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STUDI DI GENERE: ERA TUTTA UN’INVENZIONE

Se vent’anni fa avessi saputo che nella guerra ideologica su gender e sesso, la mia fazione avrebbe vinto in modo così schiacciante, ne sarei stato entusiasta. Al quel tempo passavo molte serate nei pub o alle cene a discutere di gender e di identità con altri specializzandi; o, in realtà, con chiunque mi avesse prestato ascolto – mia suocera, i miei parenti, o anche soltanto qualsiasi persona a caso abbastanza sfortunata da capitare in mia presenza. Insistevo su come il sesso non esistesse proprio. E lo sapevo, semplicemente lo sapevo. Perché io ero uno storico del gender (genere).

Era esattamente ciò che si doveva essere nei dipartimenti di storia del Nordamerica negli anni ’90. La storia del gender – e i gender studies (studi di genere) in generale nell’ambito accademico – faceva parte di una più ampia categoria di sotto-discipline incentrate sull’identità che stavano prendendo piede in campo umanistico. I dipartimenti di storia per tutto il continente subirono una mutazione. Quando la American Historical Association fece un’indagine su quali fossero i settori di specializzazione più frequentati nel 2007, e successivamente ancora nel 2015, il campo relativamente più studiato era storia delle donne e di genere. E questo era a pari merito con storia sociale, storia culturale, e storia della razza e della sessualità. Con ognuno di questi campi io condividevo la mia concezione del mondo, quella secondo cui ogni identità non sarebbe stata altro che una costruzione sociale. E che l’identità, in fin dei conti, non fosse altro che una questione di potere.

All’epoca erano ben pochi quelli in disaccordo con me. Quasi nessuno di coloro che non avessero subito l’influsso di tali teorie all’università, sarebbe riuscito a credere che il sesso fosse interamente una costruzione sociale, perché una tale concezione era contraria al buon senso. Ed è precisamente ciò che rende sorprendente la svolta culturale che su tale questione è avvenuta così rapidamente. Le persone ragionevoli potrebbero prontamente ammettere come alcune – se non molte – identità di genere siano socialmente costruite, ma questo vuol dire davvero che il sesso non conti nulla? Il genere si fonda solo sulla cultura? Sì, insisterei io. E allora avrei insistito anche di più. Nessuno è più sicuro di sé di uno studente specializzando con la sua preziosa breve esperienza di vita, e con una grande idea.

Ed ora la mia grande idea è ovunque. Essa emerge particolarmente nelle discussioni sui diritti dei transessuali, e sulle regole riguardanti gli atleti transessuali nello sport. Essa è inscritta in leggi che minacciano ripercussioni per tutti coloro che sostengono che il sesso costituisca una realtà biologica. Una tale affermazione, per molti attivisti, equivale ad un discorso d’odio (hate speech). Se uno assumesse la stessa posizione che assumevano tanti dei miei critici negli anni ’90 – quella secondo cui il genere sarebbe almeno in parte fondato sul sesso, e che ci siano in realtà due sessi (maschio e femmina), come i biologi hanno sempre saputo sin dagli albori della loro disciplina – gli ultra-progressisti gli contesterebbero di star negando l’identità delle persone transessuali, che sarebbe come auspicare un danno ontologico ad altri esseri umani.

Sono sicuro che non ci sia bisogno di stare spiegare ai lettori di Quillette tutte le modalità attraverso le quali la logica costruttivista ha pervaso la nostra cultura. Ma ciò che posso offrire è un mea culpa per il ruolo che ho avuto in tutto ciò, ed una critica dettagliata del perché mi sbagliavo allora, e perché i costruttivisti sociali radicali si sbagliano oggi. Un tempo io usavo gli stessi argomenti che loro usano oggi, e sono dunque consapevole di quanto si sbaglino.

Ho la mia tessera di piena adesione al costruttivismo sociale. Ho terminato il mio dottorato in storia di genere e pubblicato il mio primo libro sull’argomento, The Manly Modern: Masculinity in Postwar Canada[1], nel lontano 2007. Il titolo promette più di quanto mantiene; si tratta in realtà di cinque casi di studio di metà ventesimo secolo, tutti situati a Vancouver, dove ci fu un pubblico dibattito sugli aspetti “mascolini” della società. Gli esempi che portai riguardavano la cultura automobilistica, l’omicidio aggravato, un gruppo alpinistico, un terribile incidente su un luogo di lavoro (il cedimento di un ponte), ed una commissione regia sul trattamento di un gruppo di soldati veterani. Non scenderò nei dettagli, ma mi vergogno per alcuni dei contenuti, in particolar modo quelli riguardanti i due ultimi esempi.

Il libro non vinse alcun premio, ma sembra sia diventato uno di quei libri che gli studiosi occasionalmente citano ogniqualvolta vogliano scrivere riguardo alla storia della mascolinità. Guarda, diranno, qualcun altro ha già trattato l’argomento nel 2007, quel collega Canadese, Dummitt. (Google Scholar mi informa che a luglio 2019 era stato citato 112 volte. Non è molto, ma la storia del Canada è un settore ristretto ed il numero di citazioni è solitamente basso per chiunque). Attualmente la mascolinità, specie nella sua variante “tossica”, è un tema caldo. Ma al tempo, in Canda, di libri sulla mascolinità ce n’erano pochi, e così il mio ottenne la sua buona dose di attenzione.

Pubblicai anche un articolo derivato dalla mia tesi per la specializzazione, il quale probabilmente ebbe una diffusione più ampia rispetto ai miei lavori di ricerca. Si trattava di un articolo scherzoso dal titolo Finding a Place for Father: Selling the Barbecue in Postwar Canada[2], che indagava il legame tra gli uomini e l’uso del barbecue nel Canada degli anni ’40 e ’50. (Sì, è questo il genere di cose di cui si occupano gli accademici). Pubblicato per la prima volta nel 1998, è stato ripubblicato svariate volte all’interno di libri di testo per studenti dei corsi di laurea triennale. Un gran numero di giovani studenti universitari, ai loro primi studi sulla storia del Canada, è stato costretto a leggere quell’articolo per apprendere qualcosa riguardo alla storia di genere, e alla costruzione sociale del genere.

Il problema è che io mi sbagliavo. O, per essere un po’ più precisi, sostenevo in parte cose corrette. Ma poi, per il resto, avevo praticamente inventato.

A mia difesa, non ero il solo. Tutti inventavano, e lo fanno ancora. È così che funziona nell’ambito degli studi di genere. Ma non è un granché come difesa. Avrei dovuto avere più giudizio. In realtà, se dovessi psicanalizzarmi retrospettivamente, direi che all’epoca ne fossi ben cosciente. Ed è per proprio per questo che ero tanto rabbioso e risoluto su quanto credevo di sapere. Era per nascondere il fatto che, di base, non avevo prove per una parte delle cose che andavo dicendo. E così mi aggrappavo con forza ai miei argomenti, e stigmatizzavo i punti di vista alternativi. Intellettualmente parlando, non è una bella cosa. Ed è per questo che è così sconfortante vedere come le concezioni che difendevo con tanto fervore – e senza alcun fondamento – siano ora accettate da così tante persone nella società.

La mia metodologia funzionava come segue. Primo, puntualizzavo che, in quanto storico, ero a conoscenza

dell’esistenza di una notevole variabilità culturale e storica. Il genere non era stato mai definito allo stesso modo in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Si trattava, come scrivevo in The Manly Modern, «di un insieme di concetti e relazioni storicamente mutevoli che danno senso alle differenze tra uomini e donne». Come si poteva sostenere che l’essere uomo o donna fosse radicato nella biologia, se avevamo le prove di come esso cambiasse nel tempo? Ed in più insistevo su come «non ci siano fondamenti meta-storici della differenza sessuale radicati nella biologia, né in alcun’altra base concreta che esista a priori del suo essere compresa culturalmente».

Ed infine avevo i miei esempi preferiti, rielaborati in forma di concisi aneddoti che potevo usare a lezione o in conversazione – ad esempio Luigi XIV in quella che definivo la sua posa virile dei polpacci (Figura 1), che nel 1600 sarà pure stata considerata il vertice della mascolinità, ma che oggi sembra piuttosto effeminata. Oppure discutevo dell’azzurro e del rosa, riportando citazioni degli anni ’20 che dimostravano come la gente dicesse ai ragazzini di indossare il rosa, in quanto colore focoso e concreto, e alle ragazzine di indossare l’azzurro, in quanto arioso e celestiale. Con questi suscitavo una risata e segnavo un punto a mio favore. Quelle che, riguardo al genere, ritenevamo essere verità assolutamente certe, erano in realtà cambiate nel corso del tempo. Il genere non era binario; era mutevole e probabilmente senza limiti.

In secondo luogo sostenevo che ogniqualvolta si incappi in qualcuno che dice come una certa cosa sia da maschi e un’altra da femmine, non si tratti mai soltanto di una faccenda di genere. Ma è sempre, al tempo stesso, una faccenda di potere. Il potere era e rimane tuttora una specie di parola magica in ambito accademico – specialmente per gli specializzandi che leggono Michel Foucault per la prima volta. Si ricordi di come allora eravamo nel bel mezzo di interminabili dibattiti sull’”agentività” (Chi la possiede? Chi no? Quando? Dove?). E così se qualcuno avesse negato che genere e sesso fossero mutevoli, avrebbe in realtà fatto il gioco del potere. Sarebbe stato un difensore dell’oppressione. Vi suona familiare?

Ad esempio nel mio articolo sul perché gli uomini si occupassero del barbecue, sostenevo di sapere come l’avere il controllo della spatola fosse in realtà, più genericamente, una questione di potere. Mi domandavo: «Possiamo considerare il coinvolgimento degli uomini nelle faccende domestiche [fare il barbecue] come un piccolo passo di una progressiva evoluzione?». No, naturalmente no. Al contrario, il modo in cui le persone parlavano degli uomini al barbecue «ridefiniva e riarticolava vecchie distinzioni tra il pubblico ed il privato, e tra la mascolinità e la femminilità». In The Manly Modern ero anche più esplicito: «Il genere è anche una questione di potere […] Riferirsi a due concetti in modo da considerarne uno come mascolino e l’altro come femminile, significa stabilire una gerarchia tra i due». Non si trattava mai soltanto di una descrizione di genere. Le idee riguardanti la mascolinità nel passato erano sempre escogitate «a scopo politico». In particolare sostenevo come le idee che discutevo nel libro, dimostrassero che in passato le persone, descrivendo alcune cose come da maschi ed altre da femmine, «si dessero una spiegazione delle differenze tra uomini e donne, nonché una formidabile giustificazione delle disuguaglianze».

Ed infine, al terzo punto, andavo a cercare nella storia una qualche ragione che spiegasse perché, in un dato momento storico, le persone si riferissero ad una certa cosa come mascolina oppure femminile. La storia è un campo vastissimo, e dunque vi si può sempre trovare qualcosa. Scrivendo degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, potevo sempre affermare che la gente allora fosse ansiosa di tornare alla normalità dopo il conflitto. Le donne avevano anche prestato servizio militare, ed avevano svolto lavori “da uomini”. E dunque il fulcro delle distinzioni di genere riguardava il ricollocare le donne a casa dopo le attività svolte durante la guerra. Era tutta una questione di controllo e di oppressione.

E naturalmente, alla fine degli anni ’40, la gente era in ansia per questi cambiamenti. Potevo citare le ricerche di altri sull’argomento, e così mostrare – davvero mostrare, pensavo – che il genere fosse un costrutto sociale, e che fosse stato articolato in maniera tale da rimettere le donne al loro posto dopo la seconda guerra mondiale.

Si può così procedere selettivamente con altri dettagli contestuali. Ed è proprio ciò che in effetti facevo nel mio libro. Ero restato affascinato dagli studi sulla modernizzazione della vita alla metà del secolo, e così indicai tutti i modi in cui, negli anni del dopoguerra, le persone collegassero i discorsi sulla modernità con quelli sulla mascolinità. Per essere un lavoro di ricerca esso era, se mi è concesso dire, esposto in maniera decisamente elegante. Il problema è che esso era, in parte, un fallimento dal punto di vista intellettuale.

Ecco dove non mi sbagliavo: la ricerca d’archivio, io credo fosse solida. Ero risalito ai documenti di quel tempo, e così ho potuto ricostruire in che modo la gente parlasse e scrivesse riguardo all’essere un maschio. Ero davvero riuscito a conoscere quell’epoca. È questa la parte meravigliosamente “voyeuristica” dell’essere uno storico, un po’ come scrivere una letteratura di viaggio.

Nella misura in cui mi attenevo ai documenti, e ricostruivo il modo di parlare della gente in passato, ero su un terreno sicuro. Nel gergo degli storici, questo era il “come” della storia. Gli storici considerano certe domande più importanti di altre. Si presuppone che chiunque possa rispondere correttamente al “chi”, “cosa”, “quando” e “dove”. Questi sono i dettagli del passato. Ma come scrisse il grande storico E. H. Carr, questo genere di accuratezza è un dovere, non una virtù. Non è dunque qualcosa che io possa esibire come un vanto.

Ma sorgono allora due ulteriori domande, che sono poi quelle che realmente contano. La prima di esse è il “come”: in che modo ciò è accaduto? Come le persone pensavano in passato? Rispondere a queste domande significa ricostruire gli schemi di pensiero. Non si possono mai ricostruire completamente gli schemi di pensiero degli altri, soprattutto se vivevano in un’altra epoca. Ma per quanto riguarda questo compito, direi di aver passato l’esame a pieni voti.

Ma la domanda più difficile ed importante tra tutte è l’ultima: “perché?”. Perché un certo fatto è accaduto nel modo in cui è accaduto? Nel mio caso la domanda era: perché nel dopoguerra i canadesi discutevano di uomini e donne nel modo in cui ne discutevano?

Io avevo le risposte, ma non le avevo trovate con la mia ricerca sulle fonti primarie. Esse derivavano dalle mie convinzioni ideologiche, sebbene al tempo non le avrei descritte come ideologia. Né lo avrebbero fatto i miei colleghi ricercatori che adottavano lo stesso approccio, e a differenza di me ancora lo adottano: un insieme di credenze preformate integrate nella penombra disciplinare degli studi di genere. Essenzialmente io seguivo la strategia foucaultiana in tre punti esposta più sopra.

La gente parlava degli uomini alla maniera che avevo descritto perché, spiegavo, il genere era una costruzione sociale le cui linee principali potevano essere ricondotte al potere e all’oppressione: i Canadesi avrebbero utilizzato una forma di pensiero caratterizzata da aspetti di genere per dare più potere agli uomini e svantaggiare le donne, e per strutturare una mascolinità che fosse migliore della femminilità.

Riguardo alla più ampia questione se il genere sia un costrutto sociale, non era questa una cosa che io potessi dimostrare. Ma in The Manly Modern, citavo l’eminente storico Joan Scott a questo proposito, e ciò parve sufficiente ad accontentare i revisori. Certamente nel mio libro dimostravo come le persone parlassero utilizzando un linguaggio di genere. Descrivevano alcune cose come più mascoline, ed altre più femminili. Per quanto pure su questo punto potevo permettermi di essere creativo: se non ci si riferiva a qualcosa specificamente come mascolino o femminile, io potevo sempre suggerire che ciò fosse sottinteso. Ad esempio in un capitolo di The Manly Modern, affermavo come gli «ideali del buon guidatore e dell’uomo buono – categorie evidentemente distinte – avessero molte caratteristiche in comune». E sostenevo anche che se i contemporanei non avevano fatto esplicitamente notare questo aspetto, era perché esso era “dato per scontato”. E se ci infilavi dentro delle citazioni ad un altro studioso che diceva la stessa cosa, tutto sembrava aver senso.

Naturalmente sarebbe stato possibile osservare le stesse fonti e trarne spiegazioni alternative perfettamente plausibili. È possibile che i canadesi avessero socialmente costruito l’idea che gli uomini fossero inclini a rischiare? Sì, è plausibile. Ma è plausibile anche che avessero parlato in quel modo degli uomini perché, tipicamente, gli uomini… si assumevano più rischi. Infatti potrebbe semplicemente darsi che sia così che gli uomini sono fatti. In un senso o nell’altro, la mia ricerca non dimostrava alcunché. Io avevo semplicemente presunto che il genere fosse un costrutto sociale, e procedevo su quella base.

Non ho mai affrontato – almeno non seriamente – qualcuno che proponesse spiegazioni alternative. E nessuno, durante tutta la mia specializzazione, né nelle revisioni paritarie, mi ha mai proposto un’alternativa, eccetto che in conversazione, solitamente al di fuori dell’ambito accademico. E così io non sono mai stato costretto a confrontarmi con le spiegazioni alternative ed incentrate sulla biologia, le quali erano plausibili almeno tanto quanto l’ipotesi cui io conferivo un’aria di certezza. La critica di Steven Pinker al costruttivismo sociale, The Blank Slate: The Modern Denial of Human Nature[3], era stata pubblicata nel 2002, prima che io terminassi il mio dottorato e pubblicassi il mio libro. Purtuttavia di essa non avevo mai nemmeno sentito parlare, e nessuno mi aveva mai fatto notare che io dovessi confrontarmi con gli argomenti e le prove in essa esposte. Già questo la dice lunga sul contenitore in cui noi tutti vivevamo chiusi.

Le uniche vere critiche che io ricevetti, erano esortazioni a rafforzare il paradigma, o a battersi per altre identità e a protestare contro altre forme di oppressione. (L’idea secondo cui l’oppressione esistesse assolutamente fondandosi su queste identità intersezionali, era semplicemente presunta, non dimostrata né provata). E così poteva capitare che mi venisse chiesto perché non parlassi di più di classe. O perché passassi così tanto tempo a parlare degli uomini e non delle donne. Seppure stessi decostruendo la mascolinità e mostrassi come essa fosse un costrutto sociale, sarebbe stato sicuramente necessario prestare attenzione anche alle donne. E riguardo alla sessualità? Non avevo forse trovato un maggior numero di riferimenti a uomini non eterosessuali, così che dovessi concentrarmi sui modi in cui la mascolinità veniva costruita insieme alla sessualità? Si possono estendere queste critiche in una miriade di modi diversi. Ma tutte quante, è questo il punto, si muovono all’interno dello stesso paradigma che io avevo già adottato. Si tratta esattamente della stessa “ciambella autofaga” che è stata oggetto di satira nella recente bufala dei “grievance studies”.[4]

Qualche primo dubbio sulla mia preparazione specialistica cominciò ad insinuarsi proprio in quelle circostanze. Per quanto a lungo la mia professione avrebbe potuto continuare ad espandersi includendo via via sempre più forme di oppressione diverse? Di sicuro ad un certo punto la storia sarebbe diventata una disciplina perfettamente inclusiva. In effetti io ero abbastanza certo che lo fosse già. Nel 2009 pubblicai un libro contenente un saggio intitolato After Inclusiveness (Dopo l’inclusività), in cui sostenevo precisamente ciò. Fortunatamente allora avevo già un incarico stabile all’università quando il libro venne pubblicato. Molti colleghi in privato ammettevano che io avessi ragione, ma quasi nessuno lo avrebbe detto a mezzo stampa.

Mi ricordo una conversazione con un geniale storico più anziano che si era gentilmente offerto di leggere il mio articolo sugli uomini al barbecue. Ero un giovane studente di dottorato e mi occupavo di argomenti completamente diversi dai suoi. Non so perché fu così disponibile, ma i suoi commenti sono significativi. Con rispetto mi disse che la parte centrale era buona, ma che avrebbe potuto “tanto prendere che lasciare” sia l’inizio che la fine. Ovvero, dell’articolo gli piacque la ricerca vera e propria, nella quale ricostruivo come nel Canada postbellico la gente discutesse riguardo agli uomini in cucina. Ma la parte in cui avvolgevo il tutto nell’ideologia espressa dagli ultimi libri che avevo letto, non molto.

Al tempo non apportai cambiamento alcuno. Come avrei potuto? Quello era il paradigma a cui mi attenevo. Era nell’introduzione e nelle conclusioni che andavo a segno proprio dove volevo: che il genere fosse una costruzione sociale, che i canadesi nel dopoguerra provassero un certo nervosismo riguardo agli uomini che vivevano una vita addomesticata nelle periferie e che erano impegnati come padri presenti, e così utilizzassero l’esempio ridicolo degli uomini al barbecue per sostenere che in fondo gli uomini non erano poi più di tanto coinvolti in cucina, e che quando lo erano è perché era una cosa divertente, e che naturalmente non erano bravi a farlo, e vi si dedicavano solamente perché fosse una cosa pericolosa che ricordava loro i tempi delle caverne. C’era il potere al lavoro qui, che in modo certamente divertente puntellava le distinzioni tra uomini e donne.

Per ribadire: il problema era, e rimane, che mi stavo inventando tutto. Quello che presentavo era un tirare ad indovinare in maniera erudita. Si trattava di ipotesi. Forse avevo ragione. Ma né io né nessun altro ha mai pensato di verificare quanto scrivessi. Ciò che mi disse quello studioso più anziano potrebbe applicarsi a migliaia di altri articoli e libri: la parte centrale va bene, ma tanto l’introduzione quanto le conclusioni sono dubbie.

Sorgono spontaneamente alcune domande fondamentali. Ci sono davvero state, nei vari tempi e luoghi, aspettative sul genere estremamente diverse e mutevoli? Non è una domanda che può trovare risposta nei sintetici aneddoti che ero solito presentare, e che la gente ancora oggi ripropone a ruota. La questione doveva essere studiata sistematicamente e comparativamente. Nel rileggermi oggi, devo ammettere che quanto avevo sotto gli occhi era una leggera variabilità intorno a dei punti fermi. La concezione degli uomini come coloro che provvedono alla famiglia, che si assumono dei rischi, che hanno una particolare responsabilità di protezione e per la guerra, sembra ricorrere più o meno sempre allo stesso modo nel corso della storia e nelle diverse culture. Sì, ci sono mutamenti nel corso della vita, nonché alcune peculiarità storiche e culturali. Ma se la ricerca non parte già con l’assunzione che le piccole differenze debbano contare molto, non è affatto pacifico che le prove conducano a tale conclusione.

E davvero si trattava sempre di una questione di potere? Forse. E forse no. Le prove che portavo per insistere che si trattasse di potere, consistevano nel citare altri studiosi che lo sostenevano. E se avevano dei nomi francesi ed erano filosofi, la cosa mi era d’aiuto. Anche i lavori del sociologo australiano R. W. Connell mi furono utili. Questi sosteneva che la mascolinità riguardasse in primo luogo il potere, l’affermazione del proprio dominio sulle donne e su altri uomini. Ma in effetti i suoi lavori non lo dimostravano; si trattava semplicemente di un’estrapolazione plausibile da un piccolo numero di casi di studio, proprio come avevo fatto io. E così io citavo Connell. Ed altri citavano me. Ed è così che si “dimostra” che il genere è un costrutto sociale e che sia tutta una faccenda di potere. O anche, in pratica, qualsiasi altra cosa.

Sia le mie argomentazioni fallaci, che altri studi che presentano gli stessi difetti di ragionamento, vengono ora branditi dagli attivisti e dai governi per legiferare su un nuovo codice morale e di condotta. Una cosa era quando io andavo a bere con i miei compagni specializzandi e disputavamo all’interno dell’insignificante mondo del nostro proprio ego. Ma ora c’è molto di più in ballo. Mi piacerebbe poter dire che gli studi siano migliorati, e che i criteri di prova e di revisione paritaria siano diventati più restrittivi. Ma la realtà è che la pressoché completa accettazione del costruttivismo sociale in alcuni circoli, sembra più che altro il risultato di un cambiamento della popolazione accademica, con alcune specifiche concezioni che hanno assunto una posizione ancor più predominante rispetto ai miei anni giovanili alla scuola di specializzazione.

Queste confessioni non dovrebbero esser prese per un argomento a sostegno del fatto che il genere non sarebbe, in molti casi, socialmente costruito. Tuttavia i critici del costruttivismo sociale hanno ragione ad inarcare le sopracciglia di fronte a certe cosiddette prove presentate da presunti esperti. Le mie argomentazioni fallaci non sono mai state messe in questione, e in effetti divennero ancora più ideologicamente inclinate durante il processo di revisione paritaria. Fintanto che avremo a che fare con studi su sesso e genere con tali serie criticità, ed ideologicamente contrastanti; finché revisione paritaria non significherà qualcosa di più della mera difesa ideologica di gruppo, fino ad allora dovremmo essere molto scettici su molta di quella che è considerata “competenza” riguardo alla costruzione sociale del sesso e del genere.

[1] Il moderno virile: la mascolinità nel Canada postbellico. Non esistono edizioni italiane

[2] Trovare una collocazione al padre: vendere barbecue nel Canada postbellico. Non sono disponibili traduzioni italiane.

[3] trad. it. Tabula rasa. Perché non è vero che gli uomini nascono tutti uguali, Mondadori, 2005

[4] Per autofagia si intende una forma fallace di ragionamento in cui le conseguenze di una certa argomentazione invalidano l’argomentazione stessa, la quale pertanto “divora se stessa”. L’esempio tipico è l’affermazione «non esiste alcuna verità», infatti se ciò fosse vero non sarebbe nemmeno possibile affermarlo. Per autofagia si può intendere anche una forma di argomentazione che, se analizzata, si scopre essere fondata sulle sue stesse conseguenze, risolvendosi così in un ragionamento circolare. Sostenere quell’argomentazione, sarebbe come cercare di “nutrirsi di se stessi” senza alcun apporto esterno. La critica di Dummitt è dunque la seguente: gli studi di genere dovrebbero confrontarsi con le obiezioni al loro paradigma, ossia con quegli studi che forniscono prove ed argomenti contro il costruttivismo sociale. Invece, scrive Dummitt, gli studi di genere sono un campo completamente chiuso in se stesso (la “ciambella autofaga”) in cui ogni discussione o critica si basa sempre sullo stesso paradigma, il quale pertanto non potrà mai essere né comprovato né smentito nell’ambito stesso degli studi di genere per come sono concepiti oggi, e questo costituisce il loro aspetto ideologico. La bufala dei “grievance studies” cui si fa riferimento è un’operazione condotta da tre ricercatori con lo scopo di smascherare il carattere ideologico di molte ricerche nell’ambito delle scienze sociali (per i dettagli vedasi en.wikipedia.org/wiki/Grievance_studies_affair). In estrema sintesi questi ricercatori definivano provocatoriamente “grievance studies” (studi sulle lamentele) tutti quegli studi sociali che dietro al paravento dell’indagine sociale nascondono l’intento di fornire un fondamento apparentemente solido a rivendicazioni di vario genere, su base sessuale, religiosa, etnica, ecc., e nei quali solo certe conclusioni prestabilite sono ammesse. Questi ricercatori inviarono a diverse riviste del settore articoli palesemente assurdi, che però soddisfacevano i canoni del costruttivismo sociale, riuscendo ad ottenere in molti casi la pubblicazione. Pubblicarono ad esempio uno studio in cui si sosteneva che il pene non dovrebbe essere considerato una parte anatomica, ma un costrutto sociale funzionale alla “mascolinità tossica”, e un altro in cui si sosteneva che i cani alimentassero la “cultura dello stupro”. [NdT]

Fonte: https://www.sabinopaciolla.com/dummitt-studi-di-genere-mi-spiace-mi-sono-inventato-tutto-e-vi-spiego-perche/

https://quillette.com/2019/09/17/i-basically-just-made-it-up-confessions-of-a-social-constructionist/

Traduzione di Francesco Santoni

ADOLESCENTI EX TRANS

Sono sempre di più le testimonianze di persone che hanno attraversato l’esperienza della “transizione” da un genere all’altro che tornano sui loro passi deluse da un’esperienza che, piuttosto che essere risolutiva dei loro problemi di inadeguatezza, si è dimostrata un periodo di ulteriore sofferenza e di maggior solitudine.
Danny ci racconta come la “transizione”, prima sociale e poi farmacologica (per fortuna non sempre chirurgica), sia in pratica l’unica proposta “terapeutica” che come adolescente confusa sul proprio sesso ha ricevuto dalla psicologia ufficiale che non è nemmeno stata in grado di offrire ascolto ai suoi dubbi su una scelta del genere.

Mi chiamo Dagny, sono una donna che ha detransizionato. Sono qui per dimostrare cosa può succedere quando permettiamo ad un adolescente di prendere importanti decisioni mediche che influenzeranno il suo corpo per il resto della sua vita. Sono anche qui come parte del Pique Resilience Project, una coalizione di quattro giovani donne che hanno detransizionato: Jesse, Helena, Chiara e me stessa. Ci siamo identificate tutte come uomini trans durante la nostra adolescenza. Tre di noi hanno preso il testosterone per almeno nove mesi e in realtà ho iniziato il testosterone sei mesi prima di compiere 18 anni, dopo che il mio terapista mi ha diagnosticato una disforia di genere a 16 anni. Il progetto Pique Resilience è stato fondato a gennaio dopo esserci riunite tutte per condividere le nostre storie, le nostre somiglianze e le nostre differenze. Abbiamo discusso di cosa potremmo fare per condividere le nostre storie con tutti, con le persone che hanno bisogno di ascoltarle.

Come tutti sappiamo, questo è un dibattito estremamente acceso, e sto per dire alcune cose con cui molte persone non saranno d’accordo. Ma alla fine, tutto ciò che sto per dire proviene dalla mia esperienza personale e da ciò in cui credo a seguito di quell’esperienza, un’esperienza che troppe persone non sono disposte a prendere sul serio. Noi, il Pique Resilience Project, siamo state chiamate bugiarde, persone in cerca di attenzione, persone conservatrici e bigotte.

Ci è stata data una sola opzione, con conseguenze indicibili e devastanti: se un’adolescente afferma di avere una disforia di genere e vuole essere un ragazzo, allora dovrebbe – deve – essere autorizzata alla transizione.

Vorrei discutere della mia esperienza di adolescente trans. Ho avuto i primi sintomi di quella che ora sarebbe chiamata disforia di genere nella mia infanzia. A 11 o 12 anni mi sono sentita incredibilmente umiliata dal fatto che il mio seno stava crescendo e che avrei dovuto iniziare a indossare reggiseni. Questo periodo è stato una fonte di angoscia e odio dal momento in cui ho iniziato le mestruazioni. Ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava in me. Volevo che ci fosse un bottone, qualcosa su cui potevo fare clic e diventare di colpo un maschio. La mia famiglia non era affatto religiosa, ma ricordo di essermi sdraiata sul mio letto di notte, e di aver detto a Dio nella mia testa che avrei iniziato ad andare in chiesa se mi fossi svegliata maschio.

La mia disforia è esplosa quando ho compiuto 15 anni. In quel momento ho iniziato ad identificarmi come trans. Come tanti altri adolescenti trans, ho iniziato a esprimere la mia identità trans a causa di due fattori nella mia vita: uno, avevo amici trans – tra cui due di loro, entrambe più grandi di me, erano FTM e due ho iniziato a fare uso dei social media. Non ero mai stata molto attiva sui social media prima di compiere 15 anni, ma a pochi mesi dalla creazione di un account su tumblr e seguendo diversi blog LGBTQ, avevo deciso di essere non binary.

Questa identità mi è sembrata un gioco. È stata una distrazione divertente – una stranezza che mi ha reso speciale e interessante, se non per gli altri, almeno per me stessa. Ma poi non è bastato e mi chiedevo: “Devo andare oltre? Quanto lontano posso spingermi? ”Poi mi sono buttata a capofitto nella transizione: nuovo nome, nuovi pronomi, nuovi vestiti, canotta contenitiva. E ha smesso di essere un gioco.

Il primo posto in cui ho provato questa nuova identità era online. E voglio solo dire che penso che sia incredibilmente importante per tutti – per i genitori, sì, ma anche per gli adolescenti, terapisti e legislatori – capire quale tipo di impatto i social media possono avere su una mente in via di sviluppo. In sostanza, sono diventata una persona diversa dopo aver iniziato a usare Tumblr. È un ambiente malsano, sconvolgente e tossico da frequentare. La mia esperienza online, essendo stata influenzata da quel livello di pensiero di gruppo, quel livello di polizia morale e le costanti minacce implicite di ostracizzazione mi hanno reso una persona intensamente ansiosa. Ho visto i miei genitori come dei bigotti perché mi è stato detto su tumblr; perché hanno insistito così a lungo per impedirmi di iniziare gli ormoni. Chiunque ‘sbagli’ pronomi è, secondo tumblr, un nemico. La versione di Tumblr della moralità e della giustizia mi ha resa un’ adolescente impressionabile e insicura – mi sentivo come se il mio unico posto sicuro fosse nella mia testa, dove non sarei mai stata misgenderata. Non mi sentivo al sicuro neanche online, ma non potevo permettermi di criticare i miei amici online. Sebbene avessi appreso tutte queste credenze malsane da loro, mi avevano anche insegnato che avevano un alto livello di moralità. Così ho adottato e pappagallato gli ideali di tumblr e la mia identità è stata convalidata incondizionatamente.

Una di queste malsane convinzioni che sostenevo era che se si ha la disforia di genere, è necessario transizionare. E che chiunque fosse stato in dubbio era un transfobico – un bigotto di destra. Se io stessa avessi messo in dubbio le mie azioni, era perché soffrivo di transfobia interiorizzata. Non importa quanta sincera preoccupazione gli altri possano aver avuto per me, stavano commettendo un atto imperdonabile se mi avessero chiesto semplicemente: “Perché”? Perché voglio essere un ragazzo? Perché voglio cambiare il mio corpo? ”

La mia risposta era invariabilmente: “Perché ho la disforia di genere e devo farlo.”

E questo è il contesto in cui viviamo ora, l’unico che conosciamo. Fino ad ora, con così tante persone che stanno detransizionando, l’unica narrativa che abbiamo davvero ascoltato è stata la stessa, ancora e ancora e ancora: avevo la disforia di genere e quindi ho transizionato. Questo è il contesto in cui viviamo da circa cinque anni. Ma dobbiamo oltrepassarlo. Sono passati tre anni da quando ho fatto la detransizione e ho ancora la disforia di genere. È raro per me vivere un singolo giorno senza pensare, almeno una volta, “Vorrei essere un uomo”.

Ma è così minimale rispetto a quello che ho provato a 16 anni. E ora non ho intenzione di transizionare. Alla fine è stato un errore per me farlo. All’epoca pensavo di non avere altra scelta. Vivere e accontentarsi senza una transizione medica non mi è sembrata un’opzione per me o per tanti altri.

È tempo che diventiamo consapevoli di quanto dolore e negatività stia causando questa narrazione. Il fatto che pensassi di avere una sola opzione era per me un’incredibile fonte di disperazione, terrore e ossessione. Ero già un’adolescente infelice; Non avevo bisogno della pressione aggiuntiva di una scelta di vita che pensavo dovesse essere fatta ed eseguita immediatamente. Posso solo immaginare la pressione che i bambini sentono ora … Che i genitori sentono … È ora di smettere di dire ai bambini che ognuno di loro che sperimenta la disforia di genere come un quindicenne sperimenterà ancora lo stesso livello di disforia di genere a 21 anni. Quando andai dal mio endocrinologo per la prima volta, mio padre gli chiese: “Se mia figlia smette di prendere testosterone, quali cambiamenti saranno permanenti?” E l’endo essenzialmente lo interruppe e disse: “Oh. Nessuno smette mai di prendere testosterone. ”

C’è questa convinzione che dire agli adolescenti che la loro disforia può passare è sbagliato – eticamente e concretamente – e voglio solo sapere perché? Cosa c’è di così sbagliato nel dire ad un adolescente: “Un giorno ti sentirai meglio.”? Non c’è niente di sbagliato in questo. Penso che se l’attivismo che fa pressione affinché gli adolescenti inizino la transizione medica si prendesse davvero cura dei bambini affetti da disforia di genere, avrebbe consentito una discussione che non manipolasse gli adolescenti – ciò non avrebbe fatto sentire i bambini impressionabili, insicuri, infelici che devono transizionare per forza.

Quindi dobbiamo cambiare la narrazione. Questo è il mio intento. E questo è l’intento del Progetto Pique Resilience: cambiare la narrazione. Abbiamo solo una storia, ma abbiamo bisogno di altre. La narrazione sulla detransizione sta crescendo. Sta diventando più grande: ogni giorno sempre più persone ascoltano le storie di coloro che detranzionano. Una sola soluzione non risolverà i problemi individuali di tutti. La transizione medica non aiuterà tutti gli adolescenti a sentirsi meglio. A mio avviso, la propensione a fornire agli adolescenti una terapia ormonale ignora i problemi più grandi. Perché volevo cambiare il mio corpo? Perché odio essere una ragazza? Perché essere un uomo era molto più vantaggioso?

In definitiva, l’opportunità di transizionare ha peggiorato la mia disforia adolescenziale. Questa narrazione mi ha detto che il mio odio per il mio corpo femminile era giustificato, anche positivo. Mi ha detto che l’unico modo per sentirsi meglio era distruggere il mio corpo – le mie parti femminili. I miei modelli erano tutte ftm più grandi che, come me, erano ragazze solitarie e arrabbiate. Ascoltare e identificarsi con le loro storie mi ha insegnato solo che l’accettazione di sé era una finzione e che la vera autenticità poteva venire solo da ormoni e interventi chirurgici. Non c’era spazio per me per amare me stessa.

Dobbiamo iniziare a trattare gli adolescenti con pazienza, compassione e maturità. Dobbiamo smettere di dire loro che la loro sofferenza durerà fino a quando non compreranno un nuovo corpo. Più di ogni altra cosa, dobbiamo smettere di dire loro che hanno solo una scelta e una sola possibilità.

https://www.feministcurrent.com/2019/06/04/dagny-on-social-media-gender-dysphoria-trans-youth-and-detransitioning/

Fonte: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10216934973920589&id=1652991474&sfnsn=mo

STONEWALL Oltre la leggenda arcobaleno

Con oggi cominciamo la pubblicazione a puntate della traduzione in Italiano del libro di Ryan Sorba, un giovane attivista conservatore degli Stati Uniti, intitolato “The Born Gay Hoax” (La bufala del gay nato così) che ci aiuterà a riflettere sulla storia e i contenuti dell’ideologia LGBT.

Procederemo in modo inusuale pubblicando i capitoli che ci appaiono più adatti a commentare l’attualità e cominciamo oggi dal capitolo 6 che, in chiusura del cosiddetto “Pride Month”, ci racconta l’origine dei Gay Pride a cominciare dalla leggendaria notte dei Moti di Stonewall di cui quest’anno è ricorso il 50mo anniversario.

Buona lettura

CAP. 6

Le rivolte di Stonewall e la politicizzazione dell’identità “gay”

Two, four, six, eight ‐‐ Smash the family, smash the state!”

(“Due, quattro, sei, otto – distruggi la famiglia, distruggi lo stato!” trad.) Lo slogan popolare degli attivisti omosessualisti degli anni ’70) 30

Nel 1969, l’influenza di una crescente sottocultura sessuale in America aveva generato la richiesta di attività sessuali devianti nelle grandi città. Sorsero “i “bar gay” a Los Angeles e New York, che ospitavano un bizzarro miscuglio di “regine di strada”, tossicodipendenti e prostituti ragazzini.31 A New York molti uomini erano regolarmente impegnati in atti sessuali pubblici con partner anonimi “nel retro dei camion parcheggiati vicino ai moli del West Village”32 e nei bagni pubblici. La sodomia si verificava così frequentemente tra i cespugli di un parco pubblico che le autorità furono costrette a tagliare gli alberi per fermarla.33 In risposta agli sforzi della Polizia per scoraggiare questo comportamento sempre più spudorato, i partecipanti hanno cominciato a organizzarsi per chiedere il “diritto” alla sodomia pubblica. Incoraggiati dai loro numeri, iniziarono a fare picchetti davanti alle imprese come i grandi magazzini di Macy, che avevano contrastato la sodomia nei loro bagni.34

La sera del 27 giugno 1969, il movimento omosessualista adottò ufficialmente il terrorismo come mezzo per raggiungere il potere quando un’assurda folla di “drag queen, lesbiche, gente di strada e tipi da bar”35 attaccò fisicamente gli agenti di polizia che stavano effettuando un blitz allo Stonewall Bar di Christopher Street a New York. Lo Stonewall Inn era “uno dei più noti tra (i bar) controllati dalla mafia”,36 ed doveva essere chiuso per vendita di alcolici senza licenza. Era anche un paradiso per pervertiti. Mentre la polizia incominciava a trattenere alcuni baristi per interrogarli, una folla di uomini si radunò dall’altra parte della strada. Il libro The politics of Homosexuality di Toby Marotta, attivista omosessuale, include la testimonianza oculare di un giornalista del “Village Voice”: “Quasi come ad un segnale la folla è esplosa in lanci di sassi e bottiglie… Il cassonetto sul quale stavo mi è stato quasi strappato da sotto i piedi da un da un ragazzo che voleva usarlo per sfondare una finestra nei tumulti. Dal nulla arrivò un parchimetro sradicato, usato come un ariete contro la porta dello Stonewall. Ho sentito diverse grida di “Prendiamo della benzina!”, ma le vampate di fuoco che sono presto apparse dalle finestre dello Stonewall [dove i poliziotti erano intrappolati] sono state comunque uno shock.”37

Al mattino, il bar di Stonewall era un rudere bruciacchiato e quattro poliziotti erano rimasti feriti. I leader omosessualisti hanno dichiarato la violenza un successo. È interessante notare che l’anniversario di questo evento è noto oggi come “Gay Pride Day” e presenta sfilate e altri eventi assai noti per i loro atti sessuali pubblici e la nudità.38 È ironico che gli stessi attivisti emersi da questo nuovo ambiente militante abbiano sviluppato la strategia di rivendicare lo status di vittima attraverso l’uso di simboli come il triangolo rosa.”39

L’ascesa della militanza rifletteva l’emergere di una fazione aggressiva “mascolina” del movimento pro-gay americano, simile a quello che avvenne a cavallo del secolo scorso in Germania. In seguito alle rivolte di Stonewall, il Mattachine Action Committee del capitolo di New York della Mattachine Society (la prima organizzazione per i diritti degli omosessuali negli Stati Uniti d’America, n.d.t.) aveva chiesto a gran voce una “resistenza organizzata”. 40 Tuttavia, il controllo del movimento è stato loro sottratto da un gruppo ancora più radicale di attivisti, il “Fronte di liberazione gay” (GLF), così denominato “perché suonava come il Fronte di Liberazione Nazionale, l’alleanza formata dai Viet Cong”. 41 Al centro di questa nuova cerchia di potere c’era Herbert Marcuse, 42 un socialista di lungo corso che aveva imparato la sua politica (e forse la sodomia) nella Germania pre-nazista. Lo storico omosessualista Barry D. Adam scrive: “Herbert Marcuse, che era stato un giovane partecipante alla rivoluzione tedesca del 1918 ed era stato immerso nel pensiero dei movimenti di “riforma della vita” della Repubblica di Weimar, catturò l’attenzione di molti del movimento di liberazione gay . Il suo Eros and Civilization, pubblicato nel deserto ideologico del 1955, ha fatto da ponte tra i movimenti gay del periodo anteguerra e quelli del dopoguerra con la sua visione implicita dell’omosessualità come protesta “contro l’ordine repressivo della sessualità procreativa”43.

Sulla scia delle rivolte di Stonewall “I fronti di liberazione gay” sorsero in tutto il paese, usando metodi di intimidazione e coercizione per ottenere vantaggi politici.44 Presero immediatamente di mira la comunità medica, la cui crescente efficacia nel trattare l’attrazione omosessuale minacciava il movimento.44 Il “Gay Liberation Fronts”, scrive Adam, “prese d’assalto i congressi medici di psichiatria, medicina e modificazione del comportamento, di San Francisco, Los Angeles e Chicago”, azzittendo con le urla gli oratori e terrorizzando le persone presenti nel pubblico45. La Mattachine Society, a causa di quanto fossero diventate estremiste, predisse che le “violente tattiche” del Fronte di Liberazione Gay non avrebbero avuto seguito nel movimento46, ma si sbagliavano. Sebbene il GLF sia imploso nel 1972, in parte a causa di un conflitto tra “drag queen e machos” [“Fems” e “Butches”- effemminati e “macellai”, n.d.t.], la loro filosofia coercitiva ha prevalso.47

Redazione

30 Oosterhuis and Steakley:231 Marotta:71

32ibid.:93

33Adam:85

34ibid.:85

35Marotta:75

36Marotta:75

37ibid.:72

38ibid.:158

39 Adam:86

40Adams:81

41ibid.:91

42ibid.:88

43ibid.:84

44Rueda:101ff

45 Adam:87f

46 Marotta:136

47Adam:90

QUANTO POCO SERIA E’ LA RICERCA SUI BAMBINI CRESCIUTI IN COPPIE GAY

 

“NESSUNA DIFFERENZA” TRA I BAMBINI CRESCIUTI NELLE COPPIE GAY RISPETTO A QUELLI CRESCIUTI DA MAMMA E PAPÀ?

 

È uscita nel 2018 una corposa analisi del prof. Walter R Schumm, professore presso il Dipartimento di Studi Familiari e Servizi Sociali presso la Kansas State University, sulle modalità con cui sono state fatte le ricerche sociologiche sui figli cresciuti in coppie dello stesso sesso. La vulgata pseudo-scientifica ci bombarda da tutti i canali di informazione su come non ci sia “nessuna differenza” tra i  bambini cresciuti in coppie omo-genitoriali e i bambini cresciuti in famiglie naturali. Il libro del prof. Schumm dimostra come questa ipotesi sia stata costruita su studi mal condotti e viziati dall’ideologia. Ed è un libro che, naturalmente, fatica a trovare spazio nel mondo della comunicazione essendo portatore di argomenti che contrastano il pensiero Politicamente Corretto.

Abbiamo tradotto l’introduzione con cui lo studio viene presentato sul sito Library Genesis  e vi rimandiamo, per chi fosse interessato ad approfondire, al testo completo in Inglese che può essere scaricato dallo stesso sito in PDF  o in epub.

LA RICERCA SULLA “OMO-GENITORIALITÀ ” – UN’ANALISI CRITICA

È opinione diffusa che non esista “alcuna differenza” tra come crescono i figli dei genitori omosessuali e quelli dei genitori di sesso opposto. Il professor Schumm, un illustre esperto in scienze sociali, ha condotto lo studio più completo sulla ricerca fino ad oggi, e in questo libro mostra che la conclusione è falsa.

In questo volume estremamente prezioso e approfondito, si trova tutto quello che si può voler sapere sulla ricerca delle scienze sociali sul tema della genitorialità omosessuale. La ricerca su questo argomento è relativamente nuova, per la semplice ragione che avere numerosi bambini cresciuti in famiglie dello stesso sesso è una novità piuttosto recente.

Ma da diversi decenni ormai molte persone cercano di sostenere che i bambini nei nuclei familiari omosessuali crescono altrettanto bene che in quelli eterosessuali – forse anche meglio. Sono apparsi un certo numero di studi  su questo argomento, e molti di loro seguono l’idea  che i bambini cresciuti da due omosessuali o due lesbiche stanno più che bene. Questa è l’ipotesi “nessuna differenza”.

Schumm, professore di studi familiari presso la Kansas State University, esamina queste ricerche in modo molto dettagliato e mostra che gran parte di esse è incompleta, distorta, selettiva o politicizzata. Dice Schumm: “In questo libro esaminerò e riferirò questi risultati in modo più dettagliato rispetto alla maggior parte degli studiosi. I risultati mostreranno, come minimo, che la situazione è più complicata di quanto molti abbiano concesso o, nel peggiore dei casi, che il modo in cui la ricerca è stata interpretata è stato in gran parte teso a favorire i valori progressisti “.

Questo volume davvero indispensabile è diviso in sei parti.

Nella parte 1 Schumm offre una spiegazione e una valutazione molto accurate e approfondite su come venga fatta – o dovrebbe essere fatta – la ricerca nel campo delle scienze sociali. In effetti, uno dei temi principali di questo volume è proprio quanto la ricerca nel campo delle scienze sociali sia di fatto prevenuta, corrotta e politicizzata.

Egli  procede in una riflessione approfondita e chiede in conclusione che tipo di ricerca viene condotta e che cosa comporta. Ad esempio, “Sono state misurate e testate tutte le variabili rilevanti? Sono state studiate tutte le sottopopolazioni? I migliori modelli statistici sono stati testati in modo appropriato?”

La parte 2 esamina ciò che sappiamo sui genitori dello stesso sesso. Osserva come così tanti numeri vengano platealmente smentiti.  Qualcuno ha persino suggerito che in America ci siano da 6 a 28 milioni di bambini cresciuti in queste case!

Dopo uno sguardo attento e approfondito sui dati  nonché sulla metodologia utilizzata,  Schumm sostiene che i numeri sono molto più vicini a 300.000. Quindi alcune di queste stime vanno diminuite di un fattore 50! Ancora una volta, la politica e l’ideologia sembrano prevalere sui fatti.

Altri capitoli si concentrano sulla stabilità familiare nei vari tipi di famiglie e sulla questione degli abusi sessuali. Riguardo a quest’ultimo, conclude: “Sono stati condotti insufficienti studi di alta qualità in quest’area per trarre conclusioni definitive sui genitori omosessuali che abusano dei loro figli, mentre ci sono molte prove che nel passato degli adulti LGBT si siano verificati frequentemente abusi sessuali infantili”

Le parti 3 e 4 danno uno sguardo molto attento ai bambini di queste famiglie e a come se la cavano. Le varie affermazioni fatte sui risultati positivi per i bambini cresciuti in famiglie dello stesso sesso vengono esaminate meticolosamente, e la maggior parte sono trovate carenti.

Ad esempio, si consideri la frequente affermazione che avere genitori omosessuali non fa differenza nel modo in cui i bambini si sviluppano in termini di preferenza sessuale. Dice Schumm: “Ci sono ormai dozzine di studi che sembrano confutare l’ipotesi “nessuna differenza” e solo pochi che sostanzialmente (in termini di dimensioni dell’effetto, se non di significatività statistica) non la respingono”.

Per quanto riguarda i risultati sui vari aspetti della salute mentale dei bambini, ancora una volta, le affermazioni  “nessuna differenza” non reggono bene ad un esame più approfondito.  Dato che molto spesso queste conclusioni vengono tratte semplicemente facendo ai genitori dello stesso sesso domande sulla salute mentale dei loro figli, questo non è certo un metodo scientifico o obiettivo per determinare tali argomenti.

“Fino a quando gli studi non controlleranno sistematicamente le differenze preesistenti tra i due gruppi, quello dei genitori e il gruppo di controllo per quanto riguarda la “desiderabilità sociale” (la tendenza di alcuni intervistati a riferire una risposta in un modo che essi  ritengono più socialmente accettabile di quanto non lo sarebbe la loro “vera” risposta, N.d.T.), dubito che arriveremo  fare luce su questa questione. Non è corretto, dal punto di vista scientifico, prendere un gruppo di persone altamente istruite e benestanti, genitori omosessuali mentalmente sani, e paragonare i loro figli ai figli di genitori eterosessuali non istruiti, poveri, malati di mente e pensare di aver fatto un confronto equo”.

La parte 5 esamina le conseguenze del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Si sostiene che il matrimonio omosessuale non dia contraccolpi  negativi nei confronti degli eterosessuali. Le prove aneddotiche da sole dovrebbero confutare ciò. Ma vengono esaminate numerose prove vere e proprie, incluso il modo in cui i tassi di fertilità vengono influenzati negativamente.

Infine, la parte 6 offre alcuni pensieri conclusivi, come il seguente:

“Sono rammaricato per il fatto che molti tribunali statunitensi siano stati ingannevolmente portati ad accettare come valida una ricerca distorta, incompleta e focalizzata sui livelli di significatività piuttosto che sulle dimensioni degli effetti. Sono stati trascurati numerosi studi i cui risultati sarebbero stati problematici per l’ipotesi “nessuna differenza”. La ricerca sulla genitorialità in coppie dello stesso sesso è stata spesso citata perché è arrivata a conclusioni politicamente corrette, non perché fosse della massima qualità: in un certo senso, questo libro è un tentativo di correggere questo squilibrio “.

Egli ci ricorda che gran parte della ricerca pro-omosessuali  del tipo “nessuna differenza”,  è piena di frasi come “non un singolo studio” e “nessuna evidenza” e “prove scientifiche inconfutabili” e simili. Schumm chiama tutto questo  “socilese” – ed è dogma, non scienza.

Tutto questo è dovuto alla politicizzazione e all’abbassamento del livello della qualità delle scienze sociali nell’interesse della promozione di un’agenda – in questo caso l’agenda omosessuale radicale. Di conseguenza, “sembra che notevoli quantità di “fatti” siano stati ignorati o soppressi nel processo di  promozione di questa agenda”.

Schumm ha chiarito in questo libro frutto di una ricerca approfondita che il “consenso scientifico” può spesso essere sbagliato. E ci ha fornito una grande quantità di esempi  di scienza sociale a sostegno di ciò. In effetti, egli afferma che è impressionante che si possa “scoprire che il 90% delle oltre 70 recensioni di letteratura hanno tratto conclusioni errate su alcuni aspetti della genitorialità di coppie dello stesso sesso”.

E dopo questo esauriente esame di circa 400 studi sulla genitorialità di coppie dello stesso sesso, la verità fondamentale è questa: “Sembrano esserci differenze significative e sostanziali tra genitori dello stesso sesso e quelli eterosessuali e nei risultati a lungo termine dei loro figli , contrariamente a molte, molte conclusioni di numerosi studiosi di scienze sociali negli ultimi decenni “.

 

Redazione

 

L’ideologia gender non esiste, ma in Inghilterra le richieste di “riassegnazione del sesso” tra bambini e adolescenti sono aumentate del 4.400%

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In Gran Bretagna ormai anche le orecchie più pigre iniziano ad udire il suono d’allarme prodotto dalla diffusione massiccia dell’ideologia gender. Se prima erano soltanto settori della società civile, nonché alcuni psichiatri ed alcuni medici a levare la propria voce di dissenso, ora la questione è giunta fin dentro Downing Street.
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L’indagine del Ministero

Il ministro delle Pari Opportunità, Penny Mordaunt, ha incaricato dei funzionari governativi di avviare un’indagine per capire il motivo per cui un numero impressionante di bambini ed adolescenti manifesta il desiderio di cambiare il proprio sesso biologico. Secondo un rapporto del Ministero della Salute, infatti, rispetto a dieci anni fa, si è registrato un aumento del 4.400 per cento. Ad essere coinvolte sono soprattutto le femmine: nel biennio 2009-10 erano 40 quelle che chiedevano di cambiare sesso, mentre nel biennio 2017-18 sono diventate 1.806. Una fonte dell’Ufficio per le pari opportunità citata dal Times ha dichiarato che “c’è stato un sostanziale aumento nel numero di persone nate femmine che si sono rivolte al Servizio sanitario nazionale” per cambiare sesso. “Esistono prove – prosegue la fonte – che questa tendenza si sta verificando anche in altri Paesi. Poco si sa, tuttavia, sul perché e su quali possono essere gli impatti a lungo termine”.

 

 

 

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Il percorso per cambiare sesso

download.jpgUna delle ragioni di questo incremento, secondo alcuni esperti di educazione, andrebbe ricercato nella promozione della fluidità sessuale nelle scuole attraverso quella che viene definita l’ideologia gender. La dott.ssa Joanna Williams, editorialista per diverse testate britanniche e americane, è dell’avviso che il gender nelle scuole “stia incoraggiando anche i bambini più piccoli a chiedersi se sono maschi o femmine”. Alcuni di questi piccoli finiscono nelle cliniche. Fin dal 2014, d’altronde, il Servizio sanitario britannico ha aperto alla somministrazione di farmaci per ritardare la pubertà a bambini che soffrono di “disforia di genere”, ossia che manifestano disagio con il proprio sesso biologico. Noti come ipotalamici, questi farmaci bloccano lo sviluppo degli organi sessuali, mettono a freno la produzione di testosterone ed estrogeni, riducendo così al minimo l’impatto del futuro intervento chirurgico, previsto nel corso dell’adolescenza. Nei maschi si evita che la voce diventi più profonda e inibisce la crescita dei peli, mentre nelle femmine impedisce il ciclo e lo sviluppo dei seni. La dottoressa Lucy Griffin, consulente psichiatra presso la Bristol Royal Infirmary, si è detta “estremamente preoccupata” per gli effetti a lungo termine che questi trattamenti potrebbero avere. Ad esempio, potrebbero causare infertilità ed osteoporosi.

 

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Cambiare sesso: una “moda”?

Circa un anno fa era stato rilevato che nei primi mesi del 2017 c’è stato un aumento del 24 per cento di bambini che iniziano l’iter per cambiare sesso, il più piccolo – sottolinea il sito Christian Institute – di appena quattro anni. Qualcuno ha però sollevato perplessità, come il prof. Miroslav Djordjevic, famoso urologo d’origine serba, che ha detto: “Non riesco a credere che i cinquanta (pazienti, ndr) a settimana (che entrano nelle cliniche, ndr) saranno tutti transgender”. Sulla stessa lunghezza d’onda lo psichiatra Rober Lefever, il quale ricorda che “le diagnosi psicologiche sono questioni d’opinione” e dunque che “dobbiamo essere sicuri che stiamo trattando il bambino e non un problema psicologico di un genitore invadente”. Di qui la sua domanda se il disturbo di genere non sia diventato “di moda”.

 

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Cambio di passo?

Secondo quanto riferisce Il Giornale, il tema del gender ha sconfinato nella polemica politica. L’attuale ministro dell’Istruzione britannico, Damian Hinds, avrebbe puntato l’indice verso i precedenti governi laburisti, colpevoli di aver inserito gli “studi gender” tra le materie destinate ai più piccoli, i quali sarebbero per loro “fonte di disorientamento”. Hinds avrebbe assicurato di mettere a punto i “correttivi necessari a risanare l’educazione nazionale”. Correttivi che, se davvero alle parole seguiranno i fatti, dovranno essere piuttosto robusti. Risale al 2016, infatti, uno stanziamento di fondi da parte del Dipartimento per l’Istruzione britannico al fine di promuovere il gender tra gli studenti del Regno. La linea dell’esecutivo era stata recepita immediatamente dal Girls Schools Association, che riunisce presidi di scuole femminili britanniche, il quale ha diffuso un documento nel quale si invitano gli insegnanti a usare il termine neutro “pupils” per chiamare studenti e studentesse, nonché ad istituire bagni unisex. C’è ora da attendersi un clamoroso cambio di passo da parte della Gran Bretagna sul gender a scuola? Ai posteri l’ardua sentenza.

 


Fonte: Interris.it

 

 

 

 

 

 

L’omosessualità non è normale e i genitori che fanno “cambiare il sesso” dei figli compiono abuso di minore

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FEMMINISTA
Camille Paglia è una delle più originali pensatrici del nostro tempo. Americana di origini italiane, rappresenta una delle intelligenze più libere, contraddittorie e dissacranti della cultura contemporanea.

 

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È femminista ma disprezza il femminismo contemporaneo che definisce “malato, indiscriminato e nevrotico” e lo rincorre con spietata ironia: “lasciare il sesso alle femministe è come andare in vacanza lasciando il tuo cane ad un impagliatore”.

Ammira le donne emancipate degli anni ’20 e ’30 del ‘900 “perché non attaccavano gli uomini, non li insultavano, non li ritenevano la fonte di tutti i loro problemi, mentre al giorno d’oggi le femministe incolpano gli uomini di tutto”.

 

DI SINISTRA
Camille Paglia è di sinistra ma riconosce che “i Democratici che pretendono di parlare ai poveri e ai diseredati, sono sempre più il partito di un’élite fatta d’intellettuali e accademici”.

Lei, icona di una cultura radical-chic che affonda nel ’68, spiega l’inutilità degli intellettuali che “con tutte le loro fantasie di sinistra, hanno poca conoscenza diretta della vita americana”.

 

ATEA
Camille Paglia è atea ma guai a chi le tocca il ruolo storico della religione e sopratutto del cristianesimo: “ho un rispetto enorme per la religione, che considero una fonte di valore psicologico, etico e culturale infinitamente più ricca dello sciocco e mortifero post-strutturalismo, che è diventato una religione secolarizzata”.

 

LESBICA
Camille Paglia è lesbica ed in molte interviste ricorda la sua attitudine giovanile transessuale, eppure ammette che “i codici morali sono la civiltà. Senza di essi saremmo sopraffatti dalla caotica barbarie del sesso, dalla tirannia della natura”.

 

Detesta la stupidità delle mobilitazioni gay e l’intolleranza degli omosessuali e quando le si domanda: “Perché in questi anni non c’è stato nessun leader gay lontanamente vicino alla statura di Martin Luther King?” Lei risponde: “Perché l’attivismo nero si è ispirato alla profonde tradizioni spirituali della chiesa a cui la retorica politica gay è stata ostile in maniera infantileStridulo, egoista e dottrinario, l’attivismo gay è completamente privo di prospettiva filosofica”.

Lei, che rivendica di essere stata la prima studentessa lesbica a fare outing all’università di Yale, riconosce che l’omosessualità non è normale; al contrario si tratta di una sfida alla norma”.

E sulle nuove frontiere della procreazione assistita, si dice “preoccupata dalla mescolanza perniciosa tra attivismo gay e scienza che produce più propaganda che verità”.

Riconosce che la sua omosessualità e le sue tendenze transgender sono una “forma di disfunzione di genere” perché in natura “ci sono solo due sessi determinati biologicamente”; e i casi di effettiva androginia sono rarissimi, “il resto è frutto di propaganda”.

 

Verso quei genitori che, grazie a medici compiacenti, cambiano il sesso dei figli a fronte di comportamenti apparentemente transessuali, Camille Paglia non ammette giustificazioni: “È una forma di abuso di minori”.

 

Sia chiaro: per Camille Paglia, in ballo non c’è il diritto di ogni uomo o donna adulti di vivere la propria sessualità con libertà e amore; né il dovere di uno Stato di riconoscere fondamentali diritti di ogni individuo a raggiungere la propria realizzazione di sé, anche in campo affettivo o sessuale; in ballo c’è il patto mefistofelico che l’Occidente sta facendo con la Tecnica per disarticolare l’ordine naturale: “La natura esiste, piaccia o no; e nella natura, la procreazione è una sola,  regola implacabile”.

 

 

TRANSGENDER E DECLINO DELL’OCCIDENTE
Qualche mese fa, davanti alle telecamere di Roda Viva, il famoso format televisivo brasiliano di Tv Cultura, è stata ancora più chiara:  “l’aumento dell’omosessualità e del transessualismo sono un segnale del declino di una civiltà”.

Non c’è alcun giudizio morale in questa affermazione (e come potrebbe esserci?) ma un’analisi storica sull’Occidente che interpreta i segni del tempo; “a differenza delle persone che lodano il liberalismo umanitario che permette e incoraggia tutte queste possibilità transgender, io sono preoccupata di come la cultura occidentale viene definita nel mondo, perché questo fenomeno in realtà incoraggia gli irrazionali e, direi, psicotici oppositori dell’Occidente come i jihadisti dell’Isis”.

 

“Nulla definisce meglio la decadenza dell’Occidente che la nostra tolleranza dell’omosessualità aperta e del transessualismo”.

 

Parole di una straordinaria e coraggiosa pensatrice lesbica.

 

 

Giampaolo Rossi

 

 

 

 


Fonte: L’anarca – Il Giornale

 

 

 

 

 

 

Miracolo a Parma: bambini nascono da genitori dello stesso sesso

 

Ormai senza troppo stupore, registriamo un nuovo miracolo della psicosi gender, questa volta a Parma.

Psicolandia estende così i suoi confini, ampliando il territorio fino alla ricca e (poco) ridente città emiliana:

 

Pizzarotti, “su adozioni non temo Salvini, no a bacchettate ignoranti“.

Roma, 23 dic. (AdnKronos) (di Ileana Sciarra) – Quattro atti di nascita per altrettante coppie di genitori omosessuali freschi di firma, “io non l’ho fatto contro qualcuno o per protesta: la famiglia è dove ci sono persone che si vogliono bene, al di là del sesso“. Lo dice il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, presidente di Italia in Comune, in un’intervista all’Adnkronos. Alla domanda se non tema le ‘bacchettate’ del ministro dell’Interno Matteo Salvini, da sempre contrario alle adozioni ‘arcobaleno‘, “spero non siano così ignoranti da voler bacchettare – replica Pizzarotti – ma io non ho tolto nulla a nessuno. Per me è giusto che queste famiglie abbiano gli stessi diritti, senza toglierne agli altri. E’ questo del resto il bello dei diritti: puoi darne senza toglierne. (link

 

 

Il solito mantra: la famiglia è “dove c’è amore”; chi condanna utero in affitto e compravendita di bambini è “ignorante” (sic.!); i bambini non hanno alcun diritto ad avere padre e padre: i soli diritti sono quelli degli adulti.

Eccetera, eccetera, eccetera.

 

 

A Pizzarotti, in breve, facciamo notare che:

 

1) Il diritto naturale del bambino ad avere un padre è una madre è evidente e non ha bisogno di giustificazioni: è scritto nel suo DNA, è così che viene concepito, senza un uomo e una donna, dunque senza un padre e una madre nessuno viene al mondo. Chiunque è figlio “di” un uomo e una donna e ciascun padre o ciascuna madre è genitore “diquel bambino. La preposizione “di” indica appunto una co-appartenenza, un complemento di specificazione relativo al possesso, che risponde alla domanda “di chi?” ed indica in questo caso la provenienza (γένος – ghénos), la relazione originaria che fonda l’essere umano.

 

Come se non bastasse, il tutto è stato fissato nero su bianco dalla Convenzione internazionale sui Diritti dell’Infanzia:

Art. 7 – Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.

 

 

2) Nessuno può nascere da due persone dello stesso sesso: gli atti di nascita così registrati sono una evidente negazione della realtà. E’ interessante (e preoccupante) notare che la negazione convinta della realtà è indice di una grave tipologia di disturbo psichiatrico che si chiama psicosi. La psicosi comporta disturbi del pensiero (come deliri e allucinazioni).

 

 

070605carta.jpgDiceva il prof. Italo Carta (ordinario di Psichiatria e Direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano):

Quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“.

 

Mentre la psicanalista Claude Halmos, una dei massimi esperti riconosciuti in etàclaude-halmos_5121198.jpg infantile, ha spiegato che è sbagliato affermare che le coppie omosessuali sono uguali a quelle etero, e «rivendicando il “diritto alla non differenza” richiedono che le coppie gay abbiano il diritto “come le coppie eterosessuali” di adottare bambini . Questo mi sembra un grave errore […]. I bambini che hanno bisogno di genitori di sesso diverso per crescere». La questione, ha scritto, non è se «gli omosessuali maschili o femminili sono “capaci” di allevare un bambino», ma essi non «possono essere equivalenti ai “genitori naturali” (necessariamente eterosessuali)». In questo dibattito, inoltre, «il bambino come persona, come un “soggetto” è assente». Ed ecco il vero punto della questione: «ignorando un secolo di ricerche, i sostenitori dell’adozione si basano su un discorso basato sull”amore”, concepito come l’alfa e l’omega di ciò che un bambino avrebbe bisogno», non importa se esso arrivi da un uomo e una donna, o da due donne. Ma queste affermazioni, ha continuato la psicanalista, «colpiscono per la loro mancanza di rigore»perché «un bambino è in fase di costruzione e, come per qualsiasi architettura, ci sono delle regole da seguire se si tratta di “stare in piedi”. Quindi, la differenza tra i sessi è un elemento essenziale della sua costruzione». Invece si vuole mettere il bambino «in un mondo dove “tutto” è possibile: dove gli uomini sono i “padri” e anche “mamme”, le donne “mamme” e anche “papà”. Un mondo magico, onnipotente, dove ciascuno armato con la sua bacchetta, può abolire i limiti», ma questo risulta essere «debilitante per i bambini». Essi si “costruiscono” attraverso «un “legame” tra il corpo e la psiche, e i sostenitori dell’adozione si dimenticano sempre il corpo. Il mondo che descrivono è astratto e disincarnato». Nella differenza sessuale, invece, «tutti possono trovare il loro posto […], consente al padre di prendere il suo posto come “portatore della legge […], permette al bambino di costruire la sua identità sessuale».

 

 

3) La famiglia e le “famiglie arcobaleno. Se per famiglia si intende la cellula fondamentale che rende possibile la società umana, allora famiglia è solo quella composta da uomo e donna (per l’evidente ragione che è solo da uomo e donna che si generano i figli, gli individui che compongono la società stessa). Se invece per “famiglia” intendiamo un sinonimo di “gruppo sociale“, allora ogni “gruppo” è famiglia: un gruppo di amici che si vogliono bene è famiglia, una squadra sportiva è famiglia, ma anche una terna o quaterna di poliamorosi è famiglia, e non si vede davvero perché a questo punto non riconoscere che i bambini nascono (e devono stare) che ne so, in una squadra di rugby o in una cinquina di poliamorosi.

 

La famiglia (ed il matrimonio, come istituzione che la regola) non è pertanto riducibile a mero riconoscimento di un generico “amore” (che peraltro può significare cose diverse). Famiglia e matrimonio sono invece le istituzioni che articolano l’unione stabile e permanente dell’uomo e della donna e garantiscono la successione delle generazioni. L’istituzione di una famiglia, cioè della cellula che crea una relazione di filiazione diretta tra i suoi membri, è a fondamento della società e della cultura (e non viceversa). Il matrimonio è l’atto fondamentale nella costruzione e nella stabilità tanto degli individui quanto della società intera: snaturarlo comporta necessariamente un danno sia per gli individui singolarmente concepiti sia per la società nel suo complesso.

 

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Come ha osservato il filosofo Diego Fusaro: “La famiglia odierna, quando ancora esista, è disordinata e stratificata, priva di un nucleo e strutturata secondo le forme più eteroclite: dalle gravidanze affidate a una persona esterna alla coppia alle adozioni nelle coppie omosessuali, dalle separazioni sempre crescenti all’inseminazione artificiale. Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile. L’ideologia gender si inscrive appunto in questa dinamica”.

 

4) Dare diritti senza toglierne? Anche di fronte a questa palese negazione dell’evidenza va ricordato che i figli possiedono il patrimonio genetico dei loro genitori: è solo l’unione di genitori unici ed originali, cioè di “quell’uomo” e di “quella donna” che genera “quell’individuo“, unico ed irripetibile. Nessun altro è corresponsabile della generazione che avviene attraverso il concepimento. Altre strade, che escludono questa del concepimento naturale, riducono la generazione a fabbricazione in laboratorio: infatti, come una merce, il bambino viene poi venduto (con regolare contratto firmato da un notaio).

Ma se i bambini non hanno diritto ad avere i propri genitori, perché mai i genitori dovrebbero avere il diritto di tenere i propri figli?

Chi stabilisce che questo legame – che è il primo legame della vicenda umana: quello del sangue – possa essere fatto a pezzi per accontentare i desideri di qualche adulto?

Privare il bambino del padre o della madre (o di entrambi) è forse un’azione che va nell’interesse del minore?

A chi pretende di negare il diritto del bambino ad avere il proprio padre e la propria madre e di cavarsela con un generico “i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami“, dovremo quindi far notare che non c’è alcuna sequenza logica tra l’affermazione 1) i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami e 2) quindi questo qualcuno può essere anche una coppia di omosessuali che arbitrariamente prendono il posto della padre o della madre, ovvero dei genitori naturali di quel bambino.

E’ ovvio che ogni bambino ha diritto di essere amato, ma questo non giustifica per quale ragione debbano essere proprio due (o tre, o quattro, etc.) omosessuali e non invece i suoi genitori naturali, la sua famiglia, come la natura ha stabilito. Ancora: chi pretende di mettere una coppia omosessuale al posto dei genitori naturali rispetta per caso il diritto del bambino di essere amato? E in che modo?

 

Occorre quindi ripeterlo chiaro e forte: non esiste alcun diritto al bambino. E nessun “diritto” può negare la realtà delle cose: il bambino è della sua mamma e del suo papà, ha bisogno di loro, si co-appartegono.

Nella società fondata sui desideri e sulle allucinazioni del principio di piacere è difficile da ribadire, ma ciò nonostante va ripetuto: nessuno ha diritto ad avere un bambino, basandosi sul solo fatto che “desidera” avere un bambino. Il diritto al bambino non esiste né per gli eterosessuali né per gli omosessuali. Una coppia smaniosa di avere un bambino può decidere di unirsi per concepirlo. Una coppia desiderosa di adottare un bambino può fare le pratiche necessarie. Ma nessuna di queste coppie ha – in ogni caso – un “diritto al bambino” che desidera, per il solo motivo che lo desidera.

E l’adozione serve per ridare un padre e una madre al bambino che li ha perduti. Non per dare bambini a coppie di adulti dello stesso sesso.

 

Gli esseri umani, bambini compresi, sono soggetti di diritto e non oggetto di diritto altrui.

Come si fa a concedere il (presunto) diritto di avere un bambino a due persone dello stesso sesso senza negare il diritto (reale e naturale) del bambino ad avere suo padre e sua madre?

Se per far valere i propri (presunti) diritti è necessario sopprimere quelli di altre persone (adulti o bambini che siano) allora ciò significa una cosa sola: quel tipo di “diritto” è solo prepotenza e non ha ragione di essere richiesto.

Questa mentalità – per concludere – considera l’essere umano (il bambino) come un oggetto di cui disporre, da comprare (e per qualcun altro da vendere, ovviamente): un bambino-oggetto, sul quale avanzare pretese.

 

Queste ed altre, s’intende.

 

 

 

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27 Dicembre 2018

Fonte: http://www.Ontologismi.it

ESISTE UN’EPIDEMIA DI DISFORIA DI GENERE?

Recentemente è stato osservato un aumento di casi di disforia di genere che si manifestano in modo abbastanza improvviso in adolescenti e giovani adulti che non avevano mostrato alcun sintomo in epoca precedente. Tale fenomeno è stato definito Disforia di Genere a Insorgenza Rapida (ROGD Rapid-Onset Gender Dysphoria). Una ricerca appena uscita e pubblicata su una rivista scientifica peer-review (PLos-one) ha alzato il velo su questi casi ed i risultati sono veramente preoccupanti ed inquietanti.
Il fenomeno riguarda prevalentemente femmine (83%) che in molti casi avevano avuto una precedente diagnosi di ritardo o disturbo mentale (62,5%). Il fenomeno inoltre sembra legato alla frequentazione di gruppi di amici in cui vi erano soggetti trans-gender o che si identificavano come tali o di social media e siti internet LGBT. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad una specie di contagio psicologico a danno di persone fragili, insicure e manipolabili. Alcuni dei casi descritti sono particolarmente emblematici:
Una ragazzina di 12 anni era stata bullizzata per la sua pubertà precoce con il risultato che odiava il suo seno e si sentiva grassa. Documentandosi su internet aveva appreso che odiare il proprio seno era il sintomo di essere trans-sessuale. Allora aveva modificato il suo diario in modo da far apparire che si era sempre sentita trans-gender.
Una ragazzina di 13 anni e tre sue amiche prendevano lezione da un allenatore molto popolare. Dopo che questi aveva fatto coming out come transessuale entro un anno tutte e quattro le ragazze annunciarono di essere trans-gender.
L’esposizione a gruppi di amici che si identificano come trans-sessuali e la frequentazione di siti e forum LGBT sembra essere una costante di questi ragazzi nel periodo precedente alla loro dichiarazione come persone trans. E’ venuto fuori che in questi gruppi le persone non LGBT venivano ridicolizzate e considerate come malvagie e stupide. In un paio di casi è successo che quando i ragazzi si sono allontanati da questi gruppi e non hanno avuto accesso a internet, hanno fatto nuove amicizie, hanno avuto delle relazioni romantiche con dei coetanei ed hanno concluso che non erano trans-gender. Ma piuttosto che affrontare i loro compagni, hanno chiesto di trasferirsi in un altra scuola. Un genitore ha detto che il loro bambino non poteva affrontare lo stigma di tornare a scuola e di essere bollato come falso o peggio come un traditore. Nell’altro caso, i genitori hanno riferito che il loro ragazzo pensava che nessuno degli amici originali lo avrebbe capito perchè la loro cultura era che se sei “cis-gender” allora sei cattivo e opprimente. Entrambe le famiglie sono state in grado di trasferirsi ed entrambi gli intervistati hanno riferito che i loro ragazzi sono stati bene nei loro nuovi ambienti e nelle nuove scuole. Un intervistato ha dichiarato che il loro figlio ha espresso sollievo che la transizione medica non sia mai stata avviata e ha ritenuto che ci sarebbe stata la pressione di andare avanti se la famiglia non si fosse allontanata dal gruppo degli “amici”.
Ugualmente nefasta è risultata la frequentazione di siti internet e social media ad orientamento LGBT che forniscono anche la consulenza per sapere se sei transgender. In questi siti o forum veniva inculcato ai ragazzini che se i genitori non erano d’accordo sulla transizione erano “abusanti” e “transfobici” e che se avessero aspettato ad effettuare la transizione se ne sarebbero pentiti; gli veniva detto cosa dire ad un medico e/o psicoterapeuta per convincerli a fornire ormoni e che se i genitori fossero stati riluttanti alla terapia ormonale avrebbero dovuto usare la “narrativa suicida” (dicendo ai genitori che c’è un alto tasso di suicidio negli adolescenti transgender) per convincerli; che è accettabile mentire o nascondere informazioni sulla propria storia medica o psicologica a un medico o a un terapeuta al fine di ottenere ormoni o ottenerli più velocemente.
Spesso a seguito del coming out come trans-gender si è assistito ad un peggioramento del benessere mentale e delle relazioni con i genitori e con comportamenti di isolamento e di sfiducia verso tutte le persone non transessuali. Altro dato interessante è che i genitori dei ragazzi interessati dallo studio erano per oltre l’80% ad orientamento liberal, favorevoli al matrimonio omosessuale e per i diritti dei transessuali.
La ricerca conclude che in questo tipo di disforia di genere, la frequentazione di gruppi con persone che si identificano come transessuali e l’esame delle dinamiche che caratterizzano questi gruppi, rende plausibile l’ipotesi di un contagio sociale fra coetanei.
Viene da chiedersi: quanti psicoterapeuti sono in grado di identificare questi casi e dirottare genitori e ragazzi verso terapie psicologiche piuttosto che indirizzarli verso le cliniche del cambio di sesso?

A cura di Frank Gordon

Fonte: Littman L. 2018 Rapid-onset gender dysphoria in adolescents and young adults: A study of parental reports. Plos-one

La “tesi dell’ininfluenza”: “… ma a te, cosa cambia?”

 

Spesso ci si sente chiedere per quali motivi si è contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che si tratta di accettare il riconoscimento di una forma in più di matrimonio possibile e non di eliminare o modificare il matrimonio tra persone normali.
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Considerazioni.
“Se la casa del mio vicino va a fuoco, è saggio preoccuparsi per la propria”: in una società le scelte dei singoli ricadono inevitabilmente sull’intero gruppo sociale. Certamente il “matrimonio omosessuale” non comporta danni diretti a chi ne contesta la legittimità. Il problema è di ordine generale e di protezione di tutta la società da un danno oggettivo che riguarda tutti i cittadini, a partire dai più deboli e indifesi: i bambini. Non si dovrebbe infatti mai dimenticare che il matrimonio comporta per diritto la possibilità di adozione e che il diritto del bambino è (dovrebbe essere) sempre prioritario rispetto ai desideri degli adulti. In una coppia di persone dello stesso sesso il bambino si vedrebbe crudelmente ed ingiustificatamente deprivato del padre e/o della madre: per questo motivo il matrimonio non può essere concesso a chiunque lo richieda. Un consapevole atteggiamento etico impone di valutare le azioni morali (proprie e del prossimo) in base alla loro validità universale: che ne sarebbe se questo principio (matrimonio per tutti e negazione dei diritti dei bambini) venisse applicato universalmente? Ovvero: “Se si facesse così per tutti, avremmo un mondo migliore o peggiore?” E’ questa la domanda che ci fa capire se un’azione è giusta o sbagliata dal punto di vista morale. Se ci si deve necessariamente impegnare per il cambiamento (verso il meglio!) delle leggi e della società in ci si vive, ne consegue che l’indifferenza verso ciò che accade fuori di noi non è un atteggiamento etico accettabile. Ecco perché la questione del “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo gli omosessuali).
A volte si sente questo tipo di replica: “Il matrimonio omosessuale riguarda centinaia di migliaia di adulti e bambini. Per esempio: i Francesi sono favorevoli al matrimonio omosessuale. Altri paesi l’hanno già autorizzato. Perché restare indietro?
Questa è veramente una logica pazzesca. Dal fatto che gli altri paesi europei, fosse anche il mondo intero, abbiano preso una certa direzione (politica) non consegue affatto che tale scelta sia buona di per sé e porti automaticamente dei vantaggi. La storia delle nazioni, europee ed extraeuropee, è stracolma di scelte sbagliate. L’autorizzazione del matrimonio omosessuale non è di per sé, fino a prova contraria, un segnale di progresso, civile o morale, di una nazione. Il concetto è semplice: si devono concedere diritti a qualsivoglia desiderio, solo per il fatto che viene espresso da un certo numero di persone? Basterà autorizzare il maggior numero di cose vietate negli altri paesi per essere al primo posto delle nazioni?
Casomai, prima bisogna dimostrare con una solida argomentazione che le persone hanno diritto a sposarsi, quindi che il matrimonio è sempre a prescindere possibile (quindi poligamia, incesto, etc. compresi) e poi mostrare che è interesse generale della nazione correre in testa alla corsa per concedere diritti in base ai desideri delle persone.
Inoltre, dal punto di vista sociale si dovrà tener presente che a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20). E spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figurati se mancheranno i falsi gay. Già in Australia si verificano i primi casi (com’è logico che sia). Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perchè trattasi solo di coppie etero: non è discriminazione, è biologia. Parliamo di soldi pubblici, tasse mie e vostre, ogni contribuente ha diritto di voto sul loro impiego. La questione riguarda tutti. Come notava Filippo Savarese, “Annacquare e alterare il matrimonio significa manomettere l’intero sistema di protezione e promozione della famiglia”. Inoltre, “smettere di riconoscere nell’unione tra uomo e donna il paradigma dell’intera esperienza umana è il sintomo di una depressione culturale gravemente autolesionista, che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle scelte di vita delle persone, dei loro affetti e dei loro sentimenti”.
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Alessandro Benigni
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