Perché il “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo i diretti interessati?

 

Nelle riflessioni che seguono viene portata ad evidenza l’insostenibilità della tesi secondo la quale il cosiddetto “matrimonio gay” dà diritti in più a tutti, senza toglierne a nessuno. 

 

 

 


 

 

 

“Ma a te … cosa cambia?” 

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Spesso ci si sente chiedere per quali motivi si è contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che si tratta di accettare il riconoscimento di una forma in più di matrimonio possibile e non di eliminare o modificare il matrimonio tra persone normali.
Considerazioni.
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“Se la casa del mio vicino va a fuoco, è saggio preoccuparsi per la propria”: in una società le scelte dei singoli ricadono inevitabilmente sull’intero gruppo sociale. Certamente il “matrimonio omosessuale” non comporta danni diretti a chi ne contesta la legittimità. Il problema è di ordine generale e di protezione di tutta la società da un danno oggettivo che riguarda tutti i cittadini, a partire dai più deboli e indifesi: i bambini. Non si dovrebbe infatti mai dimenticare che il matrimonio comporta per diritto la possibilità di adozione e che il diritto del bambino è (dovrebbe essere) sempre prioritario rispetto ai desideri degli adulti. In una coppia di persone dello stesso sesso il bambino si vedrebbe crudelmente ed ingiustificatamente deprivato del padre e/o della madre: per questo motivo il matrimonio non può essere concesso a chiunque lo richieda. Un consapevole atteggiamento etico impone di valutare le azioni morali (proprie e del prossimo) in base alla loro validità universale: che ne sarebbe se questo principio (matrimonio per tutti e negazione dei diritti dei bambini) venisse applicato universalmente? Ovvero: “Se si facesse così per tutti, avremmo un mondo migliore o peggiore?” E’ questa la domanda che ci fa capire se un’azione è giusta o sbagliata dal punto di vista morale. Se ci si deve necessariamente impegnare per il cambiamento (verso il meglio!) delle leggi e della società in ci si vive, ne consegue che l’indifferenza verso ciò che accade fuori di noi non è un atteggiamento etico accettabile. Ecco perché la questione del “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo gli omosessuali).
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A volte si sente questo tipo di replica: “Il matrimonio omosessuale riguarda centinaia di migliaia di adulti e bambini. Per esempio: i Francesi sono favorevoli al matrimonio omosessuale. Altri paesi l’hanno già autorizzato. Perché restare indietro?
Questa è veramente una logica pazzesca. Dal fatto che gli altri paesi europei, fosse anche il mondo intero, abbiano preso una certa direzione (politica) non consegue affatto che tale scelta sia buona di per sé e porti automaticamente dei vantaggi. La storia delle nazioni, europee ed extraeuropee, è stracolma di scelte sbagliate. L’autorizzazione del matrimonio omosessuale non è di per sé, fino a prova contraria, un segnale di progresso, civile o morale, di una nazione. Il concetto è semplice: si devono concedere diritti a qualsivoglia desiderio, solo per il fatto che viene espresso da un certo numero di persone? Basterà autorizzare il maggior numero di cose vietate negli altri paesi per essere al primo posto delle nazioni?
Casomai, prima bisogna dimostrare con una solida argomentazione che le persone hanno diritto a sposarsi, quindi che il matrimonio è sempre a prescindere possibile (quindi poligamia, incesto, etc. compresi) e poi mostrare che è interesse generale della nazione correre in testa alla corsa per concedere diritti in base ai desideri delle persone.
Inoltre, dal punto di vista sociale si dovrà tener presente che a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20). E spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figurati se mancheranno i falsi gay. Già in Australia si verificano i primi casi (com’è logico che sia). Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perchè trattasi solo di coppie etero: non è discriminazione, è biologia. Parliamo di soldi pubblici, tasse mie e vostre, ogni contribuente ha diritto di voto sul loro impiego. La questione riguarda tutti. Come notava Filippo Savarese, “Annacquare e alterare il matrimonio significa manomettere l’intero sistema di protezione e promozione della famiglia”. Inoltre, “smettere di riconoscere nell’unione tra uomo e donna il paradigma dell’intera esperienza umana è il sintomo di una depressione culturale gravemente autolesionista, che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle scelte di vita delle persone, dei loro affetti e dei loro sentimenti”.
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Perché normalizzare il non-normale?

 

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A chi giova il dissolvimento del concetto di normalità?

 

Alessandro Benigni

 

 

Abbiamo visto più volte e da prospettive diverse come la fabbrica del consenso di cui l’Impero dispone e con cui dispone preveda l’adozione dell’ingegneria sociale come mezzo di manipolazione e controllo mentale. Con risultati sorprendenti. Da anni, per esempio, è stato instillato – con il metodo dei piccoli passi, alla maniera della “Finestra di Overton”, una viscerale antipatia (tanto irrazionale quanto dannosa), per il concetto di “norma” e “normale”. Tanto che oggigiorno “normale” è per lo più inteso come aggettivo squalificante. La “norma” viene vista come la causa dell’esclusione (di ogni esclusione possibile) e quindi, in un mondo in cui tutti hanno il terrore (indotto) di essere esclusi (chissà da cosa, poi?), “norma” e “normale” sono diventati anatemi da combattere in ogni modo. La norma, infatti, tenderebbe per sua natura ad assorbire – dopo aver tracciato appunto una linea dell’esclusione più o meno rigorosa – tutto ciò che ad essa sembra opporsi. E a nessuno, proprio nessuno, piace essere escluso. Quindi? Quindi aboliamo la norma, semplice. Di questo, ci hanno convinto. Ed è stato relativamente facile. Ma a ben vedere anche la trasgressione, in fondo, non è nient’altro che la riconferma della Regola, del bisogno di una Norma che tracci e difenda i confini, quindi un’ulteriore messa in evidenza del limite che questa sancisce. In altre parole, “Norma” e “devianza dalla norma” sono concetti complementari, speculari. La devianza, oltre a scuotere e far tremare per un istante la struttura normativa, finisce poi inevitabilmente per rientrare in quel suo circuito che le dà origine e, allo stesso tempo, si mostra persino funzionale a questa struttura nel suo complesso. In sociologia, ha fatto scuola l’analisi di Emile Durkheim, che credo per primo ha sottolineato l’universalità sociale e l’imprescindibilità della norma, dandone una connotazione fortemente positiva – per ogni tipo di società. Nella sua analisi il trasgredire alle norme è daccapo un fatto del tutto normale: dovunque esistano regole, norme, prescrizioni, si verificano inevitabilmente violazioni più o meno gravi. In altre parole: dall’ambito della norma – normalità e della sua relazione dialettica con la trasgressione, non si esce: “Ora, non v’è società conosciuta in cui, sotto varie forme, non si osservi una maggiore o minore criminalità. Non v’è popolo in cui non si violi quotidianamente la morale. Perciò dobbiamo dire che il delitto è necessario, che non può non esistere, che le condizioni fondamentali dell’organizzazione sociale, quali si conoscono, lo implicano logicamente, e quindi che è normale. (…) Ciò che è condizione indispensabile della vita non può non essere utile (…). Infatti, abbiamo dimostrato come il delitto possa servire, ma solamente se è condannato e represso. (…) Il suicidio è dunque un elemento della loro [delle epoche] normale costituzione ed anche, molto probabilmente, di ogni costituzione sociale”. (E. Durkheim, Il suicidio, pp. 428-429). Orbene, se la norma e la normalità sono inevitabili, all’Impero non resta che mutarne il significato e rendere il concetto di norma tanto liquido da poter essere adattato allo sviluppo dei propri scopi e della conquista del Potere. A partire dalla svolta epistemologica verificatasi intorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso e che fa leva su alcuni cardini di principio ritenuti oggi imprescindibili (come per esempio: la valorizzazione del soggetto, a prescindere dai “valori” di cui è portatore) siamo pervenuti ad un ripensamento radicale del concetto di diversità. Così, dal Don Bosco che sceglieva di donare la sua vita ai giovani e in particolare agli emarginati, ai ragazzi che i meccanismi dell’esclusione sociale destinavano sin dal XVII secolo al “grande internamento”, come definisce Foucault l’operazione di chiusura delle personalità “difficili” nei molti luoghi della correzione istituzionale, siamo come d’incanto passati all’accettazione alla giustificazione delle distorsioni più evidenti e alla contemporanea patologizzazione della normalità. Questo è stato possibile insistendo con un martellamento mediatico senza precedenti solo sugli effetti negativi di una patologizzazione della condizione di devianza e marginalità che storicamente aveva condotto a legittimare tutte le pratiche, anche pedagogiche, di repressione, controllo sociale. Ma così facendo, siamo giunti ad una “normalizzazione” di segno opposto. La categoria del “diverso”, in passato sanzionata dalla predisposizione del trattamento repressivo-correttivo nonché da una codificazione linguistica minuziosa che etichetta i “tipi” di diversità: lo svantaggiato, l’incorreggibile, l’asociale, il criminale, il folle e così via, è oggi a tal punto valorizzata da far pensare che i veri “diversi” siano i “normali”. E’ così che – nel gioco dialettico delle opposizioni binarie come “reale” e “falso”, “normale” e “anormale”, la tattica dell’Impero ha permesso di svuotare di significato sia il concetto di normale che quello di a-normale, sia quello di sano che di malato, così come l’ultima versione del DSM mostra chiaramente. Le opposizioni binarie sono passate nelle mani sapienti degli ingegneri sociali, a servizio dell’Impero, che sono riusciti col tempo a rendere socialmente condivisa una generale stigmatizzazione sia delle fonti di informazioni “non conformi” (leggi “fake news”) e soprattutto di idee non conformi (leggi pro life, pro family, etc.) − ristrutturando linguisticamente la realtà del consenso come territorio concettuale nel quale ogni persona pensante, scrivente o parlante di fuori dal mainstream è considerato come una sorta di “deviante”, o di “estremista”, o qualsiasi altra forma di reietto sociale. Siamo insomma al punto di svolta: la normalità è fabbricata linguisticamente da chi controlla i media e lo stesso vale per l’opposto dialettico di a-normale.

Scrivevano infatti Noam Chomsky ed Edward Herman in “La fabbrica del consenso”:

“Non sarà sfuggito a nessuno che il postulato democratico afferma che i media sono indipendenti, determinati a scoprire la verità e a farla conoscere ; e non che essi passano la maggior parte del tempo a dare l’immagine di un mondo tale che i potenti desiderano che noi ci rappresentiamo, che sono in una posizione d’imporre la trama dei discorsi, di decidere ciò che il buon popolo ha il diritto di vedere, di sentire o di pensare, e di “gestire” l’opinione a colpi di campagne di propaganda”.

Come cerco di spiegare nella riflessione qui di seguito, lo stesso procedimento è stato adottato dalla Psichiatria mondialista, a servizio dell’Impero, come la quinta edizione del DSM mostra chiaramente.

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E’ impressionante la velocità con cui questa specie di morsa a tenaglia si stringe sul mondo occidentale, nel disinteresse quasi totale.

Da una parte si normalizza ogni devianza (e c’è già chi ipotizza che nel prossimo DSM la pedofilia verrà completamente sdoganata: già alcune recenti conferenze si sono mosse in questa direzione, arrivando ad affermare che non si può dire con certezza che la pedofilia provochi dei danni misurabili nei bambinimentre dall’altra si patologizza la normalità.

Due esempi:

Il primo è l’ oppositional defiant disorder” or ODD. Così definito nel DSM IV (ma ildiscorso vale anche per l’ultima edizione del manuale), questo curioso disordine mentale consisterebbe in un “atteggiamento continuo di ostilità, disobbedienza e comportamento ribelle”, e i sintomi includono per l’appunto ribellione, negatività, contestazione dell’autorità, ed essere polemici.
Non ci vuole un genio per intravedere che cosa si nasconde dietro questa nuova lingua universale e dogmatica che è lo psichiatrese: un globale silenziatore per ogni pensiero divergente, per ogni dissidenza, per ogni critica all’ideologia dominante che è espressione del potere.

Il secondo: con il DMS-5, anche la comune sofferenza umana viene considerata una specie di malattia mentale. L’APA fa meraviglie!

Allen Frances (il direttore della squadra che ha messo a punto il DSM-4) ha sentenziato in merito: «Il mio miglior consiglio ai clinici, alla stampa ed al pubblico in generale è: siate scettici e non seguite ciecamente il DSM-5 lungo una direzione che porterà facilmente ad un eccesso di diagnosi e ad un dannoso eccesso di somministrazione di farmaci».  Quello che allarma in modo particolare Frances, e non certo solo lui, è il fatto che il DSM-5 renda patologici delle normali sofferenze umane. Il 7 gennaio 2013, nel suo articolo Ultimo appello al DSM-5: proteggete la sofferenza dalle grinfie dell’industria farmaceutica, Frances scrive : «Far diventare la sofferenza umana una malattia mentale sarà *la manna* per l’industria farmaceutica ed una carneficina per chi soffre. È una decisione autodistruttiva per lo stesso DSM-5 ed inoltre mina la credibilità dell’APA. La Psichiatria non dovrebbe disconoscere la normalità».
Dobbiamo fare un passoindietro per mettere bene a fuoco la questione: nel DSM-4, alla cui redazione Frances ha contribuito più di tutti, c’era la cosiddetta «esclusione del lutto» che stabiliva la non diagnosi di disturbo psichiatrico di depressione nel caso di sofferenza per la perdita di persona amata, anche se accompagnata da sintomi di depressione. Prima del DSM-5, l’APA aveva riconosciuto che avere dei sintomi di depressione nel soffrire la perdita di una persona amata fosse una cosa normale e non una malattia. Prossimamente, una normale sofferenza umana accompagnata da sintomi riconducibili alla depressione porterà invece alla diagnosi di depressione.
La partita è chiusa; i difensori della normalità – preoccupati anche della perdita di credibilità dell’APA – hanno perso. I promotori della diffusione malattia mentale, gli psichiatri neocons, hanno vinto.
Ma non è finita qui. Il DSM-5 inventa di sana pianta nuove malattie mentali. Si pensi per esempio a questa nuova diagnosi di malattia mentale messa a punto specificamente per i bambini, siglata DMDD, disruptive mood dysregulation disorder, in italiano: disturbo da cattiva regolazione di uno stato d’animo esplosivo. Ci si riferisce qui agli scoppi di collera tipici nei neonati e nei bambini; Frances tira questa conclusione sul DMDD : «trasforma il fare i capricci tipici del bambino in una malattia mentale».

A questo punto non guasta un breve riepilogo della storia del DSM.

Il primo DSM è del in 1952 ed elenca 106 disturbi (inizialmente indicati come «reazioni»). Il DSM-2 viene pubblicato nel 1968, il numero dei disturbi passa da 106 a 182.
Sia il primo DSM che il DSM-2 includevano l’omosessualità fra le malattie mentali. Negli anni ’70, in concomitanza con l’aumentare del significato del DSM cresce l’attivismo del mondo gay. Ne deriva che il tema psichiatrico-politico più noto e visibile diviene l’eliminazione dell’omosessualità dalle malattie mentali. Gli attivisti gay manifestano durante le riunioni dell’APA, che sul tema si divide ferocemente.
Così, mentre da una parte nel DSM-3 l’omosessualità viene eliminata dalle patologie, dall’altra il loro numero cresce e passa da 182 a 265. In particolare, grazie all’aggiunta di molte diagnosi che riguardano i bambini e che diventeranno rapidamente molto popolari. Una fra tutte l’ODD od oppositional defiant disorder [disturbo oppositivo provocatorio].
Il DSM-4 esce nel 1984 ed elenca 297 disturbi ed oltre 400 tipi di diagnosi di specifiche malattie mentali. Nel numero del febbraio 1997 di Harper’s, L.J. Davis scrive una recensione del DSM-4 intitolat: «L’Enciclopedia dell’infermità mentale: un manuale di psichiatria elenca una pazzia per ognuno di noi» nella quale scrive che il DSM-4 «è lungo 886 pagine e pesa, nell’edizione paperback, poco meno di 1,5 kg. Se indossato in battaglia e posto sopra al cuore, potrebbe probabilmente fermare una pallottola calibro militare .50 sparata da 1500 metri. [cioè un tiro mortale di un cecchino]».
Ma per Allen Frances, il DSM-5 non è un’occasione per farsi due risate. Infatti ci ricorda che: «Le nuove diagnosi in psichiatria sono più pericolose dei nuovi farmaciperché è da esse che dipende se milioni di persone assumeranno o meno i farmaci; tra l’altro di regola dopo visite sommarie o da parte di non specialisti. Benché l’APA sostenga che il DSM-5 non espanda sostanzialmente il numero totale delle malattie mentali, è sufficiente un’unica modifica del DSM-5 (quella che elimina l’esclusione della diagnosi di depressione nel caso di lutto), per creare milioni di malati di depressione inesistenti.

Che cosa dovremmo pensare del fatto che tra le “nuove” malattie mentali sono comprese: l’arroganza, il narcisismo, la creatività al di sopra della norma, il cinismo e il comportamento anti-sociale, che in passato venivano considerati semplicemente “tratti delle personalità”?

A chi giova la creazione dal nulla di nuove patologie? Nessuno vede, dietro l’angolo, i grandi sorrisi delle Lobby farmaceutiche?

Normalizzare la devianza e patologizzare la normalità significa rendere tutti bisognosi di cure. La devianza infatti non potrà mai essere completamente normalizzata, se non fosse altro per un principio statistico, e la normalità non verrà più ad essere difesa dall’evidenza: chi si troverà a protestare, infatti, sarà considerato automaticamente bisognoso di cure (in base alla diagnosi di “oppositional defiant disorder“).

Non si può evitare un collegamento logico con quanto sta avvenendo anche in Italia, con l’introduzione dello psicoreato di “omofobia“. Pseudo-reato, ricordiamolo ancora una volta, che è logicamente e giuridicamente assurdo. La fobia, quella vera, è infatti una malattia psichiatrica: abbiamo sindromi fobiche (fobia da situazione, fobia da esseri viventi fobia da oggetti, fobie ossessive). Ma da quando una malattia può diventare reato? In realtà questo neologismo assurdo – “omo-fobia” – sembra confezionato apposta per tappare la bocca a chi vuole difendere la famiglia naturale e i diritti dei bambini. Ma l’omofobia non è l’equivalente logico del dissenso e se la patologia, quella vera, è tale allora va curata e non può invece essere definita “omofoba” (quindi malata) una persona solo perché non condivide che i bambini vengano privati del loro diritto naturale di avere un padre e una madre.

 

 

 

 


 

 

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OPSSSSS! UN ALTRO STUDIO SUI GENITORI DELLO STESSO SESSO SMASCHERATO.

La telenovela dei trent’anni di studi sui bambini cresciuti nelle famiglie dello stesso secondo la quale non ci sono differenze con quelli cresciuti in famiglie “tradizionali” non finisce mai di stupire. Dopo che numerosi psicologi ed esperti di psicologia sociale hanno messo in evidenza i numerosi e gravi limiti metodologici di queste ricerche, adesso si scopre anche dei clamorosi errori nel rilevamento dei dati che ne inficerebbero completamente il risultato. E’ il caso ad es. dello studio “A Population-Based Comparison of Female and Male Same-Sex Parent and DifferentSex Parent Households. Henny M. W. Bos, Lisette Kuyper, Nanette K. Gartrell” Pubblicato su Family Process nel 2017. Secondo Donald P. Sullins, sociologo e statistico della Catholic University of America, i questionari utilizzati per la ricerca sarebbero soggetti ad un certa quantità di errori. Gli intervistati infatti possono marcare la casella sbagliata o premere il tasto sbagliato della tastiera proprio nella classificazione del sesso del proprio partner. E’ stato infatti riscontrato che ad es. nel censimento della popolazione statunitense circa il 40% di coppie dello stesso sesso erano state classificate come coppie di sesso diverso. Poichè le coppie dello stesso sesso sono meno dell’1% della popolazione, anche un piccolo errore di classificazione può comportare una grave inaccuratezza con conseguenze rilevanti sui risultati degli studi. Nel caso della ricerca in questione, effettuata in Olanda con intervista guidata su PC, il rilevamento del genere di appartenenza avveniva premendo il tasto “1” o “2” sulla tastiera, procedura che è soggetta a numerosi errori. Diverse incongruenze suggeriscono infatti che ci siano stati gravi errori di classificazione. Ad es. nello studio il 52% del campione è costituito da coppie di maschi, mentre questa tipologia “familiare” rappresenta solo il 14% delle coppie dello stesso sesso con prole secondo i rilevamenti del servizio statistico dei Paesi Bassi. Sempre secondo le statistiche olandesi le coppie dello stesso sesso con figli conviventi rappresentano lo 0,28% delle coppie con prole, mentre nello studio di Bos et al. risultano tre volte più numerose. Basandosi su queste improbabili disparità riscontrate, viene stimato che circa il 65% del campione di controllo utilizzato potrebbe essere stato costituito da coppie in cui è stata sbagliata la classificazione. Sebbene si tratta di problemi ben noti in questo tipo di statistiche, gli autori non hanno fornito alcun elemento che possa assicurare che il campione utilizzato sia veramente rappresentativo rendendo assi discutibile il risultato del proprio report.
Ma non è l’unico caso finito sotto la lente di ingrandimento di Sullins. Anche in un analogo studio americano (“Family Structure and Child Health: Does the Sex Composition of Parents Matter?” pubblicato nel 2017 su demography) sono stati riscontrati i medesimi problemi.

Bibliografia
Black, D., Gates, G., Sanders, S., & Taylor, L. (2007). The measurement of same-sex unmarried partner couples in the 2000 U.S. Census (Working Paper Series No. CCPR-023-07). Los Angeles: California Center for Population Research. Retrieved from
Sullins, D. P. (2017). Sample Errors Call Into Question Conclusions Regarding Same-Sex Married Parents: A Comment on’A Population-Based Comparison of Female and Male Same-Sex Parent and Different-Sex Parent Households.’Henny MW Bos, Lisette Kuyper, Nanette K. Gartrell, Family Process (2017).
Sullins, D. P. (2017). Sample Errors Call Into Question Conclusions Regarding Same-Sex Married Parents: A Comment on “Family Structure and Child Health: Does the Sex Composition of Parents Matter?”. Demography, 54(6), 2375-2383.

LETTERA APERTA ALL’ #OrdinedegliPsicologi

LETTERA APERTA AL DOTT. FULVIO GIARDINA (Presidente Ordine Nazionale Psicologi)

Egregio Presidente

Circa tre anni fa in risposta ad una affermazione del ministro Lorenzin sulla necessità per un bambino di avere una figura materna e paterna, Lei ebbe a dire, tra le altre cose, che “la letteratura scientifica e le ricerche in quest’ambito sono concordi nell’affermare che il sano ed armonioso e sviluppo di bambini e delle bambine, all’interno delle famiglie omogenitoriali, non risulta in alcun modo pregiudicato o compromesso”. Oggi a tre anni di distanza, sono stati pubblicati anche studi di segno opposto e soprattutto la letteratura scientifica portata a sostegno della non influenza del sesso dei genitori sul benessere psicofisico è risultata afflitta da gravi carenze metodologiche come messo in evidenza da autorevoli studiosi. Per quanto riguarda il nostro paese ad es. la materia è stata rivista in modo critico da Elena Canzi in un volume con la prefazione degli studiosi Eugenia  Scabini e Vittorio Cigoli. A ciò si stanno aggiungendo una sempre più rilevante mole di testimonianze di bambini oggi giovani o adulti (soprattutto dagli USA dove il fenomeno della surrogazione da parte di coppie gay è meno recente) che affermano di aver sofferto o di soffrire per la mancanza del padre o della madre e di non poter conoscere la metà della propria origine genetica. Ma  soprattutto riprendendo il contributo di Scabini e Cigoli «Possiamo evitare di parlare di origine e di essere originato da una relazione? Possiamo, nel legame di filiazione, operare una scissione tra l’aspetto genetico e quello simbolico cercando di dimostrare che i legami di filiazione stanno in piedi “indipendentemente” dal legame genetico perché quello che conta è la qualità della relazione (percepita) e non la famiglia come struttura? Possiamo evitare di prendere in considerazione responsabilmente i rischi anche psichici che si corrono quando si sceglie di dar vita ad un nuovo essere umano silenziando aspetti cruciali della sua storia genealogica?»

Non crede quindi che su argomenti così delicati e che riguardano il benessere dei bambini, si debba essere almeno molto prudenti, mantenere il senso critico ed attenersi al principio di massima precauzione prima di sdoganare tecniche come l’utero in affitto, i cui effetti nel lungo termine non sono affatto scontati? Le vorremmo sommessamente ricordare che, poiché verba volant ma scripta manent, le affermazioni che oggi possono provocare l’applauso, domani potrebbero essere invece fonte di vergogna.

Ancora non hanno capito

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Alessandro Benigni

 

 

Sembra incredibile, ma non hanno ancora capito: la questione è etica, non scientifica.

 

Dopo tre, quattro anni credo, in cui ci siamo battuti in ogni modo per far capire che la questione non è psico-metrica, non riguarda in nessun modo la possibilità di misurare il danno psichico delle persone, ma riguarda la loro dignità, il loro diritto inviolabile a non essere ridotte ad “adorabili oggetti di consumo” (per usare l’azzeccata espressione di Claudio Risé): ecco, ancora non hanno capito.

Le cose stanno così. Leggete:

«Su 19 commenti, 18 complessivamente concordano nel ritenere che il genere e l’orientamento sessuale dei genitori non siano di per sé fattori di rischio per la stabilità e il benessere psicologico dei figli».

Così, si esprime trionfante, l’ennesimo “psicologo” con qualche problemino sotto il profilo della gestione etica del discorso.

Che succede? Di cosa sta parlando? Semplice. C’è questo “studio” – farlocco come tanti altri, che abbiamo visto in questi anni – secondo il quale i bambini deprivati di padre o di madre e violentemente trascinati in coppie dello stesso sesso, stanno benone. Vanno bene a scuola, rispondono bene ai test (ovvero alle “interviste” che sono però rivolte quasi sempre agli stessi “omogenitori”  qualsiasi cosa questo neologismo assurdo voglia significare), e così via. Insomma: nessun problema, dice questo “studio” (una raccolta di articoli), per i bambini cui è stata negata la mamma o vietato il papà, solo per far contenti due adulti dello stesso sesso.

Lo abbiamo già spiegato: non serve a nulla sostenere che uno studio vale qualcosa perché viene pubblicato su una rivista o su un’altra. Men che meno importa sapere chi l’ha condotto e quali sono i risultati. Bisogna sempre entrare nel merito: prenderne in esame la metodologia, i criteri, i soggetti coinvolti, e soprattutto, ricordare che non si può mai passare da una teoria psicologica ad un assunto etico. Quali che siano le teorie o gli assunti etici, ovviamente. Sarebbe una gravissima fallacia, sullo stampo di quella naturalistica già individuata da David Hume (pensate un po’, siamo nella metà del ‘700!), per cui dalla osservazione di uno stato di fatto si pretende di passare automaticamente ad una pretesa di diritto.

 

Qui l’articolo – tratto da l’Avvenire – che ne parla diffusamente.

Vi risparmio lunghe citazioni, se proprio vi va, date un’occhiata voi stessi.

 

La sintesi: secondo questi luminari, il problema è risolto nella misura in cui i test (spesso condotti da stessi esponenti Lgbt, come già mostrato decine di volte) “dimostrerebbero” che i bambini stanno bene: non mostrano – sempre secondo loro – nessuna sofferenza.

 

E’ precisamente a questo punto che entra in gioco la Filosofia, col suo dubbio metodico, e s’interroga.

 

Basta questo criterio per legittimare la mercificazione dei bambini e la loro deprivazione della figura paterna o materna? Basta la presunzione di assenza di danni?

Se sì, allora dovremo legittimare, in base allo stesso principio, anche quella famosa pedofilia soft, promossa da Richard Dawkins, che in quanto tale non farà alcun danno al bambino.

 

Il ragionamento è questo: se è lecito fare ai bambini quello che si vuole, finché non si dimostra che si procura loro un danno valutabile con gli attuali test psicologici, perché non dovrebbe essere lecita anche una forma leggera, non invasiva, di pedofilia?

 

Mi spiace per lor signori, più o meno esperti, più o meno dotti, o sedicenti tali, ma questo insegna la Filosofia: a non fidarsi di nessuno, a dubitare di tutto e di tutti.

Prima di tutto di questi piccoli maestri, che tentano di dire bugie mascherandole da diritti.

Non occorre però la Filosofia per sapere che le bugie hanno le gambe corte, sempre, e che ragionamenti mal posti, fanno cilecca.

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L’importanza del padre

Rilanciamo un articolo apparso su Zenit, sul tema dell’importanza della figura paterna per un armonioso sviluppo del bambino. Abbiamo già ricordato quanto sosteneva Rosa Rosnati, docente di Psicologia dell’adozione e dell’affido presso l’Università Cattolica di Milano. La Psicologa, come ci ricordano gli amici di UCCRha spiegato che «crescere godendo della presenza di un padre e di una madre consente al bambino di conoscere dal vivo cosa vuol dire essere uomo e donna e, quindi, definire nel tempo una solida identità maschile o femminile. Allo stesso tempo il bambino potrà fare esperienza della relazione tra uomo e donna, capace di accogliere e valorizzare le differenze. Due genitori dello stesso sesso non possono fornire questa esperienza di base, quindi il bambino sarà gravato da un compito psichico aggiuntivo. Ai bambini adottati la società deve fornire condizioni ideali di crescita, non esporli ad altri fattori di rischio».

Dopo aver richiamato l’importanza del padre, in special modo per la costituzione dell’identità femminile, guardiamo con interesse ai risultati di uno studio dell’Università di Oxford che viene così sintetizzato: “Padri presenti donano equilibrio ai figli”.

Il commento dello psicoterapeuta e saggista Claudio Risé: “Ma questi dati vengono ignorati dai centri di potere, impegnati a propugnare figure genitoriali neutre”

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La rivincita del padre, contro il pensiero unico secolarizzato

 

Un padre molto presente, aiuta lo sviluppo dei figli e ne fa donne e uomini più equilibrati. Ragazzini ben seguiti, infatti, hanno il 28% di probabilità in meno di avere problemi comportamentali. È quanto emerge da una ricerca dell’Università di Oxford, che ha esaminato un campione di seimila bambini, seguiti per dieci anni.

Sulla stampa internazionale la notizia ha avuto una notevole eco. Proprio in una fase storica in cui spira forte in Occidente il vento di ideologie tese a destrutturare l’identità sessuale e a demolire l’istituto familiare, la scienza lucida a nuovo e ricolloca al vertice la figura dell’uomo quale pater familias. Siamo forse al tramonto della campagna di indebolimento del ruolo del padre, portata avanti fin dal ’68 dal “capitalismo edonista” di concerto con le “burocrazie politiche marxiste”?

 

ZENIT ne ha parlato con il prof. Claudio Risé, psicoterapeuta e scrittore, docente di Psicologie dell’educazione all’Università Bicocca di Milano.

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Prof. Risé, finalmente viene rivalutata l’importanza del ruolo del padre?

Per la verità dati simili, anche molto dettagliati e impressionanti, erano già noti, raccolti dal Bureau of Census Usa e altre istituzioni nazionali e internazionali, e già presentati nel mio Il padre l’assente inaccettabile, la cui prima edizione italiana è del 2003, poi tradotto in gran parte del mondo. Il fatto è che questi dati non vengono finora diffusi e presi sul serio da gran parte dei centri di potere politico ed economico, impegnati invece nell’indebolimento del padre, in quanto figura potenzialmente disturbante nei confronti della proposta omologante di figure genitoriali neutre,  portata avanti dal pensiero unico secolarizzato, fino a poco fa dominante nell’ultimo cinquantennio in Occidente.

Nel suo libro Il padre. Libertà dono (ed. Ares, 2013), Lei dice che è compito del padre fare dono della libertà al figlio. Cosa intende di preciso?

In quel libro, per il quale il filosofo Pietro Barcellona ha scritto una prefazione prima di morire, ho presentato l’importanza per il buon equilibrio successivo del figlio del rapporto con la madre dal concepimento e nei primi anni dopo la nascita. Una relazione di carattere fusionale, istitutiva di forti dipendenze nel figlio e nella stessa madre ma decisiva per il benessere del piccolo. Perché il figlio “nasca” però, anche come soggetto autonomo, è necessario che il padre entri affettuosamente nella diade madre-figlio, portandovi  il “dono della libertà al figlio”. Vale a dire una proposta  di emancipazione per entrambi, attraverso specifiche pratiche e iniziative. Ciò richiede nel padre, ad esempio, una grande attenzione nello scorgere e valorizzare nel figlio tutti quegli interessi e vocazioni personali che egli normalmente esprime già dalla prima infanzia, ma che non vengono spesso colte né dalla madre, troppo preoccupata a soddisfarne i bisogni per raccoglierne le spinte emancipanti. Anche le figure educative esterne sono ancora troppo spesso immerse in un modello  unidirezionale (dagli educatori agli educandi), per cogliere le proposte e potenzialità presenti in questi ultimi. Il padre invece, vicino al figlio senza però esservi mai stato unito come la madre, è in grado di portare questo dono di libertà, in particolare se accompagnato dalla proposta e testimonianza di sviluppo spirituale e accesso al simbolico.

Quanto ha inciso sulla crisi del ruolo paterno il ’68?

Il ‘68, che si è a volte autopresentato come rivolta contro il padre, è stato invece, a livello profondo, anche  una sorta di grido di aiuto verso il padre, affinché questi smettesse di crogiolarsi nell’autocontemplazione narcisistica già imperante nell’Occidente secolarizzato e si facesse interprete della necessità di “liberazione” dei giovani dall’ideologia della soddisfazione del bisogno che si intuiva già imperante allora e ancor più nei decenni a venire. Questo richiamo non fu naturalmente accolto da padri già compromessi, anche moralmente e culturalmente, dall’edonismo di massa. La società dei consumi e delle pulsioni fu anzi ulteriormente rafforzata, coinvolgendovi il più possibile anche i nuovi ribelli e decapitando le loro spinte ideali e potenzialità spirituali. Capitalismo edonista e burocrazie politiche marxiste si impegnarono con successo a far naufragare nell’opulenza e nell’immagine la spinta ideale di un’intera generazione, peraltro già confusa di suo.

È indice di stabilità che giova ai figli anche il rapporto complementare tra padre e madre?

L’innegabile complementarità tra madre e padre, impressa dalla natura nella fisiologia e psicologia femminile e maschile, non implica – anzi esclude – ogni ambigua e confusiva complicità, sempre di scarso valore nel processo educativo. La complementarità è invece fondata sulla convinta testimonianza da parte di ognuno dei due della propria diversità, e dell’assoluta necessità di un accordo con l’altro per la presenza armonica dei due principi e delle rispettive forze e vocazioni.

Se è così importante l’equilibrio dei ruoli di madre e padre, cosa ne è delle cosiddette “coppie omogenitoriali”?

Si tratta di esperienze recenti, con un tempo di osservazione troppo breve per fornire valutazioni e dati precisi. Inoltre quelli finora raccolti sono stati presentati su iniziativa volontaria, e non su raccolte di dati e campionature scientificamente valide. Il loro significato è soltanto di propaganda di queste nuove tecniche, e costumi. Si tratta comunque di iniziative tese a cambiare la stessa riproduzione umana, e dunque  l’umanità, finora fondata appunto sull’unione tra maschile e femminile.

Inoltre le biotecnologie fanno passi da gigante. Quali conseguenze può avere su un figlio il concepimento da utero in affitto?

Hanno l’aspetto di deliri di onnipotenza individuali, sostenuti da forti interessi politici ed economici. Dal punto di vista psicologico, ma anche cognitivo e simbolico, appare evidente che un bambino nutrito da relazioni affettive ed esperienziali con un solo sesso viene privato delle risorse di quello tagliato fuori dal processo riproduttivo. Senza dimenticare la diversa qualità dei processi naturali e quelli costruiti in laboratorio. Si tratta però di altri ed enormi campi e questioni, sulle quali non desidero inoltrarmi in questo momento.


 

 

 

Fonte: Zenit

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La violenza, l’indifferenza, l’impotenza (cerebrale)

Analisi fenomenologica (sintetica): la violenza e gli spettatori impotenti (nel cervello).

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Un bambino. Ovvero un essere umano – piccolo e incapace di decidere, di difendersi, etc. – è stato:

1) progettato a tavolino, come un artefatto qualsiasi
2) reificato come merce, tramite contratto scritto – per cui la madre dietro compenso s’impegna a venderlo a due uomini adulti, uno dei quali è il padre biologico (lo è dal punto di vista genetico, ma non ha messo nulla di sé al di là del seme nell’atto procreativo con la donna in questione)
3) venduto
4) impiantato in modo altrettanto innaturale in una coppia di adulti dello stesso sesso, nei quali non solo non troverà mai la madre, pur vedendo che il mondo naturale a lui circostante è fatto di figli che hanno la propria madre, ma si vedrà pure cristallizzata per sempre la cesura violenta della catena della filiazione: non sarà più possibile per lui ricostruirla, in nessun modo.
4) costretto ad un lavoro ulteriore per recuperare sé stesso – quando sarà il momento – la sua storia, la sua dignità di essere umano e non di oggetti di consumo, il rapporto con un “padre” che l’ha così profondamente violentato, fin da prima del concepimento, solo per poter raccontare alla società una storia fasulla: che essere omosessuali è bello, che comunque si possono “fare” i bambini anche tra persone dello stesso sesso, che non esiste differenza tra normalità e a-normalità, che ai bambini si può fare quello che si vuole, perché quello che conta sono le “capacità genitoriali”, la “genitorialità”, fosse anche “l’omo-genitorialità” (un terribile ossimoro, quest’ultimo, un contro-senso logico che viene bevuto dalle masse ormai spossessate di qualsiasi capacità logico-critica, anche la più elementare: due persone dello stesso sesso – viene da piangere a dovberlo ricordare – non possono generare alcunché).

Come reagiscono le masse? Plaudendo alla violenza. Esprimendo “solidarietà”.
Una festa.

Evviva.

Bene. Si dà il caso – e anche qui c’è da vergognarsi a dover recuperare *perfino* Karl Marx per denunciare questo abuso logico, concettuale, morale, etico, umano e perfino estetico – che tale movimento sia lo stesso che fece uscire dalla penna marxiana una delle più belle pagine della filosofia, piena d’ironia e acutezza speculativa al tempo stesso.

Non a caso viene da “La sacra famiglia” (siamo nell’attualissimo 1844, anno assai fecondo per Marx). Il passo è quello della “dialettica del frutto”.

Ne riporto brevemente alcuni passi, qui sotto:

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“Se io, dalle mele, pere, fragole, mandorle – reali – mi formo la rappresentazione generale «frutto», se vado oltre e immagino che il «frutto» – la mia rappresentazione astratta, ricavata dalle frutta reali – sia un’essenza esistente fuori di me, sia anzi l’essenza vera della pera, della mela, ecc., io dichiaro – con espressione speculativa – che «il frutto» è la «sostanza» della pera, della mela, della mandorla ecc. Io dico quindi che per la pera non è essenziale essere pera, che per la mela non è essenziale essere mela. L’essenziale, in queste cose, non sarebbe la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l’essenza che io ho astratto da esse e ad esse ho attribuito. […] (L’hegeliano) vede nella mela la stessa cosa che nella pera, e nella pera la stessa cosa che nella mandorla, cioè «il frutto». Le particolari frutta reali non valgono piú che come frutta parventi, la cui vera essenza è «la sostanza». […] Questo avviene, risponde il filosofo speculativo, perché «il frutto» non è un’essenza morta, indistinta, immobile, ma un’essenza vivente, auto-distinguentesi, in moto […]. Le diverse frutta profane sono estrinsecazioni vitali diverse dell’«unico frutto», sono cristallizzazioni che «il frutto» stesso forma. Il filosofo […]… ha compiuto un miracolo, ha prodotto dall’essere intellettuale irreale «il frutto», gli esseri naturali reali, la mela, la pera, ecc.; cioè, dal suo proprio intelletto astratto – che egli si rappresenta come un soggetto assoluto esistente fuori di sé – […] ha creato queste frutta… […]”.

Karl Marx, La sacra famiglia
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Intesi?

Questo è quello che avviene per la “genitorialità”, ormai slegata dall’essere genitori. Siamo di fronte – come Marx denunciava, nel caso della speculazione hegeliana – dell’inversione del rapporto tra soggetto e predicato. Si considerano come dire: realmente-reali non gli enti realmente-esistenti, ma le idee, i concetti. Poi ci si trastulla con quelle, fino a creare qualsiasi mostruosità possibile e immaginabile. E’ così che la “genitorialità” può esserci “senza genitori”, così come per qualcuno “il frutto” può esserci senza mele, pere, mandorle, e così via. L’essenza della genitorialità oggi s’aggira per conto suo, indipendente e slegata dal piano della realtà, e acchiappa chiunque: due uomini possono essere genitori, così come tre donne, così come un uomo e una donna. E via.
Che male c’è? E’ la Tecnica che lo consente. *Dunque* è lecito. E pian piano, perfino *credibile*.
Siamo oltre, molto oltre i limiti della follia sociale.
Rotti questi argini di aggancio alla realtà, di “fedeltà alla terra” (usando una bella espressione di Nietzsche) non ci resta che assistere inermi all’ennesimo passaggio consequenziale che già molte volte abbiamo visto nella Storia: l’avvicinarsi dell’era dei mostri.

Mentre gli stupidi semi-colti ridacchiano divertiti, impotenti nel pensiero, incapaci di scorgere che oggi tocca ai più piccoli, domani a tutti gli altri.

 

 

Alessandro Benigni

 

 

 

 

 

 

Sui legami tra omosessualismo e pedofilismo

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Prima parte: aspetti storici

 

 

 

I legami tra omosessualismo* e pedofilismo sono molteplici, chiari ed evidenti.

 

Il fatto che oggigiorno non se ne possa parlare, pena l’essere immediatamente accusati di omofobia, minacciati di querela, additati come catto-integralisti (quando va bene) è sintomatico.

* omosessualismo: non è un sinonimo di “omosessualità” o di “omosessuali”. Non tutti gli omosessuali sono omosessualisti, e men che meno tutti gli omosessualisti sono omosessuali. Per “omosessualismo” intendiamo riferirci a quella posizione ideologica che pretende di piallare la realtà, annullando le differenze reali su un piano astratto, per poi farle ricadere nuovamente sul piano concreto, sostenendo per esempio che l’omosessualità è normale tanto quanto l’eterosessualità, che una coppia same-sex è eo ipso famiglia e pertanto dev’essere giuridicamente riconosciuta e tutelata in quanto tale, così come famiglia sarebbe del resto qualsiasi gruppo sociale, più o meno variamente e numericamente composto, o che uomini e donne sono “uguali” e pertanto ne consegue che ad un bambino non importa avere entrambi i genitori, padre e madre, ma possono andare benissimo due uomini o due donne, o anche “diciotto genitori”, come sosteneva la leader delle “famiglie arcobaleno”, Giuseppina La Delfa. Omosessualismo è in questo senso un sinonimo di ideologia gender, il cui senso ultimo è piegarsi di fronte alla Tecnica, mercificare l’essere-umano, degradandone la dignità anche mediante il passaggio dalla generazione alla progettazione e quindi alla fabbricazione, ridurre l’atto generativo ad un incontro asettico tra ovulo e spermatozoo, operato per via medicale e laboratoriale, consentire la vendita o la cessione di bambini (come se fosse un atto d’amore da parte degli adulti e non la cancellazione brutale dei diritti del bambino), pretendere che per soddisfare il desiderio di genitorialità di due (opiù, perché no?) adulti dello stesso sesso si possa accettare la negazione dei diritti del bambino(primo dei quali è avere un padre e una madre, anzi il proprio padre e la propria madre, ed essere da essi allevato, come recita l’art. 7 della Convenzione Internazionale dei Diritti del fanciullo).

 

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Comunque sia, lungi dal tentare anche solo una sommaria ricostruzione di questo legame, vorrei qui tentare qualche considerazione preliminare ed accennare poi a qualche dato storico difficilmente confutabile.

 

Prima di tutto, la cultura “scientifica. Eh sì, perché oggi, basta buttare in mezzo a qualsiasi frase il termine “scienza” per ottenere un immediato, incondizionato, stereotipato consenso.

Qualsiasi idiozia si voglia sostenere.

E’ così che ci stiamo silenziosamente e supinamente avvicinando alla legalizzazione di tutto: dalla mercificazione della vita umana alla pedofilia.

C’è da giurarci.

E le due cose sono naturalmente in stretta, strettissima correlazione. E’ dal momento in cui io considero una persona umana come un qualcosa che posso ordinare su misura, per i miei scopi, privandola del padre o della madre e della sua dignità naturale, che implicitamente compio un atto che appartiene alla forma generale di ciò che chiamiamo abuso sui bambini.

 

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“Il pelo nell’uovo” – undicesima edizione del Gender Bender: ombre di pedofilia?

Leggi qui …

Per dare un’idea di quanto il processo di convincimento inconscio o se volete inconsapevole (subliminale) delle masse sia avanzato, secondo lo schema di Overton, si pensi solo al fatto che due anni fa, nel 2014 – come ci ricorda Antonio Brandi – “Illustri professori, sociologi e psichiatri, educatori, assistenti sociali, intellettuali e politici, pubblicamente e apertamente, in consessi di prestigio internazionale (da ultimo una conferenza a Cambridge), sostengono apertamente che la pedofilia è normale, per uomini normali. Se non c’è violenza, e con la dovuta “educazione”, per i bambini è piacevole e naturale intrattenere rapporti sessuali, anche con gli adulti. I pedofili sono una categoria ingiustamente demonizzata…”. (Leggi qui l’articolo integrale).

“Se lo dicono in un congresso scientifico sarà pur vero, no?”

E’ così che ragiona il ritardato etico di turno.

 

Siamo ad un passo. Anzi, come vedremo più avanti, qualche passo ben oltre il limite è già stato compiuto. Ha perfettamente ragione Francesca Romana Poleggi, quindi, quando afferma: “Non c’è da stupirsi. E’ il logico risultato della cultura omosessualista e del gender. E’ una necessaria conseguenza del libertarismo radicale sfrenato e dell’egualitarismo scervellato e scellerato che si sono andati diffondendo negli ultimi decenni.

Rafael Gondim e Courtney King con loro figlio Gabriel King di cinque anni durante la marcia "Heritage Pride" a Manhattan, dopo la sentenza delle Corte Suprema a favore dei matrimoni gay negli Stati Uniti (AP Photo/Kathy Willens)

 

 

Sintomaticamente, un articolo di  Jack Minor, dal Northern Colorado Gazette, si intitola: “I pedofili vogliono gli stessi diritti degli omosessuali“. L’attrazione per i bambini è un orientamento sessuale come tanti, è un altro dei “generi” in voga. E’ un’altra delle pulsioni che ormai abbiamo imparato ad elevare al rango di “diritto”.

Del resto dal canto loro – prosegue Francesca Romana Poleggi – “gli psichiatri stanno facendo in modo di derubricare anche la pedofilia dalle malattie mentali, così come avevano fatto per l’omosessualità negli anni ’70.  Un gruppo di professionisti ha proposto di modificare la definizione di pedofilia contenuta nel Manuale di diagnostica e statistica dei disordini mentalinon più “pedofili”, ma “persone attratte dai minori”, perché bisogna aiutare i professionisti della mente umana a comprendere detti soggetti, aldilà degli “stereotipi” e dei pregiudizi costruiti dalla società. Infatti, secondo loro, gli effetti negativi del sesso tra adulti e bambini sono stati eccessivamente sovrastimati: la grande maggioranza delle persone che ha avuto rapporti con adulti durante l’infanzia  non ha riportato conseguenze sessuali negative una volta raggiunta la maturità”. (Leggi qui l’articolo integrale)

 

 

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Non deve quindi stupire che perfino un pugile, non certo un professore di Psicologia, abbia tratto le logiche, debite conclusioni, rispetto a quanto sta accadendo in questi mesi (incorrendo, come da manuale, nell’immediato attacco della gaystapo): I tre fattori che potrebbero determinare la fine del mondo? Legalizzare l’omosessualità, l’aborto e la pedofilia. Chi avrebbe mai detto negli anni Cinquanta o Sessanta che le prime due sarebbero diventate legali in molti paesi?”.

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Anche il pugile sul ring sa quindi che cosa significa “assuefazione e quali sono i meccanismi che regolano la discesa nel piano inclinato: un passo alla volta, si arriva ad accettare tutto.

Overton docet, ancora una volta.

 

D’altra parte anche in politica non si scherza. Da anni il lavoro del partito dei pedofili è monitorato con attenzione, preoccupazione ed ultimamente con allarme dagli osservatori più attenti. Tra gli intellettuali e cattedratici che hanno sposato la mala causa, Tommaso Scandroglio sulla Nuova Bussola Quotidiana ha recentemente segnalato Margo Kaplan, docente alla Rutgers School of Law di Camden: “La professoressa ha scritto un articolo sul New York Times intitolato “Pedofilia: un disturbo e non un crimine” (Pedophilia: A Disorder, Not a Crime). E’ interessante notare, con Scandroglio, come la tecnica usata per legittimare i pedofili sia la stessa che è stata messa in pratica per la legittimazione dell’omosessualità: un passo alla volta, come Overton insegna.

“Un primo passo per rendere accettabile una condotta o una condizione è affermare che non è poi così rara. Scrive la Kaplan: «Secondo alcune stime, l’1 per cento della popolazione maschile continua, molto tempo dopo la pubertà, a sentirsi attratto da bambini in età prepuberale». La pedofilia è quindi una realtà sociale, un fenomeno che esiste ed esiste accanto a noi”. Intanto già da tempo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dice che la pedofilia è un disturbo se «provoca un disagio o difficoltà interpersonali». Quindi un pedofilo sereno non soffre di alcun disturbo; se il bambino è “consenziente”, il “disturbo” magicamente scompare.

Secondo passo: «la pedofilia è uno stato e non un atto. […] Circa la metà di tutti i pedofili non sono sessualmente attratti da loro vittime» dice la professoressa. Quindi la metà dei pedofili sono persone per bene, che i bambini neanche li toccano (ma se non ne sono attratti sessualmente che pedofili sono? Ci vuole far credere che tutti coloro che amano i bambini – educatori, intrattenitori, baby sitter – sono pedofili?). (Leggi tutto l’articolo qui)

 

 

 

 

E il “mondo scientifico”? Non si sottrae alla regola. Logico. In Inghilterra sono i docenti accademici a stabilire che «è normale voler fare sesso con i bambini» (Leggi tutto l’articolo qui)

Basterà dare un’occhiata al testo originale per restare a bocca aperta: “Paedophilia is natural and normal for males”. Niente male, come salto in avanti verso il progresso. Tanto, “lo dicono gli scienziati“. Giusto? Quindi, che c’è di male?

Nel 2000 – sedici anni fa – don Ferdinando Di Noto, presidente del “Telefono Arcobaleno”, affermava che su Internet bazzicano più di cinquanta organizzazioni mondiali pedofile. Al sacerdote non era sfuggito il tam-tam in rete in preparazione di un “Boy love day” internazionale sul modello del tanto strombazzato “Gay Pride International” romano. Il giorno prescelto per la manifestazione dell’orgoglio pedofilo sarebbe il 24 giugno di ogni anno (quando, a furia di “dibattere”, il tema non susciterà più repulsione ma, pur con le dovute riserve, sarà ammesso nell’arengo mediatico: anche in questo caso, come non pensare a Overton?

Lo scopo dichiarato di queste associazioni pedofile è quello di fare accettare all’opinione pubblica anche questo “diritto civile“, basta che il partner sia consenziente. Si tratta evidentemente della trappola sofistica dell’estensione dei diritti. Si tratta di acquisire una maggiore libertà, per tutti, che male ci potrà mai essere? E’ con questo escamotage che si fa largo – soprattutto tra i giovani – l’idea che chi vuole vietare – per proteggere – sia in torto: la parte odiosa la fa chi vuol vietare qualcosa a qualcun altro, com’è logico. Con il risultato che stiamo tutti, inesorabilmente, precipitando verso una regressione barbarica da cui non si potrà più uscire(Cfr. “Come si potrà tornare indietro?” leggi tutto l’articolo qui).

Secondo il meccanismo individuato da Overton  e per altro verso da Chomsky – la scala dei valori si sta spostando molto velocemente. Anche se non ce ne accorgiamo. Anzi, soprattutto in quanto non ce ne accorgiamo. Il tutto avviene tramite un mascheramento cognitivo che a suon di posizioni pseudo-scientifiche e radicalmente a-morali, fanno pian piano passare nell’opinione pubblica l’idea che sia in fondo tutto normale. Tutto e il contrario di tutto, s’intende.

E’ l’effetto incorniciamento, sul quale torneremo senz’altro in seguito: viva i diritti per tutti (però si dimentica di dire che questo comporta la cancellazione di quelli dei bambini). Normale enaturale vengono astrattamente fatti coincidere e con un salto pazzesco sul piano morale (la cosiddetta fallacia naturalistica) si passa alla giustificazione di qualsiasi perversione. Uso questo termine in accezione freudiana, sia chiaro, aggiungendo che l’esaltazione ipertrofica del principio di piacere – a danno di quello di realtà – non può che portare danni molto seri, e non solo a livello individuale, ma bensì sul piano sociale. Stanno attentando alla psiche di tutti. Come aveva capito perfettamente Italo Carta.

Il processo in atto è altamente distruttivo: prima ci faranno credere che l’omosessualità è “naturale”, quindi che è “normale” e poi sarà il turno della pedofilia, già immessa sullo stesso binario.

 

Non ci credete? Fateci caso.

Pensate ad alcune contemporanee “rappresentazioni artistiche“:

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Oppure alla pressione dei media che ovunque muovono verso l’iper-sessualizzazione dei bambini: nuove finestre di Overton si aprono.

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Anche i “grandi” filosofi contemporanei si stanno muovendo in questo senso. Qualcuno ha già lasciato intendere che i pedofili sono una categoria ingiustamente demonizzata, come un tempo era quella degli omosessuali. Scrive Antonio Brandi: “Se Richard Dawkins sostiene che una “moderata pedofilia” non dovrebbe essere giudicata severamente, l’American Psychiatric Association l’ha derubricata da malattia, a disturbo, e da disturbo a preferenza sessuale. Anzi, al termine “pedofilo” va sostituita l’espressione “adulto attratto da minore”: bisogna evitare gli stereotipi e le stigmatizzazioni sociali (!). Associazioni apertamente pedofile come NAMBLA e B4U-ACT o il partito pedofilo olandese Stitching Martijn, hanno mano libera: invano, Don Fortunato Di Noto, fondatore dell’ OSMOCOP (Osservatorio Mondiale Contro la Pedofilia e la pedopornografia) e dell’associazione Meter, da più di 20 anni denuncia che “migliaia di bambini, anche neonati, subiscono cose indescrivibili, e le loro immagini vengono pubblicate su internet per soddisfare l’eccitazione malata di orchi e affini”. (Leggi qui l’articolo intero)

 

Da qualche parte ho letto che tale dottor Van Gijseghem, ex professore di psicologia presso l’Università di Montreal – avrebbe avuto il coraggio di affermare: “L’omosessualità è un orientamento sessuale come tanti altri: c’è chi è gay, poi c’è chi è etero, e poi c’è chi è pedofilo”. Devo ammettere che non fa poi impressione più di tanto. Non dopo aver letto quanto sopra citato. Confortante, vero? Direi: sintomatico.

 

Non notate niente? Lo stesso processo di derubricazione ha riguardato l’omosessualità, negli anni del ’68.  Per la precisione, nel caso della legalizzazione dei “matrimoni” per coppie dello stesso sesso, restando sul binario tracciato, l’inizio del movimento che porta ai risultati odierni è di difficile individuazione, ma un passaggio epocale è stato senz’altro il 1973, anno in cui l’APA(l’Associazione degli Psicologi Americani), ha derubricato l’omosessualità dal suo manuale diagnostico, il DSM (Diagnostic and Statistic Manual); sulla scia di questa decisione, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l’ha cancellata dal suo manuale diagnostico, l’ICD (International Classification of Disease), nel 1991. Alla fine di questo percorso, ai giorni nostri,quasi tutti sono d’accordo nel ritenere l’omosessalità sia “normale” e perfettamentenaturale, con tutte le conseguenze che ne derivano. Lasciamo perdere – per ora – quanto sia affidabile la metodologia con cui i vari DSM sono stati redatti e dove stiano portando l’abolizione el’invenzione di nuove malattie dal nulla.

 

E’ chiaramente la scala di Overton, ancora una volta, in azione. Tanto che anche l’arte viene utilizzata come alibi per sdoganare la pedofilia: le sculture pedopornografiche dei fratelli Chapman sono esposte nei musei e spettacoli con scene erotiche tra adulti e bambini sono applauditi dagli intellettuali di grido che frequentano i festival Gender Bender. L’ILGA e l’Istituto Kinsey, ricevono regolarmente finanziamenti anche con denari pubblici dell’UE (quindi soldi miei e vostri), e sono accreditati tra i consulenti dell’ONU. La loro opera è stata utile a stilare i famosi “Standard per l’educazione sessuale in Europa” dell’OMS, diretti a insegnare ai bambini da 4 anni in su a masturbarsi, a toccarsi, a cambiare sesso. Tutto quadra, i conti tornano.

 

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E’ sempre la lucida analisi di Antonio Brandi a ricordarci l’aspetto teleologico di questo movimento: “Aborto, destrutturazione della famiglia, ideologia gender, omosessualismo, incesto e pedofilia, sono tra loro collegati. Occorre quindi agire in maniera organica con una battaglia a tutto campo, su tutti i fronti. Il sesso da o con i bambini è solo un altro confine repressivo da spazzare via, in nome della rivoluzione sessuale e libertaria che, contro ogni buon senso, contro la ragione e la legge naturale, si presenta con lo slogan obamiano “love is love”: basta che ci sia “l’amore”.

 

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Love is love“, appunto. Lo slogan sulla bocca di tutti. Eppure in pochi ricordano che l’amore non è affatto sempre Amore.

 

Dietro le quinte, come sempre, una montagna di soldi.  E’ sempre Provita a fare il punto preciso della situazione: il manager, grande esperto di marketing, prof. Paul E. Rondeau, della Regents University, nel 2002 ha dettato le linee guida per “Vendere l’omosessualità all’America ”.Una vera e propria azione strategica che si articola nei passaggi qui riassunti.

 

Step 1: “desensibilizzare”.  I media devono diffondere fino alla nausea messaggi, modelli e situazioni che rendano all’opinione pubblica la percezione che l’omosessualità sia estremamente diffusa, le coppie omosessuali più o meno famose devono essere comuni, normali, scontate. E come, tutti noi possiamo constatare, questo è fatto. Gli studi statistici dimostrano che – per esempio – negli Stati Uniti i gay sono meno del 3% della popolazione. Ma ciascuno di noi stenta a crederlo, non è vero?

 

Step 2: “bloccare”. Censurare in ogni modo le posizioni di chi ritiene che l’omosessualità non sia “normale”: insomma il “dalli all’omofobo” che stiamo subendo in ogni contesto, da un po’ di tempo a questa parte.

 

Step 3: “convertire”. Agire sulle masse, su coloro che non hanno una formazione culturale solida sull’argomento, affinché accettino la normalizzazione della cosa proposta: anche su questo la strategia messa in atto è a buon punto. Voi, però, se state leggendo questo post e se siete abbonati alla nostra rivista, siete fra quelli con la formazione culturale solida, di cui sopra: sta a voi diffondere le idee sane e “irrobustire” la cultura di coloro che vi sono prossimi.
Un’ultima considerazione, non ultima per importanza:
La stessa strategia è stata messa in atto per “vendere” la pedofilia.

Ancora una volta: cosa ci ricordano questi passaggi ben definiti e razionalmente calcolati?

Rivediamo la finestra di Overton:

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Tutto ciò è – ancora una volta  – perfettamente in linea con il pensiero di Mario Mieli, come è stato ricordato sul quotidiano Liberazione già nel 2008:

 

Altra grande rottura di senso è il riconoscimento della sessualità indistinta, gioiosa e vitale del bambino. Il bambino è, secondo Mieli, l’espressione più pura della transessualità profonda cui ciascun individuo è votato. È l’essere sessuale più libero, fino a quando il suo desiderio non viene irregimentato dalla Norma eterosessuale, che inibisce le potenzialità infinite dell’Eros. Discorso eversivo e scomodo oggi più che mai, in una società attanagliata dal tabù che investe senza appello il binomio sessualità-infanzia, ossessione quasi patologica che trasforma il timore della pedofilia in una vera e propria caccia alle streghe.
Quello di Mieli è un monito a tenere bene a mente la vitale, originaria e prorompente sessualità infantile, in modo da non imbrigliarla nelle coercizioni della Norma, che genera inevitabilmente repressione, omofobia, violenza, discriminazione. Mieli non dà risposte, ma lascia aperti interrogativi di ordine etico sul ruolo castrante del sistema educativo (rappresentato dalla famiglia in primis) e sulle potenzialità ancora ignote di un Eros che, se lasciato libero di esprimersi, può fondare una società diversa da quella in cui viviamo. Sicuramente più libera. (…) Una famiglia non eterosessuale, ancorché monosessuale, potrebbe educare un figlio senza castrarlo, ci chiediamo, inculcando in lui i valori di una sessualità più vicina al potenziale transessuale originario?
Possono le nuove famiglie contribuire a rompere il circolo vizioso della normatività normalizzante e della normalità normativa? Alla Norma Mieli contrappone l’assunzione e la pratica di tutte le perversioni, che restituiscono agli individui la condizione originaria di transessualità”.

 

 

 

 

 

Applaudite (!) sculture pedopornografiche dei fratelli Chapman:
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Detto questo, tentiamo ora una breve sintesi, per lo più riferita al caso italiano (ma non solo):

 

1977. L’iniziatore del movimento omosessuale in Italia, Mario Mieli, che considerava «opera redentiva», per entrambi,il sesso tra un adulto e un giovanissimo(e anche la necrofilia, lacoprofagia e la pedofilia in senso stretto) ha pubblicato il suo libro Elementi di critica omosessuale, nel quale ha scritto: “Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino l’essere umano potenzialmente libero. Noi, si, possiamo amare i bambini. Possiamo desiderarli eroticamente rispondendo alla loro voglia di Eros, possiamo cogliere a viso e a braccia aperte la sensualità inebriante che profondono, possiamo fare l’amore con loro. Per questo la pederastia è tanto duramente condannata: essa rivolge messaggi amorosi al bambino che la società invece, tramite la famiglia, traumatizza, educastra, nega, calando sul suo erotismo la griglia edipica” (Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Milano, Einaudi, 1977). E ancora: “la corporeità umana entra liberamente in relazioni egualitarie multiple con tutti gli esseri della terra, inclusi i bambini e i nuovi arrivati di ogni tipo, corpi defunti, animali, piante, cose, annullando “democraticamente” ogni differenza non solo tra gli esseri umani ma anche tra le specie. A questa rivoluzione sociale sono di ostacolo i valori famigliari naturali e cristiani”. Morì suicida nel 1983. Col sostegno dei Radicali è nato il u.o.r.i. di Mario Mieli, centro culturale omosessuale che si ispira ai valori del suo beniamino.

 

1983. Nasce il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, associazione dedita alla difesa dei diritti civili delle persone LGBT. E’ una delle principali organizzatrici del Gay Pride di Roma e vede il transessuale Vladimir Luxuriatra i suoi esponenti ed è dedicata allo scrittore ateo e iniziatore del movimento omosessuale in Italia Mario Mieli, promotore della pedofilia e della liberalizzazione sessuale del fanciullo (vedi anche Contro la Leggenda nera). L’intellettuale riteneva anche che omosessualità e pedofilia fossero correlate (da Gris.Imola.it).

 

1990. Le associazioni omosessuali (COC) fondate da Jef Last (pedofilo omosessuale e amico di André Gide) nei Paesi Bassi hanno voluto e ottenuto la depenalizzazione dei contatti sessuali con giovanetti al di sopra dei 12 anni, avvenuta nel 1990. Le condizioni poste furono il consenso del giovane e il nulla osta dei genitori (da G.J.M. van den Aardweg, Matrimonio omosessuale e affidamento a omosessuali, 1998, p. 507 e da Pedofilia in Italia e cultura pedofila).

 

1996. Aldo Busi, noto ateo, anticlericale, radicale e omosessuale si è mostrato aperto alla pedofilia. Al Maurizio Costanzo Show ha dichiarato: “ma da quando la pedofilia è un crimine? Io ho fatto di tutto! Se anche un adulto masturbasse un ragazzino, che male ci sarebbe?”. Busi ha anche incolpato addirittura i minori di essere provocatori verso gli adulti. Ha affermato: “non c’è nulla di scandaloso se un ragazzo compie atti sessuali con un adulto e semmai sono i bambini a corrompere gli adulti e non viceversa”. Intervistato da Repubblica ha detto: “Può esistere una pedofilia blanda, quella praticata dai bambini sugli adulti. I bambini sono in certi casi corruttori degli adulti. Oggi cercano il capro espiatorio nel cosiddetto pedofilo, come ieri negli zingari, negli omosessuali, negli ebrei, nei palestinesi, nelle donne, ma anche i bambini hanno la loro brava sessualità e che gli adulti non devono più reprimerla” (da Repubblica 12/12/1996).

 

2001. L’avanzata di Overton: esiste una “pedofilia buona” e una “cattiva”. Giuseppe Anzani su “Avvenire” (22 maggio 2001), condanna i “distinguo” tra una pedofilia “buona” e una cattiva: “Già in passato i fabbricanti di opinione hanno posto i loro ’distinguo’, ad esempio per il sesso adulto che occhieggia i bambini “sofficemente” senza violenza fisica, con una sorta di complice intesa. Folli. Questi veleni vanno stroncati sul nascere, perché il bambino è violato in modo ancora più subdolo e micidiale (…) C’è qualcosa che uccide nell’anima, prima di profanare o straziare il corpo. Le cose mostruose che seguono, e che oggi ci strappano indignazione sgomento, sono conseguenze”. Su questa medesima linea si muove lo scrittore Claudio Camarca, autore del recente libro “SOS pedofilia”, che condanna i cosiddetti “Intellettuali” italiani che, conniventi oggettivi, si rifiutano di esaminare e denunciare le mire ideologiche e politiche della lobby pedofila, quando addirittura non le giustificano: “Si, molti sedicenti intellettuali sono i mandanti della pedofilia in Italia. Magari vanno in televisione a sostenere che la pedofilia è un fatto naturale, che la pedofilia ’dolce’ non è un male. Storie, menzogne. La cosiddetta pedofilia ’dolce’ è la peggiore, le lusinghe creano nel bambino un contesto di ambiguità terribile. La violenza può anche essere spiegata, e allora il mostro lo identifichi, ma chi ti lusinga ti fa credere invece di essere tu, il bimbo, la parte attiva.” (“Avvenire”, 24 maggio 2001). [Fonte: “Contro la leggenda nera”].

 

2006«Via libera al partito pedofilo». Sentenza choc in Olanda. Un tribunale ha respinto l’istanza di un’associazione che aveva chiesto di proibire al partito la partecipazione alle elezioni. La decisione dei giudici motivata con il rispetto della «libertà d’espressione». Articolo: “La rabbia è esplosa sul web pochi minuti dopo la lettura dell’ordinanza. «È una vergogna», «Stanno attentando ai valori della nostra società», «Non voglio più vivere in questo Paese». Siti Internet e blog sono assurti ieri ad incubatore delle proteste. La decisione di una Corte dell’Aja di non bandire dalle prossime elezioni politiche olandesi il partito pedofilo Amore del prossimo, libertà e diversità (Nvd) ha scatenato la rabbia di quanti speravano in un intervento dei giudici per frenare sul nascere l’ennesima svolta-choc nei Paesi Bassi. Il tribunale – chiamato ad esprimersi su un esposto presentato dall’associazione Soelaas e dagli attivisti del gruppo Diritto fondamentale alla sicurezza nell’educazione – ha invece dato ragione al movimento pedofilo, in nome della «libertà d’espressione». Una «interpretazione troppo estensiva della tradizionale tolleranza olandese», secondo la definizione di un’associazione dei Paesi Bassi che si batte per i diritti dei bambini. «Dopo aver già liberalizzato l’eutanasia infantile le nostre autorità hanno fallito di nuovo», scrive Jaap, 46enne di Utrecht, su un forum on-line. «Saranno gli elettori a giudicare le ragioni di questo come degli altri partiti», ha dichiarato il giudice H. Hofhuis argomentando la decisione della Corte. A giudicare dai sondaggi, comunque, la sicumera mostrata ieri dal fondatore dell’Nvd, il 62enne Ad van der Berg, dettosi certo di un successo elettorale, sembra eccessiva. Circa 85 olandesi su 100 si sono infatti detti «assolutamente contrari» al nuovo partito, e ribadito la necessità di rendere illegale la promozione della pedofilia. «Gli olandesi devono far sentire vigorosamente la loro voce, se vogliamo evitare di sacrificare l’innocenza dei nostri bambini agli interessi pedofili», ha sottolineato l’associazione No Kidding. «La pedofilia e la pornografia infantile dovrebbero essere un tabù», è la posizione del partito calvinista Sgp sul gruppo di van der Berg, un gruppo «dagli ideali perversi», secondo la definizione del parlamentare olandese Geert Wilders. Il Telegraaf, il quotidiano più venduto dei Paesi Bassi, ha definito più volte «insensata» la creazione del nuovo soggetto politico, e anche gli altri media del Paese hanno criticato con forza il «manifesto» del gruppo. Il programma dell’Nvd è ritenuto dagli analisti «inquietante». Il movimento pedofilo punta innanzitutto all’abbassamento della soglia dell’«età del consenso»: il limite per la liceità dei rapporti sessuali tra adulti e adolescenti dovrebbe essere abbassato dai 16 ai 12 anni, e poi gradualmente abolito. Anche la diffusione e il possesso di materiale pedo-pornografico dovrebbe essere depenalizzato, e dovrebbe essere consentita la partecipazione dei giovanissimi a film ad alto contenuto erotico. Il tutto in nome di un presunto «scopo educativo». Il codice civile olandese vieta espressamente soltanto quei movimenti che si rifanno a «odio, discriminazione razziale e xenofobia». Seguendo questa norma, il tribunale dell’Aja ha rigettato l’imposizione del bando. Ma viste le immediate reazioni dell’opinione pubblica a tale decisione, il partito pedofilo non sembra destinato ad ottenere vasti consensi nei Paesi Bassi”. (Fonte: Paolo M. Alfieri, AVVENIREMartedì 18 luglio 2006).

 

2006. Denuncia di un europarlamentare: pedofilia dialaga nell’Ue. L’Ue latita sulla pedofilia, di Luca Volontè (Capogruppo Udc alla Camera dei deputati): “In una recente intervista a un noto settimanale femminile, l’europarlamentare di An Cristiana Muscardini tuona contro l’ascesa del partito dei pedofili in Europa. Con una coraggiosa presa di posizione, la deputata Ue spiega che la realtà è inquietante non solo per il fatto in sé, ma perché si tratta di una pratica in uso anche da alcuni colleghi a Bruxelles… (leggi qui)

 

Il caso Aldo Busi. L’Associazione Nazionale Sociologie l’Osservatorio sui Diritti dei Minori ha preso posizione contro l’ateo anticlericale e omosessuale Aldo Busi, ritenuto “pro-pedofilo” (da ASCA.it e OneTv.it). Nel suo libro “Manuale per il perfetto papà”, ha infatti spiegato che l’età per rapporti omosessuali ritenuta da lui lecita è a partire dai tredici anni, in quanto a questa età un ragazzo, sarebbe adulto e libero di decidere di avere rapporti con un altro uomo. Nel 1996 ha dichiarato al Maurizio Costanzo Show: “ma da quando la pedofilia è un crimine? Io ho fatto di tutto! Se anche un adulto masturbasse un ragazzino, che male ci sarebbe?

(Sul “caso Busi” si trovano in rete un interessante video ed una memoria precisa):

 

Per chi fosse interessato ad una disamina più articolata sui rapporti generali tra laicismo e pedofilia, segnalo l’ottimo reportage di UCCR, da leggere qui.

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 (… segue una seconda parte: sui legami concettuali)

 

Alessandro Benigni

La bufala dell’estensione dei diritti

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Uno dei “leitmotiv” dominanti nella propaganda pro matrimonio “same-sex”[1] consiste nell’affermare che si tratterebbe di un’estensione di un diritto e non di togliere qualcosa a qualcuno.

Posta in questi termini, peraltro analoghi a quelli di un’altra diffusissima pseudo teoria, che io chiamo la “tesi dell’ininfluenza”[2], la questione sembrerebbe già risolta e parrebbero giustificate le accuse di omofobia, arretratezza culturale, bigottismo, etc. rivolte agli oppositori del matrimonio “per tutti”.

Peccato che a ben vedere la questione in questi termini non solo è mal posta, ma tradisce anche una precisa e consistente volontà di manipolare l’opinione pubblica, attraverso la diffusione di slogan ad alto impatto emotivo ma dallo scarso se non inesistente valore logico[3].

Logicamente, infatti, perché  si possa parlare in modo sensato di “estensione dei diritti” occorrerebbe che ci fossero effettivamente dei diritti da estendere, ovvero che qualcuno degli aventi diritto ne fosse effettivamente privato.  Ed è chiaro che non è questo il caso, in quanto il matrimonio “same sex” è vietato per tutti, non solo alle persone omosessuali[4]. In seconda battuta, è necessario che la natura stessa del diritto sia rispettata: occorre quindi che dalla estensione di un diritto al numero più ampio possibile di cittadini nessuno venga danneggiato o peggio privato di un suo diritto positivo già acquisito e socialmente riconosciuto o peggio ancora privato di un suo diritto naturale, in virtù del quale sono pensabili ed applicabili tutti gli altri diritti possibili[5]. Ed è chiaro che in questo caso estendere a tutti il diritto al matrimonio comporta la negazione di un diritto naturale già esistente: essendo infatti il matrimonio condizione indispensabile per accedere alla possibilità di adozione, diventa impossibile immaginare un matrimonio “same sex” che non leda il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre,  preferibilmente i propri genitori, e a non essere deprivato della figura paterna o di quella materna al solo scopo di accontentare le pretese di due adulti dello stesso sesso[6].

Detto questo, c’è da ribadire che nel divieto del matrimonio “same sex” non c’è alcuna discriminazione nei riguardi delle persone omosessuali: questo tipo di unione non può essere “matrimoniale” nemmeno per due eterosessuali che per i motivi più diversi volessero accedervi (magari sulla base di una interesse economico o di un legame affettivo, o altro). Questo ci porta a riflettere sulla “ratio” stessa dell’istituto matrimoniale, che consiste nel proteggere e riconoscere socialmente la “forma” generale dell’alleanza uomo-donna come unica in grado di procreare e di consentire in questo modo la prosecuzione della società tramite la generazione.
Da questo punto di vista il matrimonio appare non un diritto per pochi privilegiati, al quali tutti dovrebbero poter ambire senza alcuna discriminazione[7], ma piuttosto una forma di riconoscimento pubblico dalla quale derivano (o dovrebbero derivare) delle specifiche forme di protezione, di salvaguardia, di garanzia e di assistenza per i coniugi che si impegnano in questo patto pubblico e in questa sfida di preziosissimo ed imprescindibile valore sociale.
La contro-replica a questa definizione di matrimonio, basata sul concetto di “forma” generale dell’alleanza uomo-donna, l’unica in grado di procreare, consiste di solito nel far osservare che per gli sposi non esiste alcun obbligo di procreazione e d’altra parte l’istituto è previsto anche per chi figli non può averne (si pensi al caso di due ottantenni che intendono sposarsi, etc).

Questa obiezione è però molto debole.

Logicamente, infatti, il fatto che il matrimonio non obblighi alla procreazione non comporta che venga meno la funzione sociale per cui è stato istituito: quella di proteggere marito e moglie, come si è detto: i coniugi, tutti i coniugi, in quanto è dalla loro pubblica promessa che deriva la costituzione della cellula sociale più idonea (e più rispettosa) per la generazione di una vita umana: quella in cui la persona si vede iscritta fin dal concepimento in una relazione non fluida ma strutturata e strutturante, che vede presenti il padre e la madre, ovvero una famiglia completa. Il riconoscimento di questo vincolo ha quindi come oggetto – daccapo – la “forma generale” di quest’alleanza, in quanto forma universale maggiormente idonea per pretendere riconoscimento e protezioni socialmente condivise. Dunque non importa se qualche coppia di sposi decide di non avere figli, se non può averne per disfunzioni, sterilità, o per età avanzata. Il riconoscimento giuridico e sociale per uomo e donna che vogliono unirsi in quel patto viene infatti “a priori”, prima e non dopo la generazione di figli, in quanto da una parte ha lo scopo di rendere possibile, legittimare e proteggere la vita nascente fin dal concepimento, con il necessario rispetto per i coniugi e per quella libertà che l’atto generativo richiede, e dall’altra deve mettere i genitori nella condizione di operare una scelta del genere in modo non solo libero ma anche in qualche maniera protetto e socialmente garantito: proprio in quanto riconoscimento della validità di questa forma universale con cui un uomo si lega ad una donna l’istituto matrimoniale non può discriminare quelle coppie che – a priori o a posteriori, per i motivi più vari – non generano figli.
La logica dell’estensione dei diritti a fondamento della pretesa di matrimonio per tutti è quindi fallace e provoca non solo lo snaturamento della funzione sociale del matrimonio, ma conduce più o meno direttamente ad una serie di aporie irrisolvibili. Se infatti ammettessimo che la funzione sociale del matrimonio non è più quella di garantire l’alleanza speciale tra uomo e donna, l’unica in grado di procreare, nella forma universale di famiglia naturale, allora dovremmo fondare il matrimonio su altro.

Ma su cosa?
Forse sul un sentimento? Se fosse così, dovremmo allora estenderlo anche al di là dell’amore. Non meno alto è infatti il sentimento dell’amicizia. Ma possiamo concedere il matrimonio agli amici? Chi ha concesso il matrimonio “same sex” è stato poi costretto a farlo[8]. Poi dovremmo estenderlo ad ogni tipo di amore, sempre “per non discriminare”[9]. Perché, a questo punto, non potrebbero sposarsi adulti consenzienti legati da rapporti di parentela? Che ne so: padri e figlie, nonni e nipoti, fratelli, etc.? Anche questo si sta puntualmente verificando[10]. Oppure perché mai non concedere matrimoni poligamici o poliandrici, basati sul consenso? Se basta l’amore, chi mi dice che non posso amare donne già sposate, o uomini o donne insieme, in un numero indefinito (e indefinibile)? E con quali ragioni, una volta concesso il matrimonio poniamo a tre donne[11], tutte insieme, non dovremmo concedere loro l’adozione? Anche questo sembra un salto antropologico alle porte, là dove si è perso il senso della ragione e si è proceduto alla distruzione della famiglia naturale.

Potremmo andare avanti a lungo con esempi di questo tipo, ma non è evidentemente questo il punto. Il fatto è che una volta oscurato il senso originario ed evidente dell’istituto del matrimonio è molto, troppo facile parlare di diritti, pretendere che siano fatti i propri comodi, senza pensare alle conseguenze sociali che assurdità di questo genere comportano.

Speriamo che torni il tempo in cui tutti concordano sul verde delle foglie d’estate, prima che sia troppo tardi. Per tutti.

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Alessandro Benigni

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Note

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[1] Uso qui l’espressione di Nicla Vassallo, sulla cui posizione ho già espresso qualche critica: parte prima, parte seconda, parte terza.

[2] Ne avevo già accennato qui: La tesi dell’ininfluenza.

[3] Di questo ne abbiamo già discusso sulle pagine di Notizie Pro Vita: Gender, slogan, diritti e libertà, parte prima e parte seconda.

[4] Ne avevamo già accennato qui: Matrimonio omosex, perché no, senza discriminare; e qui: Il matrimonio non è per tutti.

[5] Segnalo, sulla questione del diritto naturale, l’ottima sintesi di Giovanni Stelli: Il diritto naturale: non se ne può fare a meno.

[6] Rimando, a questo proposito, ai seguenti articoli: Famiglia “omogenitoriale” (o “omoparentale”) da tutelare?; E’ omofobia difendere i diritti dei bambini?; I bambini hanno diritto ad una famiglia vera; Diritti (?) LGBT , diritti dei bambini e diritti umani.

[7] A questo proposito segnalo: Tonino Cantelmi, Differenziare non è discriminare; Bufale Gender, cap. 1: “Gli omosessuali sono discriminati perché non possono sposarsi”; L’unione tra un uomo e donna è un bene per la società; e L’importanza della discriminazione.

[8] In Australia, infatti, due amici si sono sposati. Suscitando l’ira del mondo Lgbt.

[9] Impressionante a questo proposito l’idea dell’on. Sibilia: legalizzare i matrimoni di gruppo e tra uomini e bestie. Purché consenzienti, dice lui.

[10] Lascia a bocca aperta la notizia che si sia già verificato.

[11] Per le donne, vedi qui; per gli uomini, qui.

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Love is love? No. L’amore non è sempre “amore”.

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L’amore è tutto. Ma non tutto è amore

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Abbiamo perso il senso e il significato del termine “amore”, che invece ha diverse declinazioni, possibilità, giustificazioni.

L’amore non era un sentimento universale, che tutto giustifica e tutto con-fonde, per i Greci, che come sempre, hanno ancora molto da insegnarci.

Se tu che dici di amarmi mi hai tolto volutamente un padre e una madre, hai scelto di strapparmi dalle mie origini, di farmi vivere una non realtà (non esistono due mamme e non esistono due papà), hai scelto di fare nei miei confronti uno dei peggiori atti di bullismo e di menzogna che potrò subire nella mia vita.

Il pensiero unico fa sempre più ossessivamente rimbalzare – ormai ovunque – termini volutamente decontestualizzati e quindi confusi e confusionari, ingredienti perfetti per decostruire realtà basilari per la sussistenza della civiltà, sulla base di fallacie retoriche ad alto impatto emotivo. Si tratta di slogan costruiti ad arte, del tutto inconsistenti alla prima prova di un’analisi logico-linguistica, anche delle più superficiali. Ma con l’avvento dell’epoca del relativismo etico, che cosa importa più?

Così, non interessa più il senso del diritto, che per uscire dallo stato originario di natura in cui il più forte prevale sul più debole (homo homini lupus, per ricordare una formula cara a Hobbes) affonda fin dall’inizio le sue radici nel rispetto del prossimo e delle esigenze dei più deboli per garantire a tutti un pieno sviluppo e un’autentica libertà, socialmente condivisi. Non importa di conseguenza il destino dei più piccoli, sempre più spesso ridotti a merce da compravendita, brutalmente deprivati del padre e/o della madre, resi orfani ancor prima di nascere, col solo scopo di compiacere a qualche coppia di adulti benestanti (che si possono permettere appunto un “utero in affitto”, anche se come da regola del mercato i prezzi si stanno abbassando): figuriamoci quindi se a qualcuno interessa la correttezza della comunicazione linguistica e l’onestà intellettuale, oltre che morale, che la determina.

L’amore è un sentimento universale che non ha sesso né età e va riconosciuto – anche giuridicamente – a tutti“, “i bambini hanno bisogno di qualcuno che li ami, non necessariamente di un padre e di una madre oppure, ancora più banalmente, “Love is love!“, ci sentiamo ripetere.

Certo. Io posso amare persone, animali, cose, o anche attività. Amo mia moglie: ma non è lo stesso tipo di amore che provo per i figli. Amo i miei genitori: ancora è una tipologia di amore diversa da quella per l’amico del cuore. Amo suonare la chitarra, ma non è la stessa cosa dell’amore per il mio lavoro: e così via.

A parte l‘ovvia (anche se oggi non più scontata) osservazione che l’amore è condizione necessaria ma non sufficiente per una crescita armoniosa e serena di un bambino, è mai possibile che sia “tutto amore”?

Quando si proclama il diritto al matrimonio (e quindi all’adozione) per persone dello stesso sesso, si intende affermare che l’amore di queste coppie (ontologicamente impossibilitate alla generazione e alla cooperazione per la sussistenza della società umana) è lo stesso amore delle coppie naturali (ontologicamente aperte alla generazione e quindi alla vita).

Siamo forse arrivati così in fretta al capolinea, nell’era del pan-logismo, dove tutto va bene, tutto ha una sua ragione superficiale pronta a giustificare ogni aberrazione, e di conseguenza nell’era del pan-erotismo, dove ogni ente, idea, fatto, merita indistintamente di essere “amato” (nel senso di posseduto), per il solo fatto di esser-ci? Abbiamo perso il senso e il significato del termine “amore”.

Sembra strano, ma le cose stanno così. Proprio oggi, nell’epoca in cui l’amore sembra regnare sovrano e coprire col suo manto dolciastro tutto e tutti, occhi e cervelli compresi, abbiamo dimenticato che anche il termine “amore” è un pollachòs legòmenon per usare un’espressione aristotelica: si dice in molti modi ed ha significati molto diversi tra loro. A volte perfino opposti.

L’amore non era un sentimento universale, che tutto giustifica e tutto con-fonde, per i Greci, che come sempre, hanno ancora molto da insegnarci. Per i fondatori della civiltà non c’è, infatti, un solo “amore”: bisogna distinguere, specificare. A meno che – come accade alla nostra “civiltà occidentale” non si decida consapevolmente di fare confusione logico-linguistica. Per parlare d’amore avevano, infatti, almeno i seguenti termini:

1) Agape (αγάπη) è amore di ragione, incondizionato, oblativo, anche non ricambiato, spesso con riferimenti religiosi: per esempio è il termine per indicare amore più usato nei Vangeli.

2) Philia (φιλία) è l’amore di affetto e piacere, di cui ci si aspetta un ritorno, ad esempio tra amici.

3) Eros (έρως) termine che definisce l’amore sessuale, ma non solo. Deriva da Ёραμαι” (eramai) che vuol dire “amare ardentemente”, “bramare”. Il termine Ёρος non si riferisce necessariamente a una persona. Per esempio, “Ёρος πόσιος καί εδήτυος” (eros pòsios kài edètuos) significa “desiderio di bere e di mangiare”, e non “amore passionale del mangiare”: il verbo Ёραμαι da cui deriva il termine Ёρος può anche riferirsi a enti astratti, come per esempio la brama di conoscere.

4) Anteros (αντέρως) quando l’amore è corrisposto, quando c’è un legame.

5) Himeros (Iμερος), “desiderio irrefrenabile”: la passione del momento, il desiderio fisico presente e immediato che chiede di essere soddisfatto.

6) Pothos (Πόθος), termine che è il desiderio verso cui tendiamo, ciò che sogniamo, alla base della nostra intenzionalità.

7) Stοrgé (στοργή): l’amore parentale-familiare, viene dal verbo Στέργω (stergo) che significa “amare teneramente” e viene usato soprattutto in riferimento all’amore filiale, è l’amore d’appartenenza, ad esempio tra parenti e consanguinei. Designa l’affetto naturale fra parenti intimi e specialmente fra i genitori e i loro figli, ma anche tra fratelli e sorelle.

8) Thélema (θέλημα) indica l’amore per quel che si fa, è il piacere di fare, il desiderio voler fare.

Altro che “love is love”.

Ora, a parte il fatto che ciascun essere umano, quindi ciascun bambino, ha diritto al padre e alla madre, ad una famiglia vera, come recita anche la Dichiarazione Universale dei diritti del bambino (art. 7)a quale dei significati che abbiamo elencato potrebbe aderire il preteso sentimento di amore di due adulti che costituiscono una coppia dello stesso sesso e pretendono poi inserire in questo contesto a forza, col potere del denaro, un bambino generato altrove, attraverso tecniche di laboratorio, reso volontariamente orfano di padre e/o di madre fin dal concepimento, al quale verrà poi negato per sempre il diritto stesso di avere il proprio padre e/o la propria madre e di vivere in una famiglia normale?

La risposta viene come sempre dall’evidenza. Questa volta, ottimamente riassunta dall’esperienza di una madre. Da una mamma vera, da uno di quei genitori che darebbero la vita per il bene dei figli, all’istante, senza se e senza ma, e mai e poi mai si sognerebbero di chiamare amore quello è solamente un mostruoso atto di egoismo: “Se tu che dici di amarmi mi hai tolto volutamente un padre e una madre, hai scelto di strapparmi dalle mie origini, di farmi vivere una non realtà (non esistono due mamme e non esistono due papà), hai scelto di fare nei miei confronti uno dei peggiori atti di bullismo e di menzogna che potrò subire nella mia vita” (Katia Giardiello).

Ma, tanto, “love is love“, vero?

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Alessandro Benigni