L’ideologia del Genere avanza nella Scuola: nel silenzio generale, le case editrici si adeguano

Alessandro Benigni

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E’ dell’Aprile 2015 la notizia (recepita dalla pagina della vicepresidente del Senato, senatrice Valeria Fedeli) del disegno di legge n. 1680, per l’introduzione dell’educazione di generee della prospettiva di genere nelle scuole e nelle università. “Integrare l’offerta formativa dei curricoli scolastici, di ogni ordine e grado, – si legge – con l’insegnamento a carattere interdisciplinare dell’educazione di genere come materia, e agendo anche con l’aggiornamento dei libri di testo e dei materiali didattici, vuol dire intervenire direttamente sulle conoscenze utili e innovative per una moderna e civile crescita educativa, culturale e sentimentale di ragazze e ragazzi, per consentire loro di vivere dei princìpi di eguaglianza, pari opportunità e piena cittadinanza nella realtà contemporanea“.

Non ero per nulla stupito.
Ma da allora, cosa è cambiato?

 

Ormai il Re è nudo: speriamo che sia solo questione di tempo. Dietro la paccottiglia sbrodolante delle “pari opportunità”, dietro la volontà di eliminare “stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla impropria identità costretta in ruoli già definiti delle persone in base al sesso di appartenenza” (cito testualmente), ci sta la solita, subdola, e psicotica preteeiasa di negare l’evidenza: uomini e donne non sono uguali ed è perfettamente naturale e ragionevole che si inseriscano nella realtà culturale ed economico-produttiva della società in modalità diverse. Nemmeno si è posto il problema di un dibattito per stabilire i confini tra stereotipo e archetipo: cosa che peraltro è già stata fatta – egregiamente – dal comico Harald Eia (siamo nel 2010) con un breve documentario (il famoso video del “paradosso norvegese“) che smonta senza pietà la teoria gender.

Come? Basandosi sull’evidenza, logico: uomini e donne sono diversi, fanno cose diverse perché – essendo psicologicamente, emotivamente, fisicamente diversi, appunto – sono naturalmente portati ad eccellere in campi differenti.

Secondo i propinatori delle teorie del genere (ma non fa ridere che facciano di tutto per applicare queste teorie e poi si affrettino a negare che esista la teoria stessa?), l’obiettivo sarebbe quello di superare gli ostacoli che limitano, di fatto, la piena e autonoma soggettività. Si guardano bene però dal prendere anche minimamente in considerazione come – di fatto – questi nobili principi vengono ad essere declinati nella realtà.

Non è bastato, anche questa è un’evidenza, il reportage di Harald Eia che si è preso la briga di andare ad intervistare gli “scienziati” del Nordic Gender Institute per cercare di capire il “paradosso norvegese” e cioè come mai, dopo dieci anni di politiche e lotte per la parità di genere, in Norvegia fosse emerso, come illustrato dai dati governativi, che le differenze fra uomini e donne fossero più marcate rispetto al passato (ad esempio, il 90 per cento delle infermiere norvegesi sono donne e il 90 degli ingegneri uomini, etc.). No.

Non è bastato che perfino Michel Onfray, pur appoggiando i diritti LGBT e il femminismo, abbia criticato l’insegnamento della teoria gender nelle scuole, sostenendo che sottragga spazio all’insegnamento della filosofia, della lingua e della matematica. Come abbiamo ricordato, infatti, in un articolo del marzo 2014 Onfray ha scritto della «popolare e fumosa teoria del genere (…) della filosofa Judith Butler, che non nasconde l’appartenenza del suo pensiero alla linea decostruttivista» e ha poi riassunto la sua critica in un intervento radiofonico sostenendo che l’essere umano non è solo cultura, ma anche natura. E in seguito alle polemiche, Onfray ha aggiunto anche che la teoria del genere, voluta nelle scuole dal ministro Najat Vallaud-Belkacem, a suo avviso è «pericolosa» e «totalitaria», portando, come esempio dei danni, il caso di David Reimer e l’uso fattone dal dott. John Money (il guru della Gender theory) per dimostrare le sue teorie.

Nemmeno questo è bastato. Tant’è vero che anche le case editrici si aggiornano, e alla svelta, adeguandosi al pensiero unico. E quello che lascia più attoniti è che a sottomettersi (e a sottomettere) al pensiero unico sono proprio quelle materie che più delle altre dovrebbero porsi al servizio dello spirito critico: la Filosofia e la Psicologia.

Un esempio?

Questo è un manuale scolastico (biennio scuola superiore) che mi propongono in adozione per l’anno prossimo:

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Materia: Psicologia, per i Servizi Socio-Sanitari.

Come in ogni manuale di questa tipologia, ad un certo punto si parla di Famiglia (pag. 38):

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Cito: “Un caso a sé è poi rappresentato dalle coppie omosessuali, che negli ultimi anni sono state legalmente riconosciute nella maggioranza dei paesi europei, mentre in Italia non godono ancora di alcun diritto“.

E di seguito, immancabile, lo spot:

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Come chiunque può notare, la madre è scomparsa. E va bene così: il bambino è comunque sorridente bello e felice insieme ai suoi due (?) “papà”.

Che dire?

Cominciamo come sempre con l’analisi del testo (ricordo che si tratta di un testo per la scuola dell’obbligo):

1) Si dà per scontato che “siccome la maggioranza dei paesi europei ha deciso x”, allora ne consegue che x sia da perseguire anche in Italia. Così fan tutti, e via. La morale d’accatto.

2) “In Italia le coppie omosessuali non godono di alcun diritto”. A parte che questo è – come abbiamo mostrato più volte, palesemente falso, non si capisce a quali diritti da conquistare – per il bene comune – si stia facendo riferimento. Forse all’adozione di minori in coppie dello stesso sesso, in modo che siano brutalmente deprivati di padre e/o di madre?

Troppo tardi: quando insegnanti e studenti avranno terminato il paragrafo, il messaggio subliminale avrà già sortito il suo effetto e saranno già tutti perfettamente concordi nel gridare allo scanmaxresdefaultdalo: “Che cosa si aspetta a concedere anche qui gli stessi diritti alle persone con orientamento omosessuale!?” E’ la tecnica della rana bollita, cui più volte ci siamo richiamati. E via: tutti ad annuire. Una leccatina all’indice, voltare pagina. E avanti. Che si debba discutere del valore incommensurabile della differenza, neanche a parlarne. Che ci si fermi ad evidenziare come la differenza sessuale sia costitutiva della persona umana e quindi non solo la definisca in modo essenziale, ma abbia un inestimabile valore formativo, no, per carità. Non se ne deve parlare. Soprattutto, non si deve riflettere. Diceva bene Tony Anatrella: “Non si tratta qui di una valutazione religiosa, bensì di una constatazione antropologica che fa sì che l’uomo e la donna, in quanto persone, condividano l’appartenenza a una comune umanità, pur essendo ognuno rappresentante di un universo che gli è proprio. L’uomo e la donna non sono sufficienti e fini a se stessi; si trovano infatti in uno stato di carenza, hanno bisogno l’uno dell’altra per accedere al senso dell’alterità sessuale, poiché l’altro è sempre l’altro sesso” (Cfr. Tony Anatrella, La teoria del genere e l’origine dell’omosessualità, Edizioni San Paolo, 2012, pag. 47).

 

Qual è la relazione tra gender e la questione dei diritti nelle coppie dello stesso sesso, già implicitamente e senza lacuna discussione elevate allo status di “famiglie”? Parliamo delle cosiddette “famiglie omogenitoriali“, una lampante contraddizione in termini: “omogenitoriale” è l’ennesimo neologismo assurdo, un termine che non trova corrispondenza nella realtà: sbagliato dal punto di vista ontologico, logico e semantico (in gr. omoios / ghénos sono due contrari. L’“omo-genitorialità” è una pura invenzione: nessuno è figlio di due madri. Nessuno è figlio di due padri. Si tratta di un’invenzione che ha il solo scopo di accontentare le pretese degli omosessuali danneggiando però i bambini che nelle “famiglie” “omo-genitoriali” vengono sistematicamente deprivati del loro diritto di avere un padre e una madre. Tutto questo per accontentare gli adulti. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, avendo a che fare con la neo lingua capita sempre più spesso dii trovarsi dinanzi un monstrum (nel senso latino del termine) come la parola omo-genitorialità. Questa parola, nata non si sa dove e non si sa quando, pretenderebbe di identificare una coppia di omo-sessuali che è anche genitrice. Quando si coniano tali neologismi sarebbe opportuno usare alla lingua italiana la cortesia di non creare ossimori tanto evidenti quanto grotteschi. E’ bene ribadirlo. Chissà che qualcuno alla fine non rinsavisca dalla psicosi sociale, oggi diffusissima. “Genitore”, deriva dal latino genitōre (m), deriv. di genĭtus, part. pass. di gignĕre ‘generare’. Il genitore è, quindi, colui che genera o che ha generato: asserire che una coppia di donne o di uomini possano generare (anche in senso figurato) un figlio non è forse una contraddizione in termini?

Bene, ora torniamo a noi. Qual è – dicevamo – la relazione tra gender e la questione dei diritti nelle coppie dello stesso sesso? Il concetto è semplice e paradossale al tempo stessoNoi sappiamo che non è così, ma se è vero che maschile e femminile sono solo costrutti sociali, che il genere non è correlato al sesso biologico, ne consegue logicamente la possibilità di matrimonio per persone dello stesso sesso e conseguente adozione di bambini. Da qui tutto è (già, si badi bene) consentito: dalla stepichild adoption alla fabbricazione e compravendita di esseri umani tramite utero in affitto, ai “diciotto genitori” (e più, perché no?) che secondo la lucidissima Giuseppina La Delfa (presidente della “Famiglie” arcobaleno, una di quelle che si sgola per proclamare che la teoria gender non esiste, detto per inciso) posso tranquillamente svolgere il ruolo di padre e madre e consentire comunque un equilibrato sviluppo del bambino.

Noi sappiamo – per evidenza, per logica e per scienza – che questo non è vero (vedi qui, per esempio), ma tant’è: il pensiero unico induce a credere l’impossibile. E l’impossibile, creduto, diventa reale: è il principio della psicosi, la quale come tutti sanno ha origine nella negazione del principio di evidenza naturale.

Il passaggio è diretto: se maschi e femmine sono solo costrutti culturali, ciò significa che il ruolo materno non è necessariamente legato ad una madre-donna e che nemmeno quello paterno è legato ad un padre-uomo. Al contrario, si pretende che i padri-uomini possano svolgere il ruolo di madre e le madri quello di padri e così via, un un miscuglio nel quale è difficile già da ora districarsi. Il tutto, chiaramente, in violazione dei principi fondamentali del corretto ragionamento umano (i famosi principi aristotelici di identità, di non-contraddizione e del terzo escluso). Ma una prima, incontrovertibile evidenza, è che la differenza tra uomo e donna precede qualsiasi sovrastruttura culturale: la cultura è fatta da uomini e donne, non viceversa. Assumere ipoteticamente il contrario e – quel che è peggio – pretendere che sia davvero il contrario, dà luogo ad una catena considerevole di assurdità.

Uomini e donne sono realmente, fisicamente, psicologicamente differenti. Questa è la normalità. Affermare il contrario significa pensare l’impensabile, ovvero che “A” sia uguale a “non-A”. Ne deriva direttamente che una coppia dello stesso sesso è strutturalmente diversa da una coppia dove invece i sessi sono diversi, come natura richiede al fine della procreazione (e ne deriva che una coppia dello stesso sesso è inadatta, di conseguenza, alla crescita di un bambino): equiparare astrattamente realtà diverse è una pretesa illogica, oltre che immorale e concretamente impossibile. Uomini e donne sono diversi, quindi una coppia uomo-donna è diversa da una coppia omosessuale, etc. La coppia naturale maschio-femmina (M+F) è strutturalmente diversa da ogni altra modalità associativa omo-sessuale, cioè dello stesso-sesso (M+M), (F+F). In base al primo dei principi della Logica (principio di non-contraddizione): “A è uguale a non-A” è falsa. Dunque l’uguaglianza di sessi diversi (intendo qui l’uguaglianza di uomini e donne) è un assurdo, anche solo a livello astratto: figuriamoci in concreto. Allo stesso modo una coppia omosessuale – per definizione: dello stesso sesso – è ontologicamente diversa da una coppia di uomo e donna – per definizione, di sesso diverso.

Ed inutile è cercare di spiegare in tutti i modi che differenziare non equivale logicamente a discriminare. Ogni sforzo sembra inutile.

aaaaaaaaaaaaaaaaDel resto, banalmente: se è vero che possono esserci bambini “con due mamme” e che è meglio “avere due (?) mamme invece che una sola”, allora perché non si può raccontare e quindi richiedere che ci siano anche bambini “con tre mamme”? O quattro? Cinque non sarebbe meglio, a rigor di logica? E così via. Se è vero questo assurdo costrutto – nient’altro che un postulato della teoria gender – se è vero che “due papà sono meglio di uno” e di conseguenza “tre sono meglio di due” allora “centoventi papà sono meglio di centodiciannove”. No? Per questa strada – che è quella suggerita da Giuseppina la Delfa, la quale sosteneva che anche diciotto genitori vanno bene – si arriva velocemente all’annullamento del ruolo, del significato e dell’identità stessa del concetto di “padre” e “madre”. Quanto vale un padre (o una madre) se ogni individuo può averne un numero indefinito?

 

Detto questo, torniamo ancora una volta all’immagine e alla frase riportata dal libro di testo. Daccapo: la madre, dov’è? In quali paragrafi, in quali capitoli, in quali saggi si è dimostrato che la madre è inutile? O che del padre possiamo farne tranquillamente a meno?

Immagino già la risposta (un ennesimo slogan preconfezionato pronto all’uso): “E allora, tutti gli orfani?” Come a dire: dato che alcuni bambini sono orfani e sono cresciuti nonostante la gravissima perdita e lo stato oggettivo di de-privazione allora ne consegue che possiamo deprivare anche tutti gli altri. Logico, no? Siamo evidentemente fuori da un orizzonte ragionevole di discussione. Proviamo comunque qualche osservazione. Prima di tutto, seguendo questa “logica” gender, ci sarebbe da chiedersi com’è possibile che se padre e madre sono “ininfluenti”, “inutili nell’allevare un bambino”, e “i bambino hanno solo bisogno d’affetto”, allo stesso tempo “avere due papà è meglio che uno”: se non contano niente, la somma di due niente è sempre niente. Sarebbe più coerente abolire le figure genitoriali, no? D’altra parte se non importa che siano entrambi (padre e madre) ma basta uno dei due perchè dell’altro si può fare a meno, si dovrebbe poi spiegare quale dei due, e perchè. E’ chiaro infatti che se nelle coppie omosessuali le madri non contano e nelle coppie lesbiche si può fare a meno dei padri se ne deduce logicamente che nessun genitore è utile al bambino. Ma allora che senso ha voler giustificare la cosiddetta “omogenitorialità”? E perché gli adulti in coppie dello stesso sesso insistono ad auto-proclamarsi buoni genitori, se poi sostengono di fatto che i genitori non servono?

Detto per inciso, ricordiamo che è già stato smontato pezzo per pezzo l’argomento dell’orfanotrofio. Basta leggere come si fa.

Ora, di fronte alla pervicacia con cui si tenta, da più parti, di farci credere che “la scienza dimostra che non ci sono danni per i bambini che crescono in coppie dello stesso sesso” (altro slogan-prefabbricato che si smonta con un briciolo di epistemologia), c’è qualcuno che in Italia ancora resiste. Per esempio Francesco Paravati, presidente della Società Italiana di Pediatria Ospedaliera (SIPO), ha spiegato che: «Quello che c’è di scientifico oggi dimostra che il bambino cresce confuso nell’identità perché perde i punti di riferimento, sia nelle “famiglie” monoparentali che nelle unioni omosessuali. Il problema a carico del bambino è una difficoltà ad interloquire con punti di riferimento chiari». Se non fosse sufficiente, c’è un’ampia letteratura in merito, e ci sono studi con campioni significativi che dovrebbero far riflettere. Ma non è nemmeno questo il punto.

Quello che più addolora, in tutta questa (mancata) discussione, è che la dignità ed il bene dei bambini vengano così brutalmente ignorati o al massimo considerati con una superficialità che lascia attoniti. Il punto di vista adottato è sempre e solo adultocentrico. Come si può ignorare il fatto che esiste una differenza abissale tra il sopravvivere ad un evento traumatico (la deprivazione o la perdita di uno o di entrambi i genitori) e il vivere pienamente la condizione di figlio? Come si può dire: “tanto il bambino sopravviverà, quindi che faccia pure a meno della madre o del padre, l’importante è che due o più adulti facciano come desiderano”? Perché di questo si tratta: ai bambini non viene solo negata la figura genitoriale di padre e/o di madre, ma la stessa condizione di figlio. Ciascuno è infatti figlio di un padre e di una madre. Se un bambino viene volontariamente deprivato di una delle due figure genitoriali ne consegue automaticamente che non potrà mai essere e sentirsi figlio in senso compiuto: il genitore mancante potrà infatti essere fantasticato solo passando per la consapevolezza che gli è stato tolto, di proposito, dagli adulti che si prendono cura di lui e che dicono – a parole – di amarlo. Si guardi – ancora una volta – alla foto qui sopra: come mai la madre non c’è? Come si può seriamente sostenere di amare un bambino e nel contempo privarlo della madre o del padre? Di sua madre e di suo padre, per inciso, visto che tra genitori e figli si instaura in origine un rapporto di co-appartenenza? Per questo – e per altri motivi – ho parlato infatti di pedofobia(o paidofobia, per evitare incresciose assonanze: sai com’è, di questi tempi si deve prestare attenzione).

Detto questo: come mai nel libro di testo non compare il benché minimo accenno ad una discussione sul tema? Come si è visto, si dà la notizia (falsa) della mancanza dei diritti e si pone non un argomento ma un’immagine (molto più forte e seduttiva per un giovane lettore, certo…) che rappresenta una “famiglia” (?) felice con due uomini e un bambino. Cos’è, vietato far ragionare l’alunno sul fatto che il desiderio delle coppie omosessuali di essere padri (in due) o madri (in due) viene oggi confuso con un presunto e assoluto diritto alla paternità o alla maternità? Il fatto è che oggi qualsiasi pretesa di discussione su questo tema viene tacciata a priori di oscurantismo, qualsiasi riflessione in senso opposto è considerata una forma di discriminazione, di omofobia, e così il desiderio individuale diventa diritto e gli interessi economici che stanno dietro la fabbrica dei bambini fanno il resto. Alla fine, in molti crederanno che tutto questo sia una conquista, mentre si tratta solo di una vittoria della legge del mercato: alcuni fabbricano bambini, altri li comperano. Un affare che verrà scambiato per progresso. Una pseudo-logica che abbiamo già evidenziato, nella sua temibile capacità di far presa sull’emotività del lettore o dell’interlocutore, senza godere al contempo del benché minimo fondamento logico e/o morale.
E viene insegnato a Scuola, nel silenzio generale.

Ed è anche questo a dispiacere: che proprio nella Scuola si vada perdendo il valore educativo della differenza. Con il solo scopo di distruggere – a fini ideologici (fondamentalmente figli nel relativismo e del nichilismo) e commerciali – la struttura strutturante che è la famiglia naturale, composta da uomo e donna. “Crescere con una madre e con un padre, quando è possibile, – ci spiega Domenico Simeone, psicologo, psicoterapeuta e professore associato di Pedagogia generale presso l’Università degli Studi di Macerata – significa conoscere il valore educativo della differenza, significa inscrivere la parentalità in una rapporto che chiama in causa la corporeità, significa sperimentare una rete relazionale costruita sul riconoscimento dell’alterità”. La differenza di genere tra padre e madre e tra genitore e figlio costituisce l’elemento fondamentale per imparare ad essere se stessi, per individuarsi, quindi per relazionarsi con l’altro-da-sé, quindi per amare.Trovarsi in una famiglia vera, crescere sotto la guida di un padre e di una madre consente al bambino di interiorizzare in base ad una esperienza intima e diretta cosa vuol dire essere uomo e donna e, quindi, definire nel tempo una solida identità maschile o femminile. Pretendere di negare questo dato evidente significa accettare implicitamente la logica destrutturante dell’unisex: la logica del piano liscio del mercato, senza differenze, che fa dell’uomo un soggetto-oggetto di consumo. E’ perfino ovvio che due adulti dello stesso sesso non possono fornire questa esperienza di base, quindi il bambino sarà gravato da un compito psichico aggiuntivo, al quale si aggiunge il danno della possibile psicosi, sempre pendente: “Quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“. (Italo Carta – Ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano).

 

E dovrebbe essere altrettanto chiaro che ai bambini adottati la società deve fornire condizioni ideali di crescita, non esporli ad altri pericolosi fattori di rischio. Eh sì, p074207487-286fcd7e-31b0-48d1-92f4-a120961870c9erché la retorica che sgocciola dalle teorie del genere non si fa scrupoli nemmeno nell’adottare gli pseudo-argomenti dei bambini orfani. “Diverse migliaia di bambini sono in attesa di adozione ed è meglio per loro essere adottati da una coppia omosessuale che restare in un orfanotrofio”. Logico, vero? Sembrerebbe di sì, visto che qualche giudice “illuminato” ha già pensato di sentenziare in tal senso.

Quello che sembra di poter dire è che nel nostro paese, di fatto, un dibattito rigoroso su questo tema è del tutto mancato o si è limitato, nella migliore delle ipotesi, ad una serie di spot mediaticiche si limitano a far presa sulla parte emotiva del pubblico, senza mai riuscire ad indurre un’autentica riflessione sugli effetti, sulle drammatiche conseguenze di queste presunte “teorie” del gender. Così, sulla scorta di un’impressione vaga e superficiale, acriticamente inculcata ed appresa dalle masse, si tende a negare che esista una differenza fra maschile e femminile (contro l’evidenza, peraltro supportata da innumerevoli analisi scientifiche), a sostenere che sia indifferente essere maschio o femmina e che sia dunque indifferente che una coppia con bambini sia formata da un uomo e una donna oppure da due donne o da due uomini. O tre, tanto per dire. Oramai – e siamo sempre a livello di slogan pubblicitari –  “Love is love“: l’importante è amarsi. Lo stesso dicasi per il rapporto tra genitori (ma si può ancora parlare di “genitori“? anche questo per me sarebbe materia di discussione: se viene infatti cancellata la madre, anche il padre non è più tale, e viceversa) e figli: Love is love. E via, fine di ogni problema. L’amore pialla tutto, sistema tutto, elimina ogni difficoltà. Il mondo delle favole, insomma. Anzi no, nemmeno quello, visto che l’attività globale di decostruzione e smantellamento degli “stereotipi” (daccapo: stereotipi o modelli, cioè “archetipi“? ci sarebbe da dire tanto in merito, eppure…) ormai stravolge anche il mondo delle storie per bambini (come ho già segnalato in questo link). Si dimentica così che maschile e femminile, ben lungi dall’essere astrazioni umane, sono non solo caratteristiche evidenti ed irriducibili dell’essere umano in quanto tale, ma anche necessari per la definizione stessa della condizione umana, che a prescindere da questa realtà binaria e complementare sfugge completamente da ogni logica e ad ogni ontologia possibile. L’accettazione dell’evidenza (mi riferisco alla realtà e alla complementarietà i due sessi) è vincolante e decisiva per tutti, a partire dal fine di salvaguardare quel famoso principio di evidenza naturale scartato il quale si cade irrimediabilmente nella psicosi, non solo personale, ma anche collettiva, socialmente condivisa.
Per questo, oltre che per altri motivi, in una società sana e rispettosa di tutti, “il matrimonio non è per tutti” ed è giusto e comprensibile che lo Stato tuteli con attenzione la famiglia naturale, composta da maschio e femmina, come luogo privilegiato della nascita e della crescita dei futuri cittadini. I bambini hanno diritto ad un padre e a una madre, ad una famiglia vera. Ripetiamolo.
Daccapo: si deve fare attenzione a non mescolare acriticamente il piano dei diritti presunti con quello dei diritti reali, a partire dal diritto di ognuno ad avere un padre e una madre. Un conto è parlare (giustamente) del riconoscimento di alcuni diritti giuridici degli omosessuali, se e là dove mancanti, un altro conto è invece sostenere acriticamente il diritto ad avere figli (come se esistesse, realmente, un diritto diritto di questo tipo: nessuno ha diritto a un figlio, perché i diritti si hanno sulle cose, non sulle persone ed i bambini sono casomai soggetti e non oggetto di diritto altrui).
SPAZIOBIANCO

 


Aggiornamenti, testimonianze e documentazione

 

Ricco ed esaustivo video in cui si spiega che cos’è la “Teoria” o “Ideologia Gender” e – dal minuto 4 e 30 secondi – presentata documentazione oggettiva di come la “Teoria” o “Ideologia Gender” stia entrando nelle scuole.

Si veda il documento “Scuola e Genere: percorsi di crescita“, patrocinato da Comune di Siena

Link per scaricare il pdf: http://www.provincia.siena.it/var/prov/storage/original/application/7d1e5db19a7f93411164d86b5dc383a4.pdf

 

Da Sentinelle in Piedi, sezione di Arezzo:

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Commento:

La fluidità di genere è la capacità di assumere in modo consapevole e libero uno o più degli infiniti numeri di genere, per il tempo che vogliamo e con qualsiasi ritmo di cambiamento. La fluidità di genere non conosce limiti o regole di genere“. Questo si legge, come vedete nella foto, a pagina 52 di “Gender Outlaw: On Men, Women, and the Rest of Us”, celebre libro del 1994 di Kate Bornstein. La tipa su Wikipedia è descritta come “gender theorist”: a noi vien da credere che una “gender theorist” produca “teoria gender” (per altro è essa stessa che definisce la sua una “theory of gender”, a pag. 58 dello stesso libro) e che pertanto questa stessa “teoria gender” esista. Ma conveniamo con chi ci ritiene visionari: la teoria gender prodotta dalla gender theorist che la chiama teoria gender non esiste. Ma come possiamo fare a contestare le deliranti affermazioni della Bornstein? Quale termine dobbiamo usare per chiamarle, se quello che lei stessa impiega non esiste? E come possiamo fare a non parlare di un punto di vista largamente discusso e condiviso, se è vero che questo volume, pubblicato da Routledge, su Google Scholar risulta citato in ben 1.113 contributi scientifici successivi (chi sa cosa significa sa che si tratta di un ranking accademico semplicemente straordinario)? Attendiamo risposte e, nel frattempo, lasciateci continuare – anche per banali esigenze di sintesi – a ripetere che la teoria gender, o almeno *questa* teoria gender, quella che vedete variamente riespressa ovunque, esiste.

 

 

Da un altro manuale per le Scuole Superiori:

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“ancora oggi non esiste una spiegazione scientifica che giustifichi l’attrazione tra sessi opposti”
Commento di Valerio Corazza: “Adesso è la natura a necessitare di spiegazione scientifica per essere giustificata”.

Non credo servano ulteriori commenti.

 

Da un altro manuale, questa volta di Biologia:

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Oltre che ideologica, è pure una pretesa che si fonda su fallacia evidente (variazione dell’argomento fantoccio: il caso limite), che consiste in una generalizzazione indebita e conseguente pretesa di elevazione a legge universale di ciò che è invece eccezione (o vera e propria malattia psichica). Basta guardarsi intorno e contare quanti sono gli individui in cui sesso e genere interiorizzato non coincidono.
È forse normale per un uomo sentirsi donna e viceversa?

 

SPAZIOBIANCO

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DISFORIA DI GENERE. COME ROVINARE I PROPRI FIGLI

La cosa più amorevole da fare per i bambini che affrontano la disforia di genere e rassicurarli che loro sono nati nel corpo giusto. E poi aiutarli. Non l’aiuto che somministra farmaci e raccomanda la chirurgia, ma quello che identifica il disagio psicologico di fondo e cerca di sanarlo.

E poi respingere con tutte le forze l’idea pericolosa che viene promossa che i bambini possano o debbano “transitare” nel sesso opposto.

Perché una volta che avete mutilato i vostri bambini attraverso il blocco della pubertà, gli ormoni e la chirurgia, non c’è modo di tornare indietro come questa mamma si è accorta troppo tardi.

“Salve

Ho sempre supportato mia figlia transgender. Quando era ancora un ragazzo e cominciò a esprimere il desiderio di essere una femmina. Ho fatto tutte le cose giuste: terapisti, blocco della pubertà, ogni cosa.

Adesso ha 20 anni e tutto sta andando a pezzi. Abbiamo dovuto posticipare l’operazione chirurgica a causa dei costi, ma adesso finalmente abbiamo abbastanza soldi e siamo andati da diversi specialisti. Tutti ci hanno detto la stessa cosa. I farmaci per bloccare la pubertà l’hanno lasciata con un micro pene. Si utilizzerà una parte del suo colon per costruire la vagina. Uno dei suoi amici che si è sottoposto all’intervento a distanza di un anno ha la vagina che odora quasi come il colon. Naturalmente mia figlia è ora sconvolta. E’ in terapia, ma il suo stato mentale sta peggiorando sempre di più ed io sono disperata. Oltretutto lei non ha mai avuto alcuna funzionalità sessuale. Nessuno stimolo, nessuna erezione anche quando lei prova a masturbarsi per vedere se può stimolarsi da sola… ma niente. I dottori dicono che questo potrebbe non cambiare anche dopo l’operazione. La sua prospettiva di vita è triste. Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma questa è una cosa impossibile. L’unico uomo che è stato con lei per un po’ l’ha lasciata perché frustrato dalla sua mancanza di sessualità.

Non so cosa fare, vi prego aiutatemi.”

Fonte
https://www.facebook.com/katyfaustblogger/

LETTERA APERTA ALLA #CEDU DELLA MAMMA DI UN BIMBO CON LA STESSA MALATTIA DI #CharlieGard

Gentili Signori,

Sono la mamma di Emanuele Campostrini, detto “Mele”. Mio figlio ha 9 anni ed è considerato uno dei pittori italiani di maggior talento, spesso paragonato ad altri giovani artisti famosi di tutto il mondo.

Mio figlio è affetto da malattia mitocondriale e da deplezione mitocondriale.

Non può camminare, stare seduto, sostenere il capo, viene nutrito con un sondino nasogastrico e ha bisogno di un ventilatore elettrico per respirare. E’ sordo e parzialmente cieco, ha sopportato migliaia di crisi epilettiche durante tutta la sua vita. Non può piangere, non può ridere….lui ride DENTRO.

Quando eravamo in ospedale i medici lo considerarono in uno stato così grave e con nessuna possibilità di sopravvivenza che ricevette la Cresima con il rito per i bambini in pericolo, o vicini alla morte.

Non solo non è morto, ma la sua condizione, che rimane molto complessa,  è diventata terreno fertile per la sua peculiare personalità e perché il suo straordinario talento si mostrasse e crescesse. Non vede il mondo come lo vedo io, la sua prospettiva è sempre un’epifania e i suoi dipinti insegnano ad ogni osservatore. 

Andrea Bocelli, il famoso cantante d’opera, scrisse su di lui “ La lezione che “Mele” impartisce, mentre dipinge, ma anche prima e dopo, è più profonda di qualsivoglia dotta disquisizione (artistica e finanche teologica)”.

Vi piace la torre Eiffel? O “ La Gioconda”? I dipinti e le sculture di Michelangelo, il Beowulf, la musica di Mozart? Sono certamente un’eredità mondiale che appartiene a ciascuno di noi. Noi non avremmo queste opere se qualcuno avesse deciso di interrompere la vita di questi artisti quando erano bambini. Ogni essere umano è eredità del mondo ed è impossibile decidere che cosa una persona farà o che cosa darà all’umanità quando è un bambino piccolo, o un bambino malato.

Ma, per favore, abbiate fede ed usate la vostra speranza! E’ la stessa speranza che vi ha fatto innamorare di vostro marito/vostra moglie, che vi faceva aspettare “quella telefonata”, la stessa speranza che vi ha fatto immaginare e poi abbracciare i vostri figli quando sono nati. E’ una speranza “innata dell’essere umano”, per favore, siate umani: uomini e donne degni di questo nome!Abbiate fiducia nelle immense possibilità degli esseri umani e nella Grazia di Dio. Siate coraggiosi.

Per favore, lasciate vivere Charlie Gard e non giudicate la sua vita finché non l’ha vissuta.

Sentitevi felici e forti di questa saggia decisione per la vita e….siate preparati per le sorprese!

Grazie

Chiara Paolini

Videomessaggio di Chiara Paolini

About Charlie Gard case


LETTERA DEL #parroco ALL’IMBRATTATORE #abortista

 «Caro scrittore anonimo di muri,

Mi dispiace che tu non abbia saputo prendere esempio da tua madre. Lei ha avuto coraggio. Ti ha concepito, ha portato avanti la gravidanza e ti ha partorito. Poteva abortirti. Ma non l’ha fatto. Ti ha allevato, ti ha nutrito, ti ha lavato e ti ha vestito. E ora hai una vita e una libertà. Una libertà che stai usando per dirci che sarebbe meglio che anche persone come te non ci dovrebbero essere a questo mondo. Mi dispiace ma non sono d’accordo. E ammiro molto tua mamma perché lei è stata coraggiosa. E lo è tutt’ora, perché, come ogni mamma, è orgogliosa di te, anche se ti comporti male, perché sa che dentro di te c’è del buono che deve solo riuscire a venire fuori. L’aborto è il “non senso” di ogni cosa. È la morte che vince contro la vita. È la paura che vince su un cuore che invece vuole combattere e vivere, non morire. È scegliere chi ha diritto di vivere e chi no, come se fosse un diritto semplice. É un’ideologia che vince su un’umanità a cui si vuole togliere la speranza. Ogni speranza. Io ammiro tutte quelle donne che pur tra mille difficoltà hanno il coraggio di andare avanti. Tu evidentemente di coraggio non ne hai. Visto che sei anonimo. E già che ci siamo vorrei anche dirti che il nostro quartiere è già provato tanti problemi e non abbiamo bisogno di gente che imbratta i muri e che rovina il poco di bello che ci è rimasto. Vuoi dimostrare di essere coraggioso? Migliora il mondo invece di distruggerlo. Ama invece di odiare. Aiuta chi è nella sofferenza a sopportare le sue pene. E dai la vita, invece di toglierla! Questi sono i veri coraggiosi! Per fortuna il nostro quartiere, che tu distruggi, è pieno di gente coraggiosa! Che sa amare anche te, che non sai neanche quello che scrivi! 

Io mi firmo:

don Andrea»

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/scritta-aborto-san-michele-santa-rita-lettera-parroco-facebook?utm_content=buffer2c872&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

LA CULTURA #omosessuale

Riportiamo la trasposizione (rielaborata a soli fini di miglior lettura) di una conferenza stampa del Circolo Mario Mieli per evidenziare cosa si intenda per “Cultura omosessuale” di cui il Circolo si fa espressione. La conferenza stampa fu fatta per rispondere ad una polemica suscitata dalla notizia dell’apertura di una dark-room all’interno della discoteca “Castello” durante le serate di discoteca gay denominate “Muccassassina” 

(Prima di ogni paragrafo è riportato il minuto dell’audio cui la trascrizione si riferisce.)

<<Registrazione audio della conferenza stampa dal titolo “”Il Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli”, le dark room e l’aids”” che si è tenuta a Roma mercoledì 12 maggio 1993 alle ore 00:00. Organizzata dal Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli” per opporsi all’ondata di demonizzazione sessuofobica di cui attualmente sono vittima gli spazi di aggregazione gay>>

 Vanni Piccolo (circolo Mario Mieli)

min. 00 (La dark room è un luogo) dove facilitare la comunicazione, il petting non deve suscitare scandalo. Quindi noi denunciamo che ci si approccia a combattere l’AIDS in modo moralistico e sessuofobo in questo caso.

Andrea Pini (arcigay)

3.40 La nostra posizione, la posizione del circolo (sulle dark room) è di assoluta apertura e disponibilità perché le dark room sono l’espressione di un fenomeno di costume che sta allargandosi , vengono dal nord America, dal nord Europa, nei Paesi Anglo Sassoni sono esperienze ormai avviate e note da più di un decennio. All’inizio degli anni ’80 decine e decine di locali con dark room hanno chiuso per via dell’Aids e della cultura fortemente sessuofobica.

7.40 In questi ultimi paio di anni la paura dell’Aids ha cambiato un po’ aspetto, possiamo affermare che c’è meno panico, una paura più razionale perché si conoscono meglio i mezzi di prevenzione.

13.00  nessuno dice che l’unico modo (di vivere la sessualità) sia di avere incontri occasionali in un angolo più o meno buio di un locale notturno ma è un modo che vogliamo difendere perché è una delle tante possibilità. C’è chi vuole vivere la sua sessualità all’interno di un rapporto di coppia ed è libero di farlo, c’è chi preferisce saltuariamente o anche tutte le settimane avere incontri con persone diverse e noi crediamo che questa scelta abbia lo stesso valore di rispetto, rispetto a quella della coppia, o a quella del matrimonio.

Vanni Piccolo

19.03 la nostra sessualità di tutti, degli omosessuali, degli eterosessuali, dei  bisessuali, e degli animal-sessuali è stata sempre incanalata secondo criteri di non sviluppo libero della sessualità, è stato sempre proibito svilupparla liberamente, per cui una liberazione sessuale, una fruizione di sesso così libero come la possibilità di andare in un locale, incontrarsi, scopare in maniera immediata proprio così senza doversi corteggiare, uscire, pagarsi la cosa ecc. ecc. ecco questo non rientra nella cultura italiana.

19.50  ora che sappiamo che possiamo usare il preservativo  e continuare a scopare noi, come altri locali, abbiamo cercato di provare ad abbattere  questo muro di moralismo che ha impedito fino ad oggi lo sviluppo delle dark room nei locali.

20.15 noi abbiamo scelto di oscurare una parte, un angolo nell’antibagno del locale per poter permettere alle persone  che vogliono appartarsi in una maniera più protetta di poterlo fare.

25. Domanda di un giornalista: Con le dark room non si favoriscono comportamenti a rischio?

Andrea Pini

29.18 Questo è stato l’atteggiamento che abbiamo dovuto combattere rispetto al ministero della sanità in questi anni perché le campagne di prevenzione tendevano a stigmatizzare i rapporti occasionali e noi, associazioni omosessuali, abbiamo cercato di far capire che in questa maniera si dà un messaggio sbagliato perché soprattutto nell’ambiente omosessuale, che non è paragonabile in quanto abitudini sessuali alla media delle persone eterosessuali, c’è un abitudine al rapporto occasionale. Non si può dire “il buon senso dice..”, no! Il buonsenso della famiglia media dice così ma il buon senso della persona omosessuale media non dice affatto così. La persona omosessuale è abituata al rapporto occasionale, è la norma.

30.50  Capisco quello che dici te “mi troverei in imbarazzo se trovassi la dark room in un locale”. Certo perché la dark-room è una cosa totalmente estranea alla cultura eterosessuale a cui la gente non è preparata.

31.15 Non puoi riportare questo giudizio al mondo omosessuale perché ha altre regole, è un altro mondo.

31.20  Partendo dal presupposto che il rapporto occasionale per noi è un’abitudine, è uno stile di vita.

31.35 La maggioranza degli omosessuali giovani hanno una vita sessuale con molti partner

 Vanni Piccolo 

32.35 ho visto che avevate delle perplessità che posso pure condividere visto che la cultura omosessuale non è del tutto conosciuta all’esterno perché la repressione ci ha pure impedito di manifestarla e di esprimerla in toto

32.52 Noi ci sottraiamo proprio perché non siamo destinati alla procreazione, non siamo destinati quindi naturalmente alla coppia e al matrimonio quindi usciamo dalla regola, dal vincolo della fedeltà, della verginità e di tutte queste cose che hanno condizionato anche l’emancipazione della donna, ecco uscendo da tutte queste regole è chiaro che abbiamo una cultura dell’amore libero, dell’amore immediato che…nella cultura omosessuale c’è questo piacere del rapporto occasionale immediato, dovunque e comunque. (..) noi siamo frenetici rispetto a questa cosa, non riusciamo a rinunciare (…) Io vorrei che fosse anche nella cultura etero una cosa del genere, forse qualcuno penserebbe di più al sesso e magari meno ad altri valori che poi sono magari altamente negativi. (…) 

35. “Siamo qui per difendere attraverso la darkroom il diritto ad una libera sessualità”

40 “Noi abbiamo il piacere di incontrarci nei giardini, di una comunicazione immediata, non riusciamo a rinunciare alla possibilità di far un rapporto occasionale immediato. Se io in treno incontro una persona che ci sta io cerco di portarmela al bagno, se non c’è nessuno cerco di farlo nello scompartimento.. ” 

41 (La dark room nel Muccassassina serve per il ) finanziamento delle associazioni di volontariato.”

43 “Prima i gay si incontravano nel Colosseo, poi l’hanno chiuso. Prima ancora il Circo Massimo, poi l’hanno rasato. Sono rimasti alcuni giardini (…) questa cosa delle dark-room non è una ghettizzazione, è solo uno spostamento. 

Riassumendo: per  “cultura omosessuale” il rappresentante del Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli” e il rappresentante di ArciGay intendono  una visione della vita sessuale caratterizzata da promiscuità sessuale  fatta di incontri sessuali occasionali, impellenti cui gli omosessuali non sanno sottrarsi in qualunque situazione si presenti un’opportunità. E questa “cultura” viene detto dovrebbe diventare anche quella degli eterosessuali affinché si “liberino sessualmente”. 

Promiscuità sessuale e matrimonio vengo messi sullo stesso piano morale come scelte di pari valore.

Viene spiegato  chiaramente che nel mondo gay esiste un’altra mentalità rispetto al mondo etero e che il concetto di “buon senso” è completamente diverso nelle due realtà. 

Ad un certo punto si parla, oltre che di omosessuali, eterosessuali e bisessuali anche di “animal-sessuali”, una categoria non meglio specificata che però lascia ben poco spazio all’immaginazione. 

Si parla di “dark room” come di un’occasione per far affluire più clienti al Muccassassina e guadagnare più soldi per “finanziare il volontariato” del Circolo sia per la prevenzione dell’Aids (i risultati li raccontano le statistiche degli infettivologi) che per favorire la “liberazione sessuale” anche del resto della popolazione italiana che deve cambiare “cultura”.

Per loro stessa ammissione la vita gay non è compatibile con la formazione di una famiglia, la fedeltà e la procreazione cui “non siamo destinati”.

Probabilmente nei 24 anni passati dalla conferenza stampa queste associazioni hanno fatto un ottimo lavoro diffondendo la mentalità favorevole alla promiscuità sessuale anche tra gli eterosessuali.

Questi signori sono partner Unar e vanno nelle scuole a diffondere la loro cultura ai giovani. Se continueremo a permetterlo.
Fonte: http://www.radioradicale.it/scheda/54610/54676-il-circolo-di-cultura-omosessuale-mario-mieli-le-dark-room-e-laids

GRAZIE

Quando negli anni ’70 l’omosessualità per pressioni politiche dei movimenti LGBT è stata declassata da un giorno all’altro da “disturbo dell’affettività” a “variante naturale della sessualità” dall’Associazione Psicologi Americani (smentendo quasi cento anni di storia della psicologia con una votazione per alzata di mano!), Joseph Nicolosi e un manipolo di altri uomini coraggiosi non si sono lasciati influenzare, e pure condannando le discriminazioni che in quel periodo le persone omosessuali erano effettivamente costrette a subire in occidente (non così oggi), hanno continuato a studiare il fenomeno sulla base di quello che l’esperienza aveva insegnato loro: l’omosessualità aveva dei fattori di condizionamento ed era passibile di mutamento. 
In questa immagine si riassume uno dei concetti cardine della Teoria Riparativa da loro concepita (così chiamata non perché debba “riparare” gli omosessuali, ma perché considera l’attrazione per lo stesso sesso un tentativo di “riparazione” a un rapporto non equilibrato con il proprio sesso di appartenenza, che l’individuo fa inconsciamente). 
Nel tempo lo stesso Nicolosi capirà che le responsabilità di questa compensazione (solo una delle possibili: malati di fi…a, dipendenza dalla masturba…ione, sociofobia, insicurezza relazione, incapacità a stare da soli  immaturità affettiva, sono tutti sintomi delle stesse ferite, anche fra chi non ha attrazione per lo stesso sesso) non sono attribuibili solo al padre, ma anche alla madre e all’indole specifica del figlio (figli diversi a genitori uguali reagiscono in modo diverso), oltre alle concause esterne alla famiglia (i pari, le donne, la cultura, eventuali abusi ecc. Richard Cohen li divide in dieci gruppi di fattori condizionanti). Tuttavia le relazioni genitoriali hanno spesso il peso maggiore.
Grazie a quest’uomo ad oggi migliaia di persone hanno potuto rispondere al desiderio profondo del loro cuore, che il sesso o le relazioni omoerotiche non riuscivano a soddisfare. Famiglie che rischiavano la devastazione sono state salvate, e ragazzi sull’orlo del suicidio hanno ritrovato la strada di casa.
Certo, nessuna terapia è una magia e non si può aiutare forzatamente chi non lo vuole. In alcuni casi, ragazzini costretti a fare la riparativa contro la loro volontà non ne ha avuto alcun beneficio. Anzi sono peggiorati. Ma questo è un principio base di qualsiasi terapia: non si può aiutare chi non vuole essere aiutato.
Non so se fosse cattolico o no, ma ricordo il grande senso di pace quando ho letto il primo libro di Nicolosi: “Omosessualità maschile un nuovo approccio”. Il sollievo di qualcuno che trova finalmente una risposta sensata e coerente a quello che ha sempre intuito nel profondo del suo cuore.
Oggi è morto un grande uomo che  con il suo coraggio ha dato la vita per tanti. Il mio augurio è che la sua eredità non vada perduta. Non solo nel NARTH, la sua organizzazione internazionale che aiuta chi ha bisogno di fare un lavoro sulla propria identità sessuale fuori dai soliti schemi banalizzanti. Ma anche nella vita di tutti quelli che sono stati aiutati direttamente o indirettamente da lui. Che sanno la Verità e hanno potuto vivere un grande dono, e per paura restano in silenzio e tengono quel dono per sé.
Se tutti insieme vi sollevaste sareste un esercito inarrestabile e scoprireste di non essere soli. Nessuna legge sull’omofobia potrebbe fermarvi. E non ci sarebbero carceri abbastanza grandi da contenervi tutti. Se aveste coraggio, scoprireste che dall’altra parte chi vi grida addosso in realtà vi teme come la morte.
Che Nicolosi lì dov’è possa continuare a vegliare sui suoi figli. Mentre noi da quaggiù preghiamo per il bene della sua anima.
Faccio mie le parole di un caro amico che non amava “i surrogati della riparativa”, ma a lui era affezionato. 
Oggi mi sento un po’ più solo.
Giorgio Ponte

GHEIPURG ED I LIBERI PENSATORI #SilvanadeMari

Mentre si attende l’esito del procedimento instaurato presso l’Ordine dei medici contro la dott. Silvana De Mari – rea di aver sostenuto che i rapporti anali possono causare gravi danni per la salute di chi li pratica –  un noto sito lancia un articolo che, al di là del titolo roboante, nulla toglie alla verità portata a galla dalla dottoressa durante una puntata de “La Zanzara”.

“La scienza sbugiarda Silvana De Mari”, proclama l’opinionista. Ma più che a sbugiardare la suddetta, sembra piuttosto che l’articolo sia diretto a rassicurare i lettori abituali del blog.

Vi si legge, infatti, che recenti studi dimostrerebbero come i rapporti anali siano del tutto infrequenti nelle coppie omosex, dove prevarrebbero altre modalità affettive, come ad esempio i baci e – diciamo così – l’artigianato locale.

La scienza, quindi, non sembra smentire affatto la dottoressa De Mari e, se queste sono le prove che la controparte intende portare contro di lei, che dorma pure sonni tranquilli.

Nessuno – tranne l’ineffabile Luxuria – sembra in grado di sostenere che i rapporti anali fanno bene o, ipotesi minore, che non fanno male. Ciò che il sito che si batte contro la dottoressa De Mari sembra voler dire ai suoi fan è che i rapporti anali non fanno male SE NON LI FAI.

Il che – mutatis mutandis – è come dire alle coppie etero che un buon contraccettivo è non avere rapporti completi.

Ma la macchina del fango continua a dimenarsi come un animale ferito.

#mamma PERCHÈ NON BASTA L’AFFETTO

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La bella testimonianza di un padre

Non basta solo l’affetto.
Sono stato un padre molto presente (per scelta) nella vita dei miei figli. Un padre persino molto “materno” se mi si passa l’uso del termine. Per fare qualche esempio sono io che ho tenuto in braccio mia figlia quando è stata battezzata; sono io che ho dato il biberon a mia figlia per la prima volta; sono io che le ho messo gli occhiali per la prima volta; ero spesso io che cambiavo i pannolini ai miei figli; ero io che sceglievo i loro giocattoli; ero io che giocavo spesso con loro.
Eppure appena vedevano la mamma volevano subito la mamma.
La mamma è sempre la mamma. Potete pensare tutto quello che volete, ma questa è la mia esperienza.
Quando morì la loro mamma di tumore, chiesi a 2 mie amiche madri di essere presenti nella vita dei miei bambini affinché potessero vedere cosa era una mamma, affinché potessero avere quella femminilità e quella dolcezza che solo una madre è capace di avere.
La scelta di risposarmi non è stata una scelta facile. Ma sono convinto di aver fatto la cosa giusta, innanzi tutto per i miei figli.

A.C.

NORDIC WEAR NEL MIRINO DEGLI LGBT

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La Nordic Wear, azienda svedese di abbigliamento, pubblica questa immagine sulla propria pagina di FB con il commento “Sfortunatamente non vendiamo ombrelli ma se lo facessimo dovrebbero funzionare così”. Immediatamente è partita la solita campagna di boicottaggio dell’azienda e per segnalare della foto a FB che, però, non ritiene di dover censurare l’immagine.

La campagna di odio continua e l’azienda e il giorno dopo toglie l’immagine e commenta così “Siccome alcuni di noi della Nordic Wear hanno ricevuto ripetute minacce di morte, per riguardo alle nostre famiglie abbiamo scelto di togliere quel post che ha suscitato tante polemiche. Naturalmente tutte le minacce e le offese saranno segnalate alla Polizia.”

FIGLI DI GENITORI DELLO STESSO SESSO

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La storia di B.N. Klein

Io sono una tipica liberale, ha votato per Obama due volte, e sono tuttavia contraria alla cosiddetta uguaglianza del matrimonio. Mia madre era una lesbica dichiarata. Sono cresciuta con lei e le sue partner. Io non sono cristiana e non mi sono mai associata con alcun gruppo che cerca di preservare il “matrimonio tradizionale” o il “matrimonio naturale”.

Mia madre ha avuto tre amanti lesbiche. Quando ero molto giovane si viveva nella casa di famiglia insieme con mio padre. Lei ha trascorso oltre 25 anni con la sua ultima partner. Ognuna di queste donne ha esercitato un potere adulto su di me, come se si trattasse di un genitore. Mi sono resa conto a cinque anni che non erano dei genitori. Sono cresciuta in un ambiente in cui la sessualità adulta era la misura della dignità delle persone. C’era molto disprezzo per gli altri e soprattutto per gli eterosessuali.

Con il tempo, avevo undici anni, ho anche scoperto che la comunità lesbica coltivava una preoccupazione poco sana verso la sessualità dei propri figli. Sally Kohn, giornalista lesbica, questo lo ammette nel suo articolo I’m gay. And I want my kid to be gay too .

I bambini intorno a me diventavano spesso oggetti di scena, mostrati pubblicamente per dimostrare che le famiglie gay erano proprio come quelli degli eterosessuali. Ho conosciuto casi in cui gli adulti allenavano i bambini a recitare testimonianza false per poi essere utilizzati in tribunale. Ho dovuto rendere omaggio e prestare costante attenzione all’identità degli adulti. L’importanza della loro identità ha richiesto qualche studio. Ho dovuto leggere Patience and Sarah, e ho dovuto guardare The Killing of Sister George. Gli altri bambini leggevano La casa nella prateria e guardavano Oliver! Allo stesso tempo c’era una dicotomia costante in gioco – riduttivo e ostile, bianco e nero. Il loro sesso e la loro identità significavano tutto. Per loro gli eterosessuali non significavano nulla – allevare, orribili amebe di basso livello nelle loro comunità di camere da letto da conservatori. La nostra casa è stata invasa da lesbiche di nuovo conio che pianificavano le loro strategie di divorzi e alimenti. In un caso, ciò ha significato noleggiare un camion per ripulire la loro casa mentre i loro mariti erano al lavoro.

I miei tutori non ritenevano di alcuna utilità qualsiasi persona religiosa: la maggior parte degli ebrei (come ero io) e ogni cristiano. L’intolleranza ampliata. Si degnavano verso persone che avevano lavori d’ufficio per le aziende, e le donne che si erano nell’[Associazione genitori-insegnanti].

Tutta questa distorsione ha creato in me un dualismo, in bilico tra la disperazione e l’arroganza. Non diversamente dal clima di oggi, a casa mia e nella mia infanzia di essere in disaccordo significava rischiare punizione, rifiuto e pubblico disonore. Questo lo hanno fatto con l’incoraggiamento di tutti i loro amici. Quello che facevi veniva trasmesso ad altri adulti che ti offendevano. Quando mia madre si preoccupava della mia sessualità era preoccupata solo del fatto che questa combaciasse con i suoi valori, in un modo simile a quello della signora Kohn. Quindi, in un certo senso, non mi ha permesso di avere una sessualità, perché questo avrebbe potuto significare una identità indipendente da loro, cosa che certamente non era permessa.

In questo scenario i bambini devono reprimere il desiderio di una madre o di un padre. Essi vengono derisi e fatti vergognare se mai esprimono un tale sentimento. Essi potrebbero essere considerati come traditori e condannati all’isolamento, al rifiuto e al silenzio. I bambini hanno imparato a in un gioco di ruolo la parte delle bambole viventi. Ancor più insidioso, le manipolazioni si estendono in tutta la famiglia e comprendono il contrapporre un bambino all’altro, incoraggiando i bambini a diventare un metodo di controllo. Ciò ha conseguenze devastanti in età adulta.

Oggi denunciamo la segregazione e la discriminazione nelle assunzioni principalmente perché crediamo che gli esseri umani fioriscono quando sono esposti alle differenze, tra le quali la differenza sessuale ha preso un posto importante. I bambini nelle famiglie dello stesso sesso, sia gay o etero, soffrono l’equivalente nazionale della segregazione e soffrono nel vedere i loro tutori praticare l’equivalente nazionale della discriminazione.

Molti adulti sono in grado di prendersi cura dei bambini e molti bambini li amano. Ma l’amore adulto non fa una famiglia. La migliore analogia è questa: diciamo che ero follemente innamorata di un meraviglioso e brillante uomo gay. Doveva essere costretto a sposarmi perché io lo amavo, giusto? Questo si avvicina a ciò che viene richiesto ai bambini. Citazione del giudice Jeffrey Sutton:

“E le coppie gay, non meno di coppie eterosessuali, sono in grado di allevare i figli e di fornire famiglie stabili per loro. La qualità di tali rapporti, e la capacità di crescere i figli al loro interno, non verte sull’orientamento sessuale, ma sulle scelte individuali e sull’impegno individuale”.

Come fa a saperlo? Meno di tredici anni sono trascorsi da quando il matrimonio omosessuale e divenuto legale in Massachusetts. Non ha idea di quello che i bambini desiderano e, nella mia esperienza, egli ha torto.

Le uniche immagini di famiglie LGBT che la maggior parte delle persone potrà mai vedere sono costruite e controllate. Spesso ai bambini piccoli ancora sotto il potere dei loro genitori viene dato più credito che ai COG adulti che sono più distaccati e indipendenti. I metodi, spesso di sfruttamento, per creare tali famiglie sono nascosti. Inoltre, gli effetti sui bambini lungo il corso della loro vita non sono stati studiati in modo onesto. Tutte queste testimonianze eccessivamente dolci da COLAGE, PFLAG, e Family Equality [siti web LGBT] possono infatti essere bandiere rosse. I bambini devono sostenere e proteggere i genitori; devono sostenere la causa.

B.N. Klein