PADRI CANCELLATI

I padri mancanti e le stragi negli U.S.A.

Alla luce anche delle recenti stragi negli Stati Uniti una riflessione su una delle possibili con-cause, oltre ovviamente a quella della libertà nell’acquisto e possesso di armi da fuoco automatiche, di quelle tragedie, da non trascurare perché i suoi danni sono ravvisabili anche nella nostra società.

I padri mancanti e i ragazzi “spezzati” d’America – La stragrande maggioranza degli autori di stragi viene da famiglie a pezzi.

di Suzanne Venker (fonte: Foxnews.com)

Il mio articolo più recente sulla sparatoria nella scuola di Parkland e la sua relazione con la mancanza del padre del padre ha causato uno tsunami di email. In una di queste, un uomo di nome Fritz mi ha chiesto che cosa considerassi come la radice della assenza dei padri. Ho deciso di scrivere un articolo di approfondimento per rispondere a quella domanda. Il soggetto de “Il grido disperato dei ragazzi d’America” (“The Desperate Cry of America’s Boys”) è difficile. Sottolineare che i ragazzi hanno bisogno dei loro padri è puntare un riflettore sul divorzio e sulle madri single; e questo è effettivamente sgradevole. Ma non c’è modo di parlare della mancanza dei padri in modo piacevole.
Il fatto è che il divorzio e lo sfascio della famiglia – che, per rispondere alla domanda di chi mi ha scritto, è la radice della mancanza dei padri – sono catastrofici per i figli.
C’è più di una ragione, ma un ovvio motivo è che il divorzio separa i figli dal padre.
Questo è distruttivo sia per i bambini che per le bambine, ma ogni sesso soffre in modo differente. Le bambine che crescono senza il proprio padre hanno più probabilità di entrare in depressione, di assumere atteggiamenti autolesionistici e di essere (sessualmente) promiscue. Ma hanno pur sempre le loro madri, con cui si identificano chiaramente. I bambini non hanno una identificazione paragonabile e quindi soffrono maggiormente per l’assenza del padre. Inoltre tendono maggiormente a ricorrere a gesti eclatanti in un modo dannoso per gli altri, cosa che tipicamente le ragazze non fanno.
Ciò non significa che dei genitori divorziati non possano mai far funzionare bene le cose. Alcuni ci riescono, specialmente quelli che collaborano pacificamente per condividere la custodia dei figli e abitano l’uno vicino all’altra o prendono un proprio appartamento lasciando che i figli stiano nella casa mentre vanno avanti e indietro (loro, non i figli).
Ma guardiamo in faccia la realtà: se gran parte delle coppie divorziate potesse funzionare così bene insieme, prima di tutto non sarebbero divorziate. Circostanze del genere sono rare.
Il più delle volte, i figli perdono il contatto con il padre – per due ragioni. Una è che le madri, nel divorzio medio americano, rimangono il genitore prestabilito a cui si dà la custodia dei figli, e quindi ne mantengono il controllo quasi totale. L’altra è che sono le donne a considerarsi solitamente la parte lesa, come evidenziato dal fatto che sono le mogli ad aprire il 70% delle cause di divorzio.
L’infelice risultato è che alcune madri divorziate usano qualsiasi opportunità per minare la relazione dei figli con il loro padre o, se non quello, sminuiscono il significato del ruolo paterno. Nel 2016, quando Angelina Jolie e Brad Pitt stavano divorziando, la Jolie ha effettivamente detto che non le era mai passato per la mente che suo figlio “Mad” avesse bisogno di un padre. Questo potrebbe essere un esempio estremo; ma non è qualcosa che chiunque, stella di Hollywood o persona comune, avrebbe pensato – tanto meno detto – una ventina di anni fa.
Non che le madri singole non possano essere ottime madri. Possono, eccome. Ma non possono essere padri. I bambini hanno bisogno della propria madre e del proprio padre per avere le migliori possibilità nella vita. Come ha scritto un’altra persona nella sua e-mail, Tom, che fa l’allenatore di basket per giovani fra i 12 e i 18 anni, “Sebbene questo non sia una garanzia, la famiglia bi-parentale migliora le chances affinché un giovane diventi un adulto ben bilanciato. Nell’attuale società progressista dove viviamo, i messaggi per questi ragazzi senza un padre a casa che li filtri o dia loro senso mettono questi bambini in una posizione impossibile”.
Posso garantirlo da madre di un ragazzo quindicenne che non sarebbe l’eccezionale giovane che è, senza suo padre. La verità è che mi prendo pochissimo merito per quello che mio figlio è diventato. Aveva bisogno di me soprattutto quando era piccolo, ma quando è diventato cosciente della sua identità maschile è stato a suo padre – non a me – che ha guardato per avere una guida e una direzione. Suo padre era e resta il suo modello di mascolinità.
Quando i ragazzi non hanno questo modello soffrono. E quando soffrono loro, ne soffre la società. La maggior parte dei responsabili di sparatorie nelle scuole vengono da famiglie senza padre (vedere link a: fatherless homes) e uno studio su stragisti più adulti (ad esempio Steven Paddock, responsabile del massacro di Las Vegas) produce risultati simili. Le conseguenze della mancanza del padre sono davvero semplicemente sconcertanti.
E la parte più triste è che la gran parte dei padri assenti non è assente per propria scelta. I “papà buoni a nulla” esistono, ma non a bizzeffe. In molti casi sono le donne a divorziare (link: women are divorcing perfectly good husbands) da buoni mariti per cercare quello che sarà un abbinamento migliore – il che è una naturale conseguenza dei divorzi senza addebito di colpa. Certamente, le donne sposate a uomini pericolosi o che le abusano devono chiedere il divorzio. Ma mariti e padri di questo genere non possono essere la sola spiegazione per un tasso di divorzi chiesti per il 70% da donne.
La radice dell’assenza dei padri è profonda e ampia, ma in ultima analisi risiede in due cose: nel rigetto nella nostra cultura del valore degli uomini come esseri umani cha hanno qualcosa di unico da offrire, – da una parte, diciamo loro di “comportarsi da uomini” e dall’altra diciamo loro che la mascolinità è il problema – e il rifiuto del matrimonio come un’istituzione cruciale per la salute e il benessere dei figli.
Questa radicata convinzione è stata soppiantata dalla nozione che il matrimonio serve alla soddisfazione emotiva degli adulti. Ma non è così. Il matrimonio è per le necessità dei figli, tutto qua. Così stanno le cose, e così resteranno. I bisogni dei bambini sono gli stessi di cent’anni fa. Siamo noi a essere cambiati, e non loro.
Quindi, siamo noi ad aver fallito.

Traduzione a cura di Gian Soagnoletti

ADOLESCENTI EX TRANS

Sono sempre di più le testimonianze di persone che hanno attraversato l’esperienza della “transizione” da un genere all’altro che tornano sui loro passi deluse da un’esperienza che, piuttosto che essere risolutiva dei loro problemi di inadeguatezza, si è dimostrata un periodo di ulteriore sofferenza e di maggior solitudine.
Danny ci racconta come la “transizione”, prima sociale e poi farmacologica (per fortuna non sempre chirurgica), sia in pratica l’unica proposta “terapeutica” che come adolescente confusa sul proprio sesso ha ricevuto dalla psicologia ufficiale che non è nemmeno stata in grado di offrire ascolto ai suoi dubbi su una scelta del genere.

Mi chiamo Dagny, sono una donna che ha detransizionato. Sono qui per dimostrare cosa può succedere quando permettiamo ad un adolescente di prendere importanti decisioni mediche che influenzeranno il suo corpo per il resto della sua vita. Sono anche qui come parte del Pique Resilience Project, una coalizione di quattro giovani donne che hanno detransizionato: Jesse, Helena, Chiara e me stessa. Ci siamo identificate tutte come uomini trans durante la nostra adolescenza. Tre di noi hanno preso il testosterone per almeno nove mesi e in realtà ho iniziato il testosterone sei mesi prima di compiere 18 anni, dopo che il mio terapista mi ha diagnosticato una disforia di genere a 16 anni. Il progetto Pique Resilience è stato fondato a gennaio dopo esserci riunite tutte per condividere le nostre storie, le nostre somiglianze e le nostre differenze. Abbiamo discusso di cosa potremmo fare per condividere le nostre storie con tutti, con le persone che hanno bisogno di ascoltarle.

Come tutti sappiamo, questo è un dibattito estremamente acceso, e sto per dire alcune cose con cui molte persone non saranno d’accordo. Ma alla fine, tutto ciò che sto per dire proviene dalla mia esperienza personale e da ciò in cui credo a seguito di quell’esperienza, un’esperienza che troppe persone non sono disposte a prendere sul serio. Noi, il Pique Resilience Project, siamo state chiamate bugiarde, persone in cerca di attenzione, persone conservatrici e bigotte.

Ci è stata data una sola opzione, con conseguenze indicibili e devastanti: se un’adolescente afferma di avere una disforia di genere e vuole essere un ragazzo, allora dovrebbe – deve – essere autorizzata alla transizione.

Vorrei discutere della mia esperienza di adolescente trans. Ho avuto i primi sintomi di quella che ora sarebbe chiamata disforia di genere nella mia infanzia. A 11 o 12 anni mi sono sentita incredibilmente umiliata dal fatto che il mio seno stava crescendo e che avrei dovuto iniziare a indossare reggiseni. Questo periodo è stato una fonte di angoscia e odio dal momento in cui ho iniziato le mestruazioni. Ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava in me. Volevo che ci fosse un bottone, qualcosa su cui potevo fare clic e diventare di colpo un maschio. La mia famiglia non era affatto religiosa, ma ricordo di essermi sdraiata sul mio letto di notte, e di aver detto a Dio nella mia testa che avrei iniziato ad andare in chiesa se mi fossi svegliata maschio.

La mia disforia è esplosa quando ho compiuto 15 anni. In quel momento ho iniziato ad identificarmi come trans. Come tanti altri adolescenti trans, ho iniziato a esprimere la mia identità trans a causa di due fattori nella mia vita: uno, avevo amici trans – tra cui due di loro, entrambe più grandi di me, erano FTM e due ho iniziato a fare uso dei social media. Non ero mai stata molto attiva sui social media prima di compiere 15 anni, ma a pochi mesi dalla creazione di un account su tumblr e seguendo diversi blog LGBTQ, avevo deciso di essere non binary.

Questa identità mi è sembrata un gioco. È stata una distrazione divertente – una stranezza che mi ha reso speciale e interessante, se non per gli altri, almeno per me stessa. Ma poi non è bastato e mi chiedevo: “Devo andare oltre? Quanto lontano posso spingermi? ”Poi mi sono buttata a capofitto nella transizione: nuovo nome, nuovi pronomi, nuovi vestiti, canotta contenitiva. E ha smesso di essere un gioco.

Il primo posto in cui ho provato questa nuova identità era online. E voglio solo dire che penso che sia incredibilmente importante per tutti – per i genitori, sì, ma anche per gli adolescenti, terapisti e legislatori – capire quale tipo di impatto i social media possono avere su una mente in via di sviluppo. In sostanza, sono diventata una persona diversa dopo aver iniziato a usare Tumblr. È un ambiente malsano, sconvolgente e tossico da frequentare. La mia esperienza online, essendo stata influenzata da quel livello di pensiero di gruppo, quel livello di polizia morale e le costanti minacce implicite di ostracizzazione mi hanno reso una persona intensamente ansiosa. Ho visto i miei genitori come dei bigotti perché mi è stato detto su tumblr; perché hanno insistito così a lungo per impedirmi di iniziare gli ormoni. Chiunque ‘sbagli’ pronomi è, secondo tumblr, un nemico. La versione di Tumblr della moralità e della giustizia mi ha resa un’ adolescente impressionabile e insicura – mi sentivo come se il mio unico posto sicuro fosse nella mia testa, dove non sarei mai stata misgenderata. Non mi sentivo al sicuro neanche online, ma non potevo permettermi di criticare i miei amici online. Sebbene avessi appreso tutte queste credenze malsane da loro, mi avevano anche insegnato che avevano un alto livello di moralità. Così ho adottato e pappagallato gli ideali di tumblr e la mia identità è stata convalidata incondizionatamente.

Una di queste malsane convinzioni che sostenevo era che se si ha la disforia di genere, è necessario transizionare. E che chiunque fosse stato in dubbio era un transfobico – un bigotto di destra. Se io stessa avessi messo in dubbio le mie azioni, era perché soffrivo di transfobia interiorizzata. Non importa quanta sincera preoccupazione gli altri possano aver avuto per me, stavano commettendo un atto imperdonabile se mi avessero chiesto semplicemente: “Perché”? Perché voglio essere un ragazzo? Perché voglio cambiare il mio corpo? ”

La mia risposta era invariabilmente: “Perché ho la disforia di genere e devo farlo.”

E questo è il contesto in cui viviamo ora, l’unico che conosciamo. Fino ad ora, con così tante persone che stanno detransizionando, l’unica narrativa che abbiamo davvero ascoltato è stata la stessa, ancora e ancora e ancora: avevo la disforia di genere e quindi ho transizionato. Questo è il contesto in cui viviamo da circa cinque anni. Ma dobbiamo oltrepassarlo. Sono passati tre anni da quando ho fatto la detransizione e ho ancora la disforia di genere. È raro per me vivere un singolo giorno senza pensare, almeno una volta, “Vorrei essere un uomo”.

Ma è così minimale rispetto a quello che ho provato a 16 anni. E ora non ho intenzione di transizionare. Alla fine è stato un errore per me farlo. All’epoca pensavo di non avere altra scelta. Vivere e accontentarsi senza una transizione medica non mi è sembrata un’opzione per me o per tanti altri.

È tempo che diventiamo consapevoli di quanto dolore e negatività stia causando questa narrazione. Il fatto che pensassi di avere una sola opzione era per me un’incredibile fonte di disperazione, terrore e ossessione. Ero già un’adolescente infelice; Non avevo bisogno della pressione aggiuntiva di una scelta di vita che pensavo dovesse essere fatta ed eseguita immediatamente. Posso solo immaginare la pressione che i bambini sentono ora … Che i genitori sentono … È ora di smettere di dire ai bambini che ognuno di loro che sperimenta la disforia di genere come un quindicenne sperimenterà ancora lo stesso livello di disforia di genere a 21 anni. Quando andai dal mio endocrinologo per la prima volta, mio padre gli chiese: “Se mia figlia smette di prendere testosterone, quali cambiamenti saranno permanenti?” E l’endo essenzialmente lo interruppe e disse: “Oh. Nessuno smette mai di prendere testosterone. ”

C’è questa convinzione che dire agli adolescenti che la loro disforia può passare è sbagliato – eticamente e concretamente – e voglio solo sapere perché? Cosa c’è di così sbagliato nel dire ad un adolescente: “Un giorno ti sentirai meglio.”? Non c’è niente di sbagliato in questo. Penso che se l’attivismo che fa pressione affinché gli adolescenti inizino la transizione medica si prendesse davvero cura dei bambini affetti da disforia di genere, avrebbe consentito una discussione che non manipolasse gli adolescenti – ciò non avrebbe fatto sentire i bambini impressionabili, insicuri, infelici che devono transizionare per forza.

Quindi dobbiamo cambiare la narrazione. Questo è il mio intento. E questo è l’intento del Progetto Pique Resilience: cambiare la narrazione. Abbiamo solo una storia, ma abbiamo bisogno di altre. La narrazione sulla detransizione sta crescendo. Sta diventando più grande: ogni giorno sempre più persone ascoltano le storie di coloro che detranzionano. Una sola soluzione non risolverà i problemi individuali di tutti. La transizione medica non aiuterà tutti gli adolescenti a sentirsi meglio. A mio avviso, la propensione a fornire agli adolescenti una terapia ormonale ignora i problemi più grandi. Perché volevo cambiare il mio corpo? Perché odio essere una ragazza? Perché essere un uomo era molto più vantaggioso?

In definitiva, l’opportunità di transizionare ha peggiorato la mia disforia adolescenziale. Questa narrazione mi ha detto che il mio odio per il mio corpo femminile era giustificato, anche positivo. Mi ha detto che l’unico modo per sentirsi meglio era distruggere il mio corpo – le mie parti femminili. I miei modelli erano tutte ftm più grandi che, come me, erano ragazze solitarie e arrabbiate. Ascoltare e identificarsi con le loro storie mi ha insegnato solo che l’accettazione di sé era una finzione e che la vera autenticità poteva venire solo da ormoni e interventi chirurgici. Non c’era spazio per me per amare me stessa.

Dobbiamo iniziare a trattare gli adolescenti con pazienza, compassione e maturità. Dobbiamo smettere di dire loro che la loro sofferenza durerà fino a quando non compreranno un nuovo corpo. Più di ogni altra cosa, dobbiamo smettere di dire loro che hanno solo una scelta e una sola possibilità.

https://www.feministcurrent.com/2019/06/04/dagny-on-social-media-gender-dysphoria-trans-youth-and-detransitioning/

Fonte: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10216934973920589&id=1652991474&sfnsn=mo

LA FABBRICA DEI MOSTRI

Come ti plasmo il giudice antiabusi

(da Il Foglio del 25 luglio 2109)

Indagine sul Cismai, che insegna la sua ideologia inquisitoria perfino al Csm
di Ermes Antonucci

Il Consiglio superiore della magistratura e la Scuola superiore della magistratura hanno promosso per anni corsi di formazione per i magistrati italiani incentrati sulle idee (non riconosciute dalla comunità scientifica) del Cismai, l’associazione al centro di decine di processi per presunti abusi su minori poi conclusi conclamorose assoluzioni e ora coinvolta nel caso di Bibbiano.

In un precedente articolo, pubblicato lo scorso 9 luglio, abbiamo sottolineato come siano stati proprio gli assistenti sociali e gli psicologi affiliati al Cismai (Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia) a svolgere le perizie su cui si sono basati numerosi processi per accuse di abusi su minori poi smentite (Angela Lucanto, i “Diavoli della Basse modenese”, Rignano Flaminio), e come ora questi stessi professionisti siano al centro dell’inchiesta di Reggio Emilia sul presunto giro di affidi illeciti di minori nei comuni della Val d’Enza. Al centro dell’indagine vi è la onlus Hansel e Gretel, diretta dallo psicoterapeuta Claudio Foti, da sempre tra i principali sostenitori del Cismai e ora indagato. La stessa onlus, come abbiamo rivelato, è stata iscritta per anni al Cismai. Lo stesso Cismai, inoltre, risulta essere tra i soggetti che hanno collaborato all’organizzazione di un convegno tenutosi il 10 e 11 ottobre 2018 a Bibbiano dedicato ai primi due anni di esperienza del centro La Cura, ora al centro dell’indagine della procura di Reggio Emilia, in cui operavano gli operatori della onlus Hansel e Gretel. Al convegno intervenne con una relazione anche Gloria Soavi, presidente del Cismai. Nelle ultime settimane anche altri giornali ha ricostruito la serie di casi giudiziari controversi che hanno coinvolto gli affiliati al Cismai. Il Fatto quotidiano ha ricordato la tremenda vicenda di Sagliano Micca (Biella) del 1996, in cui un’intera famiglia, incolpata ingiustamente di abusi sessuali, si suicidò nel garage della propria abitazione. Panorama ha rintracciato casi simili difamiglie distrutte sulla base di accuse infamanti di abusi, poi smentite dai giudici, anche a Salerno, Pisa, Arezzo e Cagliari.

A prescindere dai recenti fatti di Bibbiano, su cui si esprimerà la magistratura, abbiamo fatto notare come il vero problema sia costituito dal metodo utilizzato dal Cismai, e quindi da centinaia di professionisti sparsi per il paese, per l’ascolto dei minori, che spinge a rintracciare abusi sessuali anche quando non ci sono.

Una metodologia (enunciata nella “Dichiarazione di consenso in tema di abuso sessuale” del Cismai) elaborata da una commissione interna alla stessa associazione e respinta dalla comunità scientifica, che invece si riconosce in alcuni testi ben più rigorosi e frutto di in un intenso lavoro del mondo scientifico e accademico, come la Carta di Noto e le linee guida della Consensus Conference. Tuttavia, la metodologia del Cismai (tutta incentrata sulla convinzione che l’abuso sessuale sui minori sia un “fenomeno diffuso” e “in grande prevalenza sommerso”, che gli adulti non vadano ascoltati perché “quasi sempre negano” e che l’abuso debba essere rintracciato anche in assenza di rivelazioni del minore, grazie a un approccio “empatico” da parte degli operatori) ha fatto proseliti, tanto da permettere a Foti e ai vertici del Cismai di tenere negli ultimi anni convegni e corsi di formazione per psicologi, assistenti sociali ed educatori.

Ma non è tutto. Il Foglio, infatti, è in grado di rivelare che sia Gloria Soavi, presidente del Cismai, sia Claudio Foti hanno avuto la possibilità di formare anche magistrati. La prima risulta essere stata tra i relatori di un corso di formazione di tre giorni (15-17 gennaio 2018) dedicato alla “pratica del processo minorile e civile”, organizzato a Scandicci dalla Scuola superiore della magistratura, alla quale dal 2006 è attribuita la formazione iniziale e permanente delle toghe, ma questo potrebbe non essere stato l’unico coinvolgimento di Soavi nei corsi della Scuola. Dall’altra parte, Claudio Foti è stato relatore di incontri di studio promossi dal Consiglio superiore della magistratura per ben sette anni (1990, 2001, 2003 e dal 2006 al 2009). Alcuni di questi corsi sono stati riservati a magistrati in tirocinio, cioè a magistrati che stavano svolgendo il loro percorso di formazione dopo il superamento del concorso, prima di essere destinati a svolgere le funzioni di requirenti e giudici dei minori.

Sappiamo anche che gli incontri di studio tenuti da Foti e promossi dal Csm sono stati incentrati proprio sulle teorie su cui si fonda la metodologia del Cismai.

Tra i materiali allegati agli incontri di studio tenuti da Foti il 4 ottobre 2007 e il 17 giugno 2008 a Roma, e promossi dal Csm, vi è ad esempio un articolo pubblicato dallo stesso Foti sulla rivista Minorigiustizia e dedicato al tema del “negazionismo dell’abuso sui bambini”, paragonato addirittura al negazionismo dei genocidi: “Non esiste storia di un genocidio senza una schiera di negazionisti o revisionisti tesi a dimostrare che a ben vedere genocidio non c’è stato”. Secondo Foti, infatti, “è necessario, anche se mentalmente impegnativo, prendere atto di due penose verità: a) l’abuso sessuale
sui minori è un fenomeno che ha dimensione endemiche nella nostra cultura; b) nonostante le sue dimensioni massicce, il fenomeno è destinato per molti aspetti a restare sommerso ed impensabile”.
Esattamente le premesse enunciate nelle linee guida del Cismai. Foti cita anche una pubblicazione di Marinella Malacrea e Silvia Lorenzini Malacrea è neuropsichiatra infantile e socio fondatore del Cismai), per criticare la corrente scientifica che promuove l’adozione di criteri rigorosi nell’ascolto dei minori, e che per questo contribuirebbe ad aumentare il rischio di falsi negativi, cioè di situazioni in cui l’abuso sarebbe avvenuto ma non viene rilevato: “La corrente scientifica che avvalora una giusta prudenza in vista del rischio di creare falsi positivi rischia di trasformarsi in cortocircuito che spinge a ‘diffidare’ comunque, senza possederne analiticamente le ragioni. E quindi, in definitiva, si arriva ad incrementare il numero di falsi negativi, pur nello sforzo in buona fede di evitare i falsi positivi”.

Foti si spinge addirittura ad affermare che “i dati relativi alle false accuse non possono basarsi sulle archiviazioni e sulle assoluzioni giudiziarie”, perché “non si può considerare il responso giudiziario come un fondamento di verità clinica e sociale, confondendo la verità giudiziaria con quella scientifica e dimenticando che la prima necessariamente deve tenere conto, giustamente ed inevitabilmente, del parametro delle prove ed inoltre risulta spesso condizionata vuoi da modalità d’indagine e processuali che tengono assai poco in considerazione le comunicazioni dei bambini, vuoi dalla scarsa preparazione psicologica dei giudici”. Insomma, se una denuncia per abusi su minori viene smentita in sede giudiziaria, significa che probabilmente la giustizia ha sbagliato.

In un altro passaggio, Foti cita una pubblicazione di Paola Di Blasio e Roberta Vitali (anche Di Blasio, docente di Psicologia all’Università Cattolica di Milano, è associata al Cismai), per sostenere che “non si è mai riusciti a dimostrare in chiave sperimentale la possibilità di instillare un falso ricordo se non riguardante un episodio in qualche modo plausibile, familiare per il soggetto su cui s’intende effettuare l’esperimento. Non è dunque
assolutamente legittimo affermare che le domande induttive o suggestive abbiano di per sé il potere di costruire un falso ricordo di un episodio implicante un contatto corporeo e violento in assenza di psicopatologia diagnosticabile o di intenzionalità suggestiva di
colui o colei che pone le domande”.

Foti scrive anche che “ogni rivelazione di abuso, anche se confusa e frammentaria, merita approfondimento”, rievocando in maniera quasi identica una delle raccomandazioni presenti nelle linee guida del Cismai (“la rivelazione va sempre raccolta e approfondita, anche se si presenta frammentaria, confusa, bizzarra”).

Nel materiale allegato a un altro incontro di studio tenuto il 3 dicembre 2008 a Roma, sempre promosso dal Csm, Foti cita alcune statistiche elaborate sempre da Marinella Malacrea (socio fondatore del Cismai) per dimostrare che gli abusi sessuali sui minori sono largamente diffusi nella nostra società. Afferma pure che un problema nel contrasto agli abusi è rappresentato dagli “avvocati e psicologi specializzati nella difesa di indagati e di imputati di reati sessuali sui minori”, che “tendono a sviluppare tesi funzionali alla difesa dei loro assistiti, cercando di dimostrare essenzialmente che l’abuso sessuale è spesso presunto erroneamente, che alto è il rischio di falsi positivi e che comunque non esistono procedure psicologiche o giudiziarie per accertare con sufficiente certezza un abuso eventualmente sussistente”. E conclude, infine, affermando di nuovo che “non si può introdurre nella mente di un bambino un falso ricordo che non sia in qualche modo plausibile, già presente nei suoi script interni”.

E’ sufficiente leggere i contenuti dei testi allegati a questi corsi di formazione per comprendere i rischi di una loro applicazione da parte dei magistrati, inquirenti o giudici, nel momento della valutazione delle denunce di abusi sessuali su minori. Non sappiamo quanti e quali magistrati abbiano partecipato alle giornate studio
tenute da Soavi e Foti, né se le linee guida del Cismai illustrate nei corsi siano state poi effettivamente applicate dai magistrati. Ci sono però alcune coincidenze interessanti.

L’unica sede distaccata da Roma in cui Foti ha svolto un corso di formazione promosso dal Csm (il 29 febbraio 2008) è Salerno, dove le idee del Cismai si sono molto diffuse tra gli operatori. Proprio a Salerno negli ultimi anni sono emerse diverse vicende di denunce di abusi su minori che, dopo aver distrutto intere famiglie, si sono rivelate infondate. Queste denunce sono state raccolte proprio da assistenti sociali, psicologi e neuropsichiatri affiliati al Cismai, e poi portate avanti da magistrati. Rosaria Capacchione su Fanpage ha notato che una delle psicologhe della onlus Hansel e Gretel,
Alessandra Pagliuca, dopo essere stata tra le tre psicologhe che alla fine degli anni Novanta collaborarono all’inchiesta sui “diavoli della Bassa modenese” (tra queste vi era anche Cristina Roccia, ex moglie di Foti), recentemente ha raccolto le denunce dell’esistenza di presunte sette sataniche in provincia di Salerno. Nel 2007 le denunce hanno portato a un’inchiesta che poi non ha prodotto alcun risultato.
Antonio Rossitto su Panorama ha raccontato la vicenda, avvenuta sempre a Salerno, di un professore accusato di aver abusato delle figlie. Il caso andava verso l’archiviazione ma fu riaperto dopo il parere di Claudio Foti. Dopo un lungo processo durato nove anni, il 13 novembre 2015 l’uomo è stato assolto dal tribunale di Salerno, che ha criticato il metodo utilizzato da Foti, definendolo “un approccio contestato dal mondo scientifico”.

A questa serie di orrori giudiziari in terra salernitana siamo in grado di aggiungere almeno altri tre casi. Tutti i casi coinvolgono la neuropsichiatra infantile Maria Rita Russo, dirigente all’Asl di Salerno del servizio Not contro il maltrattamento dei minori, che, oltre ad aver condiviso con Foti la partecipazione a numerosi convegni e seminari sull’“ascolto delle emozioni” dei bambini, è stata tra i promotori (insieme anche ad Alessandra Pagliuca e alla onlus Hansel e Gretel di Foti) di un’associazione denominata “Movimento per l’infanzia”, presieduta dall’avvocato Girolamo Andrea Coffari, oggi legale di Claudio Foti.

Il primo caso riguarda un tenente colonnello dei carabinieri, accusato nel 2009 dall’ex moglie di aver abusato sessualmente del figlio di appena due anni e mezzo. A raccogliere la denuncia dell’ex moglie e ad ascoltare il minore fu proprio Maria Rita Russo, alla presenza della stessa madre del bambino, che partecipò attivamente ai colloqui. In seguito ai colloqui Russo rintracciò tracce di abusi sessuali nei confronti del minore e segnalò il caso alla procura. Il padre (difeso dall’avvocato Cataldo Intrieri) venne rinviato a giudizio ma, dopo un calvario lungo cinque anni, venne assolto in rito abbreviato dal gip di Salerno. Nelle motivazioni della sentenza, il giudice sottolinea la “fragilità dell’intero impianto accusatorio, sia per l’inconsistenza dei pochi elementi d’accusa effettivamente documentati, insufficienti perfino a delineare un’effettiva notizia di reato, sia per l’incredibile approssimazione con cui, a giudizio dei periti, sono state eseguite le indagini tecniche di parte, in larga misura caratterizzate dalla clamorosa e grossolana violazione dei più elementari criteri previsti dai protocolli nazionali ed internazionali comunemente accettati, in tema di ascolto del minore”.

Il giudice, infatti, nota come le modalità di svolgimento delle interviste al bambino “abbiano completamente disatteso le regole basilari individuate dalla comunità scientifica e riportate, per limitarsi ai documenti più significativi, nelle Linee Guida sull’ascolto del minore testimone, redatte all’esito della Consensus Conference del 2010, e nella cosiddetta Carta di Noto”. In particolare, afferma il giudice, “non si è minimamente tenuto conto dell’età del bambino”, che all’epoca dei colloqui non aveva compiuto tre anni e “non disponeva della capacità testimoniale”, non sono stati considerati i possibili condizionamenti derivanti dalle prime audizioni, che non erano state videoregistrate, né il fatto che a gestire le conversazioni fosse stata in larga misura proprio la madre del bambino. Inoltre, aggiunge il giudice, “le domande sono state poste con modalità guidate, incalzanti, confusive, suggestive” e “sono state più volte reiterate, talora con esplicite raccomandazioni a non dire bugie, in modo da innescare quel meccanismo di ‘compiacenza’ che solitamente si produce quando il bambino, ancora in tenera età, viene messo in condizioni di rendersi conto di aver fornito una risposta non gradita e finisce quindi per assecondare i desideri dell’interlocutore, specie quando questi sia una figura di riferimento affettivo, con inevitabile compromissione dell’attendibilità del narrato”. Per questi fatti Maria Rita Russo è stata rinviata a giudizio con l’accusa di false dichiarazioni al pm.

Il secondo caso riguarda due genitori accusati di aver costretto i loro figli ad avere rapporti sessuali con la sorella e a subire stupri di gruppo da conoscenti. Le accuse, raccolte sempre da Russo, hanno condotto a una condanna in primo grado per tutti gli imputati con pene tra i 10 e i 13 anni di reclusione. Lo scorso 12 luglio, però, il verdetto è stato ribaltato dalla Corte d’appello di Salerno, che ha assolto gli imputati dalle accuse di abusi sessuali e stupro di gruppo, dopo una nuova perizia che affermava come fossero state “violate le regole raccomandate in materia di ascolto dei minori”. Ad assistere uno degli imputati è stato l’avvocato Gerardo Di Filippo, che ora sta seguendo altri casi simili, da cui emergerebbero anche preoccupanti commistioni tra magistrati (e in particolare giudici onorari) e le case famiglia dove vengono spediti i minori. Il fratello di Maria Rita Russo, peraltro, è Michelangelo Russo, ex giudice della Corte d’appello di Salerno, che su un giornale locale ha definito “negazionisti” i giudici e i periti di Salerno che hanno riconosciuto l’infondatezza di molte accuse di abusi su minori.

Il terzo caso riguarda presunti abusi compiuti sui bambini di un asilo di Coperchia da parte di bidelli e personale amministrativo. Anche qui, nel corso del processo al tribunale di Salerno, è emersa l’assenza di alcun riscontro oggettivo sugli abusi.

Insomma, dopo la Bassa modenese e Reggio Emilia, anche Salerno pare una polveriera pronta a esplodere. Ma la principale domanda da porsi è: perché il Csm e la Scuola superiore della magistratura hanno aperto le porte a una metodologia non riconosciuta dalla comunità scientifica, permettendo ai magistrati di formarsi su questo approccio?

Perché il concetto di normalità fa tanta paura?

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Oggi più che mai, il vortice linguistico trascina nell’assurdo logico chi non è in grado di riflettere criticamente su ciò che si dice. Il rifiuto generalizzato del concetto di “normalità” è un atteggiamento che riscuote un successo crescente, soprattutto tra i più giovani. Il concetto di normalità implica infatti la consapevolezza del doversi adeguare – prima di tutto alla realtà – e questo contrasta inevitabilmente con le fantasie di onnipotenza adolescenziali prima e con le incertezze e le paure dell’età adulta, poi. Ci si rifugia dietro una serie di frasi fatte, che suonano più o meno così: “chi lo dice che cos’è normale?“. E da qui, vista la generale incapacità di rispondere, ci si crede legittimati a sostenere qualsiasi tipo di negazione della realtà, esclusivamente sulla base di una narrazione costruita apposta per rassicurare: se nulla è normale / anormale, tutto va bene. Quindi anch’io andrò senz’altro bene, senza sforzo di adeguamento e di maturazione e men che meno di accettazione della realtà.

Nel caso delle discussioni in campo bioetico, il criterio di “normalità” viene oggi contestato soprattutto per giustificare e normalizzare, appunto, sia l’omosessualità, sia il “matrimonio same sex” e l’utero in affitto con conseguenze “adozione in coppie omosessuali” (e successiva stepchild adoption).

Ma davvero è impossibile o inutile stabilire che cos’è “normale“?

Se due comportamenti opposti si riscontrano poniamo l’uno nel 3% dei casi e l’altro nel 97%, quale sarà quello logicamente definito “normale“?

E ha ancora senso tener fermo il concetto di “normalità“?

E che male c’è nel sottolineare che non tutto è “normale“?

 

Per la definizione del concetto di normalità prendiamo spunto dal manuale di Scienze Sociali “La persona e il mondo sociale“, edizione Hoepli, 2018, pag. 456 e sgg.

Limitandoci al solo ambito “sociale”, il primo criterio per stabilire ciò che è normale, nel campo delle scienze umane, è quello statistico. Secondo tale criterio, la normalità deriva dalla frequenza media di certe caratteristiche e di certi comportamenti. In base a tale criterio sono normali quelle caratteristiche e quei comportamenti che sono presenti nella maggioranza della popolazione.

Abbiamo poi altri due criteri che vengono utilizzati per definire la normalità: quello assiologico e quello funzionale.

Secondo il criterio assiologico dovrebbero essere ritenuti normali quei comportamenti che seguono determinati valori socialmente condivisi. Da tali valori derivano poi delle norme e dei divieti che indicano i comportamenti da seguire e quelli da evitare per il bene della società intera.

Ed è evidente che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è mai stato considerato un bene per la società in quanto non ha senso, proprio dal punto di vista assiologico, proteggere e regolamentare giuridicamente una coppia di persone dello stesso sesso (non importa che siano omosessuali o meno) impossibilitate per natura (e non per accidente: volontà, malattia, vecchiaia, o altro) alla procreazione e quindi a contribuire alla prosecuzione della società stessa. Discorso analogo possiamo fare per la deprivazione di una delle due figure genitoriali (padre o madre) cui viene sottoposto il bambino acquistato mediante l’utero in affitto ed impiantato in una coppia same sex.

Strettamente collegato al criterio assiologico è infine il criterio funzionale, che consente di ritenere normali quei comportamenti che risultano vantaggiosi per la società. Va da sé che non è affatto vantaggioso per la società istituire e regolamentare un matrimonio tra persone dello stesso sesso (quindi spendere risorse per un rapporto che non può per natura portare alcun vantaggio alla società stessa) e men che meno la mercificazione dell’umano che si concretizza nella fabbricazione di bambini in cliniche specializzate per essere poi rivenduti con un contratto commerciale, così come si fa con un prodotto qualsiasi.

 

 

Alessandro Benigni

 

 

 

Miracolo a Parma: bambini nascono da genitori dello stesso sesso

 

Ormai senza troppo stupore, registriamo un nuovo miracolo della psicosi gender, questa volta a Parma.

Psicolandia estende così i suoi confini, ampliando il territorio fino alla ricca e (poco) ridente città emiliana:

 

Pizzarotti, “su adozioni non temo Salvini, no a bacchettate ignoranti“.

Roma, 23 dic. (AdnKronos) (di Ileana Sciarra) – Quattro atti di nascita per altrettante coppie di genitori omosessuali freschi di firma, “io non l’ho fatto contro qualcuno o per protesta: la famiglia è dove ci sono persone che si vogliono bene, al di là del sesso“. Lo dice il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, presidente di Italia in Comune, in un’intervista all’Adnkronos. Alla domanda se non tema le ‘bacchettate’ del ministro dell’Interno Matteo Salvini, da sempre contrario alle adozioni ‘arcobaleno‘, “spero non siano così ignoranti da voler bacchettare – replica Pizzarotti – ma io non ho tolto nulla a nessuno. Per me è giusto che queste famiglie abbiano gli stessi diritti, senza toglierne agli altri. E’ questo del resto il bello dei diritti: puoi darne senza toglierne. (link

 

 

Il solito mantra: la famiglia è “dove c’è amore”; chi condanna utero in affitto e compravendita di bambini è “ignorante” (sic.!); i bambini non hanno alcun diritto ad avere padre e padre: i soli diritti sono quelli degli adulti.

Eccetera, eccetera, eccetera.

 

 

A Pizzarotti, in breve, facciamo notare che:

 

1) Il diritto naturale del bambino ad avere un padre è una madre è evidente e non ha bisogno di giustificazioni: è scritto nel suo DNA, è così che viene concepito, senza un uomo e una donna, dunque senza un padre e una madre nessuno viene al mondo. Chiunque è figlio “di” un uomo e una donna e ciascun padre o ciascuna madre è genitore “diquel bambino. La preposizione “di” indica appunto una co-appartenenza, un complemento di specificazione relativo al possesso, che risponde alla domanda “di chi?” ed indica in questo caso la provenienza (γένος – ghénos), la relazione originaria che fonda l’essere umano.

 

Come se non bastasse, il tutto è stato fissato nero su bianco dalla Convenzione internazionale sui Diritti dell’Infanzia:

Art. 7 – Il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi.

 

 

2) Nessuno può nascere da due persone dello stesso sesso: gli atti di nascita così registrati sono una evidente negazione della realtà. E’ interessante (e preoccupante) notare che la negazione convinta della realtà è indice di una grave tipologia di disturbo psichiatrico che si chiama psicosi. La psicosi comporta disturbi del pensiero (come deliri e allucinazioni).

 

 

070605carta.jpgDiceva il prof. Italo Carta (ordinario di Psichiatria e Direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano):

Quando si abolisce il principio di evidenza naturale la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“.

 

Mentre la psicanalista Claude Halmos, una dei massimi esperti riconosciuti in etàclaude-halmos_5121198.jpg infantile, ha spiegato che è sbagliato affermare che le coppie omosessuali sono uguali a quelle etero, e «rivendicando il “diritto alla non differenza” richiedono che le coppie gay abbiano il diritto “come le coppie eterosessuali” di adottare bambini . Questo mi sembra un grave errore […]. I bambini che hanno bisogno di genitori di sesso diverso per crescere». La questione, ha scritto, non è se «gli omosessuali maschili o femminili sono “capaci” di allevare un bambino», ma essi non «possono essere equivalenti ai “genitori naturali” (necessariamente eterosessuali)». In questo dibattito, inoltre, «il bambino come persona, come un “soggetto” è assente». Ed ecco il vero punto della questione: «ignorando un secolo di ricerche, i sostenitori dell’adozione si basano su un discorso basato sull”amore”, concepito come l’alfa e l’omega di ciò che un bambino avrebbe bisogno», non importa se esso arrivi da un uomo e una donna, o da due donne. Ma queste affermazioni, ha continuato la psicanalista, «colpiscono per la loro mancanza di rigore»perché «un bambino è in fase di costruzione e, come per qualsiasi architettura, ci sono delle regole da seguire se si tratta di “stare in piedi”. Quindi, la differenza tra i sessi è un elemento essenziale della sua costruzione». Invece si vuole mettere il bambino «in un mondo dove “tutto” è possibile: dove gli uomini sono i “padri” e anche “mamme”, le donne “mamme” e anche “papà”. Un mondo magico, onnipotente, dove ciascuno armato con la sua bacchetta, può abolire i limiti», ma questo risulta essere «debilitante per i bambini». Essi si “costruiscono” attraverso «un “legame” tra il corpo e la psiche, e i sostenitori dell’adozione si dimenticano sempre il corpo. Il mondo che descrivono è astratto e disincarnato». Nella differenza sessuale, invece, «tutti possono trovare il loro posto […], consente al padre di prendere il suo posto come “portatore della legge […], permette al bambino di costruire la sua identità sessuale».

 

 

3) La famiglia e le “famiglie arcobaleno. Se per famiglia si intende la cellula fondamentale che rende possibile la società umana, allora famiglia è solo quella composta da uomo e donna (per l’evidente ragione che è solo da uomo e donna che si generano i figli, gli individui che compongono la società stessa). Se invece per “famiglia” intendiamo un sinonimo di “gruppo sociale“, allora ogni “gruppo” è famiglia: un gruppo di amici che si vogliono bene è famiglia, una squadra sportiva è famiglia, ma anche una terna o quaterna di poliamorosi è famiglia, e non si vede davvero perché a questo punto non riconoscere che i bambini nascono (e devono stare) che ne so, in una squadra di rugby o in una cinquina di poliamorosi.

 

La famiglia (ed il matrimonio, come istituzione che la regola) non è pertanto riducibile a mero riconoscimento di un generico “amore” (che peraltro può significare cose diverse). Famiglia e matrimonio sono invece le istituzioni che articolano l’unione stabile e permanente dell’uomo e della donna e garantiscono la successione delle generazioni. L’istituzione di una famiglia, cioè della cellula che crea una relazione di filiazione diretta tra i suoi membri, è a fondamento della società e della cultura (e non viceversa). Il matrimonio è l’atto fondamentale nella costruzione e nella stabilità tanto degli individui quanto della società intera: snaturarlo comporta necessariamente un danno sia per gli individui singolarmente concepiti sia per la società nel suo complesso.

 

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Come ha osservato il filosofo Diego Fusaro: “La famiglia odierna, quando ancora esista, è disordinata e stratificata, priva di un nucleo e strutturata secondo le forme più eteroclite: dalle gravidanze affidate a una persona esterna alla coppia alle adozioni nelle coppie omosessuali, dalle separazioni sempre crescenti all’inseminazione artificiale. Il fanatismo economico aspira a distruggere la famiglia, giacché essa – Aristotele docet – costituisce la prima forma di comunità ed è la prova che suffraga l’essenza naturaliter comunitaria dell’uomo. Il capitale vuole vedere ovunque atomi di consumo, annientando ogni forma di comunità solidale estranea al nesso mercantile. L’ideologia gender si inscrive appunto in questa dinamica”.

 

4) Dare diritti senza toglierne? Anche di fronte a questa palese negazione dell’evidenza va ricordato che i figli possiedono il patrimonio genetico dei loro genitori: è solo l’unione di genitori unici ed originali, cioè di “quell’uomo” e di “quella donna” che genera “quell’individuo“, unico ed irripetibile. Nessun altro è corresponsabile della generazione che avviene attraverso il concepimento. Altre strade, che escludono questa del concepimento naturale, riducono la generazione a fabbricazione in laboratorio: infatti, come una merce, il bambino viene poi venduto (con regolare contratto firmato da un notaio).

Ma se i bambini non hanno diritto ad avere i propri genitori, perché mai i genitori dovrebbero avere il diritto di tenere i propri figli?

Chi stabilisce che questo legame – che è il primo legame della vicenda umana: quello del sangue – possa essere fatto a pezzi per accontentare i desideri di qualche adulto?

Privare il bambino del padre o della madre (o di entrambi) è forse un’azione che va nell’interesse del minore?

A chi pretende di negare il diritto del bambino ad avere il proprio padre e la propria madre e di cavarsela con un generico “i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami“, dovremo quindi far notare che non c’è alcuna sequenza logica tra l’affermazione 1) i bambini hanno diritto ad avere qualcuno che li ami e 2) quindi questo qualcuno può essere anche una coppia di omosessuali che arbitrariamente prendono il posto della padre o della madre, ovvero dei genitori naturali di quel bambino.

E’ ovvio che ogni bambino ha diritto di essere amato, ma questo non giustifica per quale ragione debbano essere proprio due (o tre, o quattro, etc.) omosessuali e non invece i suoi genitori naturali, la sua famiglia, come la natura ha stabilito. Ancora: chi pretende di mettere una coppia omosessuale al posto dei genitori naturali rispetta per caso il diritto del bambino di essere amato? E in che modo?

 

Occorre quindi ripeterlo chiaro e forte: non esiste alcun diritto al bambino. E nessun “diritto” può negare la realtà delle cose: il bambino è della sua mamma e del suo papà, ha bisogno di loro, si co-appartegono.

Nella società fondata sui desideri e sulle allucinazioni del principio di piacere è difficile da ribadire, ma ciò nonostante va ripetuto: nessuno ha diritto ad avere un bambino, basandosi sul solo fatto che “desidera” avere un bambino. Il diritto al bambino non esiste né per gli eterosessuali né per gli omosessuali. Una coppia smaniosa di avere un bambino può decidere di unirsi per concepirlo. Una coppia desiderosa di adottare un bambino può fare le pratiche necessarie. Ma nessuna di queste coppie ha – in ogni caso – un “diritto al bambino” che desidera, per il solo motivo che lo desidera.

E l’adozione serve per ridare un padre e una madre al bambino che li ha perduti. Non per dare bambini a coppie di adulti dello stesso sesso.

 

Gli esseri umani, bambini compresi, sono soggetti di diritto e non oggetto di diritto altrui.

Come si fa a concedere il (presunto) diritto di avere un bambino a due persone dello stesso sesso senza negare il diritto (reale e naturale) del bambino ad avere suo padre e sua madre?

Se per far valere i propri (presunti) diritti è necessario sopprimere quelli di altre persone (adulti o bambini che siano) allora ciò significa una cosa sola: quel tipo di “diritto” è solo prepotenza e non ha ragione di essere richiesto.

Questa mentalità – per concludere – considera l’essere umano (il bambino) come un oggetto di cui disporre, da comprare (e per qualcun altro da vendere, ovviamente): un bambino-oggetto, sul quale avanzare pretese.

 

Queste ed altre, s’intende.

 

 

 

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27 Dicembre 2018

Fonte: http://www.Ontologismi.it

La “tesi dell’ininfluenza”: “… ma a te, cosa cambia?”

 

Spesso ci si sente chiedere per quali motivi si è contrari ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, visto che si tratta di accettare il riconoscimento di una forma in più di matrimonio possibile e non di eliminare o modificare il matrimonio tra persone normali.
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Considerazioni.
“Se la casa del mio vicino va a fuoco, è saggio preoccuparsi per la propria”: in una società le scelte dei singoli ricadono inevitabilmente sull’intero gruppo sociale. Certamente il “matrimonio omosessuale” non comporta danni diretti a chi ne contesta la legittimità. Il problema è di ordine generale e di protezione di tutta la società da un danno oggettivo che riguarda tutti i cittadini, a partire dai più deboli e indifesi: i bambini. Non si dovrebbe infatti mai dimenticare che il matrimonio comporta per diritto la possibilità di adozione e che il diritto del bambino è (dovrebbe essere) sempre prioritario rispetto ai desideri degli adulti. In una coppia di persone dello stesso sesso il bambino si vedrebbe crudelmente ed ingiustificatamente deprivato del padre e/o della madre: per questo motivo il matrimonio non può essere concesso a chiunque lo richieda. Un consapevole atteggiamento etico impone di valutare le azioni morali (proprie e del prossimo) in base alla loro validità universale: che ne sarebbe se questo principio (matrimonio per tutti e negazione dei diritti dei bambini) venisse applicato universalmente? Ovvero: “Se si facesse così per tutti, avremmo un mondo migliore o peggiore?” E’ questa la domanda che ci fa capire se un’azione è giusta o sbagliata dal punto di vista morale. Se ci si deve necessariamente impegnare per il cambiamento (verso il meglio!) delle leggi e della società in ci si vive, ne consegue che l’indifferenza verso ciò che accade fuori di noi non è un atteggiamento etico accettabile. Ecco perché la questione del “matrimonio omosessuale” riguarda tutti e non solo gli omosessuali).
A volte si sente questo tipo di replica: “Il matrimonio omosessuale riguarda centinaia di migliaia di adulti e bambini. Per esempio: i Francesi sono favorevoli al matrimonio omosessuale. Altri paesi l’hanno già autorizzato. Perché restare indietro?
Questa è veramente una logica pazzesca. Dal fatto che gli altri paesi europei, fosse anche il mondo intero, abbiano preso una certa direzione (politica) non consegue affatto che tale scelta sia buona di per sé e porti automaticamente dei vantaggi. La storia delle nazioni, europee ed extraeuropee, è stracolma di scelte sbagliate. L’autorizzazione del matrimonio omosessuale non è di per sé, fino a prova contraria, un segnale di progresso, civile o morale, di una nazione. Il concetto è semplice: si devono concedere diritti a qualsivoglia desiderio, solo per il fatto che viene espresso da un certo numero di persone? Basterà autorizzare il maggior numero di cose vietate negli altri paesi per essere al primo posto delle nazioni?
Casomai, prima bisogna dimostrare con una solida argomentazione che le persone hanno diritto a sposarsi, quindi che il matrimonio è sempre a prescindere possibile (quindi poligamia, incesto, etc. compresi) e poi mostrare che è interesse generale della nazione correre in testa alla corsa per concedere diritti in base ai desideri delle persone.
Inoltre, dal punto di vista sociale si dovrà tener presente che a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20). E spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figurati se mancheranno i falsi gay. Già in Australia si verificano i primi casi (com’è logico che sia). Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perchè trattasi solo di coppie etero: non è discriminazione, è biologia. Parliamo di soldi pubblici, tasse mie e vostre, ogni contribuente ha diritto di voto sul loro impiego. La questione riguarda tutti. Come notava Filippo Savarese, “Annacquare e alterare il matrimonio significa manomettere l’intero sistema di protezione e promozione della famiglia”. Inoltre, “smettere di riconoscere nell’unione tra uomo e donna il paradigma dell’intera esperienza umana è il sintomo di una depressione culturale gravemente autolesionista, che non ha nulla a che vedere con il rispetto delle scelte di vita delle persone, dei loro affetti e dei loro sentimenti”.
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Alessandro Benigni

ALFIE EVANS: L’ULTIMA VITTIMA DEL NHS

Alfie Evans è solo l’ultima vittima di un mortifero ospedale del NHS

L’ospedale dei bambini Alder Hey ha una lunga storia di scandali legati alla sicurezza dei pazienti

L”oltraggioso caso Alfie Evans è accaduto in un ospedale dell’NHS con una lunga storia di negligenze cliniche, incluso il peggior scandalo nella storia del NHS, il servizio sanitario nazionale della Gran Bretagna. Gran parte dei media ha coperto il caso di Alfie, con disonestà caratteristica, come una tragedia che era iniziata molto prima che il bambino fosse portato all’Alder Hey. Ma, secondo la testimonianza in tribunale dei medici del NHS, la sua diagnosi iniziale si riferiva a una condizione piuttosto comune: “bronchiolite virale e una possibile convulsione febbrile prolungata”. La malattia neurologica ancora da diagnosticare che suppostamente avrebbe ucciso Alfie non è apparsa fino a dopo che il bambino è entrato in quel pericoloso ospedale.

Quanto è pericoloso l’ospedale Alder Hey? Non solo questa struttura riceve citazioni per la sicurezza dei pazienti con regolarità allarmante da gruppi di “watchdog” e dallo stesso NHS – è stato il centro del famoso “Scandalo di organi dell’Alder Hey”. Sì, avete letto bene. Questo ospedale è stato profondamente coinvolto nel traffico di organi di bambini molto prima che i mostri di Planned Parenthood scoprissero che si potevano fare moltissimi soldi vendendo pezzi di bambini. Alder Hey ha prelevato organi senza permesso dei genitori per anni prima di essere scoperto, come la BBC riportò all’epoca:

“Lo scandalo dell’ospedale pediatrico Alder Hey è dovuto all’appropriazione di cuori e organi di centinaia di bambini. Gli organi sono stati espiantati senza permesso da bambini morti nell’ospedale. Lo staff dell’ospedale ha anche trattenuto e immagazzinato 400 feti raccolti da ospedali nel nord est dell’Inghilterra… Le scoperte di una indagine sul caso sono state descritte come “grottesche” dal Segretario per la Salute Alan Milburn”.

Di certo i difensori dell’NHS affermeranno che questo successo molto tempo fa e non c’entra nulla con Alfie Evans o la qualità della cura i pazienti ricevono nell’ospedale di recente ristrutturato (fino a tre anni fa i pazienti venivano ricoverati in una struttura vecchia di cent’anni). Ma le preoccupazioni allarmanti per la sicurezza sono continuate senza sosta. Nel 2011, per esempio, il quotidiano “The Independent” ha svelato che le negligenze nell’ospedale sono all’ordine del giorno e che i “whistleblowers” erano costretti al silenzio degli amministratori e persino dai medici. Nel 2014 la BBC riportava che “Alder Hey ha mancato quattro standard di sicurezza su cinque in una ispezione fatta da un watchdog medico”.

Il più recente rapporto del NHS riguardante la qualità dell’ospedale, apparso nell’ottobre del 2017, tesse le lodi dell’Alder Hey ma non riesce a nascondere quello che succede ai pazienti lì dentro. Una delle sue più significative raccomandazioni riguarda le malattie che i pazienti contraggono nell’ospedale. “Continuando a monitorare e ad analizzare seri incidenti, e seguendo la tendenza nazionale sulle sepsi e sulle infezioni nosocomiali, il comitato direttivo è d’accordo nell’affermare che ci dovrebbe essere un focus continuo e specifico sulla riduzione delle infezioni nosocomiali”. Qui è dove entra in gioco Alfie. Secondo gli atti del processo, il dottore del pronto soccorso ha diagnosticato ad Alfie quanto segue:

“Un test microbiologico sull’aspirato nasofaringeo ha mostrato rinovirus/enterovirus. Solitamente isoliamo questi virus in bambini con acute infezioni virali del tratto respiratorio inferiore. Ad Alfie è stata diagnosticata una bronchiolite virale acuta e una possibile convulsione febbrile prolungata”.

Questo è successo il 14 dicembre 2016, quando Alfie fu portato al pronto soccorso dell’Alder Hey con febbre alta, tosse e un singolo episodio riportato di “sbalzi ritmici” che era successo prima del suo arrivo in ospedale (quando era ancora a casa). Il giorno dopo, un altro medico gli prescrisse una medicina chiamata Midazolam. Il terzo giorno, 16 dicembre, un altro medico gli prescrisse un ulteriore farmaco chiamato Vigabatrin. Poco dopo, Alfie ebbe delle difficoltà respiratorie. Gli fu messo l’ossigeno, gli fu somministrato un dosaggio più forte di Vigabatrin e fu trasferito presso l’unità di terapia intensiva pediatrica. A gennaio aveva contratto la polmonite e ai suoi genitori dissero che poteva morire.

Qui iniziarono i problemi. Nessuno, nemmeno un medico specializzato nei disturbi di cui soffriva Alfie, avrebbe criticato a posteriori l’operato dei medici, sulla base degli atti con il commento del giudice. Ma i genitori erano lì sul posto, non hanno esitato a farlo. Avendo visto le cure apparentemente scoordinate sopra descritte, erano pronti a non mollare. In seguito Alfie confuse i suoi dottori – non per l’ultima volta – riprendendosi dalla polmonite, il che ha reso Tom Evans e Katie James meno inclini a discutere il piano di fine vita. Alla fine, l’ospedale pediatrico Alder Hey intentò loro causa assicurando la sentenza di morte.

Il che ci porta al vero nocciolo della questione: considerando l’orribile storia dell’ospedale, fatta di negligenze cliniche, noncuranza per la sicurezza dei pazienti, ed espianto illegale di organi, nessun individuo sano di mente avrebbe accolto la sua richiesta di uccidere Alfie. Né l’NHS, né l’ospedale pediatrico dei bambini si sono dimostrati degni di fiducia laddove era in gioco il miglior interesse del paziente. Ma questo non è un individuo. Questo è lo Stato. Questo livello di incompetenza colpevole non avrebbe potuto sopravvivere in nessun altro ambiente. E, alla fine, le vittime della medicina socializzata non possono far altro che sottomettersi. Una volta che la nazione mette il suo sistema sanitario collettivo alla mercé del Leviatano, la bestia userà voi secondo i suoi bisogni.

Gli assistenti medici a cui Alfie è stato affidato da Tom Evans e Katie James hanno fatto una serie di errori che alla fine hanno portato a morte prematura un bambino con un disturbo eminentemente curabile? è probabile che lo abbia fatto. Ma solo lo Stato lo saprà. Una volta sottomessi alla medicina socializzata, avremo ancora il diritto di porre domande, ma lo Stato non sarà obbligato a rispondere.

Fonte: https://spectator.org/alfie-evans-is-just-the-latest-victim-of-a-deadly-nhs-hospital/

Trad. Gian Spagnoletti

Perché normalizzare il non-normale?

 

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A chi giova il dissolvimento del concetto di normalità?

 

Alessandro Benigni

 

 

Abbiamo visto più volte e da prospettive diverse come la fabbrica del consenso di cui l’Impero dispone e con cui dispone preveda l’adozione dell’ingegneria sociale come mezzo di manipolazione e controllo mentale. Con risultati sorprendenti. Da anni, per esempio, è stato instillato – con il metodo dei piccoli passi, alla maniera della “Finestra di Overton”, una viscerale antipatia (tanto irrazionale quanto dannosa), per il concetto di “norma” e “normale”. Tanto che oggigiorno “normale” è per lo più inteso come aggettivo squalificante. La “norma” viene vista come la causa dell’esclusione (di ogni esclusione possibile) e quindi, in un mondo in cui tutti hanno il terrore (indotto) di essere esclusi (chissà da cosa, poi?), “norma” e “normale” sono diventati anatemi da combattere in ogni modo. La norma, infatti, tenderebbe per sua natura ad assorbire – dopo aver tracciato appunto una linea dell’esclusione più o meno rigorosa – tutto ciò che ad essa sembra opporsi. E a nessuno, proprio nessuno, piace essere escluso. Quindi? Quindi aboliamo la norma, semplice. Di questo, ci hanno convinto. Ed è stato relativamente facile. Ma a ben vedere anche la trasgressione, in fondo, non è nient’altro che la riconferma della Regola, del bisogno di una Norma che tracci e difenda i confini, quindi un’ulteriore messa in evidenza del limite che questa sancisce. In altre parole, “Norma” e “devianza dalla norma” sono concetti complementari, speculari. La devianza, oltre a scuotere e far tremare per un istante la struttura normativa, finisce poi inevitabilmente per rientrare in quel suo circuito che le dà origine e, allo stesso tempo, si mostra persino funzionale a questa struttura nel suo complesso. In sociologia, ha fatto scuola l’analisi di Emile Durkheim, che credo per primo ha sottolineato l’universalità sociale e l’imprescindibilità della norma, dandone una connotazione fortemente positiva – per ogni tipo di società. Nella sua analisi il trasgredire alle norme è daccapo un fatto del tutto normale: dovunque esistano regole, norme, prescrizioni, si verificano inevitabilmente violazioni più o meno gravi. In altre parole: dall’ambito della norma – normalità e della sua relazione dialettica con la trasgressione, non si esce: “Ora, non v’è società conosciuta in cui, sotto varie forme, non si osservi una maggiore o minore criminalità. Non v’è popolo in cui non si violi quotidianamente la morale. Perciò dobbiamo dire che il delitto è necessario, che non può non esistere, che le condizioni fondamentali dell’organizzazione sociale, quali si conoscono, lo implicano logicamente, e quindi che è normale. (…) Ciò che è condizione indispensabile della vita non può non essere utile (…). Infatti, abbiamo dimostrato come il delitto possa servire, ma solamente se è condannato e represso. (…) Il suicidio è dunque un elemento della loro [delle epoche] normale costituzione ed anche, molto probabilmente, di ogni costituzione sociale”. (E. Durkheim, Il suicidio, pp. 428-429). Orbene, se la norma e la normalità sono inevitabili, all’Impero non resta che mutarne il significato e rendere il concetto di norma tanto liquido da poter essere adattato allo sviluppo dei propri scopi e della conquista del Potere. A partire dalla svolta epistemologica verificatasi intorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso e che fa leva su alcuni cardini di principio ritenuti oggi imprescindibili (come per esempio: la valorizzazione del soggetto, a prescindere dai “valori” di cui è portatore) siamo pervenuti ad un ripensamento radicale del concetto di diversità. Così, dal Don Bosco che sceglieva di donare la sua vita ai giovani e in particolare agli emarginati, ai ragazzi che i meccanismi dell’esclusione sociale destinavano sin dal XVII secolo al “grande internamento”, come definisce Foucault l’operazione di chiusura delle personalità “difficili” nei molti luoghi della correzione istituzionale, siamo come d’incanto passati all’accettazione alla giustificazione delle distorsioni più evidenti e alla contemporanea patologizzazione della normalità. Questo è stato possibile insistendo con un martellamento mediatico senza precedenti solo sugli effetti negativi di una patologizzazione della condizione di devianza e marginalità che storicamente aveva condotto a legittimare tutte le pratiche, anche pedagogiche, di repressione, controllo sociale. Ma così facendo, siamo giunti ad una “normalizzazione” di segno opposto. La categoria del “diverso”, in passato sanzionata dalla predisposizione del trattamento repressivo-correttivo nonché da una codificazione linguistica minuziosa che etichetta i “tipi” di diversità: lo svantaggiato, l’incorreggibile, l’asociale, il criminale, il folle e così via, è oggi a tal punto valorizzata da far pensare che i veri “diversi” siano i “normali”. E’ così che – nel gioco dialettico delle opposizioni binarie come “reale” e “falso”, “normale” e “anormale”, la tattica dell’Impero ha permesso di svuotare di significato sia il concetto di normale che quello di a-normale, sia quello di sano che di malato, così come l’ultima versione del DSM mostra chiaramente. Le opposizioni binarie sono passate nelle mani sapienti degli ingegneri sociali, a servizio dell’Impero, che sono riusciti col tempo a rendere socialmente condivisa una generale stigmatizzazione sia delle fonti di informazioni “non conformi” (leggi “fake news”) e soprattutto di idee non conformi (leggi pro life, pro family, etc.) − ristrutturando linguisticamente la realtà del consenso come territorio concettuale nel quale ogni persona pensante, scrivente o parlante di fuori dal mainstream è considerato come una sorta di “deviante”, o di “estremista”, o qualsiasi altra forma di reietto sociale. Siamo insomma al punto di svolta: la normalità è fabbricata linguisticamente da chi controlla i media e lo stesso vale per l’opposto dialettico di a-normale.

Scrivevano infatti Noam Chomsky ed Edward Herman in “La fabbrica del consenso”:

“Non sarà sfuggito a nessuno che il postulato democratico afferma che i media sono indipendenti, determinati a scoprire la verità e a farla conoscere ; e non che essi passano la maggior parte del tempo a dare l’immagine di un mondo tale che i potenti desiderano che noi ci rappresentiamo, che sono in una posizione d’imporre la trama dei discorsi, di decidere ciò che il buon popolo ha il diritto di vedere, di sentire o di pensare, e di “gestire” l’opinione a colpi di campagne di propaganda”.

Come cerco di spiegare nella riflessione qui di seguito, lo stesso procedimento è stato adottato dalla Psichiatria mondialista, a servizio dell’Impero, come la quinta edizione del DSM mostra chiaramente.

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E’ impressionante la velocità con cui questa specie di morsa a tenaglia si stringe sul mondo occidentale, nel disinteresse quasi totale.

Da una parte si normalizza ogni devianza (e c’è già chi ipotizza che nel prossimo DSM la pedofilia verrà completamente sdoganata: già alcune recenti conferenze si sono mosse in questa direzione, arrivando ad affermare che non si può dire con certezza che la pedofilia provochi dei danni misurabili nei bambinimentre dall’altra si patologizza la normalità.

Due esempi:

Il primo è l’ oppositional defiant disorder” or ODD. Così definito nel DSM IV (ma ildiscorso vale anche per l’ultima edizione del manuale), questo curioso disordine mentale consisterebbe in un “atteggiamento continuo di ostilità, disobbedienza e comportamento ribelle”, e i sintomi includono per l’appunto ribellione, negatività, contestazione dell’autorità, ed essere polemici.
Non ci vuole un genio per intravedere che cosa si nasconde dietro questa nuova lingua universale e dogmatica che è lo psichiatrese: un globale silenziatore per ogni pensiero divergente, per ogni dissidenza, per ogni critica all’ideologia dominante che è espressione del potere.

Il secondo: con il DMS-5, anche la comune sofferenza umana viene considerata una specie di malattia mentale. L’APA fa meraviglie!

Allen Frances (il direttore della squadra che ha messo a punto il DSM-4) ha sentenziato in merito: «Il mio miglior consiglio ai clinici, alla stampa ed al pubblico in generale è: siate scettici e non seguite ciecamente il DSM-5 lungo una direzione che porterà facilmente ad un eccesso di diagnosi e ad un dannoso eccesso di somministrazione di farmaci».  Quello che allarma in modo particolare Frances, e non certo solo lui, è il fatto che il DSM-5 renda patologici delle normali sofferenze umane. Il 7 gennaio 2013, nel suo articolo Ultimo appello al DSM-5: proteggete la sofferenza dalle grinfie dell’industria farmaceutica, Frances scrive : «Far diventare la sofferenza umana una malattia mentale sarà *la manna* per l’industria farmaceutica ed una carneficina per chi soffre. È una decisione autodistruttiva per lo stesso DSM-5 ed inoltre mina la credibilità dell’APA. La Psichiatria non dovrebbe disconoscere la normalità».
Dobbiamo fare un passoindietro per mettere bene a fuoco la questione: nel DSM-4, alla cui redazione Frances ha contribuito più di tutti, c’era la cosiddetta «esclusione del lutto» che stabiliva la non diagnosi di disturbo psichiatrico di depressione nel caso di sofferenza per la perdita di persona amata, anche se accompagnata da sintomi di depressione. Prima del DSM-5, l’APA aveva riconosciuto che avere dei sintomi di depressione nel soffrire la perdita di una persona amata fosse una cosa normale e non una malattia. Prossimamente, una normale sofferenza umana accompagnata da sintomi riconducibili alla depressione porterà invece alla diagnosi di depressione.
La partita è chiusa; i difensori della normalità – preoccupati anche della perdita di credibilità dell’APA – hanno perso. I promotori della diffusione malattia mentale, gli psichiatri neocons, hanno vinto.
Ma non è finita qui. Il DSM-5 inventa di sana pianta nuove malattie mentali. Si pensi per esempio a questa nuova diagnosi di malattia mentale messa a punto specificamente per i bambini, siglata DMDD, disruptive mood dysregulation disorder, in italiano: disturbo da cattiva regolazione di uno stato d’animo esplosivo. Ci si riferisce qui agli scoppi di collera tipici nei neonati e nei bambini; Frances tira questa conclusione sul DMDD : «trasforma il fare i capricci tipici del bambino in una malattia mentale».

A questo punto non guasta un breve riepilogo della storia del DSM.

Il primo DSM è del in 1952 ed elenca 106 disturbi (inizialmente indicati come «reazioni»). Il DSM-2 viene pubblicato nel 1968, il numero dei disturbi passa da 106 a 182.
Sia il primo DSM che il DSM-2 includevano l’omosessualità fra le malattie mentali. Negli anni ’70, in concomitanza con l’aumentare del significato del DSM cresce l’attivismo del mondo gay. Ne deriva che il tema psichiatrico-politico più noto e visibile diviene l’eliminazione dell’omosessualità dalle malattie mentali. Gli attivisti gay manifestano durante le riunioni dell’APA, che sul tema si divide ferocemente.
Così, mentre da una parte nel DSM-3 l’omosessualità viene eliminata dalle patologie, dall’altra il loro numero cresce e passa da 182 a 265. In particolare, grazie all’aggiunta di molte diagnosi che riguardano i bambini e che diventeranno rapidamente molto popolari. Una fra tutte l’ODD od oppositional defiant disorder [disturbo oppositivo provocatorio].
Il DSM-4 esce nel 1984 ed elenca 297 disturbi ed oltre 400 tipi di diagnosi di specifiche malattie mentali. Nel numero del febbraio 1997 di Harper’s, L.J. Davis scrive una recensione del DSM-4 intitolat: «L’Enciclopedia dell’infermità mentale: un manuale di psichiatria elenca una pazzia per ognuno di noi» nella quale scrive che il DSM-4 «è lungo 886 pagine e pesa, nell’edizione paperback, poco meno di 1,5 kg. Se indossato in battaglia e posto sopra al cuore, potrebbe probabilmente fermare una pallottola calibro militare .50 sparata da 1500 metri. [cioè un tiro mortale di un cecchino]».
Ma per Allen Frances, il DSM-5 non è un’occasione per farsi due risate. Infatti ci ricorda che: «Le nuove diagnosi in psichiatria sono più pericolose dei nuovi farmaciperché è da esse che dipende se milioni di persone assumeranno o meno i farmaci; tra l’altro di regola dopo visite sommarie o da parte di non specialisti. Benché l’APA sostenga che il DSM-5 non espanda sostanzialmente il numero totale delle malattie mentali, è sufficiente un’unica modifica del DSM-5 (quella che elimina l’esclusione della diagnosi di depressione nel caso di lutto), per creare milioni di malati di depressione inesistenti.

Che cosa dovremmo pensare del fatto che tra le “nuove” malattie mentali sono comprese: l’arroganza, il narcisismo, la creatività al di sopra della norma, il cinismo e il comportamento anti-sociale, che in passato venivano considerati semplicemente “tratti delle personalità”?

A chi giova la creazione dal nulla di nuove patologie? Nessuno vede, dietro l’angolo, i grandi sorrisi delle Lobby farmaceutiche?

Normalizzare la devianza e patologizzare la normalità significa rendere tutti bisognosi di cure. La devianza infatti non potrà mai essere completamente normalizzata, se non fosse altro per un principio statistico, e la normalità non verrà più ad essere difesa dall’evidenza: chi si troverà a protestare, infatti, sarà considerato automaticamente bisognoso di cure (in base alla diagnosi di “oppositional defiant disorder“).

Non si può evitare un collegamento logico con quanto sta avvenendo anche in Italia, con l’introduzione dello psicoreato di “omofobia“. Pseudo-reato, ricordiamolo ancora una volta, che è logicamente e giuridicamente assurdo. La fobia, quella vera, è infatti una malattia psichiatrica: abbiamo sindromi fobiche (fobia da situazione, fobia da esseri viventi fobia da oggetti, fobie ossessive). Ma da quando una malattia può diventare reato? In realtà questo neologismo assurdo – “omo-fobia” – sembra confezionato apposta per tappare la bocca a chi vuole difendere la famiglia naturale e i diritti dei bambini. Ma l’omofobia non è l’equivalente logico del dissenso e se la patologia, quella vera, è tale allora va curata e non può invece essere definita “omofoba” (quindi malata) una persona solo perché non condivide che i bambini vengano privati del loro diritto naturale di avere un padre e una madre.

 

 

 

 


 

 

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DISFORIA DI GENERE. COME ROVINARE I PROPRI FIGLI

La cosa più amorevole da fare per i bambini che affrontano la disforia di genere e rassicurarli che loro sono nati nel corpo giusto. E poi aiutarli. Non l’aiuto che somministra farmaci e raccomanda la chirurgia, ma quello che identifica il disagio psicologico di fondo e cerca di sanarlo.

E poi respingere con tutte le forze l’idea pericolosa che viene promossa che i bambini possano o debbano “transitare” nel sesso opposto.

Perché una volta che avete mutilato i vostri bambini attraverso il blocco della pubertà, gli ormoni e la chirurgia, non c’è modo di tornare indietro come questa mamma si è accorta troppo tardi.

“Salve

Ho sempre supportato mia figlia transgender. Quando era ancora un ragazzo e cominciò a esprimere il desiderio di essere una femmina. Ho fatto tutte le cose giuste: terapisti, blocco della pubertà, ogni cosa.

Adesso ha 20 anni e tutto sta andando a pezzi. Abbiamo dovuto posticipare l’operazione chirurgica a causa dei costi, ma adesso finalmente abbiamo abbastanza soldi e siamo andati da diversi specialisti. Tutti ci hanno detto la stessa cosa. I farmaci per bloccare la pubertà l’hanno lasciata con un micro pene. Si utilizzerà una parte del suo colon per costruire la vagina. Uno dei suoi amici che si è sottoposto all’intervento a distanza di un anno ha la vagina che odora quasi come il colon. Naturalmente mia figlia è ora sconvolta. E’ in terapia, ma il suo stato mentale sta peggiorando sempre di più ed io sono disperata. Oltretutto lei non ha mai avuto alcuna funzionalità sessuale. Nessuno stimolo, nessuna erezione anche quando lei prova a masturbarsi per vedere se può stimolarsi da sola… ma niente. I dottori dicono che questo potrebbe non cambiare anche dopo l’operazione. La sua prospettiva di vita è triste. Sapevamo che sarebbe stato difficile, ma questa è una cosa impossibile. L’unico uomo che è stato con lei per un po’ l’ha lasciata perché frustrato dalla sua mancanza di sessualità.

Non so cosa fare, vi prego aiutatemi.”

Fonte
https://www.facebook.com/katyfaustblogger/

IL SIBILO DEL #potere

Davvero pensavate che qualcuno avrebbe alzato la voce? Alzare la voce ormai spetta solo ai deboli, si sa. Il potere non alza la voce, il potere sibila. Per il tuo bene, è chiaro.

Il potere ha sibilato all’orecchio della CEDU per soffocare il grido di due genitori che hanno osato alzare la voce.

Davvero pensavate non sibilasse anche all’orecchio di monsignore? Come siete ingenui! Sono finiti i tempi del leone di Wadowice e ci sono così tanti scandali da dissotterrare, così tante leggi fiscali e bancarie che a gusto del potere si possono adottare contro i beni di Roma.

E allora si fa un bel comunicato che gronda pietà umana per tutti, per i buoni e i cattivi, una robina ambigua in cui si omette il nocciolo del problema. 

– “Ma monsignore, non diciamo nulla sulla respirazione artificiale? Dice che non se ne accorgeranno?”

– “Ma no che non se ne accorgono. E anche fosse, abbiamo pure noi la nostra bella fetta di potere in caso qualcuno alzasse la voce. Il nostro popolo troverà conforto nelle nostre parole, sentirà alleggerirsi la coscienza e comincerà a pretendere che quei pochi sediziosi tacciano. E basta con questo povero bambino, lasciatelo morire in pace, non criticate la gerarchia” sibila monsignore.