La “tesi dell’ininfluenza”: “… ma a te, cosa cambia?”

 

Spesso ci si sente chiedere per quali motivi si è contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che si tratta di accettare il riconoscimento di una forma in più di matrimonio possibile e non di eliminare o modificare il matrimonio tra persone normali.
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Considerazioni.
“Se la casa del mio vicino va a fuoco, è saggio preoccuparsi per la propria”: in una società le scelte dei singoli ricadono inevitabilmente sull’intero gruppo sociale. Certamente il “matrimonio omosessuale” non comporta danni diretti a chi ne contesta la legittimità. Il problema è di ordine generale e di protezione di tutta la società da un danno oggettivo che riguarda tutti i cittadini, a partire dai più deboli e indifesi: i bambini. Non si dovrebbe infatti mai dimenticare che il matrimonio comporta per diritto la possibilità di adozione e che il diritto del bambino è (dovrebbe essere) sempre prioritario rispetto ai desideri degli adulti. In una coppia di persone dello stesso sesso il bambino si vedrebbe crudelmente ed ingiustificatamente deprivato del padre e/o della madre: per questo motivo il matrimonio non può essere concesso a chiunque lo richieda. Un consapevole atteggiamento etico impone di valutare le azioni morali (proprie e del prossimo) in base alla loro validità universale: che ne sarebbe se questo principio (matrimonio per tutti e negazione dei diritti dei bambini) venisse applicato universalmente? Ovvero: “Se si facesse così per tutti, avremmo un mondo migliore o peggiore?” E’ questa la domanda che ci fa capire se un’azione è giusta o sbagliata dal punto di vista morale. Se ci si deve necessariamente impegnare per il cambiamento (verso il meglio!) delle leggi e della società in ci si vive, ne consegue che l’indifferenza verso ciò che accade fuori di noi non è un atteggiamento etico accettabile. Ecco perché la questione del “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo gli omosessuali).
A volte si sente questo tipo di replica: “Il matrimonio omosessuale riguarda centinaia di migliaia di adulti e bambini. Per esempio: i Francesi sono favorevoli al matrimonio omosessuale. Altri paesi l’hanno già autorizzato. Perché restare indietro?
Questa è veramente una logica pazzesca. Dal fatto che gli altri paesi europei, fosse anche il mondo intero, abbiano preso una certa direzione (politica) non consegue affatto che tale scelta sia buona di per sé e porti automaticamente dei vantaggi. La storia delle nazioni, europee ed extraeuropee, è stracolma di scelte sbagliate. L’autorizzazione del matrimonio omosessuale non è di per sé, fino a prova contraria, un segnale di progresso, civile o morale, di una nazione. Il concetto è semplice: si devono concedere diritti a qualsivoglia desiderio, solo per il fatto che viene espresso da un certo numero di persone? Basterà autorizzare il maggior numero di cose vietate negli altri paesi per essere al primo posto delle nazioni?
Casomai, prima bisogna dimostrare con una solida argomentazione che le persone hanno diritto a sposarsi, quindi che il matrimonio è sempre a prescindere possibile (quindi poligamia, incesto, etc. compresi) e poi mostrare che è interesse generale della nazione correre in testa alla corsa per concedere diritti in base ai desideri delle persone.
Inoltre, dal punto di vista sociale si dovrà tener presente che a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20). E spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figurati se mancheranno i falsi gay. Già in Australia si verificano i primi casi (com’è logico che sia). Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perchè trattasi solo di coppie etero: non è discriminazione, è biologia. Parliamo di soldi pubblici, tasse mie e vostre, ogni contribuente ha diritto di voto sul loro impiego. La questione riguarda tutti. Come notava Filippo Savarese, “Annacquare e alterare il matrimonio significa manomettere l’intero sistema di protezione e promozione della famiglia”. Inoltre, “smettere di riconoscere nell’unione tra uomo e donna il paradigma dell’intera esperienza umana è il sintomo di una depressione culturale gravemente autolesionista, che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle scelte di vita delle persone, dei loro affetti e dei loro sentimenti”.
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Alessandro Benigni
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Perché il “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo i diretti interessati?

 

Nelle riflessioni che seguono viene portata ad evidenza l’insostenibilità della tesi secondo la quale il cosiddetto “matrimonio gay” dà diritti in più a tutti, senza toglierne a nessuno. 

 

 

 


 

 

 

“Ma a te … cosa cambia?” 

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Spesso ci si sente chiedere per quali motivi si è contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che si tratta di accettare il riconoscimento di una forma in più di matrimonio possibile e non di eliminare o modificare il matrimonio tra persone normali.
Considerazioni.
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“Se la casa del mio vicino va a fuoco, è saggio preoccuparsi per la propria”: in una società le scelte dei singoli ricadono inevitabilmente sull’intero gruppo sociale. Certamente il “matrimonio omosessuale” non comporta danni diretti a chi ne contesta la legittimità. Il problema è di ordine generale e di protezione di tutta la società da un danno oggettivo che riguarda tutti i cittadini, a partire dai più deboli e indifesi: i bambini. Non si dovrebbe infatti mai dimenticare che il matrimonio comporta per diritto la possibilità di adozione e che il diritto del bambino è (dovrebbe essere) sempre prioritario rispetto ai desideri degli adulti. In una coppia di persone dello stesso sesso il bambino si vedrebbe crudelmente ed ingiustificatamente deprivato del padre e/o della madre: per questo motivo il matrimonio non può essere concesso a chiunque lo richieda. Un consapevole atteggiamento etico impone di valutare le azioni morali (proprie e del prossimo) in base alla loro validità universale: che ne sarebbe se questo principio (matrimonio per tutti e negazione dei diritti dei bambini) venisse applicato universalmente? Ovvero: “Se si facesse così per tutti, avremmo un mondo migliore o peggiore?” E’ questa la domanda che ci fa capire se un’azione è giusta o sbagliata dal punto di vista morale. Se ci si deve necessariamente impegnare per il cambiamento (verso il meglio!) delle leggi e della società in ci si vive, ne consegue che l’indifferenza verso ciò che accade fuori di noi non è un atteggiamento etico accettabile. Ecco perché la questione del “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo gli omosessuali).
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A volte si sente questo tipo di replica: “Il matrimonio omosessuale riguarda centinaia di migliaia di adulti e bambini. Per esempio: i Francesi sono favorevoli al matrimonio omosessuale. Altri paesi l’hanno già autorizzato. Perché restare indietro?
Questa è veramente una logica pazzesca. Dal fatto che gli altri paesi europei, fosse anche il mondo intero, abbiano preso una certa direzione (politica) non consegue affatto che tale scelta sia buona di per sé e porti automaticamente dei vantaggi. La storia delle nazioni, europee ed extraeuropee, è stracolma di scelte sbagliate. L’autorizzazione del matrimonio omosessuale non è di per sé, fino a prova contraria, un segnale di progresso, civile o morale, di una nazione. Il concetto è semplice: si devono concedere diritti a qualsivoglia desiderio, solo per il fatto che viene espresso da un certo numero di persone? Basterà autorizzare il maggior numero di cose vietate negli altri paesi per essere al primo posto delle nazioni?
Casomai, prima bisogna dimostrare con una solida argomentazione che le persone hanno diritto a sposarsi, quindi che il matrimonio è sempre a prescindere possibile (quindi poligamia, incesto, etc. compresi) e poi mostrare che è interesse generale della nazione correre in testa alla corsa per concedere diritti in base ai desideri delle persone.
Inoltre, dal punto di vista sociale si dovrà tener presente che a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20). E spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figurati se mancheranno i falsi gay. Già in Australia si verificano i primi casi (com’è logico che sia). Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perchè trattasi solo di coppie etero: non è discriminazione, è biologia. Parliamo di soldi pubblici, tasse mie e vostre, ogni contribuente ha diritto di voto sul loro impiego. La questione riguarda tutti. Come notava Filippo Savarese, “Annacquare e alterare il matrimonio significa manomettere l’intero sistema di protezione e promozione della famiglia”. Inoltre, “smettere di riconoscere nell’unione tra uomo e donna il paradigma dell’intera esperienza umana è il sintomo di una depressione culturale gravemente autolesionista, che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle scelte di vita delle persone, dei loro affetti e dei loro sentimenti”.
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La bufala dell’estensione dei diritti

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Uno dei “leitmotiv” dominanti nella propaganda pro matrimonio “same-sex”[1] consiste nell’affermare che si tratterebbe di un’estensione di un diritto e non di togliere qualcosa a qualcuno.

Posta in questi termini, peraltro analoghi a quelli di un’altra diffusissima pseudo teoria, che io chiamo la “tesi dell’ininfluenza”[2], la questione sembrerebbe già risolta e parrebbero giustificate le accuse di omofobia, arretratezza culturale, bigottismo, etc. rivolte agli oppositori del matrimonio “per tutti”.

Peccato che a ben vedere la questione in questi termini non solo è mal posta, ma tradisce anche una precisa e consistente volontà di manipolare l’opinione pubblica, attraverso la diffusione di slogan ad alto impatto emotivo ma dallo scarso se non inesistente valore logico[3].

Logicamente, infatti, perché  si possa parlare in modo sensato di “estensione dei diritti” occorrerebbe che ci fossero effettivamente dei diritti da estendere, ovvero che qualcuno degli aventi diritto ne fosse effettivamente privato.  Ed è chiaro che non è questo il caso, in quanto il matrimonio “same sex” è vietato per tutti, non solo alle persone omosessuali[4]. In seconda battuta, è necessario che la natura stessa del diritto sia rispettata: occorre quindi che dalla estensione di un diritto al numero più ampio possibile di cittadini nessuno venga danneggiato o peggio privato di un suo diritto positivo già acquisito e socialmente riconosciuto o peggio ancora privato di un suo diritto naturale, in virtù del quale sono pensabili ed applicabili tutti gli altri diritti possibili[5]. Ed è chiaro che in questo caso estendere a tutti il diritto al matrimonio comporta la negazione di un diritto naturale già esistente: essendo infatti il matrimonio condizione indispensabile per accedere alla possibilità di adozione, diventa impossibile immaginare un matrimonio “same sex” che non leda il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre,  preferibilmente i propri genitori, e a non essere deprivato della figura paterna o di quella materna al solo scopo di accontentare le pretese di due adulti dello stesso sesso[6].

Detto questo, c’è da ribadire che nel divieto del matrimonio “same sex” non c’è alcuna discriminazione nei riguardi delle persone omosessuali: questo tipo di unione non può essere “matrimoniale” nemmeno per due eterosessuali che per i motivi più diversi volessero accedervi (magari sulla base di una interesse economico o di un legame affettivo, o altro). Questo ci porta a riflettere sulla “ratio” stessa dell’istituto matrimoniale, che consiste nel proteggere e riconoscere socialmente la “forma” generale dell’alleanza uomo-donna come unica in grado di procreare e di consentire in questo modo la prosecuzione della società tramite la generazione.
Da questo punto di vista il matrimonio appare non un diritto per pochi privilegiati, al quali tutti dovrebbero poter ambire senza alcuna discriminazione[7], ma piuttosto una forma di riconoscimento pubblico dalla quale derivano (o dovrebbero derivare) delle specifiche forme di protezione, di salvaguardia, di garanzia e di assistenza per i coniugi che si impegnano in questo patto pubblico e in questa sfida di preziosissimo ed imprescindibile valore sociale.
La contro-replica a questa definizione di matrimonio, basata sul concetto di “forma” generale dell’alleanza uomo-donna, l’unica in grado di procreare, consiste di solito nel far osservare che per gli sposi non esiste alcun obbligo di procreazione e d’altra parte l’istituto è previsto anche per chi figli non può averne (si pensi al caso di due ottantenni che intendono sposarsi, etc).

Questa obiezione è però molto debole.

Logicamente, infatti, il fatto che il matrimonio non obblighi alla procreazione non comporta che venga meno la funzione sociale per cui è stato istituito: quella di proteggere marito e moglie, come si è detto: i coniugi, tutti i coniugi, in quanto è dalla loro pubblica promessa che deriva la costituzione della cellula sociale più idonea (e più rispettosa) per la generazione di una vita umana: quella in cui la persona si vede iscritta fin dal concepimento in una relazione non fluida ma strutturata e strutturante, che vede presenti il padre e la madre, ovvero una famiglia completa. Il riconoscimento di questo vincolo ha quindi come oggetto – daccapo – la “forma generale” di quest’alleanza, in quanto forma universale maggiormente idonea per pretendere riconoscimento e protezioni socialmente condivise. Dunque non importa se qualche coppia di sposi decide di non avere figli, se non può averne per disfunzioni, sterilità, o per età avanzata. Il riconoscimento giuridico e sociale per uomo e donna che vogliono unirsi in quel patto viene infatti “a priori”, prima e non dopo la generazione di figli, in quanto da una parte ha lo scopo di rendere possibile, legittimare e proteggere la vita nascente fin dal concepimento, con il necessario rispetto per i coniugi e per quella libertà che l’atto generativo richiede, e dall’altra deve mettere i genitori nella condizione di operare una scelta del genere in modo non solo libero ma anche in qualche maniera protetto e socialmente garantito: proprio in quanto riconoscimento della validità di questa forma universale con cui un uomo si lega ad una donna l’istituto matrimoniale non può discriminare quelle coppie che – a priori o a posteriori, per i motivi più vari – non generano figli.
La logica dell’estensione dei diritti a fondamento della pretesa di matrimonio per tutti è quindi fallace e provoca non solo lo snaturamento della funzione sociale del matrimonio, ma conduce più o meno direttamente ad una serie di aporie irrisolvibili. Se infatti ammettessimo che la funzione sociale del matrimonio non è più quella di garantire l’alleanza speciale tra uomo e donna, l’unica in grado di procreare, nella forma universale di famiglia naturale, allora dovremmo fondare il matrimonio su altro.

Ma su cosa?
Forse sul un sentimento? Se fosse così, dovremmo allora estenderlo anche al di là dell’amore. Non meno alto è infatti il sentimento dell’amicizia. Ma possiamo concedere il matrimonio agli amici? Chi ha concesso il matrimonio “same sex” è stato poi costretto a farlo[8]. Poi dovremmo estenderlo ad ogni tipo di amore, sempre “per non discriminare”[9]. Perché, a questo punto, non potrebbero sposarsi adulti consenzienti legati da rapporti di parentela? Che ne so: padri e figlie, nonni e nipoti, fratelli, etc.? Anche questo si sta puntualmente verificando[10]. Oppure perché mai non concedere matrimoni poligamici o poliandrici, basati sul consenso? Se basta l’amore, chi mi dice che non posso amare donne già sposate, o uomini o donne insieme, in un numero indefinito (e indefinibile)? E con quali ragioni, una volta concesso il matrimonio poniamo a tre donne[11], tutte insieme, non dovremmo concedere loro l’adozione? Anche questo sembra un salto antropologico alle porte, là dove si è perso il senso della ragione e si è proceduto alla distruzione della famiglia naturale.

Potremmo andare avanti a lungo con esempi di questo tipo, ma non è evidentemente questo il punto. Il fatto è che una volta oscurato il senso originario ed evidente dell’istituto del matrimonio è molto, troppo facile parlare di diritti, pretendere che siano fatti i propri comodi, senza pensare alle conseguenze sociali che assurdità di questo genere comportano.

Speriamo che torni il tempo in cui tutti concordano sul verde delle foglie d’estate, prima che sia troppo tardi. Per tutti.

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Alessandro Benigni

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Note

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[1] Uso qui l’espressione di Nicla Vassallo, sulla cui posizione ho già espresso qualche critica: parte prima, parte seconda, parte terza.

[2] Ne avevo già accennato qui: La tesi dell’ininfluenza.

[3] Di questo ne abbiamo già discusso sulle pagine di Notizie Pro Vita: Gender, slogan, diritti e libertà, parte prima e parte seconda.

[4] Ne avevamo già accennato qui: Matrimonio omosex, perché no, senza discriminare; e qui: Il matrimonio non è per tutti.

[5] Segnalo, sulla questione del diritto naturale, l’ottima sintesi di Giovanni Stelli: Il diritto naturale: non se ne può fare a meno.

[6] Rimando, a questo proposito, ai seguenti articoli: Famiglia “omogenitoriale” (o “omoparentale”) da tutelare?; E’ omofobia difendere i diritti dei bambini?; I bambini hanno diritto ad una famiglia vera; Diritti (?) LGBT , diritti dei bambini e diritti umani.

[7] A questo proposito segnalo: Tonino Cantelmi, Differenziare non è discriminare; Bufale Gender, cap. 1: “Gli omosessuali sono discriminati perché non possono sposarsi”; L’unione tra un uomo e donna è un bene per la società; e L’importanza della discriminazione.

[8] In Australia, infatti, due amici si sono sposati. Suscitando l’ira del mondo Lgbt.

[9] Impressionante a questo proposito l’idea dell’on. Sibilia: legalizzare i matrimoni di gruppo e tra uomini e bestie. Purché consenzienti, dice lui.

[10] Lascia a bocca aperta la notizia che si sia già verificato.

[11] Per le donne, vedi qui; per gli uomini, qui.

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OGNI BAMBINO NON NATO E’ UN ESSERE UMANO DAL CONCEPIMENTO

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In Louisiana, lo Stato più prolife dell’unione, verrà discusso un emendamento costituzionale che afferma:

“Ogni bambino non nato è un essere umano dal momento del concepimento ed è quindi un soggetto giuridico in ordine al diritto alla vita del nascituro ed è titolare del diritto alla vita dal momento del concepimento”.

Fonte: http://theadvocate.com/news/12038775-123/legislation-seeks-to-define-life

CONVIVENZE

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Questo capitolo prende in esame le varie eventualità che possono presentarsi durante una convivenza e al momento della sua cessazione.

Che cosa è «la famiglia anagrafica»?
È un insieme di persone che sono legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela, o da vincoli affettivi, che convivono nella stessa casa e hanno la residenza nello stesso Comune.

• Da dove risulta la composizione della famiglia anagrafica?
Dal certificato di stato di famiglia rilasciato dall’ufficio dell’anagrafe.

• Che cosa si intende per «convivenza anagrafica»?
Un insieme di persone che normalmente coabitano per motivi che possono essere religiosi, di cura, di assistenza, militari, di studio, di pena o simili (es. conventi, case di cura, caserme, collegi, penitenziari), aventi dimora abituale nello stesso Comune.

• Se due persone decidono di convivere senza sposarsi, la loro situazione è disciplinata dalla legge?
No.

• Vi sono casi particolari in cui una coppia convivente ha gli stessi diritti di una coppia sposata?
Sì. Ha diritto di accesso ai Consultori familiari. In caso di maltrattamenti di un convivente nei confronti dell’altro si ha il reato di maltrattamenti in famiglia (vedere capitolo Violenza, maltrattamenti e abusi). Se uno dei conviventi sconta una pena detentiva, rispetto ai colloqui e ai permessi vale la regolamentazione prevista per le persone sposate.

• Convivere con qualcuno può influire sui rapporti con il coniuge da cui si è separati o divorziati?
Sì; pur essendo un rapporto dal quale non derivano diritti e doveri a livello giuridico, la convivenza può incidere sulla regolamentazione economica tra due coniugi separati o divorziati.
Ad esempio chi convive con una persona e percepisce un assegno di mantenimento può perdere questo diritto, se la persona con cui convive provvede al suo mantenimento.

• Quali sono i diritti di un convivente che collabora nell’impresa dell’altro?
Nessuno. È perciò opportuno premunirsi di un regolare contratto di società o di lavoro dipendente.

• Quando la convivenza termina, il convivente in stato di bisogno ha diritto ad un sostegno economico da parte dell’altro?
No, neanche se la convivenza è durata a lungo.

• Se dalla convivenza sono nati figli e questi sono ancora minorenni, come è regolato il loro affidamento e il loro mantenimento quando i genitori cessano di convivere?
L’affidamento all’uno o all’altro genitore è stabilito in base al criterio dell’interesse del minore, come per i figli legittimi in caso di separazione.
Se vi è disaccordo, l’affidamento è deciso dal Tribunale per i Minorenni. Anche dopo la cessazione della convivenza il genitore ha l’obbligo di mantenere e assistere il figlio che conviva con l’altro genitore.

• Quale dei conviventi ha diritto di restare nell’abitazione quando la convivenza cessa?
Il proprietario e l’intestatario del contratto d’affitto, salva ovviamente la possibilità di diverso accordo tra le parti. Tuttavia non è lecito «cacciare» l’altro convivente da casa: ogni contrasto dovrà essere risolto dal Giudice.

• E se i conviventi hanno figli?
Quando i genitori si lasciano, il genitore che ha l’affidamento di un figlio minorenne (o maggiorenne, ma non ancora autosufficiente) ha diritto di chiedere l’assegnazione della casa, anche se non è proprietario dell’immobile e anche se non è il titolare del contratto di locazione. Occorre rivolgersi al Tribunale per i minorenni per ottenere l’affidamento e al Tribunale ordinario per ottenere l’assegnazione della casa e gli altri provvedimenti economici.

• Se la convivenza cessa e il convivente titolare del contratto di locazione se ne va, l’altro convivente ha diritto a che il contratto sia intestato a suo nome?
Sì, se vi sono figli minori a lui affidati.

• Che cosa accade se uno dei conviventi muore?
Il convivente superstite non ha diritto all’eredità né alla pensione di riversibilità.

• Che cosa accade se uno dei conviventi muore e l’appartamento era di sua proprietà?
L’appartamento spetta agli eredi legittimi del defunto.
Il convivente superstite potrà continuare ad abitarlo soltanto se l’altro ne aveva disposto con testamento in suo favore.

• Che cosa accade se uno dei conviventi muore e la casa era in locazione?
Il convivente superstite ha diritto di subentrare nel contratto di locazione

• C’è qualche modo per tutelare il futuro della coppia convivente?
Si possono regolare, con scrittura privata, i diritti e i doveri reciproci, personali, economici e patrimoniali, prevedendo anche l’ipotesi di cessazione della convivenza. Ciascun convivente può anche lasciare beni in eredità all’altro, sempre nel rispetto delle quote che spettano agli eredi legittimi. Si può inoltre stipulare il contratto di locazione a nome di entrambi i conviventi.

Fonte: www.palazzochigi.it