ma ora c’è molto di più in ballo. Mi piacerebbe poter dire che gli studi siano migliorati, e che i criteri di prova e di revisione paritaria siano diventati più restrittivi. Ma la realtà è che la pressoché completa accettazione del costruttivismo sociale in alcuni circoli, sembra più che altro il risultato di un cambiamento della popolazione accademica, con alcune specifiche concezioni che hanno assunto una posizione ancor più predominante rispetto ai miei anni giovanili alla scuola di specializzazione.

Queste confessioni non dovrebbero esser prese per un argomento a sostegno del fatto che il genere non sarebbe, in molti casi, socialmente costruito. Tuttavia i critici del costruttivismo sociale hanno ragione ad inarcare le sopracciglia di fronte a certe cosiddette prove presentate da presunti esperti. Le mie argomentazioni fallaci non sono mai state messe in questione, e in effetti divennero ancora più ideologicamente inclinate durante il processo di revisione paritaria. Fintanto che avremo a che fare con studi su sesso e genere con tali serie criticità, ed ideologicamente contrastanti; finché revisione paritaria non significherà qualcosa di più della mera difesa ideologica di gruppo, fino ad allora dovremmo essere molto scettici su molta di quella che è considerata “competenza” riguardo alla costruzione sociale del sesso e del genere.

[1] Il moderno virile: la mascolinità nel Canada postbellico. Non esistono edizioni italiane

[2] Trovare una collocazione al padre: vendere barbecue nel Canada postbellico. Non sono disponibili traduzioni italiane.

[3] trad. it. Tabula rasa. Perché non è vero che gli uomini nascono tutti uguali, Mondadori, 2005

[4] Per autofagia si intende una forma fallace di ragionamento in cui le conseguenze di una certa argomentazione invalidano l’argomentazione stessa, la quale pertanto “divora se stessa”. L’esempio tipico è l’affermazione «non esiste alcuna verità», infatti se ciò fosse vero non sarebbe nemmeno possibile affermarlo. Per autofagia si può intendere anche una forma di argomentazione che, se analizzata, si scopre essere fondata sulle sue stesse conseguenze, risolvendosi così in un ragionamento circolare. Sostenere quell’argomentazione, sarebbe come cercare di “nutrirsi di se stessi” senza alcun apporto esterno. La critica di Dummitt è dunque la seguente: gli studi di genere dovrebbero confrontarsi con le obiezioni al loro paradigma, ossia con quegli studi che forniscono prove ed argomenti contro il costruttivismo sociale. Invece, scrive Dummitt, gli studi di genere sono un campo completamente chiuso in se stesso (la “ciambella autofaga”) in cui ogni discussione o critica si basa sempre sullo stesso paradigma, il quale pertanto non potrà mai essere né comprovato né smentito nell’ambito stesso degli studi di genere per come sono concepiti oggi, e questo costituisce il loro aspetto ideologico. La bufala dei “grievance studies” cui si fa riferimento è un’operazione condotta da tre ricercatori con lo scopo di smascherare il carattere ideologico di molte ricerche nell’ambito delle scienze sociali (per i dettagli vedasi en.wikipedia.org/wiki/Grievance_studies_affair). In estrema sintesi questi ricercatori definivano provocatoriamente “grievance studies” (studi sulle lamentele) tutti quegli studi sociali che dietro al paravento dell’indagine sociale nascondono l’intento di fornire un fondamento apparentemente solido a rivendicazioni di vario genere, su base sessuale, religiosa, etnica, ecc., e nei quali solo certe conclusioni prestabilite sono ammesse. Questi ricercatori inviarono a diverse riviste del settore articoli palesemente assurdi, che però soddisfacevano i canoni del costruttivismo sociale, riuscendo ad ottenere in molti casi la pubblicazione. Pubblicarono ad esempio uno studio in cui si sosteneva che il pene non dovrebbe essere considerato una parte anatomica, ma un costrutto sociale funzionale alla “mascolinità tossica”, e un altro in cui si sosteneva che i cani alimentassero la “cultura dello stupro”. [NdT]

Fonte: https://www.sabinopaciolla.com/dummitt-studi-di-genere-mi-spiace-mi-sono-inventato-tutto-e-vi-spiego-perche/

https://quillette.com/2019/09/17/i-basically-just-made-it-up-confessions-of-a-social-constructionist/

Traduzione di Francesco Santoni

IL DOLORE DI UN CAMBIAMENTO SBAGLIATO

QUANTO SONO ACCURATE LE DIAGNOSI DI DISFORIA DI GENERE?

Malgrado le rassicurazioni che le cliniche seguono rigorosi screening e procedure, sembra che le cose vadano spesso in modo diverso.
Grace è una donna che sta effettuando la de-transizione (cioè il ritorno alla condizione di donna dopo essere stata operata per diventare uomo). Può essere seguita su Twitter@hormonehangover. Di recente ha parlato con la dottoressa che le aveva prescritto la terapia ormonale sostitutiva e l’intervento chirurgico. Riportiamo alcuni passaggi della sua testimonianza:
Ho iniziato la mia transizione fisica all’età di 23 anni, ero molto depressa, non vedevo altro da fare, ho assunto gli ormoni, ho subito un intervento chirurgico, ma poi mi sono resa conto che non andavo da nessuna parte e la mia fantasia di diventare un uomo felice era impossibile. Le ho detto che mi sono pentita inequivocabilmente della chirurgia e degli ormoni. Le ho detto che l’intervento mi aveva procurato rimpianto e dolore. Le ho detto che avrei voluto sapere se c’erano altri modi per affrontare la disforia di genere. Le ho chiesto se aveva seguito le procedure previste in questi casi (WPATH).
“Naturalmente” ha risposto.
Ho spiegato che seguendo le procedure NPAHT, avrei dovuto essere stata sottoposta a screening per ansia, depressione, autolesionismo, esperienze di abuso e abbandono, compulsività, abuso di sostanze, preoccupazioni sessuali, disturbi della personalità, disturbi alimentari, disturbi psicotici e di spettro autistico. Le ho detto che se fossi stata sottoposta a screening e trattamento, ad esempio, per disturbi alimentari, depressione e forte compulsività, ciò mi avrebbe aiutato molto a ridurre il disagio di genere, ma le uniche cose che mi sono state chieste sono:
“perchè vuoi la transizione?”
“Perchè essere donna non sta funzionando con me” risposi
Poi mi ha dato un modulo di consenso informato da firmare, e basta. Mi ha diagnosticato una disforia di genere sulla base della mia opinione disinformata. Mi ha anche scritto una prescrizione per la una doppia mastectomia entro cinque mesi. Non ci sono state altre domande”
Presi la decisione di fare la transizione da donna a uomo in un momento in cui un sacco problemi si stavano affastellando nella mia vita. In nessun ordine particolare: ero appena uscita da una relazione spaventosa con un ragazzo alcolizzato. Ero fuori dal college e disoccupata e non avevo idea di cosa fare con la mia laurea in studi di genere. Essere fuori dalla struttura della scuola per la prima volta nella mia vita è stato davvero difficile per me. Mi era appena stata diagnosticata l’ADHD per adulti ed ero alla deriva. Ho anche avuto disturbi alimentari per anni. Ho avuto alcune esperienze sessuali traumatiche che mi hanno fatto fatto provare disgusto per il mio corpo. Inoltre, per la prima volta, mi erano venuti in mente pensieri suicidi. Col senno di poi, sarebbe stato un bel momento per rilassarmi, concentrarmi sulla mia salute mentale e rimandare le decisioni chirurgiche permanenti. Ma purtroppo sono una persona impulsiva e invece sono diventata ossessionata dalla transizione come la cosa che mi avrebbe salvato.
Prima di cominciare la transizione sono andata da una psicologa. Le qualifiche che mi dette erano che aveva lavorato con diversi transessuali uomini. Abbiamo avuto solo un paio di incontri prima di procedere con la transizione. La sua esperienza era veramente mediocre: era una terapista ultra-affermativa che sapeva veramente poco di persone transessuali. Non mi ha sfidato in alcun modo e mi ha raccomandato che se avessi messo in discussione il mio genere, avrei dovuto comprare una fascia per schiacciare il seno e provarla. Avevo resistito nel farlo, ma poi ho seguito il suo suggerimento. Questo si è rivelato il peggior consiglio possibile che potesse darmi, perché la fasciatura ti fa odiare il corpo e rende difficile respirare. Ha anche peggiorato la disconnessione dal mio seno. Dopo alcuni mesi di fasciatura, volevo davvero un intervento chirurgico in modo da poter smettere di utilizzare la fascia.
Mi sono sentita stupida per aver dato retta ad una ciarlatana come questa dottoressa, ma anche oltraggiata. Ha ammesso di non sapere come si fa una diagnosi di disforia di genere. Quante persone stanno soffrendo come me? Ho sentito che adesso sta trattando minori e prescrivendo bloccanti della pubertà…..

Tratto da: https://medium.com/@mariacatt42/talking-about-talking-to-doctors-49778915ed4

Traduzione Frank Gordon

L’ORIGINE DELL’IDENTITA’ GAY

 

Pubblichiamo oggi il cap. 2 del libro “The born gay hoax” (“La bufala del gay nato così”).
L’ORIGINE DELL’IDENTITÀ “GAY”
Omosessuali si “è”?
In questo capitolo vedremo come, alla fine del XIX secolo, si è passati dalla nozione di “atto omosessuale”, che fino a quel momento si riferiva all’agire rapporti sessuali con persone dello stesso, al concetto di “identità omosessuale” che invece si riferisce all’essenza stessa della persona ed è oggi ormai dato per scontato nel pensiero dominante.

 

Cap. 2
L’origine dell’identità “gay”

“Uranisti di tutto il mondo, unitevi! (Slogan militante)

Poco più di centocinquanta anni fa, il primo concetto di una  condizione “omosessuale” innata iniziò a circolare in Germania. Prima di questo momento non c’è nessuna traccia nota di alcun essere umano che abbia mai preteso di essere nato con attrazioni per lo stesso sesso (SSA). Il creatore di questo nuovo concetto fu Karl Heinrich Ulrichs (1825-95). Ulrichs, il “nonno del movimento mondiale dei diritti gay” era un avvocato, attivista politico e noto pedofilo. All’età di quattordici anni Ulrichs era stato sedotto dal suo istruttore di equitazione, un uomo di circa trent’anni.1 Osservatori che hanno familiarità con l’alta correlazione tra le molestie sessuali infantili e l’attrazione, da adulti, per persone dello stesso sesso potrebbero concludere che questa esperienza  giovanile è stata la causa della fissazione di Ulrichs.

Intorno al 1860, nel tentativo di ottenere il sostegno per abrogare l’articolo 175 del Codice penale tedesco che criminalizzava la sodomia, Ulrichs iniziò a diffondere la teoria che definisce gli individui che sperimentano ASS (Attrazione Sessuale per lo Stesso Sesso) come membri di un “terzo-genere”. Ulrichs proponeva che ne facessero parte le persone che sviluppano attrazione per lo stesso sesso a causa di una confusione psico-spirituale, in cui il corpo di un uomo diventa abitato dall’anima di una donna (e viceversa per le donne). Ulrichs coniò il i termini “Urning” (maschio) e “Dailing” (femmina) per riferirsi ai membri di questo “terzo-genere”, che non era né maschio né femmina, ma una combinazione di entrambi. Il termine “Uranista” fu introdotto nel 1862 come nuova designazione per la sessualità tra persone dello stesso sesso in generale (sia Urnings che Dailings). Il termine è preso dal Simposio di Platone, in cui si dice che l’Eros per lo stesso sesso cada sotto la protezione della nona musa, Urania. Ulrichs pensava che, dal momento che le attrazioni dello stesso sesso erano naturali, la sodomia non avrebbe dovuto essere criminalizzata.

Sebbene Ulrichs non fosse riuscito ad abolire la legge sulla sodomia, i suoi sforzi  furono comunque influenti, come evidenziato dall’ondata di attivismo politico e pubblica simpatia per gli “Uranisti” in quel periodo. E fu proprio in mezzo a questo cambiamento del clima politico che uno scrittore tedesco-ungherese di nome Karoly Maria Benkert (1824-82) scrivendo sotto lo pseudonimo di Karoly Maria Kertbeny, coniò il termine “Omosessuale” in una lettera aperta al ministro della Giustizia prussiano nel 1869.2 Fino a quel momento, uomini e donne che commettevano atti sessuali tra persone dello stesso sesso erano consosciuti come “Sodomiti”, “pederasti” o “Knabenschaender” (letteralmente, “violentatori di ragazzi”).3

Ulrichs e Kertbeny avevano capito che l’opposizione sociale alla sodomia nasceva dalla convinzione della gente che essa fosse un atto innaturale e irrazionale. Allo scopo di contrastare le connotazioni comportamentali indissolubilmente legate a termini come “Sodomita” e ” violentatori di ragazzi”, Ulrichs e Kertbeny decisero di coniare nuovi termini che facessero riferimento ad un’identità sessuale, piuttosto che a un comportamento specifico. E ci sono riusciti. In effetti, il loro risultato più influento si è dimostrata la coniatura dei termini “uranista” e “omosessuale”. Durante questo periodo, gli uomini tedeschi che praticavano la sodomia iniziarono a definirsi “uranisti” e lo slogan militante, “Uranisti di tutto il mondo, unitevi!” venne usato a livello a livello internazionale.4 Sebbene il termine basato sull’identità di Ulrichs non sia rimasto in uso a lungo, quello di Kertbeny, “omosessuale”, ha dimostrato di avere un fascino più duraturo.

Il critico sociale Mark Steyn spiega come la coniatura di questi termini da parte degli attivisti abbia svolto un ruolo centrale nel movimento di normalizzazione dell’attività sessuale tra persone dello stesso sesso influenzando sottilmente l’opinione pubblica attraverso il lessico. Storicamente, spiega Steyn, la questione morale riguardo l’attività sessuale tra due persone dello stesso genere era identificata con il termine sodomia, un atto. Si può pensare alla sodomia come accettabile oppure inaccettabile; in entrambi i casi, è un atto che qualcuno sceglie di compiere. In seguito, spiega Steyn,  alla fine del diciannovesimo secolo, l’atto fu ridescritto come la condizione di certe persone, che è stata definita “omosessualità”. Successivamente (solo pochi decenni fa) il termine “omosessualità” è stato nuovamente aggiornato, questa volta riferendosi all’identità stessa della persona, in modo che ora identifichiamo le persone come “gay” o “etero” o in qualche posizione “nel mezzo”. Ora il termine descrive chi è una persona. È diventato fondamentale per la propria identità come l’etnia. Steyn spiega: “Ogni nuova formulazione aumenta la posta in gioco: si può contestare e persino criminalizzare un atto; verso una condizione si è obbligati ad essere comprensivi; ma una volta che si tratta di un’identità a tutti gli effetti 24/7, come essere Ispanici o Inuit, qualcosa di meno che un’accettazione completa ti fa marchiare come un bigotto.”5

La strategia socio-politica di Ulrichs si è affermata come modello funzionante nella Germania di fine XIX secolo. Tuttavia, i successivi disordini politici sia all’interno del movimento pro-sodomia, sia in tutta la Germania ha spinto il movimento alla clandestinità. La strategia di Ulrichs era destinata a rimanere inattiva in modo esplicito per quasi un secolo; eppure la sua influenza è sopravvissuta implicitamente nel linguaggio. La teoria del “terzo genere” ha stabilito un nuovo concetto per le masse.

Questo concetto portava con sé un progetto completamente nuovo per il futuro della società.

 

1 Kennedy, Hubert. “Man / Boy Love in the Writing of Karl Heinrich Ulrichs” Kennedy in Pascal, Mark (a cura di) p. 15.

2 Lauritsen, John e Thorstad, David; Il primo movimento per i diritti omosessuali: 1864-1935; New York, Times Change Press, 1974, p. 6

3 Steakly, James D., Il movimento omosessuale per l’emancipazione in Germania. New York, Arno Press, 1975 p. 13) -tutti i termini riferendosi all’atto di sodomia.

4 Rutlegge, Leigh W., The Gay Book of Lists. Boston, Alyson Publications Inc., 1987, pag. 41 e pag. 45 in Pink Swastika

5 Mark Steyn, “Non c’è modo di fermarli ora”, Chicago Sun-Times, 13 luglio 2003, p.35

La paura come strumento di controllo e di dominio: come saremo tra vent’anni?

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La paura. La paura come metodo di controllo sociale: un sistema trasparente, invisibile, ma che funziona. La paura del peggio. O la paura di non riuscire. La paura di non farcela. La paura di perdere quello che si ha. La paura di essere dalla parte sbagliata, o semplicemente di sbagliarsi. La paura di fare brutte figure: di essere considerati diversi dal gregge. La paura di essere isolati. La paura di essere stigmatizzati. La paura di essere punti.

Hanno saputo instillare la paura ovunque: matrimoni finiscono, figli non crescono, padri tacciono di fronte al male. Quando addirittura non ne sono complici: per paura. Fino al punto che alcune madri uccidono i loro figli, nel loro grembo: per paura. Genitori, e quindi insegnanti che concedono tutto, senza fatica: per paura che i giovani altrimenti non ci riescano.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi a lungo.

Ma come hanno fatto a radicare in noi questa paura?

Con tante belle paroline magiche, che dicono in realtà il loro contrario:

l’uccisione del figlio da parte della madre è “autodeterminazione“, mutilare un corpo sano e sottoporlo a bombardamento chimico per scappare dai propri problemi è libera “percezione soggettiva del genere“, stracciare il giuramento di quando ci si è sposati è il supremo diritto di “rifarsi una nuova vita“, lavorare sottopagati, come schiavi è “un gesto di responsabilità verso le nuove generazioni“, favorire la sostituzione etnica è “apertura mentale“, “altruismo” addirittura “arricchimento culturale” e “guerra al razzismo“, liberalizzare le droghe ed ogni schifezza possibile è “lotta al fascismo“, dimenticare la sovranità sul proprio corpo e su quello dei propri figli e farsi iniettare non si sa esattamente cosa, non si sa perché prima e non dopo, non si sa realmente a vantaggio di chi e soprattutto non si sa perché, è “gesto di civiltà” e da uomini e donne “di scienza” (che ovviamente, ci viene detto, “non è democratica” – quando chiunque abbia studiato un minimo di Epistemologia sa che è esattamente il contrario: ma dobbiamo impararlo bene, quello che ci viene detto “scientificamente” è indiscutibile. Ok?); assecondare ogni ideologia, anche la più perversa equivale essere “al passo con i tempi“, “vivere nel 2019” o lasciarsi finalmente alle spalle “il buio Medioevo“; farsi uccidere all’Ospedale, far morire i disabili – perfino i bambini! – là dove dovrebbero essere curati? Un “gesto di grande responsabilità“, rendere la vita “degna di essere vissuta“. Ovviamente.

Quando, date queste premesse, di buio e di indegno c’è solo il futuro che ci aspetta: la rana che viene bollita, le finestre di Overton che si aprono, per fare spazio al Nulla. Ad un uomo ridotto ad un nulla, ad un nihil che nemmeno il Nichilismo più estremo aveva immaginato: un uomo ridotto a merce, incapace di essere sé stesso, di identificarsi, di pensare, di criticare, di reagire all’ingiustizia e al sopruso.

Perché se si guardano le cose in prospettiva, tra vent’anni, al massimo trenta, ci saremo dimenticati tutti della nostra identità, e saremo tutti abituati a farci tele-comandare, convinti di non valere nulla, che essere schiavi è bello, che non abbiamo alcun diritto di espressione, di parola, e men che meno di critica, o che non siamo nemmeno padroni di decidere se, come e quando curarci (ammesso che siamo davvero malati) avendo ormai perso la proprietà del nostro corpo, oltre che del nostro cervello e forse anche della nostra anima.

Alessandro Benigni

 

 

Miracolo a Parma: bambini nascono da genitori dello stesso sesso

 

Ormai senza troppo stupore, registriamo un nuovo miracolo della psicosi gender, questa volta a Parma.

Psicolandia estende così i suoi confini, ampliando il territorio fino alla ricca e (poco) ridente città emiliana:

 

Pizzarotti, “su adozioni non temo Salvini, no a bacchettate ignoranti“.

Roma, 23 dic. (AdnKronos) (di Ileana Sciarra) – Quattro atti di nascita per altrettante coppie di genitori omosessuali freschi di firma, “io non l’ho fatto contro qualcuno o per protesta: la famiglia è dove ci sono persone che si vogliono bene, al di là del sesso“. Lo dice il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, presidente di Italia in Comune, in un’intervista all’Adnkronos. Alla domanda se non tema le ‘bacchettate’ del ministro dell’Interno Matteo Salvini, da sempre contrario alle adozioni ‘arcobaleno‘, “spero non siano così ignoranti da voler bacchettare – replica Pizzarotti – ma io non ho tolto nulla a nessuno. Per me è giusto che queste famiglie abbiano gli stessi diritti, senza toglierne agli altri. E’ questo del resto il bello dei diritti: puoi darne senza toglierne. (link

 

 

Il solito mantra: la famiglia è “dove c’è amore”; chi condanna utero in affitto e compravendita di bambini è “ignorante” (sic.!); i bambini non hanno alcun diritto ad avere padre e padre: i soli diritti sono quelli degli adulti.

Eccetera, eccetera, eccetera.

 

 

A Pizzarotti, in breve, facciamo notare che:

 

1) Il diritto naturale del bambino ad avere un padre è una madre è evidente e non ha bisogno di giustificazioni: è scritto nel suo DNA, è così che viene concepito, senza un uomo e una donna, dunque senza un padre e una madre nessuno viene al mondo. Chiunque è figlio “di” un uomo e una donna e ciascun padre o ciascuna madre è genitore “diquel bambino. La preposizione “di” indica appunto una co-appartenenza, un complemento di specificazione relativo al possesso, che risponde alla domanda “di chi?” ed indica in questo caso la provenienza (γένος – ghénos), la relazione originaria che fonda l’essere umano.

 

Come se non bastasse, il tutto è stato fissato nero su bianco dalla Convenzione internazionale sui Diritti dell’Infanzia:

Art. 7 – Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.

 

 

2) Nessuno può nascere da due persone dello stesso sesso: gli atti di nascita così registrati sono una evidente negazione della realtà. E’ interessante (e preoccupante) notare che la negazione convinta della realtà è indice di una grave tipologia di disturbo psichiatrico che si chiama psicosi. La psicosi comporta disturbi del pensiero (come deliri e allucinazioni).

 

 

070605carta.jpgDiceva il prof. Italo Carta (ordinario di Psichiatria e Direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano):

Quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“.

 

Mentre la psicanalista Claude Halmos, una dei massimi esperti riconosciuti in etàclaude-halmos_5121198.jpg infantile, ha spiegato che è sbagliato affermare che le coppie omosessuali sono uguali a quelle etero, e «rivendicando il “diritto alla non differenza” richiedono che le coppie gay abbiano il diritto “come le coppie eterosessuali” di adottare bambini . Questo mi sembra un grave errore […]. I bambini che hanno bisogno di genitori di sesso diverso per crescere». La questione, ha scritto, non è se «gli omosessuali maschili o femminili sono “capaci” di allevare un bambino», ma essi non «possono essere equivalenti ai “genitori naturali” (necessariamente eterosessuali)». In questo dibattito, inoltre, «il bambino come persona, come un “soggetto” è assente». Ed ecco il vero punto della questione: «ignorando un secolo di ricerche, i sostenitori dell’adozione si basano su un discorso basato sull”amore”, concepito come l’alfa e l’omega di ciò che un bambino avrebbe bisogno», non importa se esso arrivi da un uomo e una donna, o da due donne. Ma queste affermazioni, ha continuato la psicanalista, «colpiscono per la loro mancanza di rigore»perché «un bambino è in fase di costruzione e, come per qualsiasi architettura, ci sono delle regole da seguire se si tratta di “stare in piedi”. Quindi, la differenza tra i sessi è un elemento essenziale della sua costruzione». Invece si vuole mettere il bambino «in un mondo dove “tutto” è possibile: dove gli uomini sono i “padri” e anche “mamme”, le donne “mamme” e anche “papà”. Un mondo magico, onnipotente, dove ciascuno armato con la sua bacchetta, può abolire i limiti», ma questo risulta essere «debilitante per i bambini». Essi si “costruiscono” attraverso «un “legame” tra il corpo e la psiche, e i sostenitori dell’adozione si dimenticano sempre il corpo. Il mondo che descrivono è astratto e disincarnato». Nella differenza sessuale, invece, «tutti possono trovare il loro posto […], consente al padre di prendere il suo posto come “portatore della legge […], permette al bambino di costruire la sua identità sessuale».

 

 

3) La famiglia e le “famiglie arcobaleno. Se per famiglia si intende la cellula fondamentale che rende possibile la società umana, allora famiglia è solo quella composta da uomo e donna (per l’evidente ragione che è solo da uomo e donna che si generano i figli, gli individui che compongono la società stessa). Se invece per “famiglia” intendiamo un sinonimo di “gruppo sociale“, allora ogni “gruppo” è famiglia: un gruppo di amici che si vogliono bene è famiglia, una squadra sportiva è famiglia, ma anche una terna o quaterna di poliamorosi è famiglia, e non si vede davvero perché a questo punto non riconoscere che i bambini nascono (e devono stare) che ne so, in una squadra di rugby o in una cinquina di poliamorosi.

 

La famiglia (ed il matrimonio, come istituzione che la regola) non è pertanto riducibile a mero riconoscimento di un generico “amore” (che peraltro può significare cose diverse). Famiglia e matrimonio sono invece le istituzioni che articolano l’unione stabile e permanente dell’uomo e della donna e garantiscono la successione delle generazioni. L’istituzione di una famiglia, cioè della cellula che crea una relazione di filiazione diretta tra i suoi membri, è a fondamento della società e della cultura (e non viceversa). Il matrimonio è l’atto fondamentale nella costruzione e nella stabilità tanto degli individui quanto della società intera: snaturarlo comporta necessariamente un danno sia per gli individui singolarmente concepiti sia per la società nel suo complesso.

 

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Come ha osservato il filosofo Diego Fusaro: “La famiglia odierna, quando ancora esista, è disordinata e stratificata, priva di un nucleo e strutturata secondo le forme più eteroclite: dalle gravidanze affidate a una persona esterna alla coppia alle adozioni nelle coppie omosessuali, dalle separazioni sempre crescenti all’inseminazione artificiale. Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile. L’ideologia gender si inscrive appunto in questa dinamica”.

 

4) Dare diritti senza toglierne? Anche di fronte a questa palese negazione dell’evidenza va ricordato che i figli possiedono il patrimonio genetico dei loro genitori: è solo l’unione di genitori unici ed originali, cioè di “quell’uomo” e di “quella donna” che genera “quell’individuo“, unico ed irripetibile. Nessun altro è corresponsabile della generazione che avviene attraverso il concepimento. Altre strade, che escludono questa del concepimento naturale, riducono la generazione a fabbricazione in laboratorio: infatti, come una merce, il bambino viene poi venduto (con regolare contratto firmato da un notaio).

Ma se i bambini non hanno diritto ad avere i propri genitori, perché mai i genitori dovrebbero avere il diritto di tenere i propri figli?

Chi stabilisce che questo legame – che è il primo legame della vicenda umana: quello del sangue – possa essere fatto a pezzi per accontentare i desideri di qualche adulto?

Privare il bambino del padre o della madre (o di entrambi) è forse un’azione che va nell’interesse del minore?

A chi pretende di negare il diritto del bambino ad avere il proprio padre e la propria madre e di cavarsela con un generico “i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami“, dovremo quindi far notare che non c’è alcuna sequenza logica tra l’affermazione 1) i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami e 2) quindi questo qualcuno può essere anche una coppia di omosessuali che arbitrariamente prendono il posto della padre o della madre, ovvero dei genitori naturali di quel bambino.

E’ ovvio che ogni bambino ha diritto di essere amato, ma questo non giustifica per quale ragione debbano essere proprio due (o tre, o quattro, etc.) omosessuali e non invece i suoi genitori naturali, la sua famiglia, come la natura ha stabilito. Ancora: chi pretende di mettere una coppia omosessuale al posto dei genitori naturali rispetta per caso il diritto del bambino di essere amato? E in che modo?

 

Occorre quindi ripeterlo chiaro e forte: non esiste alcun diritto al bambino. E nessun “diritto” può negare la realtà delle cose: il bambino è della sua mamma e del suo papà, ha bisogno di loro, si co-appartegono.

Nella società fondata sui desideri e sulle allucinazioni del principio di piacere è difficile da ribadire, ma ciò nonostante va ripetuto: nessuno ha diritto ad avere un bambino, basandosi sul solo fatto che “desidera” avere un bambino. Il diritto al bambino non esiste né per gli eterosessuali né per gli omosessuali. Una coppia smaniosa di avere un bambino può decidere di unirsi per concepirlo. Una coppia desiderosa di adottare un bambino può fare le pratiche necessarie. Ma nessuna di queste coppie ha – in ogni caso – un “diritto al bambino” che desidera, per il solo motivo che lo desidera.

E l’adozione serve per ridare un padre e una madre al bambino che li ha perduti. Non per dare bambini a coppie di adulti dello stesso sesso.

 

Gli esseri umani, bambini compresi, sono soggetti di diritto e non oggetto di diritto altrui.

Come si fa a concedere il (presunto) diritto di avere un bambino a due persone dello stesso sesso senza negare il diritto (reale e naturale) del bambino ad avere suo padre e sua madre?

Se per far valere i propri (presunti) diritti è necessario sopprimere quelli di altre persone (adulti o bambini che siano) allora ciò significa una cosa sola: quel tipo di “diritto” è solo prepotenza e non ha ragione di essere richiesto.

Questa mentalità – per concludere – considera l’essere umano (il bambino) come un oggetto di cui disporre, da comprare (e per qualcun altro da vendere, ovviamente): un bambino-oggetto, sul quale avanzare pretese.

 

Queste ed altre, s’intende.

 

 

 

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27 Dicembre 2018

Fonte: http://www.Ontologismi.it

Che cosa succede quando dimentichiamo il significato dei termini?

 

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(un esercizio di logica applicata al concetto di “accanimento terapeutico”)

 

Fonte: Critica Scientifica

Alessandro Benigni

 

 

 

 


 

Prima di addentrarci nella struttura logica dell’argomento, una breve premessa.

 


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La nota, dolorosissima vicenda-incubo del piccolo Alfie Evans ha dimostrato molte cose.

 

Ne sottolineo almeno due:

 

1) un piccolo-mondo, nel-mondo, si è finalmente ribellato

 

E ben oltre i tweet o i messaggi di protesta sui social. Con le motivazioni più diverse, che per ora non c’interessano, ma tant’è: dopotutto s’è vista quella sollevazione popolare che non c’è stata con Charlie Gard o Isaiah Haastrup (vedi qui Da Charlie a Isaiah, i precedenti del caso Alfie).

 

Tanto da dover schierare la polizia intorno all’Ospedale in cui il bambino era tenuto sequestrato.
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L’immagine è altamente significativa: la folla è a protezione del bambino e vuole la sua vita, la polizia è a protezione dell’Ospedale che vuole la sua morte. Si capisce bene: c’è un piccolo-mondo che è disposto a fare un passo avanti. Qualcuno non ne può più di vedere questi bambini ammazzati come i cavalli (a proposito: qui un bel pezzo di Caterina Giojelli). C’è quindi un sentire comune che ancora non si lascia irretire dal pensiero unico oggi dominante.



Ma c’è anche un’altra questione:

 

2) l’incredibile vicenda ha definitivamente messo a nudo le altrettanto incredibili amnesie del mondo cattolico sul tema

 

Questo ci aiuta ad avvicinarci all’analisi logica del concetto di “accanimento terapeutico” (e dei correlati concetti di “best interest” ed “eutanasia”, spacciati per atti di compassione per i malati gravi e gravissimi). Eh sì: scivoloni logici anche nel mondo cattolico. Perché era certamente logico e prevedibile aspettarsi fin nei dettagli più brutali quello che è poi successo, con le giustificazioni più assurde dei giudici, la complicità dei medici – imbarbariti da un’ideologia che li ha trasformati in boia -, la mancata obiezione di coscienza di un intero ospedale, la complicità della polizia ed il plauso indegno dei radical chic di tutto il pianeta (a proposito, ciao Tom Wolf!), ormai alle prese con un un mega-corto-circuito logico che nessuno (di loro) sa disinnescare e che presto verrà a scoppiare nelle mani dell’ultimo sfigato di turno (Jacques Attali è troppo intelligente per cascarci: c’è da scommettere che al momento opportuno si smarcherà dai suoi nipotini).

 

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Jacques Attaliche ne pensa il grande teorico dell’eutanasia?

 

Era logico e prevedibile, dicevo, che gli ideologi della tanatologia applicata sostenessero l’omicidio preannunciato, spacciandolo per “best interest” del paziente.

 

Forse un po’ meno logico e prevedibile era invece aspettarsi certe sorprendenti piroette del mondo cattolico, che da più parti è arrivato allo stesso slittamento semantico che hanno abilmente adoperato i mortiferi per ottenere il loro risultato: convincerci della bontà di tutto, dopo aver condotto un’abile manomissione delle parole (per usare l’azzeccata espressione di Carofiglio).

 

Anche i cattolici, insomma, confusi, piegati al politicamente corretto, incapaci di dar conto del minimo legame tra parole e circostante.

 

La domanda è quindi: che cosa succede quando dimentichiamo il significato dei termini?

 

Non mi sembra una domanda ninnolona: siamo davvero sicuri che le cose funzionino anche se le chiamiamo con nomi diversi?

 

Porterò solo un breve esempio indicativo, proprio in riferimento al caso Alphie Evans, mostrando come il piano inclinato (che in logica è sì una pessima fallacia, ma nel mondo sociale va alla grande) ci abbia portati fino al punto di non riconoscere più la differenza tra accanimento terapeutico e cura.

 

Diamo per scontato che anche il lettore più radical accetti l’idea che chiunque ha diritto alla cura e che esiste una differenza sostanziale tra cura e guarigione e prendiamo le parole da una riflessione di Elio Sgreccia (che sia anche Cardinale è qui dettaglio trascurabile: si tratta pur sempre di un bioeticista di fama internazionale ed autore, tra i tanti volumi, del conosciuto Manuale di bioetica. Fondamenti ed etica biomedica, Editrice Vita e Pensiero, Milano 2007):

 

L’inguaribilità non può mai essere confusa con l’incurabilità: una persona affetta da una male ritenuto, allo stato attuale della medicina, inguaribile, è paradossalmente il soggetto che più di ogni altro ha diritto di chiedere ed ottenere assistenza e cura, attenzione e dedizione continue: si tratta di un fondamento cardine dell’etica della cura, che ha come principali destinatari proprio coloro che versano in uno stato di vulnerabilità, di minorità, di debolezza maggiore” (Card. Elio Sgreccia, Il diritto di accompagnare fino alla fine, in Contro Corrente, vol. 4 CroceVia Edizioni).

 

 

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Insomma: ad ognuno va riconosciuto il diritto di essere assistito in ogni fase della sua malattia, in ragione dello stato di necessità, legato all’età e alla malattia stessa che vive. Il volto umano della medicina si manifesta proprio nella pratica clinica del “prendersi cura” della vita del sofferente e del malato, a prescindere dal fatto che possa essere guarito.

 

E proprio da questo si comprende che cos’è – o cosa dovrebbe essere – ciò che noi chiamiamo “accanimento terapeutico”: in generale, una pervicace pratica di trattamenti medici di comprovata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunge la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravosità per il paziente con un’ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica (Cfr. Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana, Comitato Nazionale per la Bioetica, 1996. – P. Cattorini, Bioetica: metodo ed elementi di base per affrontare problemi clinici, Milano, Masson Ed., 1996, p. 53: «[L’accanimento terapeutico è una] ostinata rincorsa verso risultati parziali a scapito del bene complessivo del malato».

 

 

Anche per la Chiesa Cattolica le cose stanno sostanzialmente allo stesso modo:

 

«L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente».

 

(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2278, vedi anche qui)
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Ora, proprio in riferimento alla vicenda Alfie Evans (ma anche Charlie Gard o Isaiah Haastrup e chissà quanti altri di cui non si ha notizia), il punto è che per “accanimento terapeutico” s’è voluto intendere anche idratazione, nutrizione e respirazione assistita.

 

In altre parole: date le condizioni dei piccoli pazienti, i medici hanno ritenuto che il dare loro acqua, nutrimento ed aria da respirare sia una forma di terapia ovvero, per riportare quanto sopra evidenziato, una “pervicace pratica di trattamenti medici di comprovata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunge la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravosità per il paziente con un’ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica”.

 

Metto tra parentesi per un attimo il fiume di considerazioni filosofiche, banali e meno banali, che sulla questione potremmo subito innescare.

 

Ricordo invece che anche alcuni cattolici (!) concordano sostanzialmente con questa posizione (sia pure con sfumature: spiegherò poi perché irrilevanti se non contraddittorie): acqua, nutrimento e ossigeno sono (sarebbero) “terapie”.

Ricordo anche che per terapia (dal gr. ϑεραπεία) s’intende ciò che viene messo in atto per curare una malattia: “attuazione concreta dei mezzi e dei metodi per combattere le malattie”, recita l’Enciclopedia medica Treccani.

 

Mentre il lettore si chiede quali malattie vengano mai curate con nutrizione, idratazione e ventilazione assistita (ma non è una novità, perché se ci si pensa bene anche gli aborti – che pure vengono praticati negli ospedali – non curano nessuna malattia, a meno di non voler considerare una malattia la gravidanza), andiamo a controllare un caso paradigmatico.

 

 

 

 

 

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Su Ethics & Medics, del cattolico National Catholic Bioethics Quarterly, il professor John Skalko (un tomista!) ha sostenuto che la ventilazione meccanica può in alcuni casi estremi essere considerata un mezzo sproporzionato, e quindi non obbligatorio, di cura del paziente (in altre parole: far respirare un paziente può essere considerato “accanimento terapeutico”); in particolare, essa si distinguerebbe in maniera moralmente rilevante dalla nutrizione e idratazione artificiali, ad anche dal sostegno con ossigeno fornito tramite mascherina, per il fatto che la ventilazione assistita non si limita a fornire una risorsa necessaria per la vita, ma forza una funzione biologica (la ventilazione, appunto) che altrimenti non sarebbe effettuata, quindi può certamente definirsi terapia, ed il fatto che non “ha per fine la guarigione” (cit.) non le impedisce di essere definita così. (Cfr. Differentiating ANH and the Vent)

 

 

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In modo sorprendente lo stesso professor John Skalko riconosce che “cibo e acqua non sono medicine. Il fine o lo scopo della medicina differisce dalla fine o dalla finalità del cibo e dell’acqua. La medicina è ordinata verso il ripristino della salute, mentre cibo e acqua sono ordinati alla conservazione di base della vita. […] Se i mezzi artificiali rendono qualcosa un atto medico, allora l’alimentazione del cucchiaio è un atto medico, perché i cucchiai sono artificiali. […] L’inserimento iniziale del tubo di alimentazione è un atto medico. Ma questo significa che l’ANH [artificial nutrition and hydration] è un atto medico in atto una volta inserito il tubo di alimentazione? No, perché il semplice inserimento di cibo e acqua nel tubo di alimentazione non è un atto medico. La fine di ANH non è correggere un difetto ma piuttosto nutrire e idratare il paziente”. E di seguito: “Come il cibo e l’acqua, l’ossigeno in sé non è una medicina. Tuttavia, la ventilazione meccanica o l’uso di […] (un polmone artificiale) è un atto medico. La ventilazione meccanica assistita aiuta i polmoni a respirare in senso ventilatorio o respiratorio. […] E in entrambi i casi è sufficiente per definirla un atto medico, [per cui affermare che] la ventilazione potrebbe essere essa stessa causa della sofferenza e che stava producendo solo una scarsa “qualità della vita” (cioè lo stato di salute e benessere) costituiscono insieme un argomento su se questo particolare trattamento è utile. Altri potrebbero discutere con la conclusione, ma questo modo di ragionare è eticamente difendibile”.

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Bello, come artificio sofistico, vero? Ma non credo ci sia bisogno di un filosofo analitico per mostrare l’evidente debolezza di questa tesi, secondo la quale la ventilazione assistita forza il paziente a respirare, mentre l’idratazione o la nutrizione assistite (che pure funzionano perché ci sono strumenti tecnici e particolari preparati che letteralmente invadono il corpo del paziente, introducendo sostanze in modo altrettanto forzato) non sarebbero (per ora, visto che abbiamo già visto come funziona il piano inclinato) da intendersi come “forzature inutili”. Anche nutrizione e idratazione, senza macchine che forzano il corpo del paziente a ricevere nutrimento e acqua, non sarebbero possibili.

 

E’ questo il punto – credo – in cui dobbiamo chiederci che cosa s’intende per “forzatura inutile” o meglio per “accanimento terapeutico”. Questa prima domanda ci pone di fronte ad un’operazione preliminare che riprende l’interrogativo iniziale ed in generale riguarda sempre argomenti ed argomentazioni: che cosa intendiamo indicare con i termini o con le espressioni linguistiche che utilizziamo?

 

Si tratta di un passaggio fondamentale, pena l’inutilità o addirittura la pericolosità di ogni discorso, dal più banale al più complesso.

 

Abbiamo già riferito qui sopra che cosa s’intende (oggi) per “accanimento terapeutico”, e nell’addentrarci un po’ più a fondo nella questione, qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un argomento terribilmente tecnico, riservato ai soli medici o ai bioeticisti di professione. Ma le cose non stanno così. Perché i medici non possono imporci un’etica, quale che essa sia, né possono farlo i bioeticisti (le cui opinioni peraltro sono spesso contrapposte se non contraddittorie, controverse e controvertibili) né d’altra parte possono farlo i giudici (come sempre più spesso invece sta accadendo e a cui viene oggi lasciato uno spazio di manovra tale da interpretare le leggi come meglio credono, dando luogo a precedenti che de facto vanno a costruire l’etica socialmente condivisa più di mille trattati).

 

Ma il punto è che se non abbiamo idee chiare su questo argomento ne deriva che le proposte di legge relative non verranno comprese (né da noi né dai nostri rappresentanti in Parlamento) sia nel loro significato evidente che in quello più nascosto, quindi nelle loro conseguenze: anche le più drammatiche.

 

Lo svolgimento dell’argomentino è tutto fondato sulla sequenza diretta del modus ponendo ponens:

 

[(P→Q)∧P→Q ovvero: “se A, allora B; ma A; quindi B”. Per esempio “se è giorno, allora c’è luce; ma è giorno; quindi c’è luce”).

 

E’ una sequenza logica corretta, che però scivola via come una ghigliottina. Una volta accettate le premesse (in questo caso termini che non rispondono alla realtà), le conseguenze saranno inevitabili.

 

Quello di cui molti, oggi, si dimenticano (compresi professori e studiosi affermati) è che si può avere un ragionamento logicamente corretto e rigoroso, i cui contenuti siano falsi. Lo si vede chiarissimamente nel sillogismo aristotelico (detto “di prima figura”):

 

 

a) Tutti gli esseri umani sono pazzi

b) Il professore di filosofia è un essere umano

______________________________
c) Il professore di filosofia è pazzo

 

 

Il ragionamento è formalmente corretto, ma solo se le premesse a) e b) sono vere, la conclusione c) è senz’altro vera.

 

Dal che si potrebbe parafrasare:

 

a) Tutte le terapie mediche possono essere accanimento terapeutico

b) La ventilazione assistita è una terapia medica

______________________________
c) La ventilazione assistita può essere accanimento terapeutico

 

 

Oppure, per il modus ponens:

 

Se la ventilazione assistita è terapia medica, allora può essere accanimento terapeutico.

Ma la ventilazione assistita è terapia medica, dunque può essere accanimento terapeutico.

 

 

E certamente, se le cose stanno in questo modo, allora hanno ragione gli inglesi che, come ci ricorda Benedetta Frigerio, con il loro LCP hanno costretto a morire per fame e per sete di 200 mila persone l’anno, di cui 40 mila private di cibo e acqua ad insaputa dei loro parenti (“LCP” è un acronimo di “Liverpool Care Pathway”, il protocollo di accompagnamento alla morte sviluppato a fine anni ’90 nel Regno Unito per il presunto “miglior interesse” del paziente in cui chi poteva presumibilmente morire entro un anno veniva inserito in un elenco chiamato “death list“: gli ospedali ricevevano denaro in base al numero di pazienti in lista).

 

 

Peccato che le cose, a ben vedere, non stiano affatto così.

 

Per il Modus Tollens («se P allora Q; non Q, allora non P»), abbiamo infatti che:

 

Se idratazione nutrizione e ventilazione sono terapie allora hanno come fine la guarigione (Se P allora Q)

Idratazione nutrizione e ventilazione non hanno come fine la guarigione (¬ Q)

Allora non sono terapie (¬ P)

 

Ma se non sono terapie, come si può parlare di “accanimento terapeutico”?

 

Fermiamoci un attimo. La ventilazione ha come scopo far respirare il paziente, mantenerlo in vita: non guarirlo da una malattia. La ventilazione, l’idratazione e la nutrizione assistite non combattono alcuna patologia: negare aria, idratazione e nutrimento non significa negare terapie, ma ciò che serve a chiunque per vivere, non necessariamente malati. Anche gli esseri umani perfettamente sani devono infatti nutrirsi, bere, respirare, e non importa se in modo autonomo o meno: per esempio un bambino nel ventre della madre, perfettamente sano, beve, si nutre e respira solo grazie alla madre. Altrimenti morirebbe. Lo stesso un anziano, perfettamente sano, potrebbe non essere in grado di nutrirsi da solo o di respirare agevolmente: e quindi?

 

Che si fa?

 

Il punto nodale, che deve emergere in tutta la sua follia, è la confusione tra atto di pietà e omicidio, che è il suo esatto opposto.

 

Negare i supporti vitali (acqua, aria, nutrimento) non è l’equivalente logico di evitare cure pesantissime dagli effetti improbabili. Togliendo i supporti vitali, non facciamo un atto di pietà: uccidiamo un essere umano.

 

Il fatto è che le definizioni di “accanimento terapeutico”, di “best interest” ed “eutanasia” hanno mostrato degli slittamenti semantici impressionanti, tali da rendere socialmente accettabile un significato che per questi termini è per lo meno contraddittorio. Per cui oggi in troppi sono predisposti a confondere il doveroso atto di pietà (evitare cure strazianti dagli esiti incerti, mantenendo solo le cure palliative per eliminare il dolore, fino al compimento naturale della vita), con la violenza brutale dell’omicidio, tecnicamente premeditato.

 

Nè sembra molto diffusa la consapevolezza dei paradossi e dei corto-circuiti logici che simili posizioni comportano.

 

Per esempio: se le cose stanno così perché mai sottoporre il paziente ad una lunga agonia? Senza ossigeno (ma anche senza nutrimento e senza idratazione) la morte non è immediata. A questo punto non sarebbe meglio, a rigor di logica, un’iniezione letale? E’ infatti proprio questo – a quanto sembra – ciò che hanno fatto al piccolo Alfie: tolta la respirazione assistita il bambino ha respirato comunque per oltre una sessantina di ore. Quindi, stando alle testimonianze che abbiamo letto, al bambino è stata praticata un’iniezione e poco dopo è morto.

 

Seguendo solo la logica formale ma dimenticandosi della realtà delle cose, è questo quello che succede.

 

Sarebbe poi interessante – se il discorso non ci portasse troppo lontano – aprire qui una parentesi sui motivi di quell’ignoranza logica ed ontologica che sta di fatto allargando sempre più è sempre più velocemente le tipologie di condizioni definite “senza speranza”: condizione essenziale per poter stra-parlare “a-priori” di “best interest”, di “accanimento terapeutico” e di “eutanasia” (ne avevo già discusso qui).

 

Posto che la storia della medicina abbia contato diverse guarigioni tanto inaspettate quanto inspiegabili, quando, esattamente, siamo autorizzati a definire determinate condizioni “senza speranze”?

 

Sono dunque questi continui e martellanti slittamenti semantici misti a confusioni concettuali a rendere possibile la promozione dell’eutanasia come supremo atto di libertà, quando questo è logicamente impossibile: non solo con l’eutanasia la coscienza del medico viene infatti obbligata da quella del paziente (e viceversa: non è già questo un paradosso?) ma poi come conoscere quali sono le “ultime” volontà di ciascuno? Si può sempre cambiare idea, no? Anche un istante prima dell’esecuzione è possibile voler vivere, anziché morire. Come distinguere in questo caso il suicidio dall’omicidio? E la criticità logica mina l’espressione “best interest”, surrettiziamente legata allo pseudo concetto di “qualità della vita”: quell’arrogante forma di violenza di chi pensa di poter decidere – per la vita degli altri – quali siano i limiti entro i quali un’esistenza valga la pena di essere vissuta. Anche questa concezione dà luogo ad un doppio paradosso logico: le condizioni del paziente sono per definizione sempre mutevoli – il paziente può peggiorare fino alla morte, certo, ma anche restare stazionario o addirittura migliorare e perfino guarire – ed è impossibile stabilire “a priori” in modo certo l’esito di una malattia, come la storia della scienza medica, tappezzata di guarigioni inspiegabili, ci ricorda puntualmente. Ma lo slogan del “best interest” si presta anche all’applicazione della legge della dicotomia: i limiti che dovrebbero definire con precisione quelle condizioni tali per cui la vita (di qualcun altro) “non è degna di essere vissuta” sono per loro natura labili, fumosi ed imprecisi e si prestano a una discrezionalità inaccettabile – soprattutto tenendo conto che si parla della vita umana altrui.

 

Un semplice esempio (Gedankenexperiment) potrà chiarirci ulteriormente le idee: poniamo – in data 27 settembre 2021 – che il paziente A sia in coma irreversibile (ritenuto tale) e per di più affetto da tumore ritenuto inguaribile (diagnosticato come tale), per il quale si prevedono sei mesi di vita. Perché aspettare il 28 settembre? E d’altra parte: qualsiasi data venga stabilita per staccare i macchinari, perché non dieci minuti prima o non dopo? E così via, avanti o indietro, fino a far emergere quanto sia assurdo porre fine alla vita di un malato in questo modo. Ma ancora: come si può misurare – esattamente – la gravità di una malattia? Come stabilire dei limiti oggettivi? Dati il paziente A e B, nelle stesse condizioni di incoscienza e poniamo con lo stesso tipo di tumore ritenuto inguaribile, come si potrà stabilire la stessa prognosi, posto che A e B sono individui diversi (magari per età, sess, storia clinica, condizioni fisiche, etc.)?

 

Sono solo esempi, ovviamente. Ma sarebbe molto interessante, a partire da questi casi ideali, provare a tracciare un po’ di conseguenze logiche.

 

Dato invece lo spazio a disposizione, ora proveremo solo a controllare la tenuta minima, dal punto di vista logico e ontologico, del concetto di “accanimento terapeutico”. A questo proposito il problema è capire se idratazione nutrimento e respirazione forzati siano meno forma di “trattamento terapeutico”.

 

Non si tratta di una questione circoscritta all’incredibile fine dei bambini inglesi. La cosa ci riguarda tutti da vicino, in quanto l’italianissima legge sulle DAT (“Disposizioni anticipate di trattamento”, comunemente definite “testamento biologico” o “biotestamento”, regolamentate dall’art. 4 della Legge 219 del 22 dicembre 2017, entrata in vigore il 31 gennaio 2018) basandosi proprio sullo slittamento semantico di “accanimento terapeutico” ha introdotto di fatto anche da noi l’eutanasia passiva (sulla differenza tra eutanasia attiva e passiva e sul paradosso della “libera scelta” ho già scritto qui).

 

Dovrebbe quindi riflettere attentamente chi crede che la legislazione inglese abbia consentito “un omicidio” che da noi sarebbe impossibile compiere, restando perfettamente nei limiti della legge. Le DAT di fatto consentono di interrompere idratazione, nutrizione e ventilazione assistita (definite maliziosamente “trattamenti sanitari”), equiparandole a “terapie mediche”, anche contro la volontà del paziente (o di chi ne fa le veci).

 

Vediamo:

 

Art. 1 comma 5: “Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici.”
Art. 1 comma 6: “Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali.” 


Art. 2 comma 2: “Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati.”

Art 4 comma 5: “Fermo restando quanto previsto dal comma 6 dell’articolo 1, il medico è tenuto al rispetto delle DAT, le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario, qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente […]”.

 

 

La domanda è: i “trattamenti sanitari” sono l’equivalente logico ed ontologico delle “terapie”? A parte l’evidenza della “Finestra di Overton” in azione anche qui, come altrove ho segnalato, se così stanno le cose dovremmo essere in grado di indicare con esattezza (per la definizione di “terapia” ricordata più sopra) che cosa si guarisce, quale malattia viene curata con idratazione, alimentazione e ventilazione assistita.

 

Ovvero: da cosa ci guariscono aria, acqua e cibo?

Ma se non guariscono da alcuna malattia, perché le considerano “terapie”?



Da questa domanda risulta chiaro che lo scopo di considerare “trattamenti sanitari” la respirazione, la nutrizione e l’idratazione artificiale, è quello di equipararli sostanzialmente alle “terapie”, cioè  quelle pratiche terapeutiche che hanno il compito di guarire un malato, e tutto questo con chiaro intento tanatologico, non terapeutico e men che meno curativo.

 

Nel caso della sospensione della ventilazione assistita, per esempio, si provoca la morte per asfissia: non è la malattia ad uccidere, ma siamo noi a farlo, soffocando il malato. Lo stesso dicasi per idratazione e nutrizione: non è la malattia ad uccidere, ma siamo noi a far morire un essere umano (che non è in grado di provvedere da solo al suo nutrimento) per fame e per sete, negandogli ciò che serve a tutti (malati o meno che siano), esattamente come potremmo fare con un bambino appena nato o con un anziano non autosufficiente, malato o meno che sia: se non gli diamo da bere, da mangiare, muore. E il decesso non avviene “per morte naturale”: è stato provocato. In altre parole: il paziente è stato semplicemente ucciso.

 

L’idea, qui nemmeno tanto velata, è che non sarebbero tanto gli eventuali “trattamenti sanitari” ad essere considerati gravosi o inutili, ma è invece il fatto stesso di voler mantenere in vita un morente o un malato grave ad essere considerato un “accanimento terapeutico”.

 

In altre parole: chi non può guarire, deve morire. E alla svelta.

 

Ed è chiaro che per questo principio (sempre per il metodo di controllo sociale definito “Finestra di Overton”) dovrà poi gradualmente essere esteso a tutti, per cui “la gran parte dei mezzi di sostegno vitale andrebbero evitati in fase terminale o nelle malattie croniche e invalidanti” (C. Navarini, Eutanasia, in T. Scandroglio [a cura di], Questioni di vita & di morte, Ares, Milano, 2009, p. 197).

 

Ma, scavando ancora più a fondo, dobbiamo ricordare che perché si possa a pieno titolo parlare di “accanimento terapeutico” occorre che si sia definita la malattia con precisione millimetrica e che lo stadio della malattia venisse dimostrato come inguaribile: solo in base a questa possibilità di definizione sarebbe possibile azzardare una valutazione del rapporto invasività delle cure mediche / possibilità di guarigione, ovvero costi / benefici.

 

Peccato che quest’operazione sia – in linea teorica – semplicemente impossibile. Ho scritto “azzardare” perché nessuno è in grado di garantire “a priori” la materializzazione del Modus pones:

 

“Se il paziente ha la mattia x, allora morirà in un tempo y”.

“Ma il paziente ha la malattia x, dunque….”.

 

Prima di tutto le diagnosi possono sempre essere sbagliate. Di conseguenza, possono esserlo le prognosi.

 

La storia della medicina è costellata non solo di diagnosi erronee, ma perfino di guarigioni “inspiegabili” e che gli stessi specialisti, alla luce delle conoscenze mediche più recenti, non sanno spiegarsi.

 

Facendo una piccola ricerca, per esempio, si trova un ragazzino che si sveglia dopo la “morte cerebrale” e la firma dei genitori per la donazione degli organi (link). In un altro caso, i medici smettono di curare un bambino gravemente malato di leucemia, ritenuto ormai inguaribile, e questo per tutta risposta guarisce da solo: da notare che i medici stessi lo hanno definito un “miracolo” perché il caso di questo piccolo è “uno su sette miliardi“, ma tant’è: logicamente è più che sufficiente per sospettare di quell’ “a-priori” che da solo vorrebbe reggere tutto l’argomento tanatologico. (link). Oppure (questa è bellissima!), abbiamo un uomo senza il 90% del cervello che accusava solo un dolorino ad una gamba (studio pubblicato su The Lancet, prestigiosissima rivista medica – link in italiano). La domanda è: che cosa sappiamo, esattamente, definitivamente, di come vanno le cose a questi livelli?

Potremmo andare avanti per molto, ma una semplice considerazione epistemologica sarà la pietra tombale per ogni replica: la scienza medica non è la matematica. Non dimostra nulla, non ha e non dà verità definitive. La sua storia evolutiva lo dimostra chiaramente: nessuno andrebbe a farsi curare da Paracelso.

 

Questo non significa ovviamente che non ci si debba fidare dei medici, ma semmai che la Scienza medica vada presa per quello che è: un imperfetto work in progress, non un cumulo di verità dimostrate una volta per tutte, per cui date certe premesse si hanno necessariamente, sempre e comunque, precise e prevedibili conseguenze.

 

Ora: sarà mai logicamente sensato decidere della morte di un paziente in base a diagnosi probabili, prognosi incerte, confondendo sostegno vitale con terapie e per di più il tutto contro la volontà del paziente stesso?

 

 

 

 

 

 

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Alle origini dell’ideologia gender: la Scuola di Francoforte

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Alessandro Benigni 

 

 

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PRIMA PARTE

 

«Timeo Danaos et dona ferentes» (Eneide II, 49)

 

I nemici dell’uomo sono molti, e molto astuti. Spesso mentono platealmente, più spesso dissimulano, quasi sempre promettono doni allettanti, graditi agli occhi e desiderabili per acquistare saggezza (Genesi I, 3). Anche oggi, come sempre, si pone con urgenza il compito di individuare quali siano questi nemici e fronteggiare adeguatamente chi attenta l’uomo. Gli avvelenatori dell’uomo si ripresentano sotto mentite spoglie: promettono la liberazione da ogni forma di oppressione, la piena realizzazione per ciascun individuo, il benessere e la felicità per tutti.

Essi sono molto abili nell’utilizzo del linguaggio: si tratta dei nuovi Sofisti, che inventano neologismi sconnessi dalla realtà, contro ogni principio di evidenza naturale: oppure cambiano di volta in volta le carte in tavola mescolando per esempio il “distinguere” con l’“emarginare”,con disinvoltura e come se niente fosse pretendono di abolire il diritto naturale del bambino di avere il proprio padre e la propria madre per affermare che è invece diritto degli adulti rendere volontariamente orfano un essere umano, per il solo fine di assecondare le proprie brame. E così via: l’elenco delle declinazioni è lungo, conosciuto, e drammatico.

Più in generale, i moderni sofisti, dopo aver acriticamente rigettato ogni diritto naturale, sanno confondere a meraviglia il diritto intersoggettivo con la pretesa soggettivistica di soddisfacimento di ogni desiderio, anche a scapito degli altri, facendo passare una serie di discutibili ricerche come una solidissima ed indiscutibile verità scientifica, e così via. Ne abbiamo già parlato: si tratta della ormai arcinota bufala dei trent’anni di studi.

Sotto la spinta di un distorto concetto di democrazia, siamo tutti oggi portati ad accettare passivamente il programma globale di eliminazione delle differenze, che, ci viene ossessivamente ripetuto, è strettamente legato al concetto di uguaglianza. Quello che è importante, urgente, vitale per la sopravvivenza della società, sembra essere il solodecostruire, lo smantellare, l’abbandonare ogni residuo morale per abbandonarsi ciecamente ad un mondo nuovo, dominato dal pansessualismo e dalla perdita dell’identità, in cui l’io è finalmente padrone di sé e del suo egoistico destino.

Ciascun io, s’intende, a modo suo: come gli va. Quando gli va. Per quel tanto che gli va. E guai a chi ha da ridire qualcosa sugli effetti di questa nuova (antica, in realtà) filosofia. Per alcuni è così chiarissimo per quali ragioni l’aborto, l’eutanasia, la destrutturazione della famiglia, l’esaltazione dell’omosessualità, del transgendersimo, etc. e l’accordo ai matrimoni e alle adozioni in coppie dello stesso sesso siano da considerare come frutto di un’unica perversa ideologia. Ivi compresa la progressiva patologizzazione della normalità e parallela normalizzazione di ogni devianza.

Ideologia, dicevo, che nasce da una malattia dell’anima antichissima, direi originaria: l’uomo da creatura finita pretende di porsi come Dio. Vuole creare, liberamente, prima di tutto se stesso, la propria vita, i propri valori. Per questo, come abbiamo visto nel caso emblematico diFriedrich Nietzsche, la modernità deve sovvertire tutti i valori, destrutturate tutte le istituzioni, manipolare, costringere, stravolgere, negare la vita, a tutti i suoi livelli, per poterne infine rivendicare un pieno possesso.

Ora, se nella storia del pensiero occidentale i falsi profeti non si contano più da un pezzo, è anche vero che possiamo ricordarne almeno gli esponenti più significativi (nel senso qui di distruttivi).

Così, dopo aver ricordato Protagora, Nietzsche, il Decostruzionismo francese (giusto per farequalche nome), questa volta ricordiamo che tra i padri della deriva relativista e nichilista che l’Occidente ha imboccato ci sono anche i neomarxisti della Scuola di Francoforte.

Al centro della riflessione della Scuola di Francoforte si pone lo studio dei processi sociali in chiave sociologica, economica, ma soprattutto (è questa la novità) psicoanalitica. Vengono così analizzati e ricostruiti i processi profondi che determinano le condotte individuali e collettive della società. Il tutto, nel quadro di una teoria critica che si pone come scopo l’attacco ai ruoli sociali e ad ogni forma di autorità. In questo senso è emblematico uno dei primi lavori collettivi, del 1936, intitolato appunto “Studi sull’autorità e la famiglia”, dove i processi inconsci degli individui vengono rapportati alle istituzioni e ai ruoli sociali che vengono percepiti come limitativi, autoritari, dei quali la famiglia è in qualche modo il simbolo rappresentativo. Lo sviluppo di ruoli sociali di tipo autoritario, a partire dalla famiglia, e la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, avrebbero prodotto delle peculiari forme di dominio che vengono via via interiorizzate inconsciamente dagli individui e dalla società intera, dalle quali occorre liberarsi. A partire dagli anni venti del secolo scorso la Scuola di Francoforte, con i suoi esponenti di spicco (Max Horkheimer, Theodor Adorno [nella foto a lato], Herbert Marcuse[nella foto sopra]), aveva sostenuto la necessità di evidenziare le contraddizioni della società occidentale, ponendosi il compito di portare alla nascita di un nuovo mondo, finalmente libero e giusto. O meglio: liberato e giustificato, come vedremo più avanti. Nelle loro analisi filosofiche, i francofortesi intendevano prendere in esame non solo la strutturaeconomica (come il marxismo classico aveva indicato), ma anche e soprattutto le strutture ideologiche e culturali, allo scopo di mostrare che il dominio sull’uomo moderno e lo schiacciamento della sua libera realizzazione ha radici storiche e sociali, non naturali, e può quindi essere anch’esso decostruito.

A mio parere è possibile individuare in questa critica, sia pure se in forma embrionale, la genesi del concetto di “stereotipo”, che tanta fortuna sta riscuotendo nei nostri tempi, proprio sulla scorta dei gender studies che sulla nozione di stereotipo trovano appunto il loro fondamento. Gli stereotipi di genere costituiscono d’altro canto il nocciolo di numerosi programmi educativi (o ri-educativi) che mirano a mostrare da una parte come “non esista alcuna teoria del genere”, cercando dunque di minimizzare le critiche, mentre dall’altra si instillano congegni d’analisi (preconfezionate) per inquadrare (non per comprendere, si badi bene) le relazioni tra sessi situate in precisi ambiti storici e sociali: tutto questo basandosi però ancora una volta più o meno direttamente sui gender studies e cercando di convincere all’idea che non ci siano modi predefiniti e prescrittivi di essere uomini o donne, mentre l’espressione della propria sessualità risponderebbe ad identità molteplici ed ugualmente legittime.

Così in sostanza i gender studies portano ad una considerazione negativa dei cosiddetti stereotipi sessuali e sotto la copertura della lotta contro i pregiudizi inducono a credere che mascolinità e femminilità siano frutto dei condizionamenti storico-culturali ricevuti (interessanti a questo proposito le osservazioni di Giuliano Guzzo ed Enzo Pennetta: davvero non si può parlare di “teoria” gender?)

E’ questo un punto di nodale importanza, che si ricollega all’ottica dei francofortesi, secondo i quali la famiglia è il centro originario da cui si materializzano tutte le figure di potere che schiacciano la libertà degli individui, limitandone gli istinti e reprimendone i desideri. Tant’è vero che – come tutti possiamo constatare – sulla scorta della lotta agli stereotipi sessuali, oggi da più parti si cerca di legittimare un concetto pluriforme di famiglia, in base al quale si avrebbero tante famiglie legittime e socialmente condivisibili quante sono le configurazioni possibili: non solo uomo e donna ma, proprio in virtù dello slogan “no differences”, due uomini, due donne, tre uomini o forse anche diciotto, come suggeriva Giuseppina La Delfa.

 

 

 

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SECONDA PARTE

E’ un tratto tipico delle ricerche della Scuola di Francoforte l’idea secondo la quale l’individuo sarebbe costretto a rinunciare alla sua libera creatività per assoggettarsi alla logica sociale del potere autoritario.

“La ricerca delle origini della repressione ci riporta all’origine della repressione degli istinti, che ha luogo durante la prima infanzia”, afferma Marcuse (Eros e civiltà, Einaudi, 1974, p. 96): all’origine dei rapporti di dominio ed oppressione ci sarebbe, per i francofortesi, proprio la famigliain quanto – come Freud aveva spiegato – il luogo in cui avviene il processo di interiorizzazione inconscia della figura paterna, simbolo per eccellenza dell’autorità.Attraverso questo processo il bambino impara inconsciamente a sottomettersi e a rispettare il principio di autorità ed è così indotto ritenere che la gerarchia sociale e la divisione dei ruoli siano dati naturali e non invece – come le scuole marxiste sostengono – forme tipiche di una particolare condizione socio-economico-culturale.

La famiglia, in questo modo, riproduce la struttura di potere della società, sia sotto l’aspetto giuridico che sotto quello affettivo, e per questo viene comprensibilmente ad essere il primo obiettivo polemico della Scuola di Francoforte. Il centro del bersaglio è costituito dai concetti di struttura, ordine, complementarietà relazionale, ai quali vengono opposti i concetti di destrutturazione e dis-ordine, liberazione, autonomia dell’io, in una sorta di esaltazione del solipsismo edonistico che porta inevitabilmente ad ipostatizzare un soggetto assoluto al quale tutto dovrebbe essere ricondotto e sottomesso: anche il prossimo, anche il bambino, nella sua irriducibile alterità.

La polemica contro la repressione sociale dell’individuo – concetto dal quale prende avvio tutta una serie di posizioni filosofiche ed antropologiche che confluiscono in modo diretto o indiretto nei gender studies – ha trovato la sua espressione più significativa in Herbert Marcuse, uno dei padri più ascoltati della protesta giovanile del sessantotto. In “Eros e civiltà”, del 1955, Marcuse sostiene che l’intera civiltà si sarebbe sviluppata come attraverso la repressione delle passioni e degli istinti, in particolare della ricerca del piacere. La società, incentrata sulla produzione e sullo sfruttamento, avrebbe ridotto l’uomo ad un “essere-per-la-riproduzione”, reprimendone di conseguenza la libera sessualità e riducendola a puro fatto procreativo (e quindi ancora una volta produttivo-utilitaristico). Che fare allora? Marcuse indica la via di salvezza nella ribellione. E, sempre per Marcuse, la perversione è la principale forma di ribellione della sessualità: “le perversioni – afferma il filosofo in “Eros e civiltà” – sembrano opporsi  all’intero asservimento del principio del piacere al principio della realtà”.

Sempre nella stessa opera afferma poi Marcuse: “La civiltà si tuffa in una dialettica distruttiva: le restrizioni perpetue imposte all’Eros finiscono con l’indebolire gli istinti di vita, e così rafforzano e liberano le forze stesse contro le quali esse furono chiamate in campo, le forze di distruzione” (Eros e civiltà, Einaudi, 1974, p. 87). Se poi si tiene conto che “La nostra civiltà, per parlare in termini generali, è fondata sulla repressione degli istinti. La civiltà è innanzitutto progresso del lavoro […]. Poiché la civiltà è principalmente opera dell’Eros, essa è innanzitutto sottrazione di libido: la cultura ricava una gran parte dell’energia psichica di cui ha bisogno sottraendola alla sessualità”, risulta chiara la conclusione dello stesso Marcuse: “Distruggete tutto ciò in cui avete creduto finora, buttate a mare tutto ciò che fino a ieri rappresentava il basamento della vostra vita: vi sembrava granito e non era che pietra pomice, vi sembrava eterno ed è invece friabile e inutile”.Si può ipotizzare che la legittimità – in qualche caso l’esaltazione maniacale, palesemente frutto di disagio psichico – che oggi viene aprioristicamente attribuita ad ogni forma di sessualità tragga le proprie origini proprio da questa concezione (abbiamo a questo proposito alcuni esempi significativi, come per esempio il caso della giovane che fa sesso col suo cane, della “scienziata” che si accoppiava con un delfino, per non parlare poi delle lucidissime proposte di alcuni politici nostrani.

Il sovvertimento di tutti i valori, la negazione di ogni vincolo, l’affermazione di una individualità assoluta e libera da ogni condizionamento: sono questi i presupposti per la liberazione dell’uomo e la realizzazione di un mondo nuovo, fondato sul piacere e sul libero godimento di sé e degli altri.

A questo progetto fa eco Horkheimer – altro maestro, insieme ad Adorno, della Scuola di Francoforte – che in un’intervista ha dichiarato: “Il mondo finito e contingente in cui viviamo è l’unico di cui possiamo parlare, ma non è necessariamente l’unico esistente e comunque non basta”. Non è necessariamente così come si dà. E comunque non basta. Il mondo va insomma re-interpretato e re-inventato di sana pianta. Tesi che si collega direttamente al motivo dominante nei gender studies: la differenza ontologica tra uomo e donna non è un dato reale ed oggettivo, ma il frutto di una sedimentazione culturale.

Uno stereotipo, come tanti: una credenza che deriva dalla tradizione culturalmente impressa e dall’educazione che da essa deriva e come tale tramite l’educazione può essere modificata; un cumulo di luoghi comuni, opinioni non necessariamente vere che dipendono dallo spazio e dal tempo in cui si sono depositate. Occorre invece fare spazio ad un nuovo modello, liquido e policentrico, una nuova creazione che liberi l’io da ogni condizionamento: per questo motivo “prima” occorre distruggere tutti i valori, a partire dalle filosofie e dalla religioneche questi valori incarnano. E’ evidente, a questo proposito, l’influenza di un altro gigante del relativismo occidentale: Friedrich Nietzsche.

Si spiega così il motivo di tanto accanimento moderno contro il Cristianesimo. In un altro intervento provocatorio avevo sollecitato l’utilizzo di termini quali: eterofobia, normofobia, genofobia e paidofoba. A questi si deve senz’altro aggiungere la cristianofobia. Il bersaglio critico della Scuola di Francoforte – com’è stato già anche per Nietzsche – era anche il Cristianesimo. Ancora oggi, del resto, si ritiene che il Cristianesimo soffochi l’uomo, lo indebolisca (come dicevano nell’antichità Proclo, Porfirio e Giamblico, nella modernità Machiavelli e poi nella post-modernità Nietzsche, Freud e Marx). Il neopaganesimo e il naturalismo post-moderni e attuali (derivati dalla Scuola di Francoforte e dallo strutturalismo francese) riprendono quest’accusa dell’antichità pagana e della modernità immanentistica. Come in origine, la tentazione è quella di concepire l’uomo come un assoluto, completamente autonomo e senza alcuna relazione con un Dio personale e trascendente: egli è sottomesso ad un destino cieco che lo determina  e che deve affrontare impassibilmente.

Per questo dobbiamo ricordare ancora e tenere sempre a mente che l’ambito relativista e nichilista entro il quale si muovono tutte queste spinte centripete che muovono alla dissoluzione dell’uomo ha una storia lunghissima. Ne abbiamo anticipato in sintesi qualche prospettiva. E’ infatti stato così anche agli albori della storia del pensiero occidentale, quanto Protagora ha per primo affermato che “l’uomo è misura di tutte le cose”, e ben prima dell’avvento del Cristianesimo. A nulla sembrano essere valse le potenti e luminose critiche di Platone e Aristotele, in quanto il Relativismo e lo Scetticismo ad esso correlato non sono solo una dottrina filosofica, ma una tentazione, una malattia dell’anima.

Se si fosse trattato unicamente di una posizione filosofica, sarebbe stata già definitivamente spazzata via da un pezzo, sotto i colpi magistrali di Platone, di Aristotele, ma anche di Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, di Leibniz, di Kant e, nel Novecento, di Edmund Husserl o Max Scheler, solo per fare qualche esempio.

(Pubblicato in Notizie Pro Vita)

 

 

 

 

 


 

 

 

 

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TERZA PARTE

 

E’ così che siamo arrivati all’attuale devastazione: una civiltà plurimillenaria si sta spegnendo, per fare spazio ad una rivoluzione antropologica senza precedenti, alla posizione di nuovi valori fondata sul nulla: per liberare l’uomo, per garantire libera realizzazione e felicità terrena ad ogni individuo.

E’ in questo quadro generale che dobbiamo inquadrare il fenomeno delle teorie del genere, del politicamente corretto, della libera realizzazione dei desideri, per tutti, a scapito del prossimo, bambini compresi. E’ in questo quadro che il passaggio dalla generazione naturale alla fabbricazione degli individui può essere davvero compreso. E’ in questo quadro che possiamo capire fino in fondo dove portano le critiche sociali dei grandi “maestri” del pensiero occidentale, da Protagora a Nietzsche, da Stirner a Marx, dalla Scuola di Francoforte al Decostruzionismo di Derrida: la rivoluzione culturale mira a sovvertire l’ordine sociale.

Per questo è del tutto coerente che anche la scienza venga politicizzata ed in questo senso – solo in questo senso – appaiono drammaticamente coerenti le tesi del dottor Money – artefice della nuova etica progressista e anche apologeta della pedofilia – secondo il quale “uomini e donne non si nasce, ma lo si diventa sotto l’influsso ambientale”.

Un sovvertimento antropologico che, ne siamo consapevoli o meno, ha una storia lunga e rispetto al quale il passato prossimo dei gender studies costituisce solo una delle ultime tappe, di un percorso molto più lungo e radicato nella storia culturale dell’occidente, in un concatenamento di idee e suggestioni che provengono da autori e teorie spesso molto differenti tra loro e che hanno sempre in comuneuna sfondo relativista ed una collegiale tendenza al nichilismo estremo.

A fondamento di questa esplosione recente, dovuta ai gender studies, sta come abbiamo visto anche la Scuola di Francoforte: una corrente di ricerca e di pensiero che guarda al marxismo e alla psicoanalisi per proporre un percorso di liberazione dalla repressione. L’analisi della società nel suo complesso viene svolta in analogia costante con l’analisi della psiche proposta da Freud. Sempre sulla scia del pensiero freudiano si auspica un ritorno all‘istinto naturale e originario non soffocato dalla società e dalla sua alienante organizzazione che con le sue forme oppressive soffoca e annulla l’individuo nella sua realtà intrinseca. E si auspica anche una svolta che permetta di conciliare armonicamente le aspirazioni individuali e le istanze sociali, con una graduale abolizione della repressione. Leggiamo a questo proposito un illuminante passo di Herbert Marcuse, tratto da Eros e civiltà:

“L’affermazione di Freud che la civiltà è basata sulla repressione permanente degli istinti umani è stata accolta senza discussione. La libera soddisfazione dei bisogni istintuali dell’uomo è incompatibile con la società civile: la rinuncia e il differimento della soddisfazione sono i prerequisiti del progresso. La correlazione antagonistica di libertà e repressione, produttività e distruzione, dominio e progresso, costituisce realmente il principio della civiltà? O questa correlazione è forse soltanto il risultato di una specifica organizzazione storica dell’esistenza umana? In termini freudiani: il conflitto tra principio del piacere e principio della realtà è inconciliabile al punto da rendere necessaria la trasformazione in senso repressivo della struttura istintuale dell’uomo? O consente invece il concetto di una civiltà non repressiva, basata su un’esperienza dell’essere fondamentalmente diversa, su un rapporto fondamentalmente diverso tra uomo e natura e su relazioni esistenziali fondamentalmente diverse? La nozione di una civiltà non repressiva sarà discussa non come una speculazione astratta e utopistica. A nostro avviso, l’esame è giustificato da due ragioni concrete e realistiche: in primo luogo, la concezione teorica stessa di Freud sembra confutare la sua costante e ferma negazione della possibilità storica d’una civiltà non repressiva; in secondo luogo,le conquiste stesse della civiltà repressiva sembrano creare le condizioni preliminari di una graduale abolizione della repressione”.

E’ possibile rintracciare proprio in espressioni di questo tipo il leitmotiv oggi dominante: la nostra organizzazione sociale (di cui la famiglia è il fondamento) è soltanto una delle tante possibili. Il concetto pluralista di famiglia (“le famiglie”, si dice oggi) deriva appunto da qui.

L’antropologia nel suo insieme mostra che l’idea stessa di uomo e donna è storicamente determinata e pertanto appartiene all’ambito delle credenze che, consolidatesi nel divenire storico, sono state poi accettate come verità: ma tali non sono affatto. Si palesa così un collegamento più che diretto con lo Storicismo tedesco, un altro dei grandi protagonisti del Relativismo contemporaneo: in questo senso la repressione deriverebbe appunto dal fatto che certe idee – che si sono imposte storicamente – si sono poi fossilizzate come se fossero inamovibili. In quanto fissità sono state poi direttamente assimilate alla critica degli stereotipi, senza però alcuna adeguata e rigorosa discussione preliminare: per quale motivo rigettare in massa gli elementi di una sedimentazione culturale che dura da millenni? Chi garantisce che quelli oggi tanto presi di mira siano davvero degli stereotipi da smascherare e non piuttosto degli archetipi originari che l’umanità da sempre porta con sé?

Il processo dialettico che la Scuola di Francoforte (sulla scia del marxismo) vuole adottare si pone il compito di smascherare questo inganno e disegnare i contorni di un nuovo mondo, in cui l’uomo possa essere finalmente liberato da queste catene, da questi vincoli alienanti che egli stesso si è imposto nel corso del tempo. La concezione del senso comune, quel realismoimmediato ed evidente (che secondo più voci moderne sarebbe ingenuo e mistificante) che considera le cose nella loro staticità permanente ed immutabile, bloccherebbe la libertà e l’autodeterminazione dell’uomo, proprio in quanto rifiuta quello che sarebbe il principio essenziale della vita, cioè il principio del divenire, di un divenire libero e non predeterminato: nel nostro caso nemmeno dallo statuto ontologico della sessualità umana.

Invece questa forma nuova di conoscenza, proposta anche dalla Scuola di Francoforte (che si ispira alla dialettica marxista), riconosce la libertà come fondamento dell’esistenza, come energia continua, la quale, impedendo che il soggetto si trasformi in oggetto, gli permette di attuarsi e di essere sé stesso senza che debba sottostare alle condizioni esterne o interne: un’umanità veramente liberata, si direbbe oggi, dev’essere libera di auto-determinare anche la propria identità sessuale.

Il mondo, concepito fuori della dialettica, ossia con una struttura in cui non trovi posto la contraddizione, sarebbe in quest’ottica un mondo non reale, alienato, come afferma Marcuse. La libertà si riferisce quindi sia al pensiero (concezione dinamica della realtà) sia all’azione (comportamento non remissivo nei confronti delle cose) in un rapporto armonico di ciò che è individuale con l’insieme nella sua totalità. Leggiamo un altro passo di Marcuse:

La libertà significa essere non un mero oggetto, ma il soggetto dell’esistenza di qualcosa o qualcuno; non soccombere alle condizioni esterne, ma trasformare il dato di fatto nella realizzazione di un’attività. Tale capacità di trasformazione costituisce l’energia della natura e della storia, l’intera struttura di ogni essere. Il pensiero dialettico ha inizio con la constatazione che il mondo non è libero; cioè che l’uomo e la natura esistono in condizioni di alienazione, diversi da ciò che sono. Ogni modo di pensiero che esclude la contraddizione della sua logica è una logica difettosa. Il pensiero corrisponde alla realtà solo se trasforma la realtà stessa comprendendone la sua struttura contraddittoria. Comprendere la realtà, infatti, significa comprendere ciò che le cose sono e ciò a sua volta, comporta la non accettazione della loro apparenza come dati di fatto. La non accettazione, la rivolta costituisce il processo del pensiero così come dell’azione. La libertà costituisce la dinamica intrinseca all’esistenza e il processo dell’esistenza in un mondo non libero consiste proprio nella continua negazione di ciò che minaccia di negare la libertà. La libertà, pertanto, è essenzialmente negativa: l’esistenza è sia alienazione sia processo attraverso cui il soggetto raggiunge sé stesso nel comprendere e dominare l’alienazione. Per la storia dell’umanità ciò significa raggiungimento di una condizione del mondo in cui l’individuo rimane in inseparabile armonia con l’insieme e in cui le condizioni e i rapporti del suo mondo non posseggono alcuna oggettività indipendente dall’individuale”.

 

 

 

 


  

QUARTA PARTE

Come abbiamo visto, la dialettica proposta dalla Scuola di Francoforte intende condurre al superamento del reale, anche a costo di modificare la nozione stessa di realtà: reale non è più ciò che ci si para davanti nella sua incontrovertibile evidenza, ciò al quale dobbiamo adattarci in quanto dato oppositivo originario (e strutturante sia per l’io che per la società), ma piuttosto ciò che il principio di piacere determina, ciò che può essere trasformato dall’io e dalle sue voglie, ciò che non è mai dato di fatto ma solo e sempre interpretazione e racconto.

Da qui l’idea che un’autentica liberazione comporti anche la liberazione degli istinti, in modo che all’individuo possano essere restituiti il piacere e la felicità che egli ricerca immediatamente, senza opposizioni. Non a caso una delle tesi principali della Scuola di Francoforte è che nella società industrializzata ciò che importa è l’efficienza produttiva nel lavoro ed a questo scopo tutto è predisposto e regolato, compresa la sessualità, apparentemente liberalizzata ma in effetti rivolta esclusivamente all’appagamento fisico e perciò destinata a quelle manifestazioni perverse in cui è presente il sesso e quasi sempre è assente l’eros, cioè – sostengono in modo riduttivo i francofortesi –  l’amore.

Invece la libido, se fosse realmente liberata dall’ordinamento sociale repressivo, sublimandosi, si trasformerebbe in eros, in amore, di cui si arricchirebbe tutta la personalità individuale, e non sarebbe più localizzata in una sola parte del corpo. Questo nuovo tipo di società comporterebbe sicuramente un regresso psichico e sociale della libido, cioè un ritorno, per l’individuo, alla fase pregenitale e, per l’umanità, alle forme primitive di vita. Ma sarebbe anche una vittoria della libertà, dell’arricchimento interiore, della vera civiltà umana:

 
“Liberati dalla tirannide della ragione repressiva, gli istinti tendono verso relazioni libere e durature e generano un nuovo principio della realtà
. Il sorgere di un principio della realtà non repressivo, che porti con sé la liberazione degli istinti, costituirebbe una regressione rispetto al livello di razionalità civile raggiunto. E costituirebbe una regressione tanto psichica quanto sociale: questa riattiverebbe fasi passate della libido, superate dallo sviluppo dell’io della realtà, e dissolverebbe le istituzioni della società entro la quale questo io della realtà esiste. Nei termini di queste istituzioni la liberazione degli istinti rappresenta una ricaduta nella barbarie. Se però dovesse aver luogo al livello più alto della civiltà e come conseguenza non di una disfatta ma di una vittoria nella lotta per l’esistenza e se fosse sostenuta da una società libera, questa liberazione potrebbe avere risultati molto differenti. Sarebbe sempre un rovesciamento del processo di civilizzazione, un sovvertimento della cultura – ma dopo che la cultura ha terminato la sua opera e creato un’umanità e un mondo atti ad essere liberi. La nozione di un ordine non repressivo degli istinti va saggiata anzitutto sul più disordinato di tutti gli istinti, cioè sulla sessualità. Proprio nella sua soddisfazione l’uomo doveva essere superiore, determinato da valori superiori; la sessualità doveva ricevere la sua dignità dall’amore. Col sorgere di un principio della realtà non repressivo, questo processo dovrebbe rovesciarsi. La regressione implicita in questo espandersi della libido si manifesterebbe anzitutto in una riattivazione di tutte le zone erogene, e quindi in una ricomparsa della sessualità polimorfa pregenitale e in un declino della supremazia genitale”.

 

 

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Così Marcuse, sempre in Eros e civiltà. Che cosa avverrebbe allora, secondo Marcuse, in una società non repressiva con la sessualità resa veramente libera? In una società, in cui il senso, cioè l’istinto, non fosse più subordinato alla ragione calcolatrice, si instaurerebbe una forma di civiltà molto elevata perché la sessualità tenderebbe alla propria sublimazione. Essa infatti non sarebbe più esclusivamente al servizio delle funzioni genitali e della riproduzione ma ricercherebbe il piacere per se stesso, la felicità nel significato più ampio e più completo di questi termini e la libido da semplice sesso si trasformerebbe in eros.

Di conseguenza l’individuo, non più inserito in un meccanismo repressivo, che lo rende estraneo a sé stesso e ne distrugge le iniziative, si sentirebbe libero, leggero, animato da una energia fisica e psichica creativa che vuole espandersi nella costruzione armoniosa della propria esistenza e di quella di tutta la società, rivolto alla associazione con gli altri. Il lavoro cesserebbe di essere alienante, l’ambiente diventerebbe sereno, le malattie verrebbero vinte e debellate con facilità, la vita si svolgerebbe piacevolmente perché consentirebbe la soddisfazione dei bisogni e dei desideri:

“Abbiamo parlato dell’autosublimazione della sessualità. Questo termine significa che, in condizioni specifiche, la sessualità può creare rapporti umani di alta civiltà, senza essere assoggettata a quella organizzazione repressiva che la civiltà costituita ha imposto all’istinto. Per lo sviluppo dell’istinto ciò significa regredire da una sessualità al servizio della riproduzione a una sessualità in «funzione del piacere da ottenere da zone del corpo». Con questa restaurazione della struttura primaria della sessualità, il primato della funzione genitale è infranto – ed è infranta anche la desessualizzazione del corpo, che ha accompagnato questo primato. Ampliati in questo modo, il campo e l’obiettivo dell’istinto diventano la vita dell’organismo stesso. In virtù della sua logica interna, questo processo suggerisce, quasi naturalmente, la trasformazione concettuale della sessualità in Eros. Alla luce dell’idea di una sublimazione non repressiva la definizione freudiana dell’Eros che lotta per «formare la sostanza viva in unità sempre maggiori, in modo che la vita possa essere prolungata e portata a uno sviluppo più alto» acquista qui un significato più ricco. L’impulso biologico diventa un impulso culturale. Il fine genera i propri progetti di realizzazione: l’abolizione del lavoro faticoso, il miglioramento dell’ambiente, la vittoria sulle malattie e sul deperimento, la creazione del lusso. Tutte queste attività sgorgano direttamente dal principio del piacere e costituiscono allo stesso tempo un lavoro che associa l’individuo in unità maggiori”. (H. Marcuse, Eros e civiltà)

Si noti lo slittamento continuo del concetto di amore: l’istinto  coincide  con  l’eros,  che  la  civiltà  classista  non  conosce  perché rende funzionale l’eros alla pura riproduzione del sistema. Nel capitalismo l’istinto è o genitale o è riproduttivo. Solo l’eros può superare i criteri dell’efficienza, della  produttività  finalizzata  al  profitto: un istinto erotico che è il principio del  piacere è conservato dalla memoria nell’inconscio:

“La  nostra  civiltà,  per  parlare  in  termini  generali,  è  fondata  sulla  repressione  degli  istinti.  La  civiltà  è  innanzitutto  progresso  del lavoro [….]. Poiché  la  civiltà  è  principalmente  opera  dell’Eros,  essa  è  innanzitutto  sottrazione  di  libido:  la  cultura  ricava  una  gran  parte  dell’energia  psichica  di  cui  ha  bisogno  sottraendola alla sessualità (Eros e civiltà).

E’ in questo quadro, insomma, che possiamo comprendere dove ci sta portando l’ondata rivoluzionaria viscidamente in atto da mezzo secolo a questa parte, un’ondata di Relativismo e Nichilismo dotati di una forza teorica senza precedenti, capaci di realizzarsi subdolamente nel mondo sociale come non è mai avvenuto nella storia dell’umanità. E’ solo in questo quadro che possiamo presagire dove ci porterà quest’ansia di liberazione dai vincoli, da ogni verità, da ogni struttura ed in particolare da ogni struttura strutturante, com’è la famiglia naturale.

I segnali sono già ben visibili:

Denatalità: L’Istat ci dice che il calo delle nascite nel 2014 ci ha portati al livello minimo dall’Unità d’Italia (5000 in meno rispetto al 2013, e per la prima volta il calo ha coinvolto anche le mamme straniere).

Aborto: (nel 2008) I dati Oms dicono che in un anno ci sono mediamente 44 milioni di aborti nel mondo. Nel mondo una gravidanza su cinque finisce con l’aborto.

Divorzio: Separazioni e divorzi in crescita. Il matrimonio dura in media 15 anni. Dati Istat: la tendenza è in continuo aumento. Nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si è arrivati a 311 e 182. L’età media alla separazione è di circa 46 anni per i mariti e di 43 per le mogli; in caso di divorzio raggiunge, rispettivamente, 47 e 44 anni.

Eutanasia: I dati statistici nazionali riportano che in Olanda i casi di eutanasia nel 2012 sono cresciuti del 18% rispetto all’anno precedente e sono addirittura raddoppiati rispetto al 2006.

Eutanasia infantile: Lifenews ci informa che nel solo 2013, 650 bambini sono stati uccisi in Olanda (eutanasia infantile) perché o i loro genitori o i medici hanno giudicato insopportabili le loro sofferenze.

Conseguenze mediche della rivoluzione sessuale: Le conseguenze sanitarie della rivoluzione sessuale si incominciano a concretizzare all’inizio degli Anni Ottanta: sarcoma kaposi (dal nome dello scopritore, un dermatologo ungherese, patologia tumorale correlata all’Aids), della stessa Aids. Nel 1984, non a caso, vengono chiuse le Terme di San Francisco. Partono i programmi anti-Aids e tuttavia tra il 1992 e il 1996 l’Aids è la prima causa di morte tra i giovani statunitensi. Il business economico correlato è gigantesco: si pensi anche soltanto alle nuove medicine, ai nuovi vaccini, ai nuovi strumenti di cura. Affari grandi dunque per il cuore dell’impero, New York. Perché gli altri ormai contano poco o niente. All’AIDS va ad aggiungersi la ripresa virulenza, soprattutto tra i giovani, nei paesi sviluppati, delle altre malattie sessualmente trasmissibili.

Dunque, più che guardare a ciò che surrettiziamente l’ideologia gender promette e alla sua ansia di liberazione da ipotetiche schiavitù (accettate acriticamente come tali), mi sembra sia il caso di guardare più avanti, a cosa effettivamente questa rivoluzione antropologica porta con sé. Il dono, come sempre, può essere tutt’altro che buono.

 

 

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* (… aveva ragione Laocoonte: meglio essere

sospettosi, quando vengono proposti certi doni)

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Alessandro Benigni

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