Perché il concetto di normalità fa tanta paura?

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Oggi più che mai, il vortice linguistico trascina nell’assurdo logico chi non è in grado di riflettere criticamente su ciò che si dice. Il rifiuto generalizzato del concetto di “normalità” è un atteggiamento che riscuote un successo crescente, soprattutto tra i più giovani. Il concetto di normalità implica infatti la consapevolezza del doversi adeguare – prima di tutto alla realtà – e questo contrasta inevitabilmente con le fantasie di onnipotenza adolescenziali prima e con le incertezze e le paure dell’età adulta, poi. Ci si rifugia dietro una serie di frasi fatte, che suonano più o meno così: “chi lo dice che cos’è normale?“. E da qui, vista la generale incapacità di rispondere, ci si crede legittimati a sostenere qualsiasi tipo di negazione della realtà, esclusivamente sulla base di una narrazione costruita apposta per rassicurare: se nulla è normale / anormale, tutto va bene. Quindi anch’io andrò senz’altro bene, senza sforzo di adeguamento e di maturazione e men che meno di accettazione della realtà.

Nel caso delle discussioni in campo bioetico, il criterio di “normalità” viene oggi contestato soprattutto per giustificare e normalizzare, appunto, sia l’omosessualità, sia il “matrimonio same sex” e l’utero in affitto con conseguenze “adozione in coppie omosessuali” (e successiva stepchild adoption).

Ma davvero è impossibile o inutile stabilire che cos’è “normale“?

Se due comportamenti opposti si riscontrano poniamo l’uno nel 3% dei casi e l’altro nel 97%, quale sarà quello logicamente definito “normale“?

E ha ancora senso tener fermo il concetto di “normalità“?

E che male c’è nel sottolineare che non tutto è “normale“?

 

Per la definizione del concetto di normalità prendiamo spunto dal manuale di Scienze Sociali “La persona e il mondo sociale“, edizione Hoepli, 2018, pag. 456 e sgg.

Limitandoci al solo ambito “sociale”, il primo criterio per stabilire ciò che è normale, nel campo delle scienze umane, è quello statistico. Secondo tale criterio, la normalità deriva dalla frequenza media di certe caratteristiche e di certi comportamenti. In base a tale criterio sono normali quelle caratteristiche e quei comportamenti che sono presenti nella maggioranza della popolazione.

Abbiamo poi altri due criteri che vengono utilizzati per definire la normalità: quello assiologico e quello funzionale.

Secondo il criterio assiologico dovrebbero essere ritenuti normali quei comportamenti che seguono determinati valori socialmente condivisi. Da tali valori derivano poi delle norme e dei divieti che indicano i comportamenti da seguire e quelli da evitare per il bene della società intera.

Ed è evidente che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è mai stato considerato un bene per la società in quanto non ha senso, proprio dal punto di vista assiologico, proteggere e regolamentare giuridicamente una coppia di persone dello stesso sesso (non importa che siano omosessuali o meno) impossibilitate per natura (e non per accidente: volontà, malattia, vecchiaia, o altro) alla procreazione e quindi a contribuire alla prosecuzione della società stessa. Discorso analogo possiamo fare per la deprivazione di una delle due figure genitoriali (padre o madre) cui viene sottoposto il bambino acquistato mediante l’utero in affitto ed impiantato in una coppia same sex.

Strettamente collegato al criterio assiologico è infine il criterio funzionale, che consente di ritenere normali quei comportamenti che risultano vantaggiosi per la società. Va da sé che non è affatto vantaggioso per la società istituire e regolamentare un matrimonio tra persone dello stesso sesso (quindi spendere risorse per un rapporto che non può per natura portare alcun vantaggio alla società stessa) e men che meno la mercificazione dell’umano che si concretizza nella fabbricazione di bambini in cliniche specializzate per essere poi rivenduti con un contratto commerciale, così come si fa con un prodotto qualsiasi.

 

 

Alessandro Benigni

 

 

 

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Non ignorate la prospettiva del bambino nelle vicende di coppie gay che commissionano bambini  

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Non ignorate la prospettiva del bambino nelle vicende di coppie gay che commissionano bambini  

(Nel link originale trovate i link agli articoli in lingua originale cui fa riferimento. Nel nostro testo i link sono alla traduzione automatica Google)

Com’è per un bambino crescere non solo senza conoscere sua madre, ma con la consapevolezza che è stata assunta e pagata per questo?

 

Di Katy Faust 30 gennaio 2017

Quasi ogni settimana viene pubblicato un nuovo articolo glamour su una coppia gay (o single) che ha creato bambini con l’aiuto della sempre più florida “industria della fertilità”. L’ultimo: “Gli uomini gay si rivolgono sempre più a surrogati per avere dei bambini.”  (per essere più aggiornati ricordiamo la nuova bambina avuta da Ricky Martin e “marito” N.d.T.)

L’articolo offre un’immagine emotiva ed empatica  di due uomini adulti che hanno utilizzato la tecnologia per ottenere ciò che la loro unione biologica proibiva: avere due figlie gemelle. Non sorprende che l’autore non spenda un minuto per considerare il benessere emotivo dei due piccoli esseri umani creati attraverso questo processo di sfruttamento costoso e sperimentale.

Ogni volta che leggo questi articoli, sempre coronati da immagini che rappresentano quadretti familiari perfetti, sempre dal punto di vista dei genitori, non posso fare a meno di ascoltare le voci di figli ormai adulti che hanno sofferto a causa dell’assenza intenzionale della madre e del padre.

Non stiamo raccontando l’intera storia

Quindi, concedetemi un piccolo viaggio nel futuro. Essendomi immersa nella narrativa personale di questi figli e nei dati concreti del loro sviluppo personale successivo, ho pensato che fosse giusto raccontare questa storia dal punto di vista della bambina basandomi su varie testimonianze di quelli che l’hanno preceduta.

Ecco Baby Girl # 2, nel gennaio del 2042, che ci presenta  il suo punto di vista su “Sono sempre di più gli uomini gay che si rivolgono all’utero in affitto per  avere bambini”.

I miei papà hanno fatto acquisti per avere  me e mia sorella. Hanno selezionato la mia madre genetica in base alla sua razza, al colore della pelle, al colore degli occhi e si sono accertati che fosse ben  istruita, atletica e senza disabilità fisiche. Hanno comprato gli ovuli  di mia madre – molti ovuli – in modo da poter scegliere i migliori embrioni. Hanno affittato l’utero di un’altra donna per 9 mesi. Per meglio dire,  per 8 mesi: eravamo premature e sottopeso. Mio padre ha deciso che ognuno di loro avrebbe avuto un figlio genetico, quindi sono la sorellastra della mia gemella, il che è strano. Mentre i miei due papà sentivano che era importante avere una connessione biologica con i loro figli, non sembra che abbiano  pensato che anche io  avrei potuto volere una relazione con la mia madre biologica.

Quando ero piccola odiavo la festa della mamma. Vedevo tutti i miei amici festeggiare le loro mamme e avrei voluto averne una anch’io. Mi sono sempre chiesta dove fosse mia madre, in quella giornata. Pensava a me quanto io pensavo a lei? Ma poi, non ero sicura a chi pensare come mia madre: a quella da cui ho preso il naso, o quella che mi ha dato il gusto per il cibo piccante? I miei papà mi hanno detto di fare dei bigliettini per mia nonna al suo posto. Questo mi faceva confondere perché le donne contavano abbastanza perché io festeggiassi mia nonna, ma non abbastanza per me perché io avessi una madre. Volevo una mamma come i miei amici ma non volevo parlarne perché non volevo ferire i sentimenti di mio padre. È difficile parlare con tuo padre del fatto che provi mancanza per tua madre quando lui è responsabile che tu non ce l‘abbia. Come fai a parlare con qualcuno e dirgli in sostanza che loro non sono abbastanza una “famiglia” per te? C’erano delle volte in cui mi sentivo così triste e arrabbiata con mia madre per non esserci stata per me, e poi  volte in cui mi sentivo arrabbiata con me stessa per aver persino voluto una mamma tanto per iniziare. Ma l’ho fatto . E lo faccio.

Crescendo, mi piaceva stare a casa di una mia amica che aveva una mamma. A volte sua madre tirava fuori il suo abito da sposa in modo che potessimo fare le principesse ed  io ero invidiosa della mia amica perché desideravo che ci fosse un abito da sposa nella soffitta di casa mia. Alla scuola elementare ho avuto alcuni “problemi di adattamento” e hanno iniziato a darmi il Ritalin per l’ ADHD (disturbo dell’attenzione, N.d.T.) in quarta elementare. Ero abbastanza legata al mio padre genetico, ma non tanto all’ altro mio padre e mi sentivo in colpa per questo. Ho lottato con problemi di identità. Da adolescente, ho trascorso molto tempo online cercando in giro se ci fossero altri miei fratellastri. Non posso accedere alle registrazioni della mia mamma donatrice di ovuli a causa delle politiche aziendali delle criobanche. Ho visto le foto della mia madre surrogata, ma non mi assomiglia. Ho amici adottati che stanno cercando le loro mamme di nascita, ma non ho una mamma di nascita. Ho una donatrice  e una surrogata. Quindi non posso nemmeno fantasticare di trovare quell’unica  donna che desidero così tanto.

Le poche volte in cui ho osato esprimere il mio desiderio di avere una  madre, la risposta degli adulti è stata “sei stata  tanto desiderata” o “dovresti sentirti fortunata ad avere due genitori che ti amano” o che “dovrei essere grata di essere viva“. Sentivo quella sensazione che “abbiamo pagato per te, tu sei  nostra figlia, non dovresti voler andare a cercare qualcun altro.” Ma qualcosa dentro di me vuole disperatamente conoscere quell’altra metà del mio DNA . Ho perso il sonno per questo. Amo i miei papà, ma più mi hanno raccontato sul mio concepimento, più mi sono sentita a disagio per il fatto che  avessero speso così tanti soldi per farmi. E mi chiedevo cosa sarebbe successo se avessi avuto caratteristiche fisiche sbagliate o una disabilità. Avrebbero “scelto” me o mi avrebbero eliminata? Ora ho 25 anni e a  mia sorella gemella, che non è mai sembrata preoccuparsi di queste cose, è stata appena diagnosticata la depressione e ha iniziato a prendere antidepressivi. A volte mi sento smarrita.

Una crescente tendenza a violare i diritti dei bambini

La storia della bambina sembra molto diversa da quella condivisa nell’articolo originale, sì?

Questi due uomini avevano un desiderio profondo di essere padri. Quanto è fantastico questo? Tuttavia, si suppone che siano i padri a fare sacrifici e questi uomini, motivati ​​unicamente dai loro sentimenti, hanno scelto di sacrificare il bisogno di quelle ragazze di avere una madre invece di affrontare la verità biologica delle loro scelte di vita. In altre parole, invece di risolvere i loro sentimenti di perdita, ne hanno assicurato di duraturi e per tutta la vita alle loro figlie.

Ma al di là dei sentimenti degli adulti o dei bambini, questo articolo vuole illustrare una tendenza crescente nelle violazioni dei diritti fondamentali del bambino. Potresti aver saltato di leggere l’articolo vero e proprio perché, come me, sai che questo tipo di articolo celebrativo si concentrerà esclusivamente sui desideri degli adulti. Così ho tirato fuori alcuni dei dettagli meno etici per te su cui rimuginare. Per comodità li ho elencati qui in ordine:

“Gli  ovuli sono stati estratti dalla donatrice e fecondati. Quindi due degli embrioni migliori sono stati impiantati nell’utero della madre surrogata; uno di loro appartiene biologicamente a Hastings, l’altro a Hoppe-Hastings. Ci sono stati altri ostacoli nel percorso: le bambine sono nate con 6 settimane di anticipo e hanno dovuto trascorrere 19 giorni in un’unità di terapia intensiva neonatale dell’ospedale di zona di Chicago”.

Quali sono i diritti dei bambini in gioco, esattamente?

Ecco. Facciamo il gioco “Citiamo tutte la violazione dei Diritti di Quel Bambino”, va bene?

  1. Mercificazione dei bambini. I bambini non sono prodotti, sono esseri umani con diritti intrinseci e perciò degni di protezione. La selezione di embrioni desiderabili basata su salute, aspetto, genere, razza o altre caratteristiche considera gli esseri umani come prodotti, non come persone. Questo tipo di comportamento è appropriato quando si acquista un’auto, ma non quando si ha un figlio.
  2. Diritto alla vita. Gli embrioni ritenuti inaccettabili sono stati probabilmente distrutti. E spesso i genitori committenti, per massimizzare il loro investimento, impiantano più embrioni e quindi fanno praticare la “riduzione selettiva” (cioè fanno praticare aborti a circa 20 settimane) di figli non desiderati, anche se sono perfettamente sani.
  3. Diritto alla propria madre. I bambini hanno il diritto ad entrambi i genitori biologici. Non sono oggetti da tagliare e incollare nelle formazioni amorose degli adulti. Come ogni altro bambino, queste bambine probabilmente desidereranno una relazione con entrambi i genitori biologici. I bambini non hanno solo bisogno di “amore e sicurezza”. In realtà bramano l’amore genitoriale maschile e femminile e ricevere i benefici unici e complementari sia dalla madre che dal padre.
  4. Diritto alle loro informazioni genetiche. I bambini desiderano e hanno il diritto ad avere la loro identità biologica. Non solo perché loro vogliono capire chi sono, ma questo è anche fondamentale per la loro salute medica a lungo termine e per la salute dei loro propri figli. È una violazione del diritto di un bambino negare arbitrariamente l’accesso a metà della propria biologia.
  5. Diritto alla loro eredità. La connessione biologica contava abbastanza per questi padri “committenti” da assicurare che ognuno di loro avesse un proprio figlio biologico. Probabilmente perché volevano anche che fossero legati a loro i futuri nipoti e pronipoti. Ma funziona anche nell’altro senso. I bambini hanno il diritto e desiderano di sapere ed essere conosciuti da entrambi i rami della loro famiglia allargata e della loro cultura razziale/etnica quando possibile.
  6. Diritto di nascere gratuitamente, non comprati e venduti. Come accennato nell’articolo, l’acquisto di ovuli e l’affitto di un utero di una madre surrogata costa tra $ 100.000 e i $ 200.000. Molti bambini nati tramite la donazione di sperma o di ovuli sono turbati dal fatto che per il loro concepimento ci sia stato uno scambio di denaro, non importa quanto poco. Ho sentito un figlio ormai adulto commentare dolorosamente: “Mio padre (donatore di sperma) è stato pagato $ 75 per rimanere fuori dalla mia vita per sempre.”
  7. Esposizione dei bambini a maggiori rischi medici. Le gravidanze derivanti dalle tecnologie riproduttive hanno maggiori probabilità di comportare complicazioni. I bambini nati attraverso la maternità surrogata, ad esempio, hanno maggiori probabilità di essere prematuri, soffrono di basso peso alla nascita e hanno difficoltà ad adattarsi probabilmente a causa “dell’assenza di un legame gestazionale con la madre.

Avete vinto punti bonus se avete notato la completa assenza di informazioni sul rischio per le  donatrici di ovociti e le madri surrogate.

Rispettate i bisogni dei bambini prima dei desideri degli adulti

Un sistema migliore sarebbe che gli adulti riconoscessero e costruissero le loro vite e le loro scelte in modo tale da rispettare i diritti fondamentali dei bambini, indipendentemente dai loro sentimenti. Ma questo è il 2017, in cui rendiamo culto presso l’altare dei desideri degli adulti.

Le storie sull’assenza intenzionale della madre e del padre dipingeranno sempre gli adulti come vittime, e i bambini come qualcosa a loro dovuto. Non lasciatevi imbrogliare. Quando si tratta di maternità surrogata e di riproduzione per conto terzi, non sono gli adulti quelli a cui dobbiamo la nostra solidarietà, sono i bambini.

Questa non sarà l’ultima storia che leggerete di bambini concepiti attraverso la donazione di sperma, la donazione di ovuli e la maternità surrogata. (E verrà sempre raccontato dalla prospettiva luminosa dei genitori.) Quindi armatevi di dati dalla vita reale e storie sull’effettivo impatto che queste tecnologie riproduttive e le strutture familiari alternative hanno sui bambini.

C’è sempre un altro lato della storia. Ed è la parte dei bambini che merita la nostra attenzione in ogni storia.

 

 

Katy Faust è la fondatrice e direttrice dell’organizzazione per i diritti dei bambini, “Them Before Us” (Loro prima di noi) e dirigente di CanaVox  (associazione femminile in supporto del matrimonio N.d.T.) dello Stato di Washington. Dopo il college, ha ricevuto una borsa di studio Fulbright a Taiwan, e ha lavorato con la più grande agenzia di adozione cinese nel mondo. È sposata e madre di quattro figli, il più piccolo dei quali è stato adottato dalla Cina.

 

 

Miracolo a Parma: bambini nascono da genitori dello stesso sesso

 

Ormai senza troppo stupore, registriamo un nuovo miracolo della psicosi gender, questa volta a Parma.

Psicolandia estende così i suoi confini, ampliando il territorio fino alla ricca e (poco) ridente città emiliana:

 

Pizzarotti, “su adozioni non temo Salvini, no a bacchettate ignoranti“.

Roma, 23 dic. (AdnKronos) (di Ileana Sciarra) – Quattro atti di nascita per altrettante coppie di genitori omosessuali freschi di firma, “io non l’ho fatto contro qualcuno o per protesta: la famiglia è dove ci sono persone che si vogliono bene, al di là del sesso“. Lo dice il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, presidente di Italia in Comune, in un’intervista all’Adnkronos. Alla domanda se non tema le ‘bacchettate’ del ministro dell’Interno Matteo Salvini, da sempre contrario alle adozioni ‘arcobaleno‘, “spero non siano così ignoranti da voler bacchettare – replica Pizzarotti – ma io non ho tolto nulla a nessuno. Per me è giusto che queste famiglie abbiano gli stessi diritti, senza toglierne agli altri. E’ questo del resto il bello dei diritti: puoi darne senza toglierne. (link

 

 

Il solito mantra: la famiglia è “dove c’è amore”; chi condanna utero in affitto e compravendita di bambini è “ignorante” (sic.!); i bambini non hanno alcun diritto ad avere padre e padre: i soli diritti sono quelli degli adulti.

Eccetera, eccetera, eccetera.

 

 

A Pizzarotti, in breve, facciamo notare che:

 

1) Il diritto naturale del bambino ad avere un padre è una madre è evidente e non ha bisogno di giustificazioni: è scritto nel suo DNA, è così che viene concepito, senza un uomo e una donna, dunque senza un padre e una madre nessuno viene al mondo. Chiunque è figlio “di” un uomo e una donna e ciascun padre o ciascuna madre è genitore “diquel bambino. La preposizione “di” indica appunto una co-appartenenza, un complemento di specificazione relativo al possesso, che risponde alla domanda “di chi?” ed indica in questo caso la provenienza (γένος – ghénos), la relazione originaria che fonda l’essere umano.

 

Come se non bastasse, il tutto è stato fissato nero su bianco dalla Convenzione internazionale sui Diritti dell’Infanzia:

Art. 7 – Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.

 

 

2) Nessuno può nascere da due persone dello stesso sesso: gli atti di nascita così registrati sono una evidente negazione della realtà. E’ interessante (e preoccupante) notare che la negazione convinta della realtà è indice di una grave tipologia di disturbo psichiatrico che si chiama psicosi. La psicosi comporta disturbi del pensiero (come deliri e allucinazioni).

 

 

070605carta.jpgDiceva il prof. Italo Carta (ordinario di Psichiatria e Direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano):

Quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“.

 

Mentre la psicanalista Claude Halmos, una dei massimi esperti riconosciuti in etàclaude-halmos_5121198.jpg infantile, ha spiegato che è sbagliato affermare che le coppie omosessuali sono uguali a quelle etero, e «rivendicando il “diritto alla non differenza” richiedono che le coppie gay abbiano il diritto “come le coppie eterosessuali” di adottare bambini . Questo mi sembra un grave errore […]. I bambini che hanno bisogno di genitori di sesso diverso per crescere». La questione, ha scritto, non è se «gli omosessuali maschili o femminili sono “capaci” di allevare un bambino», ma essi non «possono essere equivalenti ai “genitori naturali” (necessariamente eterosessuali)». In questo dibattito, inoltre, «il bambino come persona, come un “soggetto” è assente». Ed ecco il vero punto della questione: «ignorando un secolo di ricerche, i sostenitori dell’adozione si basano su un discorso basato sull”amore”, concepito come l’alfa e l’omega di ciò che un bambino avrebbe bisogno», non importa se esso arrivi da un uomo e una donna, o da due donne. Ma queste affermazioni, ha continuato la psicanalista, «colpiscono per la loro mancanza di rigore»perché «un bambino è in fase di costruzione e, come per qualsiasi architettura, ci sono delle regole da seguire se si tratta di “stare in piedi”. Quindi, la differenza tra i sessi è un elemento essenziale della sua costruzione». Invece si vuole mettere il bambino «in un mondo dove “tutto” è possibile: dove gli uomini sono i “padri” e anche “mamme”, le donne “mamme” e anche “papà”. Un mondo magico, onnipotente, dove ciascuno armato con la sua bacchetta, può abolire i limiti», ma questo risulta essere «debilitante per i bambini». Essi si “costruiscono” attraverso «un “legame” tra il corpo e la psiche, e i sostenitori dell’adozione si dimenticano sempre il corpo. Il mondo che descrivono è astratto e disincarnato». Nella differenza sessuale, invece, «tutti possono trovare il loro posto […], consente al padre di prendere il suo posto come “portatore della legge […], permette al bambino di costruire la sua identità sessuale».

 

 

3) La famiglia e le “famiglie arcobaleno. Se per famiglia si intende la cellula fondamentale che rende possibile la società umana, allora famiglia è solo quella composta da uomo e donna (per l’evidente ragione che è solo da uomo e donna che si generano i figli, gli individui che compongono la società stessa). Se invece per “famiglia” intendiamo un sinonimo di “gruppo sociale“, allora ogni “gruppo” è famiglia: un gruppo di amici che si vogliono bene è famiglia, una squadra sportiva è famiglia, ma anche una terna o quaterna di poliamorosi è famiglia, e non si vede davvero perché a questo punto non riconoscere che i bambini nascono (e devono stare) che ne so, in una squadra di rugby o in una cinquina di poliamorosi.

 

La famiglia (ed il matrimonio, come istituzione che la regola) non è pertanto riducibile a mero riconoscimento di un generico “amore” (che peraltro può significare cose diverse). Famiglia e matrimonio sono invece le istituzioni che articolano l’unione stabile e permanente dell’uomo e della donna e garantiscono la successione delle generazioni. L’istituzione di una famiglia, cioè della cellula che crea una relazione di filiazione diretta tra i suoi membri, è a fondamento della società e della cultura (e non viceversa). Il matrimonio è l’atto fondamentale nella costruzione e nella stabilità tanto degli individui quanto della società intera: snaturarlo comporta necessariamente un danno sia per gli individui singolarmente concepiti sia per la società nel suo complesso.

 

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Come ha osservato il filosofo Diego Fusaro: “La famiglia odierna, quando ancora esista, è disordinata e stratificata, priva di un nucleo e strutturata secondo le forme più eteroclite: dalle gravidanze affidate a una persona esterna alla coppia alle adozioni nelle coppie omosessuali, dalle separazioni sempre crescenti all’inseminazione artificiale. Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile. L’ideologia gender si inscrive appunto in questa dinamica”.

 

4) Dare diritti senza toglierne? Anche di fronte a questa palese negazione dell’evidenza va ricordato che i figli possiedono il patrimonio genetico dei loro genitori: è solo l’unione di genitori unici ed originali, cioè di “quell’uomo” e di “quella donna” che genera “quell’individuo“, unico ed irripetibile. Nessun altro è corresponsabile della generazione che avviene attraverso il concepimento. Altre strade, che escludono questa del concepimento naturale, riducono la generazione a fabbricazione in laboratorio: infatti, come una merce, il bambino viene poi venduto (con regolare contratto firmato da un notaio).

Ma se i bambini non hanno diritto ad avere i propri genitori, perché mai i genitori dovrebbero avere il diritto di tenere i propri figli?

Chi stabilisce che questo legame – che è il primo legame della vicenda umana: quello del sangue – possa essere fatto a pezzi per accontentare i desideri di qualche adulto?

Privare il bambino del padre o della madre (o di entrambi) è forse un’azione che va nell’interesse del minore?

A chi pretende di negare il diritto del bambino ad avere il proprio padre e la propria madre e di cavarsela con un generico “i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami“, dovremo quindi far notare che non c’è alcuna sequenza logica tra l’affermazione 1) i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami e 2) quindi questo qualcuno può essere anche una coppia di omosessuali che arbitrariamente prendono il posto della padre o della madre, ovvero dei genitori naturali di quel bambino.

E’ ovvio che ogni bambino ha diritto di essere amato, ma questo non giustifica per quale ragione debbano essere proprio due (o tre, o quattro, etc.) omosessuali e non invece i suoi genitori naturali, la sua famiglia, come la natura ha stabilito. Ancora: chi pretende di mettere una coppia omosessuale al posto dei genitori naturali rispetta per caso il diritto del bambino di essere amato? E in che modo?

 

Occorre quindi ripeterlo chiaro e forte: non esiste alcun diritto al bambino. E nessun “diritto” può negare la realtà delle cose: il bambino è della sua mamma e del suo papà, ha bisogno di loro, si co-appartegono.

Nella società fondata sui desideri e sulle allucinazioni del principio di piacere è difficile da ribadire, ma ciò nonostante va ripetuto: nessuno ha diritto ad avere un bambino, basandosi sul solo fatto che “desidera” avere un bambino. Il diritto al bambino non esiste né per gli eterosessuali né per gli omosessuali. Una coppia smaniosa di avere un bambino può decidere di unirsi per concepirlo. Una coppia desiderosa di adottare un bambino può fare le pratiche necessarie. Ma nessuna di queste coppie ha – in ogni caso – un “diritto al bambino” che desidera, per il solo motivo che lo desidera.

E l’adozione serve per ridare un padre e una madre al bambino che li ha perduti. Non per dare bambini a coppie di adulti dello stesso sesso.

 

Gli esseri umani, bambini compresi, sono soggetti di diritto e non oggetto di diritto altrui.

Come si fa a concedere il (presunto) diritto di avere un bambino a due persone dello stesso sesso senza negare il diritto (reale e naturale) del bambino ad avere suo padre e sua madre?

Se per far valere i propri (presunti) diritti è necessario sopprimere quelli di altre persone (adulti o bambini che siano) allora ciò significa una cosa sola: quel tipo di “diritto” è solo prepotenza e non ha ragione di essere richiesto.

Questa mentalità – per concludere – considera l’essere umano (il bambino) come un oggetto di cui disporre, da comprare (e per qualcun altro da vendere, ovviamente): un bambino-oggetto, sul quale avanzare pretese.

 

Queste ed altre, s’intende.

 

 

 

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27 Dicembre 2018

Fonte: http://www.Ontologismi.it

BAMBINI IN “FAMIGLIE” OMOSESSUALI: NUOVO STUDIO E VECCHI TRUCCHI

Stavolta è il turno del made in Italy: “Same-Sex and Different-Sex Parent Families in Italy: Is Parents’ Sexual Orientation Associated with Child Health Outcomes and Parental Dimensions?” E’ lo studio appena pubblicato sul Journal of Developmental & Behavioral Pediatrics da un gruppo di ricercatori dell’Università di Roma. Fra gli autori figura il prof Lingiardi, da sempre schierato in prima linea nella difesa delle rivendicazioni del mondo LGBT. Secondo gli studiosi, la ricerca dimostrerebbe che il sesso dei genitori e le tecniche di surrogazione adottate sono del tutto ininfluenti sul benessere psicologico dei bambini.

Analizzando lo studio originale si scopre però che il 90% del campione dei genitori dello stesso sesso è composto da appartenenti alla associazione Famiglie Arcobaleno e la restante parte è stato reclutato tramite annunci sulle pagine Facebook di gruppi di genitori omosessuali. Cioè siamo di fronte a dei militanti perfettamente a conoscenza dello scopo dello studio e motivati a sostenere la bontà e legittimità della loro scelta, ma non basta: ai genitori omosessuali che hanno completato il sondaggio è stato chiesto di inoltrare il link dell’indagine ai genitori di bambini di sesso diverso della stessa classe scolastica dei loro figli. Quindi il campione di genitori di sesso diverso è stato selezionato dai genitori dello stesso sesso (probabilmente si tratta di loro amici dato che il campione di sesso diverso è solo di 2,8 volte superiore a quello dello stesso sesso).

Altro aspetto critico è la valutazione della salute psicofisica dei bambini. Come per la stragrande maggioranza degli studi di questo tipo, si tratta di una autovalutazione eseguita dai genitori stessi tramite risposte a questionari on-line. I test utilizzati sono:

Parental Self-Agency Measure (PSAM). Questo test serve a misurare la fiducia che i genitori hanno nelle proprie capacità genitoriali. Si deve rispondere a 5 domande del tipo: “mi sento sicuro come padre/madre” oppure “sto facendo un buon lavoro come padre/madre” classificandosi su una scala da 1 a 7.

Dyade Adjustment Scale (DAS). E’ una auto-valutazione del rapporto fra i partner. Si deve rispondere a 32 domande del tipo “quanto ami il tuo partner?” su una scala da 1 a 5. Oppure “quante volte tu o il tuo partner avete avuto uno stimolante scambio di idee?”

Family Adaptability and Cohesion Evaluation IV Scale (FACES-IV): anche questo è un questionario di autovalutazione del funzionamento e della coesione familiare. Gli argomenti sono del tipo: “l’unione è una priorità assoluta per la nostra famiglia” da valutarsi su una scala da 1 a 5, oppure “siamo in grado di cambiare la leadership nella nostra famiglia”.

Strengths and Difficulties Questionnaire (SDQ). Questo è l’unico questionario che riguarda lo stato psicologico dei bambini. Prevede che i genitori valutino i propri figli in base a 25 argomenti del tipo: “è rispettoso degli altri?” su una scala d 1 a 3 (non vero, parzialmente vero, assolutamente vero) oppure “è spesso infelice, solitario e triste”.

Si può facilmente capire che questi questionari hanno un senso solo se siamo certi che chi vi si sottopone sia realmente interessato a dire la verità. Ma in questo caso si può lecitamente dubitare che i rappresentanti di una minoranza sessuale, motivati a legittimare anche da un punto di vista politico e legale il loro tipo di famiglia, possano fornire delle risposte realmente obiettive.

Da un punto di vista metodologico, l’abbinamento di un CAMPIONE DI COMODO con questionari di AUTOVALUTAZIONE fa perdere a una ricerca di psicologia sociale qualsiasi credibilità. Infatti in tutti i test i genitori omosessuali hanno fatto registrare punteggi migliori di quelli di sesso diverso.

. Questi ultimi infatti, non avendo problemi di legittimazione, possono permettersi di rispondere in modo più sincero.

Infine lo studio ha riguardato genitori di bambini da 3 a 11 anni. Anche prendendo per buoni i risultati di questo studio, rimane aperta la vera questione che riguarda come nel tempo l’assenza di un padre o una madre e la non conoscenza di una parte delle loro origini biologiche, influenzerà la psiche di questi bambini.

Le conclusioni dello studio sono del tutto speculative e poco attinenti con i risultati dello studio. Anche senza tenere conto degli evidenti problemi metodologici infatti, questo tipo di ricerca al massimo può dare una indicazione sul livello di adattamento dei bambini, ma nulla di più.

E’ sconcertante che ancora oggi questo tipo di studi, passi indenne da un processo di peer review e venga pubblicato con conclusioni così azzardate, ma nel settore della psicologia sociale, dove l’ideologia ed il conformismo dominano, il rigore scientifico e l’integrità professionale sembrano oramai merce rara.

di Frank Gordon

 

 

 

 

 

LE BUGIE DI P. MARTIN

Padre James Martin mente al mondo cattolico. Non solo mente sull’insegnamento della Chiesa, sostenuto nelle sue bugie da diversi potenti ecclesiastici, ma mente anche sull’intera scena gay.
Mente presentandola come semplicemente diversa rispetto alla normale vita vissuta nell’eterosessualità e nel matrimonio e così via.
Si dà molto da fare per far sembrare l’intera scena gay naturale e normale, e in questo modo, mente dall’inizio alla fine. Oltretutto tradisce ogni singolo cattolico che lotta con l’attrazione per persone dello stesso sesso e si sforza di vivere secondo gli insegnamenti di Cristo nella Santa Chiesa Cattolica.

Proclama anche la sporca bugia che una persona che sta lottando per portare questa croce non ha alcuna speranza di uscirne, che è nata così, che deve semplicemente abbracciare la sua santa vita gay.
Impossibile. Che sporco bugiardo! E la sporcizia delle sue bugie è ancora peggiore per il fatto che è un prete.

Ci sono così tante bugie, bugie che sono talmente distruttive per così tanti giovani che questo uomo deve essere fermato.
No. Nessuno nasce gay. Non esiste la benché minima evidenza scientifica che lo suggerisca. Di fatto c’è carenza di prove. Dopo aver setacciato ogni singolo cromosoma del genoma umano per quasi un decennio gli scienziati non sono riusciti a trovare nessun “gene gay”. E la ragione per cui non lo hanno trovato è perché non esiste. È una menzogna disgustosa propagandata da Martin e dai suoi sostenitori nel clero che alcuni bambini nel grembo delle madri siano già gay.
Ma devono portare avanti questa tesi nonostante la completa mancanza di qualsiasi sostegno perché dà a Martin una rampa per lanciare altri “missili bugiardi”: che essere gay sia una specie di dono di Dio.

Abbiamo sentito questo linguaggio ripetuto nel Sinodo straordinario sulla Famiglia del 2014 quando Mons. Bruno Forte, intorno al quale sono circolate diverse voci di omosessualità, ha introdotto nella relazione di medio termine che “gli omosessuali hanno certi doni e certe qualità” che saranno utili alla Chiesa. Quella era una menzogna e, quando Church Militant lo ha affrontato direttamente nella sala stampa Vaticana, ha fatto marcia indietro e sul momento ci ha riso su, con disagio,  consapevole di essere stato scoperto nella sua propaganda.

Martin ha raccolto il testimone e propaga questa sporca menzogna. La scena gay non è uguale al mondo eterosessuale, soltanto con oggetti di attrazione diversi .

E’ popolata da uomini immaturi, uomini autodistruttivi, uomini con il “daddy complex” (attrazione verso uomini più vecchi, ndt), che sono seriamente feriti sia psicologicamente che spiritualmente e che sono incoraggiati dal loro ambiente ad elaborare il loro dolore attraverso la pratica di un sesso illecito e peccaminoso. E la risolvono così. La promiscuità in quel mondo è sconvolgente.

Le patologie psicologiche presenti in quel mondo, manifestate ad esempio con la dipendenza da droghe e alcol, per non parlare di quella da sesso, supera di molto questi disagi nel cosiddetto mondo eterosessuale e la ricerca del sesso e la sua soddisfazione è il centro della scena gay.

Nonostante Martin e i suoi “compari” cerchino di far passare l’idea che i cosiddetti “LGBT cattolici” non dovrebbero essere identificati dai loro appetiti sessuali, lo stesso acronimo LGBT non riguarda altro che gli appetiti sessuali. Dopotutto cos’altro definisce “gay” se non un desiderio, frequentemente messo in atto, di avere incontri con persone dello stesso sesso. Che altro dovrebbe significare?
È un marchio di autoidentificazione. Quando viene sventolata la bandiera arcobaleno che altro significa se non “ho un’attrazione sessuale per persone del mio stesso sesso”?
Rivestire questa realtà con altre pretese questioni come i diritti civili e altro, non può coprire la realtà di base che, nella sua essenza, l’intera realtà gay ruota intorno a incontri con persone dello stesso sesso. Punto.
Martin mente a questo proposito, cercando di dipingere il mondo gay come qualcosa di diverso rispetto a questa realtà, quando in realtà è tutta orientata al sesso: desiderio sessuale, appetiti sessuali, sfoghi sessuali…

La Chiesa non ha, e non ha mai avuto un problema con le persone che sono caste di fronte alle loro tentazioni sessuali, che siano eterosessuali o omosessuali.
Al contrario, queste persone vengono presentate come esempio di virtù perché portano la loro Croce.

Se siete cattolici che lottano per condurre una vita fedele di fronte a queste tentazioni, non ascoltate le bugie di questo prete spiritualmente distruttivo che mente sulla Chiesa, sulla vita gay e sul dolore che sta alla base dello stile di vita gay.
Martin non accetterà mai il confronto pubblico con qualcuno che gli chiede conto delle sue bugie. Sa che le sue bugie sarebbero completamente smascherate sotto la luce abbagliante della verità.

Siccome non ci saranno molti pastori che verranno a difendervi (spregevole peccato di omissione che pagheranno caro nella vita eterna) allora devono farlo i laici.

Questi uomini hanno cospirato per consentire che il sacerdozio venisse preso in mano da uomini psicologicamente disturbati con attrazione omosessuale, che spesso l’hanno messa in pratica e che vogliono cambiare qualunque cosa serva loro cambiare affinché la Chiesa “benedica” la loro malattia.

Di voi non gli importa nulla. Gli importa di loro stessi. Martin è il loro uomo-immagine ma non è l’unico bugiardo. Gli è possibile stare su un palcoscenico dopo l’altro perché molti altri bugiardi occupano l’ufficio di vescovo. Mentono sia commettendo che omettendo. In ogni caso, mentono.
Sono bugiardi che dicono bugie il cui padre è il diavolo, il padre della menzogna. Non ascoltateli. Sfidateli. Opponetevi a loro perché cercano di elaborare i loro problemi psicologici sulle spalle di anime tribolate che cercano di rimanere fedeli.
Che Dio vi benedica.
Michael Voris

Tradotto da Gian Spagnoletti

Trascrizione del video originale: The Vortex – Fr. Martin Lies


L’ideologia del Genere avanza nella Scuola: nel silenzio generale, le case editrici si adeguano

Alessandro Benigni

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E’ dell’Aprile 2015 la notizia (recepita dalla pagina della vicepresidente del Senato, senatrice Valeria Fedeli) del disegno di legge n. 1680, per l’introduzione dell’educazione di generee della prospettiva di genere nelle scuole e nelle università. “Integrare l’offerta formativa dei curricoli scolastici, di ogni ordine e grado, – si legge – con l’insegnamento a carattere interdisciplinare dell’educazione di genere come materia, e agendo anche con l’aggiornamento dei libri di testo e dei materiali didattici, vuol dire intervenire direttamente sulle conoscenze utili e innovative per una moderna e civile crescita educativa, culturale e sentimentale di ragazze e ragazzi, per consentire loro di vivere dei princìpi di eguaglianza, pari opportunità e piena cittadinanza nella realtà contemporanea“.

Non ero per nulla stupito.
Ma da allora, cosa è cambiato?

 

Ormai il Re è nudo: speriamo che sia solo questione di tempo. Dietro la paccottiglia sbrodolante delle “pari opportunità”, dietro la volontà di eliminare “stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla impropria identità costretta in ruoli già definiti delle persone in base al sesso di appartenenza” (cito testualmente), ci sta la solita, subdola, e psicotica preteeiasa di negare l’evidenza: uomini e donne non sono uguali ed è perfettamente naturale e ragionevole che si inseriscano nella realtà culturale ed economico-produttiva della società in modalità diverse. Nemmeno si è posto il problema di un dibattito per stabilire i confini tra stereotipo e archetipo: cosa che peraltro è già stata fatta – egregiamente – dal comico Harald Eia (siamo nel 2010) con un breve documentario (il famoso video del “paradosso norvegese“) che smonta senza pietà la teoria gender.

Come? Basandosi sull’evidenza, logico: uomini e donne sono diversi, fanno cose diverse perché – essendo psicologicamente, emotivamente, fisicamente diversi, appunto – sono naturalmente portati ad eccellere in campi differenti.

Secondo i propinatori delle teorie del genere (ma non fa ridere che facciano di tutto per applicare queste teorie e poi si affrettino a negare che esista la teoria stessa?), l’obiettivo sarebbe quello di superare gli ostacoli che limitano, di fatto, la piena e autonoma soggettività. Si guardano bene però dal prendere anche minimamente in considerazione come – di fatto – questi nobili principi vengono ad essere declinati nella realtà.

Non è bastato, anche questa è un’evidenza, il reportage di Harald Eia che si è preso la briga di andare ad intervistare gli “scienziati” del Nordic Gender Institute per cercare di capire il “paradosso norvegese” e cioè come mai, dopo dieci anni di politiche e lotte per la parità di genere, in Norvegia fosse emerso, come illustrato dai dati governativi, che le differenze fra uomini e donne fossero più marcate rispetto al passato (ad esempio, il 90 per cento delle infermiere norvegesi sono donne e il 90 degli ingegneri uomini, etc.). No.

Non è bastato che perfino Michel Onfray, pur appoggiando i diritti LGBT e il femminismo, abbia criticato l’insegnamento della teoria gender nelle scuole, sostenendo che sottragga spazio all’insegnamento della filosofia, della lingua e della matematica. Come abbiamo ricordato, infatti, in un articolo del marzo 2014 Onfray ha scritto della «popolare e fumosa teoria del genere (…) della filosofa Judith Butler, che non nasconde l’appartenenza del suo pensiero alla linea decostruttivista» e ha poi riassunto la sua critica in un intervento radiofonico sostenendo che l’essere umano non è solo cultura, ma anche natura. E in seguito alle polemiche, Onfray ha aggiunto anche che la teoria del genere, voluta nelle scuole dal ministro Najat Vallaud-Belkacem, a suo avviso è «pericolosa» e «totalitaria», portando, come esempio dei danni, il caso di David Reimer e l’uso fattone dal dott. John Money (il guru della Gender theory) per dimostrare le sue teorie.

Nemmeno questo è bastato. Tant’è vero che anche le case editrici si aggiornano, e alla svelta, adeguandosi al pensiero unico. E quello che lascia più attoniti è che a sottomettersi (e a sottomettere) al pensiero unico sono proprio quelle materie che più delle altre dovrebbero porsi al servizio dello spirito critico: la Filosofia e la Psicologia.

Un esempio?

Questo è un manuale scolastico (biennio scuola superiore) che mi propongono in adozione per l’anno prossimo:

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Materia: Psicologia, per i Servizi Socio-Sanitari.

Come in ogni manuale di questa tipologia, ad un certo punto si parla di Famiglia (pag. 38):

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Cito: “Un caso a sé è poi rappresentato dalle coppie omosessuali, che negli ultimi anni sono state legalmente riconosciute nella maggioranza dei paesi europei, mentre in Italia non godono ancora di alcun diritto“.

E di seguito, immancabile, lo spot:

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Come chiunque può notare, la madre è scomparsa. E va bene così: il bambino è comunque sorridente bello e felice insieme ai suoi due (?) “papà”.

Che dire?

Cominciamo come sempre con l’analisi del testo (ricordo che si tratta di un testo per la scuola dell’obbligo):

1) Si dà per scontato che “siccome la maggioranza dei paesi europei ha deciso x”, allora ne consegue che x sia da perseguire anche in Italia. Così fan tutti, e via. La morale d’accatto.

2) “In Italia le coppie omosessuali non godono di alcun diritto”. A parte che questo è – come abbiamo mostrato più volte, palesemente falso, non si capisce a quali diritti da conquistare – per il bene comune – si stia facendo riferimento. Forse all’adozione di minori in coppie dello stesso sesso, in modo che siano brutalmente deprivati di padre e/o di madre?

Troppo tardi: quando insegnanti e studenti avranno terminato il paragrafo, il messaggio subliminale avrà già sortito il suo effetto e saranno già tutti perfettamente concordi nel gridare allo scanmaxresdefaultdalo: “Che cosa si aspetta a concedere anche qui gli stessi diritti alle persone con orientamento omosessuale!?” E’ la tecnica della rana bollita, cui più volte ci siamo richiamati. E via: tutti ad annuire. Una leccatina all’indice, voltare pagina. E avanti. Che si debba discutere del valore incommensurabile della differenza, neanche a parlarne. Che ci si fermi ad evidenziare come la differenza sessuale sia costitutiva della persona umana e quindi non solo la definisca in modo essenziale, ma abbia un inestimabile valore formativo, no, per carità. Non se ne deve parlare. Soprattutto, non si deve riflettere. Diceva bene Tony Anatrella: “Non si tratta qui di una valutazione religiosa, bensì di una constatazione antropologica che fa sì che l’uomo e la donna, in quanto persone, condividano l’appartenenza a una comune umanità, pur essendo ognuno rappresentante di un universo che gli è proprio. L’uomo e la donna non sono sufficienti e fini a se stessi; si trovano infatti in uno stato di carenza, hanno bisogno l’uno dell’altra per accedere al senso dell’alterità sessuale, poiché l’altro è sempre l’altro sesso” (Cfr. Tony Anatrella, La teoria del genere e l’origine dell’omosessualità, Edizioni San Paolo, 2012, pag. 47).

 

Qual è la relazione tra gender e la questione dei diritti nelle coppie dello stesso sesso, già implicitamente e senza lacuna discussione elevate allo status di “famiglie”? Parliamo delle cosiddette “famiglie omogenitoriali“, una lampante contraddizione in termini: “omogenitoriale” è l’ennesimo neologismo assurdo, un termine che non trova corrispondenza nella realtà: sbagliato dal punto di vista ontologico, logico e semantico (in gr. omoios / ghénos sono due contrari. L’“omo-genitorialità” è una pura invenzione: nessuno è figlio di due madri. Nessuno è figlio di due padri. Si tratta di un’invenzione che ha il solo scopo di accontentare le pretese degli omosessuali danneggiando però i bambini che nelle “famiglie” “omo-genitoriali” vengono sistematicamente deprivati del loro diritto di avere un padre e una madre. Tutto questo per accontentare gli adulti. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, avendo a che fare con la neo lingua capita sempre più spesso dii trovarsi dinanzi un monstrum (nel senso latino del termine) come la parola omo-genitorialità. Questa parola, nata non si sa dove e non si sa quando, pretenderebbe di identificare una coppia di omo-sessuali che è anche genitrice. Quando si coniano tali neologismi sarebbe opportuno usare alla lingua italiana la cortesia di non creare ossimori tanto evidenti quanto grotteschi. E’ bene ribadirlo. Chissà che qualcuno alla fine non rinsavisca dalla psicosi sociale, oggi diffusissima. “Genitore”, deriva dal latino genitōre (m), deriv. di genĭtus, part. pass. di gignĕre ‘generare’. Il genitore è, quindi, colui che genera o che ha generato: asserire che una coppia di donne o di uomini possano generare (anche in senso figurato) un figlio non è forse una contraddizione in termini?

Bene, ora torniamo a noi. Qual è – dicevamo – la relazione tra gender e la questione dei diritti nelle coppie dello stesso sesso? Il concetto è semplice e paradossale al tempo stessoNoi sappiamo che non è così, ma se è vero che maschile e femminile sono solo costrutti sociali, che il genere non è correlato al sesso biologico, ne consegue logicamente la possibilità di matrimonio per persone dello stesso sesso e conseguente adozione di bambini. Da qui tutto è (già, si badi bene) consentito: dalla stepichild adoption alla fabbricazione e compravendita di esseri umani tramite utero in affitto, ai “diciotto genitori” (e più, perché no?) che secondo la lucidissima Giuseppina La Delfa (presidente della “Famiglie” arcobaleno, una di quelle che si sgola per proclamare che la teoria gender non esiste, detto per inciso) posso tranquillamente svolgere il ruolo di padre e madre e consentire comunque un equilibrato sviluppo del bambino.

Noi sappiamo – per evidenza, per logica e per scienza – che questo non è vero (vedi qui, per esempio), ma tant’è: il pensiero unico induce a credere l’impossibile. E l’impossibile, creduto, diventa reale: è il principio della psicosi, la quale come tutti sanno ha origine nella negazione del principio di evidenza naturale.

Il passaggio è diretto: se maschi e femmine sono solo costrutti culturali, ciò significa che il ruolo materno non è necessariamente legato ad una madre-donna e che nemmeno quello paterno è legato ad un padre-uomo. Al contrario, si pretende che i padri-uomini possano svolgere il ruolo di madre e le madri quello di padri e così via, un un miscuglio nel quale è difficile già da ora districarsi. Il tutto, chiaramente, in violazione dei principi fondamentali del corretto ragionamento umano (i famosi principi aristotelici di identità, di non-contraddizione e del terzo escluso). Ma una prima, incontrovertibile evidenza, è che la differenza tra uomo e donna precede qualsiasi sovrastruttura culturale: la cultura è fatta da uomini e donne, non viceversa. Assumere ipoteticamente il contrario e – quel che è peggio – pretendere che sia davvero il contrario, dà luogo ad una catena considerevole di assurdità.

Uomini e donne sono realmente, fisicamente, psicologicamente differenti. Questa è la normalità. Affermare il contrario significa pensare l’impensabile, ovvero che “A” sia uguale a “non-A”. Ne deriva direttamente che una coppia dello stesso sesso è strutturalmente diversa da una coppia dove invece i sessi sono diversi, come natura richiede al fine della procreazione (e ne deriva che una coppia dello stesso sesso è inadatta, di conseguenza, alla crescita di un bambino): equiparare astrattamente realtà diverse è una pretesa illogica, oltre che immorale e concretamente impossibile. Uomini e donne sono diversi, quindi una coppia uomo-donna è diversa da una coppia omosessuale, etc. La coppia naturale maschio-femmina (M+F) è strutturalmente diversa da ogni altra modalità associativa omo-sessuale, cioè dello stesso-sesso (M+M), (F+F). In base al primo dei principi della Logica (principio di non-contraddizione): “A è uguale a non-A” è falsa. Dunque l’uguaglianza di sessi diversi (intendo qui l’uguaglianza di uomini e donne) è un assurdo, anche solo a livello astratto: figuriamoci in concreto. Allo stesso modo una coppia omosessuale – per definizione: dello stesso sesso – è ontologicamente diversa da una coppia di uomo e donna – per definizione, di sesso diverso.

Ed inutile è cercare di spiegare in tutti i modi che differenziare non equivale logicamente a discriminare. Ogni sforzo sembra inutile.

aaaaaaaaaaaaaaaaDel resto, banalmente: se è vero che possono esserci bambini “con due mamme” e che è meglio “avere due (?) mamme invece che una sola”, allora perché non si può raccontare e quindi richiedere che ci siano anche bambini “con tre mamme”? O quattro? Cinque non sarebbe meglio, a rigor di logica? E così via. Se è vero questo assurdo costrutto – nient’altro che un postulato della teoria gender – se è vero che “due papà sono meglio di uno” e di conseguenza “tre sono meglio di due” allora “centoventi papà sono meglio di centodiciannove”. No? Per questa strada – che è quella suggerita da Giuseppina la Delfa, la quale sosteneva che anche diciotto genitori vanno bene – si arriva velocemente all’annullamento del ruolo, del significato e dell’identità stessa del concetto di “padre” e “madre”. Quanto vale un padre (o una madre) se ogni individuo può averne un numero indefinito?

 

Detto questo, torniamo ancora una volta all’immagine e alla frase riportata dal libro di testo. Daccapo: la madre, dov’è? In quali paragrafi, in quali capitoli, in quali saggi si è dimostrato che la madre è inutile? O che del padre possiamo farne tranquillamente a meno?

Immagino già la risposta (un ennesimo slogan preconfezionato pronto all’uso): “E allora, tutti gli orfani?” Come a dire: dato che alcuni bambini sono orfani e sono cresciuti nonostante la gravissima perdita e lo stato oggettivo di de-privazione allora ne consegue che possiamo deprivare anche tutti gli altri. Logico, no? Siamo evidentemente fuori da un orizzonte ragionevole di discussione. Proviamo comunque qualche osservazione. Prima di tutto, seguendo questa “logica” gender, ci sarebbe da chiedersi com’è possibile che se padre e madre sono “ininfluenti”, “inutili nell’allevare un bambino”, e “i bambino hanno solo bisogno d’affetto”, allo stesso tempo “avere due papà è meglio che uno”: se non contano niente, la somma di due niente è sempre niente. Sarebbe più coerente abolire le figure genitoriali, no? D’altra parte se non importa che siano entrambi (padre e madre) ma basta uno dei due perchè dell’altro si può fare a meno, si dovrebbe poi spiegare quale dei due, e perchè. E’ chiaro infatti che se nelle coppie omosessuali le madri non contano e nelle coppie lesbiche si può fare a meno dei padri se ne deduce logicamente che nessun genitore è utile al bambino. Ma allora che senso ha voler giustificare la cosiddetta “omogenitorialità”? E perché gli adulti in coppie dello stesso sesso insistono ad auto-proclamarsi buoni genitori, se poi sostengono di fatto che i genitori non servono?

Detto per inciso, ricordiamo che è già stato smontato pezzo per pezzo l’argomento dell’orfanotrofio. Basta leggere come si fa.

Ora, di fronte alla pervicacia con cui si tenta, da più parti, di farci credere che “la scienza dimostra che non ci sono danni per i bambini che crescono in coppie dello stesso sesso” (altro slogan-prefabbricato che si smonta con un briciolo di epistemologia), c’è qualcuno che in Italia ancora resiste. Per esempio Francesco Paravati, presidente della Società Italiana di Pediatria Ospedaliera (SIPO), ha spiegato che: «Quello che c’è di scientifico oggi dimostra che il bambino cresce confuso nell’identità perché perde i punti di riferimento, sia nelle “famiglie” monoparentali che nelle unioni omosessuali. Il problema a carico del bambino è una difficoltà ad interloquire con punti di riferimento chiari». Se non fosse sufficiente, c’è un’ampia letteratura in merito, e ci sono studi con campioni significativi che dovrebbero far riflettere. Ma non è nemmeno questo il punto.

Quello che più addolora, in tutta questa (mancata) discussione, è che la dignità ed il bene dei bambini vengano così brutalmente ignorati o al massimo considerati con una superficialità che lascia attoniti. Il punto di vista adottato è sempre e solo adultocentrico. Come si può ignorare il fatto che esiste una differenza abissale tra il sopravvivere ad un evento traumatico (la deprivazione o la perdita di uno o di entrambi i genitori) e il vivere pienamente la condizione di figlio? Come si può dire: “tanto il bambino sopravviverà, quindi che faccia pure a meno della madre o del padre, l’importante è che due o più adulti facciano come desiderano”? Perché di questo si tratta: ai bambini non viene solo negata la figura genitoriale di padre e/o di madre, ma la stessa condizione di figlio. Ciascuno è infatti figlio di un padre e di una madre. Se un bambino viene volontariamente deprivato di una delle due figure genitoriali ne consegue automaticamente che non potrà mai essere e sentirsi figlio in senso compiuto: il genitore mancante potrà infatti essere fantasticato solo passando per la consapevolezza che gli è stato tolto, di proposito, dagli adulti che si prendono cura di lui e che dicono – a parole – di amarlo. Si guardi – ancora una volta – alla foto qui sopra: come mai la madre non c’è? Come si può seriamente sostenere di amare un bambino e nel contempo privarlo della madre o del padre? Di sua madre e di suo padre, per inciso, visto che tra genitori e figli si instaura in origine un rapporto di co-appartenenza? Per questo – e per altri motivi – ho parlato infatti di pedofobia(o paidofobia, per evitare incresciose assonanze: sai com’è, di questi tempi si deve prestare attenzione).

Detto questo: come mai nel libro di testo non compare il benché minimo accenno ad una discussione sul tema? Come si è visto, si dà la notizia (falsa) della mancanza dei diritti e si pone non un argomento ma un’immagine (molto più forte e seduttiva per un giovane lettore, certo…) che rappresenta una “famiglia” (?) felice con due uomini e un bambino. Cos’è, vietato far ragionare l’alunno sul fatto che il desiderio delle coppie omosessuali di essere padri (in due) o madri (in due) viene oggi confuso con un presunto e assoluto diritto alla paternità o alla maternità? Il fatto è che oggi qualsiasi pretesa di discussione su questo tema viene tacciata a priori di oscurantismo, qualsiasi riflessione in senso opposto è considerata una forma di discriminazione, di omofobia, e così il desiderio individuale diventa diritto e gli interessi economici che stanno dietro la fabbrica dei bambini fanno il resto. Alla fine, in molti crederanno che tutto questo sia una conquista, mentre si tratta solo di una vittoria della legge del mercato: alcuni fabbricano bambini, altri li comperano. Un affare che verrà scambiato per progresso. Una pseudo-logica che abbiamo già evidenziato, nella sua temibile capacità di far presa sull’emotività del lettore o dell’interlocutore, senza godere al contempo del benché minimo fondamento logico e/o morale.
E viene insegnato a Scuola, nel silenzio generale.

Ed è anche questo a dispiacere: che proprio nella Scuola si vada perdendo il valore educativo della differenza. Con il solo scopo di distruggere – a fini ideologici (fondamentalmente figli nel relativismo e del nichilismo) e commerciali – la struttura strutturante che è la famiglia naturale, composta da uomo e donna. “Crescere con una madre e con un padre, quando è possibile, – ci spiega Domenico Simeone, psicologo, psicoterapeuta e professore associato di Pedagogia generale presso l’Università degli Studi di Macerata – significa conoscere il valore educativo della differenza, significa inscrivere la parentalità in una rapporto che chiama in causa la corporeità, significa sperimentare una rete relazionale costruita sul riconoscimento dell’alterità”. La differenza di genere tra padre e madre e tra genitore e figlio costituisce l’elemento fondamentale per imparare ad essere se stessi, per individuarsi, quindi per relazionarsi con l’altro-da-sé, quindi per amare.Trovarsi in una famiglia vera, crescere sotto la guida di un padre e di una madre consente al bambino di interiorizzare in base ad una esperienza intima e diretta cosa vuol dire essere uomo e donna e, quindi, definire nel tempo una solida identità maschile o femminile. Pretendere di negare questo dato evidente significa accettare implicitamente la logica destrutturante dell’unisex: la logica del piano liscio del mercato, senza differenze, che fa dell’uomo un soggetto-oggetto di consumo. E’ perfino ovvio che due adulti dello stesso sesso non possono fornire questa esperienza di base, quindi il bambino sarà gravato da un compito psichico aggiuntivo, al quale si aggiunge il danno della possibile psicosi, sempre pendente: “Quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“. (Italo Carta – Ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano).

 

E dovrebbe essere altrettanto chiaro che ai bambini adottati la società deve fornire condizioni ideali di crescita, non esporli ad altri pericolosi fattori di rischio. Eh sì, p074207487-286fcd7e-31b0-48d1-92f4-a120961870c9erché la retorica che sgocciola dalle teorie del genere non si fa scrupoli nemmeno nell’adottare gli pseudo-argomenti dei bambini orfani. “Diverse migliaia di bambini sono in attesa di adozione ed è meglio per loro essere adottati da una coppia omosessuale che restare in un orfanotrofio”. Logico, vero? Sembrerebbe di sì, visto che qualche giudice “illuminato” ha già pensato di sentenziare in tal senso.

Quello che sembra di poter dire è che nel nostro paese, di fatto, un dibattito rigoroso su questo tema è del tutto mancato o si è limitato, nella migliore delle ipotesi, ad una serie di spot mediaticiche si limitano a far presa sulla parte emotiva del pubblico, senza mai riuscire ad indurre un’autentica riflessione sugli effetti, sulle drammatiche conseguenze di queste presunte “teorie” del gender. Così, sulla scorta di un’impressione vaga e superficiale, acriticamente inculcata ed appresa dalle masse, si tende a negare che esista una differenza fra maschile e femminile (contro l’evidenza, peraltro supportata da innumerevoli analisi scientifiche), a sostenere che sia indifferente essere maschio o femmina e che sia dunque indifferente che una coppia con bambini sia formata da un uomo e una donna oppure da due donne o da due uomini. O tre, tanto per dire. Oramai – e siamo sempre a livello di slogan pubblicitari –  “Love is love“: l’importante è amarsi. Lo stesso dicasi per il rapporto tra genitori (ma si può ancora parlare di “genitori“? anche questo per me sarebbe materia di discussione: se viene infatti cancellata la madre, anche il padre non è più tale, e viceversa) e figli: Love is love. E via, fine di ogni problema. L’amore pialla tutto, sistema tutto, elimina ogni difficoltà. Il mondo delle favole, insomma. Anzi no, nemmeno quello, visto che l’attività globale di decostruzione e smantellamento degli “stereotipi” (daccapo: stereotipi o modelli, cioè “archetipi“? ci sarebbe da dire tanto in merito, eppure…) ormai stravolge anche il mondo delle storie per bambini (come ho già segnalato in questo link). Si dimentica così che maschile e femminile, ben lungi dall’essere astrazioni umane, sono non solo caratteristiche evidenti ed irriducibili dell’essere umano in quanto tale, ma anche necessari per la definizione stessa della condizione umana, che a prescindere da questa realtà binaria e complementare sfugge completamente da ogni logica e ad ogni ontologia possibile. L’accettazione dell’evidenza (mi riferisco alla realtà e alla complementarietà i due sessi) è vincolante e decisiva per tutti, a partire dal fine di salvaguardare quel famoso principio di evidenza naturale scartato il quale si cade irrimediabilmente nella psicosi, non solo personale, ma anche collettiva, socialmente condivisa.
Per questo, oltre che per altri motivi, in una società sana e rispettosa di tutti, “il matrimonio non è per tutti” ed è giusto e comprensibile che lo Stato tuteli con attenzione la famiglia naturale, composta da maschio e femmina, come luogo privilegiato della nascita e della crescita dei futuri cittadini. I bambini hanno diritto ad un padre e a una madre, ad una famiglia vera. Ripetiamolo.
Daccapo: si deve fare attenzione a non mescolare acriticamente il piano dei diritti presunti con quello dei diritti reali, a partire dal diritto di ognuno ad avere un padre e una madre. Un conto è parlare (giustamente) del riconoscimento di alcuni diritti giuridici degli omosessuali, se e là dove mancanti, un altro conto è invece sostenere acriticamente il diritto ad avere figli (come se esistesse, realmente, un diritto diritto di questo tipo: nessuno ha diritto a un figlio, perché i diritti si hanno sulle cose, non sulle persone ed i bambini sono casomai soggetti e non oggetto di diritto altrui).
SPAZIOBIANCO

 


Aggiornamenti, testimonianze e documentazione

 

Ricco ed esaustivo video in cui si spiega che cos’è la “Teoria” o “Ideologia Gender” e – dal minuto 4 e 30 secondi – presentata documentazione oggettiva di come la “Teoria” o “Ideologia Gender” stia entrando nelle scuole.

Si veda il documento “Scuola e Genere: percorsi di crescita“, patrocinato da Comune di Siena

Link per scaricare il pdf: http://www.provincia.siena.it/var/prov/storage/original/application/7d1e5db19a7f93411164d86b5dc383a4.pdf

 

Da Sentinelle in Piedi, sezione di Arezzo:

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Commento:

La fluidità di genere è la capacità di assumere in modo consapevole e libero uno o più degli infiniti numeri di genere, per il tempo che vogliamo e con qualsiasi ritmo di cambiamento. La fluidità di genere non conosce limiti o regole di genere“. Questo si legge, come vedete nella foto, a pagina 52 di “Gender Outlaw: On Men, Women, and the Rest of Us”, celebre libro del 1994 di Kate Bornstein. La tipa su Wikipedia è descritta come “gender theorist”: a noi vien da credere che una “gender theorist” produca “teoria gender” (per altro è essa stessa che definisce la sua una “theory of gender”, a pag. 58 dello stesso libro) e che pertanto questa stessa “teoria gender” esista. Ma conveniamo con chi ci ritiene visionari: la teoria gender prodotta dalla gender theorist che la chiama teoria gender non esiste. Ma come possiamo fare a contestare le deliranti affermazioni della Bornstein? Quale termine dobbiamo usare per chiamarle, se quello che lei stessa impiega non esiste? E come possiamo fare a non parlare di un punto di vista largamente discusso e condiviso, se è vero che questo volume, pubblicato da Routledge, su Google Scholar risulta citato in ben 1.113 contributi scientifici successivi (chi sa cosa significa sa che si tratta di un ranking accademico semplicemente straordinario)? Attendiamo risposte e, nel frattempo, lasciateci continuare – anche per banali esigenze di sintesi – a ripetere che la teoria gender, o almeno *questa* teoria gender, quella che vedete variamente riespressa ovunque, esiste.

 

 

Da un altro manuale per le Scuole Superiori:

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“ancora oggi non esiste una spiegazione scientifica che giustifichi l’attrazione tra sessi opposti”
Commento di Valerio Corazza: “Adesso è la natura a necessitare di spiegazione scientifica per essere giustificata”.

Non credo servano ulteriori commenti.

 

Da un altro manuale, questa volta di Biologia:

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Oltre che ideologica, è pure una pretesa che si fonda su fallacia evidente (variazione dell’argomento fantoccio: il caso limite), che consiste in una generalizzazione indebita e conseguente pretesa di elevazione a legge universale di ciò che è invece eccezione (o vera e propria malattia psichica). Basta guardarsi intorno e contare quanti sono gli individui in cui sesso e genere interiorizzato non coincidono.
È forse normale per un uomo sentirsi donna e viceversa?

 

SPAZIOBIANCO

La “tesi dell’ininfluenza”: “… ma a te, cosa cambia?”

 

Spesso ci si sente chiedere per quali motivi si è contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che si tratta di accettare il riconoscimento di una forma in più di matrimonio possibile e non di eliminare o modificare il matrimonio tra persone normali.
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Considerazioni.
“Se la casa del mio vicino va a fuoco, è saggio preoccuparsi per la propria”: in una società le scelte dei singoli ricadono inevitabilmente sull’intero gruppo sociale. Certamente il “matrimonio omosessuale” non comporta danni diretti a chi ne contesta la legittimità. Il problema è di ordine generale e di protezione di tutta la società da un danno oggettivo che riguarda tutti i cittadini, a partire dai più deboli e indifesi: i bambini. Non si dovrebbe infatti mai dimenticare che il matrimonio comporta per diritto la possibilità di adozione e che il diritto del bambino è (dovrebbe essere) sempre prioritario rispetto ai desideri degli adulti. In una coppia di persone dello stesso sesso il bambino si vedrebbe crudelmente ed ingiustificatamente deprivato del padre e/o della madre: per questo motivo il matrimonio non può essere concesso a chiunque lo richieda. Un consapevole atteggiamento etico impone di valutare le azioni morali (proprie e del prossimo) in base alla loro validità universale: che ne sarebbe se questo principio (matrimonio per tutti e negazione dei diritti dei bambini) venisse applicato universalmente? Ovvero: “Se si facesse così per tutti, avremmo un mondo migliore o peggiore?” E’ questa la domanda che ci fa capire se un’azione è giusta o sbagliata dal punto di vista morale. Se ci si deve necessariamente impegnare per il cambiamento (verso il meglio!) delle leggi e della società in ci si vive, ne consegue che l’indifferenza verso ciò che accade fuori di noi non è un atteggiamento etico accettabile. Ecco perché la questione del “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo gli omosessuali).
A volte si sente questo tipo di replica: “Il matrimonio omosessuale riguarda centinaia di migliaia di adulti e bambini. Per esempio: i Francesi sono favorevoli al matrimonio omosessuale. Altri paesi l’hanno già autorizzato. Perché restare indietro?
Questa è veramente una logica pazzesca. Dal fatto che gli altri paesi europei, fosse anche il mondo intero, abbiano preso una certa direzione (politica) non consegue affatto che tale scelta sia buona di per sé e porti automaticamente dei vantaggi. La storia delle nazioni, europee ed extraeuropee, è stracolma di scelte sbagliate. L’autorizzazione del matrimonio omosessuale non è di per sé, fino a prova contraria, un segnale di progresso, civile o morale, di una nazione. Il concetto è semplice: si devono concedere diritti a qualsivoglia desiderio, solo per il fatto che viene espresso da un certo numero di persone? Basterà autorizzare il maggior numero di cose vietate negli altri paesi per essere al primo posto delle nazioni?
Casomai, prima bisogna dimostrare con una solida argomentazione che le persone hanno diritto a sposarsi, quindi che il matrimonio è sempre a prescindere possibile (quindi poligamia, incesto, etc. compresi) e poi mostrare che è interesse generale della nazione correre in testa alla corsa per concedere diritti in base ai desideri delle persone.
Inoltre, dal punto di vista sociale si dovrà tener presente che a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20). E spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figurati se mancheranno i falsi gay. Già in Australia si verificano i primi casi (com’è logico che sia). Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perchè trattasi solo di coppie etero: non è discriminazione, è biologia. Parliamo di soldi pubblici, tasse mie e vostre, ogni contribuente ha diritto di voto sul loro impiego. La questione riguarda tutti. Come notava Filippo Savarese, “Annacquare e alterare il matrimonio significa manomettere l’intero sistema di protezione e promozione della famiglia”. Inoltre, “smettere di riconoscere nell’unione tra uomo e donna il paradigma dell’intera esperienza umana è il sintomo di una depressione culturale gravemente autolesionista, che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle scelte di vita delle persone, dei loro affetti e dei loro sentimenti”.
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Alessandro Benigni

Perché il “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo i diretti interessati?

 

Nelle riflessioni che seguono viene portata ad evidenza l’insostenibilità della tesi secondo la quale il cosiddetto “matrimonio gay” dà diritti in più a tutti, senza toglierne a nessuno. 

 

 

 


 

 

 

“Ma a te … cosa cambia?” 

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Spesso ci si sente chiedere per quali motivi si è contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che si tratta di accettare il riconoscimento di una forma in più di matrimonio possibile e non di eliminare o modificare il matrimonio tra persone normali.
Considerazioni.
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“Se la casa del mio vicino va a fuoco, è saggio preoccuparsi per la propria”: in una società le scelte dei singoli ricadono inevitabilmente sull’intero gruppo sociale. Certamente il “matrimonio omosessuale” non comporta danni diretti a chi ne contesta la legittimità. Il problema è di ordine generale e di protezione di tutta la società da un danno oggettivo che riguarda tutti i cittadini, a partire dai più deboli e indifesi: i bambini. Non si dovrebbe infatti mai dimenticare che il matrimonio comporta per diritto la possibilità di adozione e che il diritto del bambino è (dovrebbe essere) sempre prioritario rispetto ai desideri degli adulti. In una coppia di persone dello stesso sesso il bambino si vedrebbe crudelmente ed ingiustificatamente deprivato del padre e/o della madre: per questo motivo il matrimonio non può essere concesso a chiunque lo richieda. Un consapevole atteggiamento etico impone di valutare le azioni morali (proprie e del prossimo) in base alla loro validità universale: che ne sarebbe se questo principio (matrimonio per tutti e negazione dei diritti dei bambini) venisse applicato universalmente? Ovvero: “Se si facesse così per tutti, avremmo un mondo migliore o peggiore?” E’ questa la domanda che ci fa capire se un’azione è giusta o sbagliata dal punto di vista morale. Se ci si deve necessariamente impegnare per il cambiamento (verso il meglio!) delle leggi e della società in ci si vive, ne consegue che l’indifferenza verso ciò che accade fuori di noi non è un atteggiamento etico accettabile. Ecco perché la questione del “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo gli omosessuali).
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A volte si sente questo tipo di replica: “Il matrimonio omosessuale riguarda centinaia di migliaia di adulti e bambini. Per esempio: i Francesi sono favorevoli al matrimonio omosessuale. Altri paesi l’hanno già autorizzato. Perché restare indietro?
Questa è veramente una logica pazzesca. Dal fatto che gli altri paesi europei, fosse anche il mondo intero, abbiano preso una certa direzione (politica) non consegue affatto che tale scelta sia buona di per sé e porti automaticamente dei vantaggi. La storia delle nazioni, europee ed extraeuropee, è stracolma di scelte sbagliate. L’autorizzazione del matrimonio omosessuale non è di per sé, fino a prova contraria, un segnale di progresso, civile o morale, di una nazione. Il concetto è semplice: si devono concedere diritti a qualsivoglia desiderio, solo per il fatto che viene espresso da un certo numero di persone? Basterà autorizzare il maggior numero di cose vietate negli altri paesi per essere al primo posto delle nazioni?
Casomai, prima bisogna dimostrare con una solida argomentazione che le persone hanno diritto a sposarsi, quindi che il matrimonio è sempre a prescindere possibile (quindi poligamia, incesto, etc. compresi) e poi mostrare che è interesse generale della nazione correre in testa alla corsa per concedere diritti in base ai desideri delle persone.
Inoltre, dal punto di vista sociale si dovrà tener presente che a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20). E spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figurati se mancheranno i falsi gay. Già in Australia si verificano i primi casi (com’è logico che sia). Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perchè trattasi solo di coppie etero: non è discriminazione, è biologia. Parliamo di soldi pubblici, tasse mie e vostre, ogni contribuente ha diritto di voto sul loro impiego. La questione riguarda tutti. Come notava Filippo Savarese, “Annacquare e alterare il matrimonio significa manomettere l’intero sistema di protezione e promozione della famiglia”. Inoltre, “smettere di riconoscere nell’unione tra uomo e donna il paradigma dell’intera esperienza umana è il sintomo di una depressione culturale gravemente autolesionista, che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle scelte di vita delle persone, dei loro affetti e dei loro sentimenti”.
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Perché normalizzare il non-normale?

 

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A chi giova il dissolvimento del concetto di normalità?

 

Alessandro Benigni

 

 

Abbiamo visto più volte e da prospettive diverse come la fabbrica del consenso di cui l’Impero dispone e con cui dispone preveda l’adozione dell’ingegneria sociale come mezzo di manipolazione e controllo mentale. Con risultati sorprendenti. Da anni, per esempio, è stato instillato – con il metodo dei piccoli passi, alla maniera della “Finestra di Overton”, una viscerale antipatia (tanto irrazionale quanto dannosa), per il concetto di “norma” e “normale”. Tanto che oggigiorno “normale” è per lo più inteso come aggettivo squalificante. La “norma” viene vista come la causa dell’esclusione (di ogni esclusione possibile) e quindi, in un mondo in cui tutti hanno il terrore (indotto) di essere esclusi (chissà da cosa, poi?), “norma” e “normale” sono diventati anatemi da combattere in ogni modo. La norma, infatti, tenderebbe per sua natura ad assorbire – dopo aver tracciato appunto una linea dell’esclusione più o meno rigorosa – tutto ciò che ad essa sembra opporsi. E a nessuno, proprio nessuno, piace essere escluso. Quindi? Quindi aboliamo la norma, semplice. Di questo, ci hanno convinto. Ed è stato relativamente facile. Ma a ben vedere anche la trasgressione, in fondo, non è nient’altro che la riconferma della Regola, del bisogno di una Norma che tracci e difenda i confini, quindi un’ulteriore messa in evidenza del limite che questa sancisce. In altre parole, “Norma” e “devianza dalla norma” sono concetti complementari, speculari. La devianza, oltre a scuotere e far tremare per un istante la struttura normativa, finisce poi inevitabilmente per rientrare in quel suo circuito che le dà origine e, allo stesso tempo, si mostra persino funzionale a questa struttura nel suo complesso. In sociologia, ha fatto scuola l’analisi di Emile Durkheim, che credo per primo ha sottolineato l’universalità sociale e l’imprescindibilità della norma, dandone una connotazione fortemente positiva – per ogni tipo di società. Nella sua analisi il trasgredire alle norme è daccapo un fatto del tutto normale: dovunque esistano regole, norme, prescrizioni, si verificano inevitabilmente violazioni più o meno gravi. In altre parole: dall’ambito della norma – normalità e della sua relazione dialettica con la trasgressione, non si esce: “Ora, non v’è società conosciuta in cui, sotto varie forme, non si osservi una maggiore o minore criminalità. Non v’è popolo in cui non si violi quotidianamente la morale. Perciò dobbiamo dire che il delitto è necessario, che non può non esistere, che le condizioni fondamentali dell’organizzazione sociale, quali si conoscono, lo implicano logicamente, e quindi che è normale. (…) Ciò che è condizione indispensabile della vita non può non essere utile (…). Infatti, abbiamo dimostrato come il delitto possa servire, ma solamente se è condannato e represso. (…) Il suicidio è dunque un elemento della loro [delle epoche] normale costituzione ed anche, molto probabilmente, di ogni costituzione sociale”. (E. Durkheim, Il suicidio, pp. 428-429). Orbene, se la norma e la normalità sono inevitabili, all’Impero non resta che mutarne il significato e rendere il concetto di norma tanto liquido da poter essere adattato allo sviluppo dei propri scopi e della conquista del Potere. A partire dalla svolta epistemologica verificatasi intorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso e che fa leva su alcuni cardini di principio ritenuti oggi imprescindibili (come per esempio: la valorizzazione del soggetto, a prescindere dai “valori” di cui è portatore) siamo pervenuti ad un ripensamento radicale del concetto di diversità. Così, dal Don Bosco che sceglieva di donare la sua vita ai giovani e in particolare agli emarginati, ai ragazzi che i meccanismi dell’esclusione sociale destinavano sin dal XVII secolo al “grande internamento”, come definisce Foucault l’operazione di chiusura delle personalità “difficili” nei molti luoghi della correzione istituzionale, siamo come d’incanto passati all’accettazione alla giustificazione delle distorsioni più evidenti e alla contemporanea patologizzazione della normalità. Questo è stato possibile insistendo con un martellamento mediatico senza precedenti solo sugli effetti negativi di una patologizzazione della condizione di devianza e marginalità che storicamente aveva condotto a legittimare tutte le pratiche, anche pedagogiche, di repressione, controllo sociale. Ma così facendo, siamo giunti ad una “normalizzazione” di segno opposto. La categoria del “diverso”, in passato sanzionata dalla predisposizione del trattamento repressivo-correttivo nonché da una codificazione linguistica minuziosa che etichetta i “tipi” di diversità: lo svantaggiato, l’incorreggibile, l’asociale, il criminale, il folle e così via, è oggi a tal punto valorizzata da far pensare che i veri “diversi” siano i “normali”. E’ così che – nel gioco dialettico delle opposizioni binarie come “reale” e “falso”, “normale” e “anormale”, la tattica dell’Impero ha permesso di svuotare di significato sia il concetto di normale che quello di a-normale, sia quello di sano che di malato, così come l’ultima versione del DSM mostra chiaramente. Le opposizioni binarie sono passate nelle mani sapienti degli ingegneri sociali, a servizio dell’Impero, che sono riusciti col tempo a rendere socialmente condivisa una generale stigmatizzazione sia delle fonti di informazioni “non conformi” (leggi “fake news”) e soprattutto di idee non conformi (leggi pro life, pro family, etc.) − ristrutturando linguisticamente la realtà del consenso come territorio concettuale nel quale ogni persona pensante, scrivente o parlante di fuori dal mainstream è considerato come una sorta di “deviante”, o di “estremista”, o qualsiasi altra forma di reietto sociale. Siamo insomma al punto di svolta: la normalità è fabbricata linguisticamente da chi controlla i media e lo stesso vale per l’opposto dialettico di a-normale.

Scrivevano infatti Noam Chomsky ed Edward Herman in “La fabbrica del consenso”:

“Non sarà sfuggito a nessuno che il postulato democratico afferma che i media sono indipendenti, determinati a scoprire la verità e a farla conoscere ; e non che essi passano la maggior parte del tempo a dare l’immagine di un mondo tale che i potenti desiderano che noi ci rappresentiamo, che sono in una posizione d’imporre la trama dei discorsi, di decidere ciò che il buon popolo ha il diritto di vedere, di sentire o di pensare, e di “gestire” l’opinione a colpi di campagne di propaganda”.

Come cerco di spiegare nella riflessione qui di seguito, lo stesso procedimento è stato adottato dalla Psichiatria mondialista, a servizio dell’Impero, come la quinta edizione del DSM mostra chiaramente.

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E’ impressionante la velocità con cui questa specie di morsa a tenaglia si stringe sul mondo occidentale, nel disinteresse quasi totale.

Da una parte si normalizza ogni devianza (e c’è già chi ipotizza che nel prossimo DSM la pedofilia verrà completamente sdoganata: già alcune recenti conferenze si sono mosse in questa direzione, arrivando ad affermare che non si può dire con certezza che la pedofilia provochi dei danni misurabili nei bambinimentre dall’altra si patologizza la normalità.

Due esempi:

Il primo è l’ oppositional defiant disorder” or ODD. Così definito nel DSM IV (ma ildiscorso vale anche per l’ultima edizione del manuale), questo curioso disordine mentale consisterebbe in un “atteggiamento continuo di ostilità, disobbedienza e comportamento ribelle”, e i sintomi includono per l’appunto ribellione, negatività, contestazione dell’autorità, ed essere polemici.
Non ci vuole un genio per intravedere che cosa si nasconde dietro questa nuova lingua universale e dogmatica che è lo psichiatrese: un globale silenziatore per ogni pensiero divergente, per ogni dissidenza, per ogni critica all’ideologia dominante che è espressione del potere.

Il secondo: con il DMS-5, anche la comune sofferenza umana viene considerata una specie di malattia mentale. L’APA fa meraviglie!

Allen Frances (il direttore della squadra che ha messo a punto il DSM-4) ha sentenziato in merito: «Il mio miglior consiglio ai clinici, alla stampa ed al pubblico in generale è: siate scettici e non seguite ciecamente il DSM-5 lungo una direzione che porterà facilmente ad un eccesso di diagnosi e ad un dannoso eccesso di somministrazione di farmaci».  Quello che allarma in modo particolare Frances, e non certo solo lui, è il fatto che il DSM-5 renda patologici delle normali sofferenze umane. Il 7 gennaio 2013, nel suo articolo Ultimo appello al DSM-5: proteggete la sofferenza dalle grinfie dell’industria farmaceutica, Frances scrive : «Far diventare la sofferenza umana una malattia mentale sarà *la manna* per l’industria farmaceutica ed una carneficina per chi soffre. È una decisione autodistruttiva per lo stesso DSM-5 ed inoltre mina la credibilità dell’APA. La Psichiatria non dovrebbe disconoscere la normalità».
Dobbiamo fare un passoindietro per mettere bene a fuoco la questione: nel DSM-4, alla cui redazione Frances ha contribuito più di tutti, c’era la cosiddetta «esclusione del lutto» che stabiliva la non diagnosi di disturbo psichiatrico di depressione nel caso di sofferenza per la perdita di persona amata, anche se accompagnata da sintomi di depressione. Prima del DSM-5, l’APA aveva riconosciuto che avere dei sintomi di depressione nel soffrire la perdita di una persona amata fosse una cosa normale e non una malattia. Prossimamente, una normale sofferenza umana accompagnata da sintomi riconducibili alla depressione porterà invece alla diagnosi di depressione.
La partita è chiusa; i difensori della normalità – preoccupati anche della perdita di credibilità dell’APA – hanno perso. I promotori della diffusione malattia mentale, gli psichiatri neocons, hanno vinto.
Ma non è finita qui. Il DSM-5 inventa di sana pianta nuove malattie mentali. Si pensi per esempio a questa nuova diagnosi di malattia mentale messa a punto specificamente per i bambini, siglata DMDD, disruptive mood dysregulation disorder, in italiano: disturbo da cattiva regolazione di uno stato d’animo esplosivo. Ci si riferisce qui agli scoppi di collera tipici nei neonati e nei bambini; Frances tira questa conclusione sul DMDD : «trasforma il fare i capricci tipici del bambino in una malattia mentale».

A questo punto non guasta un breve riepilogo della storia del DSM.

Il primo DSM è del in 1952 ed elenca 106 disturbi (inizialmente indicati come «reazioni»). Il DSM-2 viene pubblicato nel 1968, il numero dei disturbi passa da 106 a 182.
Sia il primo DSM che il DSM-2 includevano l’omosessualità fra le malattie mentali. Negli anni ’70, in concomitanza con l’aumentare del significato del DSM cresce l’attivismo del mondo gay. Ne deriva che il tema psichiatrico-politico più noto e visibile diviene l’eliminazione dell’omosessualità dalle malattie mentali. Gli attivisti gay manifestano durante le riunioni dell’APA, che sul tema si divide ferocemente.
Così, mentre da una parte nel DSM-3 l’omosessualità viene eliminata dalle patologie, dall’altra il loro numero cresce e passa da 182 a 265. In particolare, grazie all’aggiunta di molte diagnosi che riguardano i bambini e che diventeranno rapidamente molto popolari. Una fra tutte l’ODD od oppositional defiant disorder [disturbo oppositivo provocatorio].
Il DSM-4 esce nel 1984 ed elenca 297 disturbi ed oltre 400 tipi di diagnosi di specifiche malattie mentali. Nel numero del febbraio 1997 di Harper’s, L.J. Davis scrive una recensione del DSM-4 intitolat: «L’Enciclopedia dell’infermità mentale: un manuale di psichiatria elenca una pazzia per ognuno di noi» nella quale scrive che il DSM-4 «è lungo 886 pagine e pesa, nell’edizione paperback, poco meno di 1,5 kg. Se indossato in battaglia e posto sopra al cuore, potrebbe probabilmente fermare una pallottola calibro militare .50 sparata da 1500 metri. [cioè un tiro mortale di un cecchino]».
Ma per Allen Frances, il DSM-5 non è un’occasione per farsi due risate. Infatti ci ricorda che: «Le nuove diagnosi in psichiatria sono più pericolose dei nuovi farmaciperché è da esse che dipende se milioni di persone assumeranno o meno i farmaci; tra l’altro di regola dopo visite sommarie o da parte di non specialisti. Benché l’APA sostenga che il DSM-5 non espanda sostanzialmente il numero totale delle malattie mentali, è sufficiente un’unica modifica del DSM-5 (quella che elimina l’esclusione della diagnosi di depressione nel caso di lutto), per creare milioni di malati di depressione inesistenti.

Che cosa dovremmo pensare del fatto che tra le “nuove” malattie mentali sono comprese: l’arroganza, il narcisismo, la creatività al di sopra della norma, il cinismo e il comportamento anti-sociale, che in passato venivano considerati semplicemente “tratti delle personalità”?

A chi giova la creazione dal nulla di nuove patologie? Nessuno vede, dietro l’angolo, i grandi sorrisi delle Lobby farmaceutiche?

Normalizzare la devianza e patologizzare la normalità significa rendere tutti bisognosi di cure. La devianza infatti non potrà mai essere completamente normalizzata, se non fosse altro per un principio statistico, e la normalità non verrà più ad essere difesa dall’evidenza: chi si troverà a protestare, infatti, sarà considerato automaticamente bisognoso di cure (in base alla diagnosi di “oppositional defiant disorder“).

Non si può evitare un collegamento logico con quanto sta avvenendo anche in Italia, con l’introduzione dello psicoreato di “omofobia“. Pseudo-reato, ricordiamolo ancora una volta, che è logicamente e giuridicamente assurdo. La fobia, quella vera, è infatti una malattia psichiatrica: abbiamo sindromi fobiche (fobia da situazione, fobia da esseri viventi fobia da oggetti, fobie ossessive). Ma da quando una malattia può diventare reato? In realtà questo neologismo assurdo – “omo-fobia” – sembra confezionato apposta per tappare la bocca a chi vuole difendere la famiglia naturale e i diritti dei bambini. Ma l’omofobia non è l’equivalente logico del dissenso e se la patologia, quella vera, è tale allora va curata e non può invece essere definita “omofoba” (quindi malata) una persona solo perché non condivide che i bambini vengano privati del loro diritto naturale di avere un padre e una madre.

 

 

 

 


 

 

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OPSSSSS! UN ALTRO STUDIO SUI GENITORI DELLO STESSO SESSO SMASCHERATO.

La telenovela dei trent’anni di studi sui bambini cresciuti nelle famiglie dello stesso secondo la quale non ci sono differenze con quelli cresciuti in famiglie “tradizionali” non finisce mai di stupire. Dopo che numerosi psicologi ed esperti di psicologia sociale hanno messo in evidenza i numerosi e gravi limiti metodologici di queste ricerche, adesso si scopre anche dei clamorosi errori nel rilevamento dei dati che ne inficerebbero completamente il risultato. E’ il caso ad es. dello studio “A Population-Based Comparison of Female and Male Same-Sex Parent and DifferentSex Parent Households. Henny M. W. Bos, Lisette Kuyper, Nanette K. Gartrell” Pubblicato su Family Process nel 2017. Secondo Donald P. Sullins, sociologo e statistico della Catholic University of America, i questionari utilizzati per la ricerca sarebbero soggetti ad un certa quantità di errori. Gli intervistati infatti possono marcare la casella sbagliata o premere il tasto sbagliato della tastiera proprio nella classificazione del sesso del proprio partner. E’ stato infatti riscontrato che ad es. nel censimento della popolazione statunitense circa il 40% di coppie dello stesso sesso erano state classificate come coppie di sesso diverso. Poichè le coppie dello stesso sesso sono meno dell’1% della popolazione, anche un piccolo errore di classificazione può comportare una grave inaccuratezza con conseguenze rilevanti sui risultati degli studi. Nel caso della ricerca in questione, effettuata in Olanda con intervista guidata su PC, il rilevamento del genere di appartenenza avveniva premendo il tasto “1” o “2” sulla tastiera, procedura che è soggetta a numerosi errori. Diverse incongruenze suggeriscono infatti che ci siano stati gravi errori di classificazione. Ad es. nello studio il 52% del campione è costituito da coppie di maschi, mentre questa tipologia “familiare” rappresenta solo il 14% delle coppie dello stesso sesso con prole secondo i rilevamenti del servizio statistico dei Paesi Bassi. Sempre secondo le statistiche olandesi le coppie dello stesso sesso con figli conviventi rappresentano lo 0,28% delle coppie con prole, mentre nello studio di Bos et al. risultano tre volte più numerose. Basandosi su queste improbabili disparità riscontrate, viene stimato che circa il 65% del campione di controllo utilizzato potrebbe essere stato costituito da coppie in cui è stata sbagliata la classificazione. Sebbene si tratta di problemi ben noti in questo tipo di statistiche, gli autori non hanno fornito alcun elemento che possa assicurare che il campione utilizzato sia veramente rappresentativo rendendo assi discutibile il risultato del proprio report.
Ma non è l’unico caso finito sotto la lente di ingrandimento di Sullins. Anche in un analogo studio americano (“Family Structure and Child Health: Does the Sex Composition of Parents Matter?” pubblicato nel 2017 su demography) sono stati riscontrati i medesimi problemi.

Bibliografia
Black, D., Gates, G., Sanders, S., & Taylor, L. (2007). The measurement of same-sex unmarried partner couples in the 2000 U.S. Census (Working Paper Series No. CCPR-023-07). Los Angeles: California Center for Population Research. Retrieved from
Sullins, D. P. (2017). Sample Errors Call Into Question Conclusions Regarding Same-Sex Married Parents: A Comment on’A Population-Based Comparison of Female and Male Same-Sex Parent and Different-Sex Parent Households.’Henny MW Bos, Lisette Kuyper, Nanette K. Gartrell, Family Process (2017).
Sullins, D. P. (2017). Sample Errors Call Into Question Conclusions Regarding Same-Sex Married Parents: A Comment on “Family Structure and Child Health: Does the Sex Composition of Parents Matter?”. Demography, 54(6), 2375-2383.