Perché il concetto di normalità fa tanta paura?

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Oggi più che mai, il vortice linguistico trascina nell’assurdo logico chi non è in grado di riflettere criticamente su ciò che si dice. Il rifiuto generalizzato del concetto di “normalità” è un atteggiamento che riscuote un successo crescente, soprattutto tra i più giovani. Il concetto di normalità implica infatti la consapevolezza del doversi adeguare – prima di tutto alla realtà – e questo contrasta inevitabilmente con le fantasie di onnipotenza adolescenziali prima e con le incertezze e le paure dell’età adulta, poi. Ci si rifugia dietro una serie di frasi fatte, che suonano più o meno così: “chi lo dice che cos’è normale?“. E da qui, vista la generale incapacità di rispondere, ci si crede legittimati a sostenere qualsiasi tipo di negazione della realtà, esclusivamente sulla base di una narrazione costruita apposta per rassicurare: se nulla è normale / anormale, tutto va bene. Quindi anch’io andrò senz’altro bene, senza sforzo di adeguamento e di maturazione e men che meno di accettazione della realtà.

Nel caso delle discussioni in campo bioetico, il criterio di “normalità” viene oggi contestato soprattutto per giustificare e normalizzare, appunto, sia l’omosessualità, sia il “matrimonio same sex” e l’utero in affitto con conseguenze “adozione in coppie omosessuali” (e successiva stepchild adoption).

Ma davvero è impossibile o inutile stabilire che cos’è “normale“?

Se due comportamenti opposti si riscontrano poniamo l’uno nel 3% dei casi e l’altro nel 97%, quale sarà quello logicamente definito “normale“?

E ha ancora senso tener fermo il concetto di “normalità“?

E che male c’è nel sottolineare che non tutto è “normale“?

 

Per la definizione del concetto di normalità prendiamo spunto dal manuale di Scienze Sociali “La persona e il mondo sociale“, edizione Hoepli, 2018, pag. 456 e sgg.

Limitandoci al solo ambito “sociale”, il primo criterio per stabilire ciò che è normale, nel campo delle scienze umane, è quello statistico. Secondo tale criterio, la normalità deriva dalla frequenza media di certe caratteristiche e di certi comportamenti. In base a tale criterio sono normali quelle caratteristiche e quei comportamenti che sono presenti nella maggioranza della popolazione.

Abbiamo poi altri due criteri che vengono utilizzati per definire la normalità: quello assiologico e quello funzionale.

Secondo il criterio assiologico dovrebbero essere ritenuti normali quei comportamenti che seguono determinati valori socialmente condivisi. Da tali valori derivano poi delle norme e dei divieti che indicano i comportamenti da seguire e quelli da evitare per il bene della società intera.

Ed è evidente che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è mai stato considerato un bene per la società in quanto non ha senso, proprio dal punto di vista assiologico, proteggere e regolamentare giuridicamente una coppia di persone dello stesso sesso (non importa che siano omosessuali o meno) impossibilitate per natura (e non per accidente: volontà, malattia, vecchiaia, o altro) alla procreazione e quindi a contribuire alla prosecuzione della società stessa. Discorso analogo possiamo fare per la deprivazione di una delle due figure genitoriali (padre o madre) cui viene sottoposto il bambino acquistato mediante l’utero in affitto ed impiantato in una coppia same sex.

Strettamente collegato al criterio assiologico è infine il criterio funzionale, che consente di ritenere normali quei comportamenti che risultano vantaggiosi per la società. Va da sé che non è affatto vantaggioso per la società istituire e regolamentare un matrimonio tra persone dello stesso sesso (quindi spendere risorse per un rapporto che non può per natura portare alcun vantaggio alla società stessa) e men che meno la mercificazione dell’umano che si concretizza nella fabbricazione di bambini in cliniche specializzate per essere poi rivenduti con un contratto commerciale, così come si fa con un prodotto qualsiasi.

 

 

Alessandro Benigni

 

 

 

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Miracolo a Parma: bambini nascono da genitori dello stesso sesso

 

Ormai senza troppo stupore, registriamo un nuovo miracolo della psicosi gender, questa volta a Parma.

Psicolandia estende così i suoi confini, ampliando il territorio fino alla ricca e (poco) ridente città emiliana:

 

Pizzarotti, “su adozioni non temo Salvini, no a bacchettate ignoranti“.

Roma, 23 dic. (AdnKronos) (di Ileana Sciarra) – Quattro atti di nascita per altrettante coppie di genitori omosessuali freschi di firma, “io non l’ho fatto contro qualcuno o per protesta: la famiglia è dove ci sono persone che si vogliono bene, al di là del sesso“. Lo dice il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, presidente di Italia in Comune, in un’intervista all’Adnkronos. Alla domanda se non tema le ‘bacchettate’ del ministro dell’Interno Matteo Salvini, da sempre contrario alle adozioni ‘arcobaleno‘, “spero non siano così ignoranti da voler bacchettare – replica Pizzarotti – ma io non ho tolto nulla a nessuno. Per me è giusto che queste famiglie abbiano gli stessi diritti, senza toglierne agli altri. E’ questo del resto il bello dei diritti: puoi darne senza toglierne. (link

 

 

Il solito mantra: la famiglia è “dove c’è amore”; chi condanna utero in affitto e compravendita di bambini è “ignorante” (sic.!); i bambini non hanno alcun diritto ad avere padre e padre: i soli diritti sono quelli degli adulti.

Eccetera, eccetera, eccetera.

 

 

A Pizzarotti, in breve, facciamo notare che:

 

1) Il diritto naturale del bambino ad avere un padre è una madre è evidente e non ha bisogno di giustificazioni: è scritto nel suo DNA, è così che viene concepito, senza un uomo e una donna, dunque senza un padre e una madre nessuno viene al mondo. Chiunque è figlio “di” un uomo e una donna e ciascun padre o ciascuna madre è genitore “diquel bambino. La preposizione “di” indica appunto una co-appartenenza, un complemento di specificazione relativo al possesso, che risponde alla domanda “di chi?” ed indica in questo caso la provenienza (γένος – ghénos), la relazione originaria che fonda l’essere umano.

 

Come se non bastasse, il tutto è stato fissato nero su bianco dalla Convenzione internazionale sui Diritti dell’Infanzia:

Art. 7 – Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.

 

 

2) Nessuno può nascere da due persone dello stesso sesso: gli atti di nascita così registrati sono una evidente negazione della realtà. E’ interessante (e preoccupante) notare che la negazione convinta della realtà è indice di una grave tipologia di disturbo psichiatrico che si chiama psicosi. La psicosi comporta disturbi del pensiero (come deliri e allucinazioni).

 

 

070605carta.jpgDiceva il prof. Italo Carta (ordinario di Psichiatria e Direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano):

Quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“.

 

Mentre la psicanalista Claude Halmos, una dei massimi esperti riconosciuti in etàclaude-halmos_5121198.jpg infantile, ha spiegato che è sbagliato affermare che le coppie omosessuali sono uguali a quelle etero, e «rivendicando il “diritto alla non differenza” richiedono che le coppie gay abbiano il diritto “come le coppie eterosessuali” di adottare bambini . Questo mi sembra un grave errore […]. I bambini che hanno bisogno di genitori di sesso diverso per crescere». La questione, ha scritto, non è se «gli omosessuali maschili o femminili sono “capaci” di allevare un bambino», ma essi non «possono essere equivalenti ai “genitori naturali” (necessariamente eterosessuali)». In questo dibattito, inoltre, «il bambino come persona, come un “soggetto” è assente». Ed ecco il vero punto della questione: «ignorando un secolo di ricerche, i sostenitori dell’adozione si basano su un discorso basato sull”amore”, concepito come l’alfa e l’omega di ciò che un bambino avrebbe bisogno», non importa se esso arrivi da un uomo e una donna, o da due donne. Ma queste affermazioni, ha continuato la psicanalista, «colpiscono per la loro mancanza di rigore»perché «un bambino è in fase di costruzione e, come per qualsiasi architettura, ci sono delle regole da seguire se si tratta di “stare in piedi”. Quindi, la differenza tra i sessi è un elemento essenziale della sua costruzione». Invece si vuole mettere il bambino «in un mondo dove “tutto” è possibile: dove gli uomini sono i “padri” e anche “mamme”, le donne “mamme” e anche “papà”. Un mondo magico, onnipotente, dove ciascuno armato con la sua bacchetta, può abolire i limiti», ma questo risulta essere «debilitante per i bambini». Essi si “costruiscono” attraverso «un “legame” tra il corpo e la psiche, e i sostenitori dell’adozione si dimenticano sempre il corpo. Il mondo che descrivono è astratto e disincarnato». Nella differenza sessuale, invece, «tutti possono trovare il loro posto […], consente al padre di prendere il suo posto come “portatore della legge […], permette al bambino di costruire la sua identità sessuale».

 

 

3) La famiglia e le “famiglie arcobaleno. Se per famiglia si intende la cellula fondamentale che rende possibile la società umana, allora famiglia è solo quella composta da uomo e donna (per l’evidente ragione che è solo da uomo e donna che si generano i figli, gli individui che compongono la società stessa). Se invece per “famiglia” intendiamo un sinonimo di “gruppo sociale“, allora ogni “gruppo” è famiglia: un gruppo di amici che si vogliono bene è famiglia, una squadra sportiva è famiglia, ma anche una terna o quaterna di poliamorosi è famiglia, e non si vede davvero perché a questo punto non riconoscere che i bambini nascono (e devono stare) che ne so, in una squadra di rugby o in una cinquina di poliamorosi.

 

La famiglia (ed il matrimonio, come istituzione che la regola) non è pertanto riducibile a mero riconoscimento di un generico “amore” (che peraltro può significare cose diverse). Famiglia e matrimonio sono invece le istituzioni che articolano l’unione stabile e permanente dell’uomo e della donna e garantiscono la successione delle generazioni. L’istituzione di una famiglia, cioè della cellula che crea una relazione di filiazione diretta tra i suoi membri, è a fondamento della società e della cultura (e non viceversa). Il matrimonio è l’atto fondamentale nella costruzione e nella stabilità tanto degli individui quanto della società intera: snaturarlo comporta necessariamente un danno sia per gli individui singolarmente concepiti sia per la società nel suo complesso.

 

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Come ha osservato il filosofo Diego Fusaro: “La famiglia odierna, quando ancora esista, è disordinata e stratificata, priva di un nucleo e strutturata secondo le forme più eteroclite: dalle gravidanze affidate a una persona esterna alla coppia alle adozioni nelle coppie omosessuali, dalle separazioni sempre crescenti all’inseminazione artificiale. Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile. L’ideologia gender si inscrive appunto in questa dinamica”.

 

4) Dare diritti senza toglierne? Anche di fronte a questa palese negazione dell’evidenza va ricordato che i figli possiedono il patrimonio genetico dei loro genitori: è solo l’unione di genitori unici ed originali, cioè di “quell’uomo” e di “quella donna” che genera “quell’individuo“, unico ed irripetibile. Nessun altro è corresponsabile della generazione che avviene attraverso il concepimento. Altre strade, che escludono questa del concepimento naturale, riducono la generazione a fabbricazione in laboratorio: infatti, come una merce, il bambino viene poi venduto (con regolare contratto firmato da un notaio).

Ma se i bambini non hanno diritto ad avere i propri genitori, perché mai i genitori dovrebbero avere il diritto di tenere i propri figli?

Chi stabilisce che questo legame – che è il primo legame della vicenda umana: quello del sangue – possa essere fatto a pezzi per accontentare i desideri di qualche adulto?

Privare il bambino del padre o della madre (o di entrambi) è forse un’azione che va nell’interesse del minore?

A chi pretende di negare il diritto del bambino ad avere il proprio padre e la propria madre e di cavarsela con un generico “i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami“, dovremo quindi far notare che non c’è alcuna sequenza logica tra l’affermazione 1) i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami e 2) quindi questo qualcuno può essere anche una coppia di omosessuali che arbitrariamente prendono il posto della padre o della madre, ovvero dei genitori naturali di quel bambino.

E’ ovvio che ogni bambino ha diritto di essere amato, ma questo non giustifica per quale ragione debbano essere proprio due (o tre, o quattro, etc.) omosessuali e non invece i suoi genitori naturali, la sua famiglia, come la natura ha stabilito. Ancora: chi pretende di mettere una coppia omosessuale al posto dei genitori naturali rispetta per caso il diritto del bambino di essere amato? E in che modo?

 

Occorre quindi ripeterlo chiaro e forte: non esiste alcun diritto al bambino. E nessun “diritto” può negare la realtà delle cose: il bambino è della sua mamma e del suo papà, ha bisogno di loro, si co-appartegono.

Nella società fondata sui desideri e sulle allucinazioni del principio di piacere è difficile da ribadire, ma ciò nonostante va ripetuto: nessuno ha diritto ad avere un bambino, basandosi sul solo fatto che “desidera” avere un bambino. Il diritto al bambino non esiste né per gli eterosessuali né per gli omosessuali. Una coppia smaniosa di avere un bambino può decidere di unirsi per concepirlo. Una coppia desiderosa di adottare un bambino può fare le pratiche necessarie. Ma nessuna di queste coppie ha – in ogni caso – un “diritto al bambino” che desidera, per il solo motivo che lo desidera.

E l’adozione serve per ridare un padre e una madre al bambino che li ha perduti. Non per dare bambini a coppie di adulti dello stesso sesso.

 

Gli esseri umani, bambini compresi, sono soggetti di diritto e non oggetto di diritto altrui.

Come si fa a concedere il (presunto) diritto di avere un bambino a due persone dello stesso sesso senza negare il diritto (reale e naturale) del bambino ad avere suo padre e sua madre?

Se per far valere i propri (presunti) diritti è necessario sopprimere quelli di altre persone (adulti o bambini che siano) allora ciò significa una cosa sola: quel tipo di “diritto” è solo prepotenza e non ha ragione di essere richiesto.

Questa mentalità – per concludere – considera l’essere umano (il bambino) come un oggetto di cui disporre, da comprare (e per qualcun altro da vendere, ovviamente): un bambino-oggetto, sul quale avanzare pretese.

 

Queste ed altre, s’intende.

 

 

 

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27 Dicembre 2018

Fonte: http://www.Ontologismi.it

La “tesi dell’ininfluenza”: “… ma a te, cosa cambia?”

 

Spesso ci si sente chiedere per quali motivi si è contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che si tratta di accettare il riconoscimento di una forma in più di matrimonio possibile e non di eliminare o modificare il matrimonio tra persone normali.
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Considerazioni.
“Se la casa del mio vicino va a fuoco, è saggio preoccuparsi per la propria”: in una società le scelte dei singoli ricadono inevitabilmente sull’intero gruppo sociale. Certamente il “matrimonio omosessuale” non comporta danni diretti a chi ne contesta la legittimità. Il problema è di ordine generale e di protezione di tutta la società da un danno oggettivo che riguarda tutti i cittadini, a partire dai più deboli e indifesi: i bambini. Non si dovrebbe infatti mai dimenticare che il matrimonio comporta per diritto la possibilità di adozione e che il diritto del bambino è (dovrebbe essere) sempre prioritario rispetto ai desideri degli adulti. In una coppia di persone dello stesso sesso il bambino si vedrebbe crudelmente ed ingiustificatamente deprivato del padre e/o della madre: per questo motivo il matrimonio non può essere concesso a chiunque lo richieda. Un consapevole atteggiamento etico impone di valutare le azioni morali (proprie e del prossimo) in base alla loro validità universale: che ne sarebbe se questo principio (matrimonio per tutti e negazione dei diritti dei bambini) venisse applicato universalmente? Ovvero: “Se si facesse così per tutti, avremmo un mondo migliore o peggiore?” E’ questa la domanda che ci fa capire se un’azione è giusta o sbagliata dal punto di vista morale. Se ci si deve necessariamente impegnare per il cambiamento (verso il meglio!) delle leggi e della società in ci si vive, ne consegue che l’indifferenza verso ciò che accade fuori di noi non è un atteggiamento etico accettabile. Ecco perché la questione del “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo gli omosessuali).
A volte si sente questo tipo di replica: “Il matrimonio omosessuale riguarda centinaia di migliaia di adulti e bambini. Per esempio: i Francesi sono favorevoli al matrimonio omosessuale. Altri paesi l’hanno già autorizzato. Perché restare indietro?
Questa è veramente una logica pazzesca. Dal fatto che gli altri paesi europei, fosse anche il mondo intero, abbiano preso una certa direzione (politica) non consegue affatto che tale scelta sia buona di per sé e porti automaticamente dei vantaggi. La storia delle nazioni, europee ed extraeuropee, è stracolma di scelte sbagliate. L’autorizzazione del matrimonio omosessuale non è di per sé, fino a prova contraria, un segnale di progresso, civile o morale, di una nazione. Il concetto è semplice: si devono concedere diritti a qualsivoglia desiderio, solo per il fatto che viene espresso da un certo numero di persone? Basterà autorizzare il maggior numero di cose vietate negli altri paesi per essere al primo posto delle nazioni?
Casomai, prima bisogna dimostrare con una solida argomentazione che le persone hanno diritto a sposarsi, quindi che il matrimonio è sempre a prescindere possibile (quindi poligamia, incesto, etc. compresi) e poi mostrare che è interesse generale della nazione correre in testa alla corsa per concedere diritti in base ai desideri delle persone.
Inoltre, dal punto di vista sociale si dovrà tener presente che a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20). E spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figurati se mancheranno i falsi gay. Già in Australia si verificano i primi casi (com’è logico che sia). Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perchè trattasi solo di coppie etero: non è discriminazione, è biologia. Parliamo di soldi pubblici, tasse mie e vostre, ogni contribuente ha diritto di voto sul loro impiego. La questione riguarda tutti. Come notava Filippo Savarese, “Annacquare e alterare il matrimonio significa manomettere l’intero sistema di protezione e promozione della famiglia”. Inoltre, “smettere di riconoscere nell’unione tra uomo e donna il paradigma dell’intera esperienza umana è il sintomo di una depressione culturale gravemente autolesionista, che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle scelte di vita delle persone, dei loro affetti e dei loro sentimenti”.
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Alessandro Benigni

ALFIE EVANS: L’ULTIMA VITTIMA DEL NHS

Alfie Evans è solo l’ultima vittima di un mortifero ospedale del NHS

L’ospedale dei bambini Alder Hey ha una lunga storia di scandali legati alla sicurezza dei pazienti

L”oltraggioso caso Alfie Evans è accaduto in un ospedale dell’NHS con una lunga storia di negligenze cliniche, incluso il peggior scandalo nella storia del NHS, il servizio sanitario nazionale della Gran Bretagna. Gran parte dei media ha coperto il caso di Alfie, con disonestà caratteristica, come una tragedia che era iniziata molto prima che il bambino fosse portato all’Alder Hey. Ma, secondo la testimonianza in tribunale dei medici del NHS, la sua diagnosi iniziale si riferiva a una condizione piuttosto comune: “bronchiolite virale e una possibile convulsione febbrile prolungata”. La malattia neurologica ancora da diagnosticare che suppostamente avrebbe ucciso Alfie non è apparsa fino a dopo che il bambino è entrato in quel pericoloso ospedale.

Quanto è pericoloso l’ospedale Alder Hey? Non solo questa struttura riceve citazioni per la sicurezza dei pazienti con regolarità allarmante da gruppi di “watchdog” e dallo stesso NHS – è stato il centro del famoso “Scandalo di organi dell’Alder Hey”. Sì, avete letto bene. Questo ospedale è stato profondamente coinvolto nel traffico di organi di bambini molto prima che i mostri di Planned Parenthood scoprissero che si potevano fare moltissimi soldi vendendo pezzi di bambini. Alder Hey ha prelevato organi senza permesso dei genitori per anni prima di essere scoperto, come la BBC riportò all’epoca:

“Lo scandalo dell’ospedale pediatrico Alder Hey è dovuto all’appropriazione di cuori e organi di centinaia di bambini. Gli organi sono stati espiantati senza permesso da bambini morti nell’ospedale. Lo staff dell’ospedale ha anche trattenuto e immagazzinato 400 feti raccolti da ospedali nel nord est dell’Inghilterra… Le scoperte di una indagine sul caso sono state descritte come “grottesche” dal Segretario per la Salute Alan Milburn”.

Di certo i difensori dell’NHS affermeranno che questo successo molto tempo fa e non c’entra nulla con Alfie Evans o la qualità della cura i pazienti ricevono nell’ospedale di recente ristrutturato (fino a tre anni fa i pazienti venivano ricoverati in una struttura vecchia di cent’anni). Ma le preoccupazioni allarmanti per la sicurezza sono continuate senza sosta. Nel 2011, per esempio, il quotidiano “The Independent” ha svelato che le negligenze nell’ospedale sono all’ordine del giorno e che i “whistleblowers” erano costretti al silenzio degli amministratori e persino dai medici. Nel 2014 la BBC riportava che “Alder Hey ha mancato quattro standard di sicurezza su cinque in una ispezione fatta da un watchdog medico”.

Il più recente rapporto del NHS riguardante la qualità dell’ospedale, apparso nell’ottobre del 2017, tesse le lodi dell’Alder Hey ma non riesce a nascondere quello che succede ai pazienti lì dentro. Una delle sue più significative raccomandazioni riguarda le malattie che i pazienti contraggono nell’ospedale. “Continuando a monitorare e ad analizzare seri incidenti, e seguendo la tendenza nazionale sulle sepsi e sulle infezioni nosocomiali, il comitato direttivo è d’accordo nell’affermare che ci dovrebbe essere un focus continuo e specifico sulla riduzione delle infezioni nosocomiali”. Qui è dove entra in gioco Alfie. Secondo gli atti del processo, il dottore del pronto soccorso ha diagnosticato ad Alfie quanto segue:

“Un test microbiologico sull’aspirato nasofaringeo ha mostrato rinovirus/enterovirus. Solitamente isoliamo questi virus in bambini con acute infezioni virali del tratto respiratorio inferiore. Ad Alfie è stata diagnosticata una bronchiolite virale acuta e una possibile convulsione febbrile prolungata”.

Questo è successo il 14 dicembre 2016, quando Alfie fu portato al pronto soccorso dell’Alder Hey con febbre alta, tosse e un singolo episodio riportato di “sbalzi ritmici” che era successo prima del suo arrivo in ospedale (quando era ancora a casa). Il giorno dopo, un altro medico gli prescrisse una medicina chiamata Midazolam. Il terzo giorno, 16 dicembre, un altro medico gli prescrisse un ulteriore farmaco chiamato Vigabatrin. Poco dopo, Alfie ebbe delle difficoltà respiratorie. Gli fu messo l’ossigeno, gli fu somministrato un dosaggio più forte di Vigabatrin e fu trasferito presso l’unità di terapia intensiva pediatrica. A gennaio aveva contratto la polmonite e ai suoi genitori dissero che poteva morire.

Qui iniziarono i problemi. Nessuno, nemmeno un medico specializzato nei disturbi di cui soffriva Alfie, avrebbe criticato a posteriori l’operato dei medici, sulla base degli atti con il commento del giudice. Ma i genitori erano lì sul posto, non hanno esitato a farlo. Avendo visto le cure apparentemente scoordinate sopra descritte, erano pronti a non mollare. In seguito Alfie confuse i suoi dottori – non per l’ultima volta – riprendendosi dalla polmonite, il che ha reso Tom Evans e Katie James meno inclini a discutere il piano di fine vita. Alla fine, l’ospedale pediatrico Alder Hey intentò loro causa assicurando la sentenza di morte.

Il che ci porta al vero nocciolo della questione: considerando l’orribile storia dell’ospedale, fatta di negligenze cliniche, noncuranza per la sicurezza dei pazienti, ed espianto illegale di organi, nessun individuo sano di mente avrebbe accolto la sua richiesta di uccidere Alfie. Né l’NHS, né l’ospedale pediatrico dei bambini si sono dimostrati degni di fiducia laddove era in gioco il miglior interesse del paziente. Ma questo non è un individuo. Questo è lo Stato. Questo livello di incompetenza colpevole non avrebbe potuto sopravvivere in nessun altro ambiente. E, alla fine, le vittime della medicina socializzata non possono far altro che sottomettersi. Una volta che la nazione mette il suo sistema sanitario collettivo alla mercé del Leviatano, la bestia userà voi secondo i suoi bisogni.

Gli assistenti medici a cui Alfie è stato affidato da Tom Evans e Katie James hanno fatto una serie di errori che alla fine hanno portato a morte prematura un bambino con un disturbo eminentemente curabile? è probabile che lo abbia fatto. Ma solo lo Stato lo saprà. Una volta sottomessi alla medicina socializzata, avremo ancora il diritto di porre domande, ma lo Stato non sarà obbligato a rispondere.

Fonte: https://spectator.org/alfie-evans-is-just-the-latest-victim-of-a-deadly-nhs-hospital/

Trad. Gian Spagnoletti

Perché normalizzare il non-normale?

 

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A chi giova il dissolvimento del concetto di normalità?

 

Alessandro Benigni

 

 

Abbiamo visto più volte e da prospettive diverse come la fabbrica del consenso di cui l’Impero dispone e con cui dispone preveda l’adozione dell’ingegneria sociale come mezzo di manipolazione e controllo mentale. Con risultati sorprendenti. Da anni, per esempio, è stato instillato – con il metodo dei piccoli passi, alla maniera della “Finestra di Overton”, una viscerale antipatia (tanto irrazionale quanto dannosa), per il concetto di “norma” e “normale”. Tanto che oggigiorno “normale” è per lo più inteso come aggettivo squalificante. La “norma” viene vista come la causa dell’esclusione (di ogni esclusione possibile) e quindi, in un mondo in cui tutti hanno il terrore (indotto) di essere esclusi (chissà da cosa, poi?), “norma” e “normale” sono diventati anatemi da combattere in ogni modo. La norma, infatti, tenderebbe per sua natura ad assorbire – dopo aver tracciato appunto una linea dell’esclusione più o meno rigorosa – tutto ciò che ad essa sembra opporsi. E a nessuno, proprio nessuno, piace essere escluso. Quindi? Quindi aboliamo la norma, semplice. Di questo, ci hanno convinto. Ed è stato relativamente facile. Ma a ben vedere anche la trasgressione, in fondo, non è nient’altro che la riconferma della Regola, del bisogno di una Norma che tracci e difenda i confini, quindi un’ulteriore messa in evidenza del limite che questa sancisce. In altre parole, “Norma” e “devianza dalla norma” sono concetti complementari, speculari. La devianza, oltre a scuotere e far tremare per un istante la struttura normativa, finisce poi inevitabilmente per rientrare in quel suo circuito che le dà origine e, allo stesso tempo, si mostra persino funzionale a questa struttura nel suo complesso. In sociologia, ha fatto scuola l’analisi di Emile Durkheim, che credo per primo ha sottolineato l’universalità sociale e l’imprescindibilità della norma, dandone una connotazione fortemente positiva – per ogni tipo di società. Nella sua analisi il trasgredire alle norme è daccapo un fatto del tutto normale: dovunque esistano regole, norme, prescrizioni, si verificano inevitabilmente violazioni più o meno gravi. In altre parole: dall’ambito della norma – normalità e della sua relazione dialettica con la trasgressione, non si esce: “Ora, non v’è società conosciuta in cui, sotto varie forme, non si osservi una maggiore o minore criminalità. Non v’è popolo in cui non si violi quotidianamente la morale. Perciò dobbiamo dire che il delitto è necessario, che non può non esistere, che le condizioni fondamentali dell’organizzazione sociale, quali si conoscono, lo implicano logicamente, e quindi che è normale. (…) Ciò che è condizione indispensabile della vita non può non essere utile (…). Infatti, abbiamo dimostrato come il delitto possa servire, ma solamente se è condannato e represso. (…) Il suicidio è dunque un elemento della loro [delle epoche] normale costituzione ed anche, molto probabilmente, di ogni costituzione sociale”. (E. Durkheim, Il suicidio, pp. 428-429). Orbene, se la norma e la normalità sono inevitabili, all’Impero non resta che mutarne il significato e rendere il concetto di norma tanto liquido da poter essere adattato allo sviluppo dei propri scopi e della conquista del Potere. A partire dalla svolta epistemologica verificatasi intorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso e che fa leva su alcuni cardini di principio ritenuti oggi imprescindibili (come per esempio: la valorizzazione del soggetto, a prescindere dai “valori” di cui è portatore) siamo pervenuti ad un ripensamento radicale del concetto di diversità. Così, dal Don Bosco che sceglieva di donare la sua vita ai giovani e in particolare agli emarginati, ai ragazzi che i meccanismi dell’esclusione sociale destinavano sin dal XVII secolo al “grande internamento”, come definisce Foucault l’operazione di chiusura delle personalità “difficili” nei molti luoghi della correzione istituzionale, siamo come d’incanto passati all’accettazione alla giustificazione delle distorsioni più evidenti e alla contemporanea patologizzazione della normalità. Questo è stato possibile insistendo con un martellamento mediatico senza precedenti solo sugli effetti negativi di una patologizzazione della condizione di devianza e marginalità che storicamente aveva condotto a legittimare tutte le pratiche, anche pedagogiche, di repressione, controllo sociale. Ma così facendo, siamo giunti ad una “normalizzazione” di segno opposto. La categoria del “diverso”, in passato sanzionata dalla predisposizione del trattamento repressivo-correttivo nonché da una codificazione linguistica minuziosa che etichetta i “tipi” di diversità: lo svantaggiato, l’incorreggibile, l’asociale, il criminale, il folle e così via, è oggi a tal punto valorizzata da far pensare che i veri “diversi” siano i “normali”. E’ così che – nel gioco dialettico delle opposizioni binarie come “reale” e “falso”, “normale” e “anormale”, la tattica dell’Impero ha permesso di svuotare di significato sia il concetto di normale che quello di a-normale, sia quello di sano che di malato, così come l’ultima versione del DSM mostra chiaramente. Le opposizioni binarie sono passate nelle mani sapienti degli ingegneri sociali, a servizio dell’Impero, che sono riusciti col tempo a rendere socialmente condivisa una generale stigmatizzazione sia delle fonti di informazioni “non conformi” (leggi “fake news”) e soprattutto di idee non conformi (leggi pro life, pro family, etc.) − ristrutturando linguisticamente la realtà del consenso come territorio concettuale nel quale ogni persona pensante, scrivente o parlante di fuori dal mainstream è considerato come una sorta di “deviante”, o di “estremista”, o qualsiasi altra forma di reietto sociale. Siamo insomma al punto di svolta: la normalità è fabbricata linguisticamente da chi controlla i media e lo stesso vale per l’opposto dialettico di a-normale.

Scrivevano infatti Noam Chomsky ed Edward Herman in “La fabbrica del consenso”:

“Non sarà sfuggito a nessuno che il postulato democratico afferma che i media sono indipendenti, determinati a scoprire la verità e a farla conoscere ; e non che essi passano la maggior parte del tempo a dare l’immagine di un mondo tale che i potenti desiderano che noi ci rappresentiamo, che sono in una posizione d’imporre la trama dei discorsi, di decidere ciò che il buon popolo ha il diritto di vedere, di sentire o di pensare, e di “gestire” l’opinione a colpi di campagne di propaganda”.

Come cerco di spiegare nella riflessione qui di seguito, lo stesso procedimento è stato adottato dalla Psichiatria mondialista, a servizio dell’Impero, come la quinta edizione del DSM mostra chiaramente.

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E’ impressionante la velocità con cui questa specie di morsa a tenaglia si stringe sul mondo occidentale, nel disinteresse quasi totale.

Da una parte si normalizza ogni devianza (e c’è già chi ipotizza che nel prossimo DSM la pedofilia verrà completamente sdoganata: già alcune recenti conferenze si sono mosse in questa direzione, arrivando ad affermare che non si può dire con certezza che la pedofilia provochi dei danni misurabili nei bambinimentre dall’altra si patologizza la normalità.

Due esempi:

Il primo è l’ oppositional defiant disorder” or ODD. Così definito nel DSM IV (ma ildiscorso vale anche per l’ultima edizione del manuale), questo curioso disordine mentale consisterebbe in un “atteggiamento continuo di ostilità, disobbedienza e comportamento ribelle”, e i sintomi includono per l’appunto ribellione, negatività, contestazione dell’autorità, ed essere polemici.
Non ci vuole un genio per intravedere che cosa si nasconde dietro questa nuova lingua universale e dogmatica che è lo psichiatrese: un globale silenziatore per ogni pensiero divergente, per ogni dissidenza, per ogni critica all’ideologia dominante che è espressione del potere.

Il secondo: con il DMS-5, anche la comune sofferenza umana viene considerata una specie di malattia mentale. L’APA fa meraviglie!

Allen Frances (il direttore della squadra che ha messo a punto il DSM-4) ha sentenziato in merito: «Il mio miglior consiglio ai clinici, alla stampa ed al pubblico in generale è: siate scettici e non seguite ciecamente il DSM-5 lungo una direzione che porterà facilmente ad un eccesso di diagnosi e ad un dannoso eccesso di somministrazione di farmaci».  Quello che allarma in modo particolare Frances, e non certo solo lui, è il fatto che il DSM-5 renda patologici delle normali sofferenze umane. Il 7 gennaio 2013, nel suo articolo Ultimo appello al DSM-5: proteggete la sofferenza dalle grinfie dell’industria farmaceutica, Frances scrive : «Far diventare la sofferenza umana una malattia mentale sarà *la manna* per l’industria farmaceutica ed una carneficina per chi soffre. È una decisione autodistruttiva per lo stesso DSM-5 ed inoltre mina la credibilità dell’APA. La Psichiatria non dovrebbe disconoscere la normalità».
Dobbiamo fare un passoindietro per mettere bene a fuoco la questione: nel DSM-4, alla cui redazione Frances ha contribuito più di tutti, c’era la cosiddetta «esclusione del lutto» che stabiliva la non diagnosi di disturbo psichiatrico di depressione nel caso di sofferenza per la perdita di persona amata, anche se accompagnata da sintomi di depressione. Prima del DSM-5, l’APA aveva riconosciuto che avere dei sintomi di depressione nel soffrire la perdita di una persona amata fosse una cosa normale e non una malattia. Prossimamente, una normale sofferenza umana accompagnata da sintomi riconducibili alla depressione porterà invece alla diagnosi di depressione.
La partita è chiusa; i difensori della normalità – preoccupati anche della perdita di credibilità dell’APA – hanno perso. I promotori della diffusione malattia mentale, gli psichiatri neocons, hanno vinto.
Ma non è finita qui. Il DSM-5 inventa di sana pianta nuove malattie mentali. Si pensi per esempio a questa nuova diagnosi di malattia mentale messa a punto specificamente per i bambini, siglata DMDD, disruptive mood dysregulation disorder, in italiano: disturbo da cattiva regolazione di uno stato d’animo esplosivo. Ci si riferisce qui agli scoppi di collera tipici nei neonati e nei bambini; Frances tira questa conclusione sul DMDD : «trasforma il fare i capricci tipici del bambino in una malattia mentale».

A questo punto non guasta un breve riepilogo della storia del DSM.

Il primo DSM è del in 1952 ed elenca 106 disturbi (inizialmente indicati come «reazioni»). Il DSM-2 viene pubblicato nel 1968, il numero dei disturbi passa da 106 a 182.
Sia il primo DSM che il DSM-2 includevano l’omosessualità fra le malattie mentali. Negli anni ’70, in concomitanza con l’aumentare del significato del DSM cresce l’attivismo del mondo gay. Ne deriva che il tema psichiatrico-politico più noto e visibile diviene l’eliminazione dell’omosessualità dalle malattie mentali. Gli attivisti gay manifestano durante le riunioni dell’APA, che sul tema si divide ferocemente.
Così, mentre da una parte nel DSM-3 l’omosessualità viene eliminata dalle patologie, dall’altra il loro numero cresce e passa da 182 a 265. In particolare, grazie all’aggiunta di molte diagnosi che riguardano i bambini e che diventeranno rapidamente molto popolari. Una fra tutte l’ODD od oppositional defiant disorder [disturbo oppositivo provocatorio].
Il DSM-4 esce nel 1984 ed elenca 297 disturbi ed oltre 400 tipi di diagnosi di specifiche malattie mentali. Nel numero del febbraio 1997 di Harper’s, L.J. Davis scrive una recensione del DSM-4 intitolat: «L’Enciclopedia dell’infermità mentale: un manuale di psichiatria elenca una pazzia per ognuno di noi» nella quale scrive che il DSM-4 «è lungo 886 pagine e pesa, nell’edizione paperback, poco meno di 1,5 kg. Se indossato in battaglia e posto sopra al cuore, potrebbe probabilmente fermare una pallottola calibro militare .50 sparata da 1500 metri. [cioè un tiro mortale di un cecchino]».
Ma per Allen Frances, il DSM-5 non è un’occasione per farsi due risate. Infatti ci ricorda che: «Le nuove diagnosi in psichiatria sono più pericolose dei nuovi farmaciperché è da esse che dipende se milioni di persone assumeranno o meno i farmaci; tra l’altro di regola dopo visite sommarie o da parte di non specialisti. Benché l’APA sostenga che il DSM-5 non espanda sostanzialmente il numero totale delle malattie mentali, è sufficiente un’unica modifica del DSM-5 (quella che elimina l’esclusione della diagnosi di depressione nel caso di lutto), per creare milioni di malati di depressione inesistenti.

Che cosa dovremmo pensare del fatto che tra le “nuove” malattie mentali sono comprese: l’arroganza, il narcisismo, la creatività al di sopra della norma, il cinismo e il comportamento anti-sociale, che in passato venivano considerati semplicemente “tratti delle personalità”?

A chi giova la creazione dal nulla di nuove patologie? Nessuno vede, dietro l’angolo, i grandi sorrisi delle Lobby farmaceutiche?

Normalizzare la devianza e patologizzare la normalità significa rendere tutti bisognosi di cure. La devianza infatti non potrà mai essere completamente normalizzata, se non fosse altro per un principio statistico, e la normalità non verrà più ad essere difesa dall’evidenza: chi si troverà a protestare, infatti, sarà considerato automaticamente bisognoso di cure (in base alla diagnosi di “oppositional defiant disorder“).

Non si può evitare un collegamento logico con quanto sta avvenendo anche in Italia, con l’introduzione dello psicoreato di “omofobia“. Pseudo-reato, ricordiamolo ancora una volta, che è logicamente e giuridicamente assurdo. La fobia, quella vera, è infatti una malattia psichiatrica: abbiamo sindromi fobiche (fobia da situazione, fobia da esseri viventi fobia da oggetti, fobie ossessive). Ma da quando una malattia può diventare reato? In realtà questo neologismo assurdo – “omo-fobia” – sembra confezionato apposta per tappare la bocca a chi vuole difendere la famiglia naturale e i diritti dei bambini. Ma l’omofobia non è l’equivalente logico del dissenso e se la patologia, quella vera, è tale allora va curata e non può invece essere definita “omofoba” (quindi malata) una persona solo perché non condivide che i bambini vengano privati del loro diritto naturale di avere un padre e una madre.

 

 

 

 


 

 

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DISFORIA DI GENERE. COME ROVINARE I PROPRI FIGLI

La cosa più amorevole da fare per i bambini che affrontano la disforia di genere e rassicurarli che loro sono nati nel corpo giusto. E poi aiutarli. Non l’aiuto che somministra farmaci e raccomanda la chirurgia, ma quello che identifica il disagio psicologico di fondo e cerca di sanarlo.

E poi respingere con tutte le forze l’idea pericolosa che viene promossa che i bambini possano o debbano “transitare” nel sesso opposto.

Perché una volta che avete mutilato i vostri bambini attraverso il blocco della pubertà, gli ormoni e la chirurgia, non c’è modo di tornare indietro come questa mamma si è accorta troppo tardi.

“Salve

Ho sempre supportato mia figlia transgender. Quando era ancora un ragazzo e cominciò a esprimere il desiderio di essere una femmina. Ho fatto tutte le cose giuste: terapisti, blocco della pubertà, ogni cosa.

Adesso ha 20 anni e tutto sta andando a pezzi. Abbiamo dovuto posticipare l’operazione chirurgica a causa dei costi, ma adesso finalmente abbiamo abbastanza soldi e siamo andati da diversi specialisti. Tutti ci hanno detto la stessa cosa. I farmaci per bloccare la pubertà l’hanno lasciata con un micro pene. Si utilizzerà una parte del suo colon per costruire la vagina. Uno dei suoi amici che si è sottoposto all’intervento a distanza di un anno ha la vagina che odora quasi come il colon. Naturalmente mia figlia è ora sconvolta. E’ in terapia, ma il suo stato mentale sta peggiorando sempre di più ed io sono disperata. Oltretutto lei non ha mai avuto alcuna funzionalità sessuale. Nessuno stimolo, nessuna erezione anche quando lei prova a masturbarsi per vedere se può stimolarsi da sola… ma niente. I dottori dicono che questo potrebbe non cambiare anche dopo l’operazione. La sua prospettiva di vita è triste. Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma questa è una cosa impossibile. L’unico uomo che è stato con lei per un po’ l’ha lasciata perché frustrato dalla sua mancanza di sessualità.

Non so cosa fare, vi prego aiutatemi.”

Fonte
https://www.facebook.com/katyfaustblogger/

IL SIBILO DEL #potere

Davvero pensavate che qualcuno avrebbe alzato la voce? Alzare la voce ormai spetta solo ai deboli, si sa. Il potere non alza la voce, il potere sibila. Per il tuo bene, è chiaro.

Il potere ha sibilato all’orecchio della CEDU per soffocare il grido di due genitori che hanno osato alzare la voce.

Davvero pensavate non sibilasse anche all’orecchio di monsignore? Come siete ingenui! Sono finiti i tempi del leone di Wadowice e ci sono così tanti scandali da dissotterrare, così tante leggi fiscali e bancarie che a gusto del potere si possono adottare contro i beni di Roma.

E allora si fa un bel comunicato che gronda pietà umana per tutti, per i buoni e i cattivi, una robina ambigua in cui si omette il nocciolo del problema. 

– “Ma monsignore, non diciamo nulla sulla respirazione artificiale? Dice che non se ne accorgeranno?”

– “Ma no che non se ne accorgono. E anche fosse, abbiamo pure noi la nostra bella fetta di potere in caso qualcuno alzasse la voce. Il nostro popolo troverà conforto nelle nostre parole, sentirà alleggerirsi la coscienza e comincerà a pretendere che quei pochi sediziosi tacciano. E basta con questo povero bambino, lasciatelo morire in pace, non criticate la gerarchia” sibila monsignore.

LETTERA APERTA ALLA #CEDU DELLA MAMMA DI UN BIMBO CON LA STESSA MALATTIA DI #CharlieGard

Gentili Signori,

Sono la mamma di Emanuele Campostrini, detto “Mele”. Mio figlio ha 9 anni ed è considerato uno dei pittori italiani di maggior talento, spesso paragonato ad altri giovani artisti famosi di tutto il mondo.

Mio figlio è affetto da malattia mitocondriale e da deplezione mitocondriale.

Non può camminare, stare seduto, sostenere il capo, viene nutrito con un sondino nasogastrico e ha bisogno di un ventilatore elettrico per respirare. E’ sordo e parzialmente cieco, ha sopportato migliaia di crisi epilettiche durante tutta la sua vita. Non può piangere, non può ridere….lui ride DENTRO.

Quando eravamo in ospedale i medici lo considerarono in uno stato così grave e con nessuna possibilità di sopravvivenza che ricevette la Cresima con il rito per i bambini in pericolo, o vicini alla morte.

Non solo non è morto, ma la sua condizione, che rimane molto complessa,  è diventata terreno fertile per la sua peculiare personalità e perché il suo straordinario talento si mostrasse e crescesse. Non vede il mondo come lo vedo io, la sua prospettiva è sempre un’epifania e i suoi dipinti insegnano ad ogni osservatore. 

Andrea Bocelli, il famoso cantante d’opera, scrisse su di lui “ La lezione che “Mele” impartisce, mentre dipinge, ma anche prima e dopo, è più profonda di qualsivoglia dotta disquisizione (artistica e finanche teologica)”.

Vi piace la torre Eiffel? O “ La Gioconda”? I dipinti e le sculture di Michelangelo, il Beowulf, la musica di Mozart? Sono certamente un’eredità mondiale che appartiene a ciascuno di noi. Noi non avremmo queste opere se qualcuno avesse deciso di interrompere la vita di questi artisti quando erano bambini. Ogni essere umano è eredità del mondo ed è impossibile decidere che cosa una persona farà o che cosa darà all’umanità quando è un bambino piccolo, o un bambino malato.

Ma, per favore, abbiate fede ed usate la vostra speranza! E’ la stessa speranza che vi ha fatto innamorare di vostro marito/vostra moglie, che vi faceva aspettare “quella telefonata”, la stessa speranza che vi ha fatto immaginare e poi abbracciare i vostri figli quando sono nati. E’ una speranza “innata dell’essere umano”, per favore, siate umani: uomini e donne degni di questo nome!Abbiate fiducia nelle immense possibilità degli esseri umani e nella Grazia di Dio. Siate coraggiosi.

Per favore, lasciate vivere Charlie Gard e non giudicate la sua vita finché non l’ha vissuta.

Sentitevi felici e forti di questa saggia decisione per la vita e….siate preparati per le sorprese!

Grazie

Chiara Paolini

Videomessaggio di Chiara Paolini

About Charlie Gard case


LETTERA DEL #parroco ALL’IMBRATTATORE #abortista

 «Caro scrittore anonimo di muri,

Mi dispiace che tu non abbia saputo prendere esempio da tua madre. Lei ha avuto coraggio. Ti ha concepito, ha portato avanti la gravidanza e ti ha partorito. Poteva abortirti. Ma non l’ha fatto. Ti ha allevato, ti ha nutrito, ti ha lavato e ti ha vestito. E ora hai una vita e una libertà. Una libertà che stai usando per dirci che sarebbe meglio che anche persone come te non ci dovrebbero essere a questo mondo. Mi dispiace ma non sono d’accordo. E ammiro molto tua mamma perché lei è stata coraggiosa. E lo è tutt’ora, perché, come ogni mamma, è orgogliosa di te, anche se ti comporti male, perché sa che dentro di te c’è del buono che deve solo riuscire a venire fuori. L’aborto è il “non senso” di ogni cosa. È la morte che vince contro la vita. È la paura che vince su un cuore che invece vuole combattere e vivere, non morire. È scegliere chi ha diritto di vivere e chi no, come se fosse un diritto semplice. É un’ideologia che vince su un’umanità a cui si vuole togliere la speranza. Ogni speranza. Io ammiro tutte quelle donne che pur tra mille difficoltà hanno il coraggio di andare avanti. Tu evidentemente di coraggio non ne hai. Visto che sei anonimo. E già che ci siamo vorrei anche dirti che il nostro quartiere è già provato tanti problemi e non abbiamo bisogno di gente che imbratta i muri e che rovina il poco di bello che ci è rimasto. Vuoi dimostrare di essere coraggioso? Migliora il mondo invece di distruggerlo. Ama invece di odiare. Aiuta chi è nella sofferenza a sopportare le sue pene. E dai la vita, invece di toglierla! Questi sono i veri coraggiosi! Per fortuna il nostro quartiere, che tu distruggi, è pieno di gente coraggiosa! Che sa amare anche te, che non sai neanche quello che scrivi! 

Io mi firmo:

don Andrea»

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/scritta-aborto-san-michele-santa-rita-lettera-parroco-facebook?utm_content=buffer2c872&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

#allarme RIENTRATO, MA MICA TANTO

​ALLARME RIENTRATO, MA MICA TANTO

Dunque si scopre oggi che la pubblicità di una nota marca di jeans circolata ieri sugli autobus romani non raffigurava un bacio pedofilo ma ritraeva semplicemente un uomo e una donna.

Il primo piano ha ingannato tutti e il dato interessante è proprio questo: che ci siamo cascati tutti.

Nell’epoca in cui i bambini vengono sessualizzati precocemente e visti come già grandi – e viceversa esistono gli asili nido per adulti che si sentono infanti – questa è una immagine che si presta a una campagna di priming in cui la massa si abitua a certi messaggi che, una volta entrati nella memoria a breve termine, transitano in quella a lungo termine facendo sì che le difese non si alzano più automaticamente. L’idea di un rapporto affettivo e sessuale fra un adulto e un bambino diventa un qualcosa di già visto, di familiare e quindi si è più predisposti ad accettare il dato che si appresta a venire imposto.

Ora, nel momento in cui le università italiane hanno già predisposto il libretto per il terzo sesso – per quelli cioè che non si riconoscono né come maschio né come femmina – disconoscendo il dato biologico, ebbene sarà un breve passo da compiere per riconoscere diritti particolari all’adulto che si sente più piccolo o al bambino che si sente più grande. Se il dato biologico viene disconosciuto per il sesso, non si capisce perché debbano esserci dei paletti per l’età che effettivamente è molto più fluida nell’autopercezione, molto più relativa rispetto al sesso che invece è molto più legato ad un dato oggettivo, biologico. L’età, dunque, si presta ancora meglio al gioco della fuidità.

Se c’è il libretto per l’uomo che si sente femmina e per la donna che si sente maschio, ma perché un adulto di cinquant’anni non dovrebbe poter andare all’asilo? Se il cinquant’enne si sente adolescente, perché non dovrebbe poter avere una relazione con una quindicenne senza subirne le conseguenze penali?

Allarme rientrato dunque? Ma mica tanto. Come si può ben capire, lo sdoganamento della pedofilia è già dietro l’angolo.

Alessandro Benigni