Che cosa succede quando dimentichiamo il significato dei termini?

 

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(un esercizio di logica applicata al concetto di “accanimento terapeutico”)

 

Fonte: Critica Scientifica

Alessandro Benigni

 

 

 

 


 

Prima di addentrarci nella struttura logica dell’argomento, una breve premessa.

 


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La nota, dolorosissima vicenda-incubo del piccolo Alfie Evans ha dimostrato molte cose.

 

Ne sottolineo almeno due:

 

1) un piccolo-mondo, nel-mondo, si è finalmente ribellato

 

E ben oltre i tweet o i messaggi di protesta sui social. Con le motivazioni più diverse, che per ora non c’interessano, ma tant’è: dopotutto s’è vista quella sollevazione popolare che non c’è stata con Charlie Gard o Isaiah Haastrup (vedi qui Da Charlie a Isaiah, i precedenti del caso Alfie).

 

Tanto da dover schierare la polizia intorno all’Ospedale in cui il bambino era tenuto sequestrato.
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L’immagine è altamente significativa: la folla è a protezione del bambino e vuole la sua vita, la polizia è a protezione dell’Ospedale che vuole la sua morte. Si capisce bene: c’è un piccolo-mondo che è disposto a fare un passo avanti. Qualcuno non ne può più di vedere questi bambini ammazzati come i cavalli (a proposito: qui un bel pezzo di Caterina Giojelli). C’è quindi un sentire comune che ancora non si lascia irretire dal pensiero unico oggi dominante.



Ma c’è anche un’altra questione:

 

2) l’incredibile vicenda ha definitivamente messo a nudo le altrettanto incredibili amnesie del mondo cattolico sul tema

 

Questo ci aiuta ad avvicinarci all’analisi logica del concetto di “accanimento terapeutico” (e dei correlati concetti di “best interest” ed “eutanasia”, spacciati per atti di compassione per i malati gravi e gravissimi). Eh sì: scivoloni logici anche nel mondo cattolico. Perché era certamente logico e prevedibile aspettarsi fin nei dettagli più brutali quello che è poi successo, con le giustificazioni più assurde dei giudici, la complicità dei medici – imbarbariti da un’ideologia che li ha trasformati in boia -, la mancata obiezione di coscienza di un intero ospedale, la complicità della polizia ed il plauso indegno dei radical chic di tutto il pianeta (a proposito, ciao Tom Wolf!), ormai alle prese con un un mega-corto-circuito logico che nessuno (di loro) sa disinnescare e che presto verrà a scoppiare nelle mani dell’ultimo sfigato di turno (Jacques Attali è troppo intelligente per cascarci: c’è da scommettere che al momento opportuno si smarcherà dai suoi nipotini).

 

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Jacques Attaliche ne pensa il grande teorico dell’eutanasia?

 

Era logico e prevedibile, dicevo, che gli ideologi della tanatologia applicata sostenessero l’omicidio preannunciato, spacciandolo per “best interest” del paziente.

 

Forse un po’ meno logico e prevedibile era invece aspettarsi certe sorprendenti piroette del mondo cattolico, che da più parti è arrivato allo stesso slittamento semantico che hanno abilmente adoperato i mortiferi per ottenere il loro risultato: convincerci della bontà di tutto, dopo aver condotto un’abile manomissione delle parole (per usare l’azzeccata espressione di Carofiglio).

 

Anche i cattolici, insomma, confusi, piegati al politicamente corretto, incapaci di dar conto del minimo legame tra parole e circostante.

 

La domanda è quindi: che cosa succede quando dimentichiamo il significato dei termini?

 

Non mi sembra una domanda ninnolona: siamo davvero sicuri che le cose funzionino anche se le chiamiamo con nomi diversi?

 

Porterò solo un breve esempio indicativo, proprio in riferimento al caso Alphie Evans, mostrando come il piano inclinato (che in logica è sì una pessima fallacia, ma nel mondo sociale va alla grande) ci abbia portati fino al punto di non riconoscere più la differenza tra accanimento terapeutico e cura.

 

Diamo per scontato che anche il lettore più radical accetti l’idea che chiunque ha diritto alla cura e che esiste una differenza sostanziale tra cura e guarigione e prendiamo le parole da una riflessione di Elio Sgreccia (che sia anche Cardinale è qui dettaglio trascurabile: si tratta pur sempre di un bioeticista di fama internazionale ed autore, tra i tanti volumi, del conosciuto Manuale di bioetica. Fondamenti ed etica biomedica, Editrice Vita e Pensiero, Milano 2007):

 

L’inguaribilità non può mai essere confusa con l’incurabilità: una persona affetta da una male ritenuto, allo stato attuale della medicina, inguaribile, è paradossalmente il soggetto che più di ogni altro ha diritto di chiedere ed ottenere assistenza e cura, attenzione e dedizione continue: si tratta di un fondamento cardine dell’etica della cura, che ha come principali destinatari proprio coloro che versano in uno stato di vulnerabilità, di minorità, di debolezza maggiore” (Card. Elio Sgreccia, Il diritto di accompagnare fino alla fine, in Contro Corrente, vol. 4 CroceVia Edizioni).

 

 

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Insomma: ad ognuno va riconosciuto il diritto di essere assistito in ogni fase della sua malattia, in ragione dello stato di necessità, legato all’età e alla malattia stessa che vive. Il volto umano della medicina si manifesta proprio nella pratica clinica del “prendersi cura” della vita del sofferente e del malato, a prescindere dal fatto che possa essere guarito.

 

E proprio da questo si comprende che cos’è – o cosa dovrebbe essere – ciò che noi chiamiamo “accanimento terapeutico”: in generale, una pervicace pratica di trattamenti medici di comprovata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunge la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravosità per il paziente con un’ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica (Cfr. Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana, Comitato Nazionale per la Bioetica, 1996. – P. Cattorini, Bioetica: metodo ed elementi di base per affrontare problemi clinici, Milano, Masson Ed., 1996, p. 53: «[L’accanimento terapeutico è una] ostinata rincorsa verso risultati parziali a scapito del bene complessivo del malato».

 

 

Anche per la Chiesa Cattolica le cose stanno sostanzialmente allo stesso modo:

 

«L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente».

 

(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2278, vedi anche qui)
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Ora, proprio in riferimento alla vicenda Alfie Evans (ma anche Charlie Gard o Isaiah Haastrup e chissà quanti altri di cui non si ha notizia), il punto è che per “accanimento terapeutico” s’è voluto intendere anche idratazione, nutrizione e respirazione assistita.

 

In altre parole: date le condizioni dei piccoli pazienti, i medici hanno ritenuto che il dare loro acqua, nutrimento ed aria da respirare sia una forma di terapia ovvero, per riportare quanto sopra evidenziato, una “pervicace pratica di trattamenti medici di comprovata inefficacia in relazione all’obiettivo, a cui si aggiunge la presenza di un rischio elevato e/o una particolare gravosità per il paziente con un’ulteriore sofferenza, in cui l’eccezionalità dei mezzi adoperati risulti chiaramente sproporzionata agli obiettivi della condizione specifica”.

 

Metto tra parentesi per un attimo il fiume di considerazioni filosofiche, banali e meno banali, che sulla questione potremmo subito innescare.

 

Ricordo invece che anche alcuni cattolici (!) concordano sostanzialmente con questa posizione (sia pure con sfumature: spiegherò poi perché irrilevanti se non contraddittorie): acqua, nutrimento e ossigeno sono (sarebbero) “terapie”.

Ricordo anche che per terapia (dal gr. ϑεραπεία) s’intende ciò che viene messo in atto per curare una malattia: “attuazione concreta dei mezzi e dei metodi per combattere le malattie”, recita l’Enciclopedia medica Treccani.

 

Mentre il lettore si chiede quali malattie vengano mai curate con nutrizione, idratazione e ventilazione assistita (ma non è una novità, perché se ci si pensa bene anche gli aborti – che pure vengono praticati negli ospedali – non curano nessuna malattia, a meno di non voler considerare una malattia la gravidanza), andiamo a controllare un caso paradigmatico.

 

 

 

 

 

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Su Ethics & Medics, del cattolico National Catholic Bioethics Quarterly, il professor John Skalko (un tomista!) ha sostenuto che la ventilazione meccanica può in alcuni casi estremi essere considerata un mezzo sproporzionato, e quindi non obbligatorio, di cura del paziente (in altre parole: far respirare un paziente può essere considerato “accanimento terapeutico”); in particolare, essa si distinguerebbe in maniera moralmente rilevante dalla nutrizione e idratazione artificiali, ad anche dal sostegno con ossigeno fornito tramite mascherina, per il fatto che la ventilazione assistita non si limita a fornire una risorsa necessaria per la vita, ma forza una funzione biologica (la ventilazione, appunto) che altrimenti non sarebbe effettuata, quindi può certamente definirsi terapia, ed il fatto che non “ha per fine la guarigione” (cit.) non le impedisce di essere definita così. (Cfr. Differentiating ANH and the Vent)

 

 

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In modo sorprendente lo stesso professor John Skalko riconosce che “cibo e acqua non sono medicine. Il fine o lo scopo della medicina differisce dalla fine o dalla finalità del cibo e dell’acqua. La medicina è ordinata verso il ripristino della salute, mentre cibo e acqua sono ordinati alla conservazione di base della vita. […] Se i mezzi artificiali rendono qualcosa un atto medico, allora l’alimentazione del cucchiaio è un atto medico, perché i cucchiai sono artificiali. […] L’inserimento iniziale del tubo di alimentazione è un atto medico. Ma questo significa che l’ANH [artificial nutrition and hydration] è un atto medico in atto una volta inserito il tubo di alimentazione? No, perché il semplice inserimento di cibo e acqua nel tubo di alimentazione non è un atto medico. La fine di ANH non è correggere un difetto ma piuttosto nutrire e idratare il paziente”. E di seguito: “Come il cibo e l’acqua, l’ossigeno in sé non è una medicina. Tuttavia, la ventilazione meccanica o l’uso di […] (un polmone artificiale) è un atto medico. La ventilazione meccanica assistita aiuta i polmoni a respirare in senso ventilatorio o respiratorio. […] E in entrambi i casi è sufficiente per definirla un atto medico, [per cui affermare che] la ventilazione potrebbe essere essa stessa causa della sofferenza e che stava producendo solo una scarsa “qualità della vita” (cioè lo stato di salute e benessere) costituiscono insieme un argomento su se questo particolare trattamento è utile. Altri potrebbero discutere con la conclusione, ma questo modo di ragionare è eticamente difendibile”.

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Bello, come artificio sofistico, vero? Ma non credo ci sia bisogno di un filosofo analitico per mostrare l’evidente debolezza di questa tesi, secondo la quale la ventilazione assistita forza il paziente a respirare, mentre l’idratazione o la nutrizione assistite (che pure funzionano perché ci sono strumenti tecnici e particolari preparati che letteralmente invadono il corpo del paziente, introducendo sostanze in modo altrettanto forzato) non sarebbero (per ora, visto che abbiamo già visto come funziona il piano inclinato) da intendersi come “forzature inutili”. Anche nutrizione e idratazione, senza macchine che forzano il corpo del paziente a ricevere nutrimento e acqua, non sarebbero possibili.

 

E’ questo il punto – credo – in cui dobbiamo chiederci che cosa s’intende per “forzatura inutile” o meglio per “accanimento terapeutico”. Questa prima domanda ci pone di fronte ad un’operazione preliminare che riprende l’interrogativo iniziale ed in generale riguarda sempre argomenti ed argomentazioni: che cosa intendiamo indicare con i termini o con le espressioni linguistiche che utilizziamo?

 

Si tratta di un passaggio fondamentale, pena l’inutilità o addirittura la pericolosità di ogni discorso, dal più banale al più complesso.

 

Abbiamo già riferito qui sopra che cosa s’intende (oggi) per “accanimento terapeutico”, e nell’addentrarci un po’ più a fondo nella questione, qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un argomento terribilmente tecnico, riservato ai soli medici o ai bioeticisti di professione. Ma le cose non stanno così. Perché i medici non possono imporci un’etica, quale che essa sia, né possono farlo i bioeticisti (le cui opinioni peraltro sono spesso contrapposte se non contraddittorie, controverse e controvertibili) né d’altra parte possono farlo i giudici (come sempre più spesso invece sta accadendo e a cui viene oggi lasciato uno spazio di manovra tale da interpretare le leggi come meglio credono, dando luogo a precedenti che de facto vanno a costruire l’etica socialmente condivisa più di mille trattati).

 

Ma il punto è che se non abbiamo idee chiare su questo argomento ne deriva che le proposte di legge relative non verranno comprese (né da noi né dai nostri rappresentanti in Parlamento) sia nel loro significato evidente che in quello più nascosto, quindi nelle loro conseguenze: anche le più drammatiche.

 

Lo svolgimento dell’argomentino è tutto fondato sulla sequenza diretta del modus ponendo ponens:

 

[(P→Q)∧P→Q ovvero: “se A, allora B; ma A; quindi B”. Per esempio “se è giorno, allora c’è luce; ma è giorno; quindi c’è luce”).

 

E’ una sequenza logica corretta, che però scivola via come una ghigliottina. Una volta accettate le premesse (in questo caso termini che non rispondono alla realtà), le conseguenze saranno inevitabili.

 

Quello di cui molti, oggi, si dimenticano (compresi professori e studiosi affermati) è che si può avere un ragionamento logicamente corretto e rigoroso, i cui contenuti siano falsi. Lo si vede chiarissimamente nel sillogismo aristotelico (detto “di prima figura”):

 

 

a) Tutti gli esseri umani sono pazzi

b) Il professore di filosofia è un essere umano

______________________________
c) Il professore di filosofia è pazzo

 

 

Il ragionamento è formalmente corretto, ma solo se le premesse a) e b) sono vere, la conclusione c) è senz’altro vera.

 

Dal che si potrebbe parafrasare:

 

a) Tutte le terapie mediche possono essere accanimento terapeutico

b) La ventilazione assistita è una terapia medica

______________________________
c) La ventilazione assistita può essere accanimento terapeutico

 

 

Oppure, per il modus ponens:

 

Se la ventilazione assistita è terapia medica, allora può essere accanimento terapeutico.

Ma la ventilazione assistita è terapia medica, dunque può essere accanimento terapeutico.

 

 

E certamente, se le cose stanno in questo modo, allora hanno ragione gli inglesi che, come ci ricorda Benedetta Frigerio, con il loro LCP hanno costretto a morire per fame e per sete di 200 mila persone l’anno, di cui 40 mila private di cibo e acqua ad insaputa dei loro parenti (“LCP” è un acronimo di “Liverpool Care Pathway”, il protocollo di accompagnamento alla morte sviluppato a fine anni ’90 nel Regno Unito per il presunto “miglior interesse” del paziente in cui chi poteva presumibilmente morire entro un anno veniva inserito in un elenco chiamato “death list“: gli ospedali ricevevano denaro in base al numero di pazienti in lista).

 

 

Peccato che le cose, a ben vedere, non stiano affatto così.

 

Per il Modus Tollens («se P allora Q; non Q, allora non P»), abbiamo infatti che:

 

Se idratazione nutrizione e ventilazione sono terapie allora hanno come fine la guarigione (Se P allora Q)

Idratazione nutrizione e ventilazione non hanno come fine la guarigione (¬ Q)

Allora non sono terapie (¬ P)

 

Ma se non sono terapie, come si può parlare di “accanimento terapeutico”?

 

Fermiamoci un attimo. La ventilazione ha come scopo far respirare il paziente, mantenerlo in vita: non guarirlo da una malattia. La ventilazione, l’idratazione e la nutrizione assistite non combattono alcuna patologia: negare aria, idratazione e nutrimento non significa negare terapie, ma ciò che serve a chiunque per vivere, non necessariamente malati. Anche gli esseri umani perfettamente sani devono infatti nutrirsi, bere, respirare, e non importa se in modo autonomo o meno: per esempio un bambino nel ventre della madre, perfettamente sano, beve, si nutre e respira solo grazie alla madre. Altrimenti morirebbe. Lo stesso un anziano, perfettamente sano, potrebbe non essere in grado di nutrirsi da solo o di respirare agevolmente: e quindi?

 

Che si fa?

 

Il punto nodale, che deve emergere in tutta la sua follia, è la confusione tra atto di pietà e omicidio, che è il suo esatto opposto.

 

Negare i supporti vitali (acqua, aria, nutrimento) non è l’equivalente logico di evitare cure pesantissime dagli effetti improbabili. Togliendo i supporti vitali, non facciamo un atto di pietà: uccidiamo un essere umano.

 

Il fatto è che le definizioni di “accanimento terapeutico”, di “best interest” ed “eutanasia” hanno mostrato degli slittamenti semantici impressionanti, tali da rendere socialmente accettabile un significato che per questi termini è per lo meno contraddittorio. Per cui oggi in troppi sono predisposti a confondere il doveroso atto di pietà (evitare cure strazianti dagli esiti incerti, mantenendo solo le cure palliative per eliminare il dolore, fino al compimento naturale della vita), con la violenza brutale dell’omicidio, tecnicamente premeditato.

 

Nè sembra molto diffusa la consapevolezza dei paradossi e dei corto-circuiti logici che simili posizioni comportano.

 

Per esempio: se le cose stanno così perché mai sottoporre il paziente ad una lunga agonia? Senza ossigeno (ma anche senza nutrimento e senza idratazione) la morte non è immediata. A questo punto non sarebbe meglio, a rigor di logica, un’iniezione letale? E’ infatti proprio questo – a quanto sembra – ciò che hanno fatto al piccolo Alfie: tolta la respirazione assistita il bambino ha respirato comunque per oltre una sessantina di ore. Quindi, stando alle testimonianze che abbiamo letto, al bambino è stata praticata un’iniezione e poco dopo è morto.

 

Seguendo solo la logica formale ma dimenticandosi della realtà delle cose, è questo quello che succede.

 

Sarebbe poi interessante – se il discorso non ci portasse troppo lontano – aprire qui una parentesi sui motivi di quell’ignoranza logica ed ontologica che sta di fatto allargando sempre più è sempre più velocemente le tipologie di condizioni definite “senza speranza”: condizione essenziale per poter stra-parlare “a-priori” di “best interest”, di “accanimento terapeutico” e di “eutanasia” (ne avevo già discusso qui).

 

Posto che la storia della medicina abbia contato diverse guarigioni tanto inaspettate quanto inspiegabili, quando, esattamente, siamo autorizzati a definire determinate condizioni “senza speranze”?

 

Sono dunque questi continui e martellanti slittamenti semantici misti a confusioni concettuali a rendere possibile la promozione dell’eutanasia come supremo atto di libertà, quando questo è logicamente impossibile: non solo con l’eutanasia la coscienza del medico viene infatti obbligata da quella del paziente (e viceversa: non è già questo un paradosso?) ma poi come conoscere quali sono le “ultime” volontà di ciascuno? Si può sempre cambiare idea, no? Anche un istante prima dell’esecuzione è possibile voler vivere, anziché morire. Come distinguere in questo caso il suicidio dall’omicidio? E la criticità logica mina l’espressione “best interest”, surrettiziamente legata allo pseudo concetto di “qualità della vita”: quell’arrogante forma di violenza di chi pensa di poter decidere – per la vita degli altri – quali siano i limiti entro i quali un’esistenza valga la pena di essere vissuta. Anche questa concezione dà luogo ad un doppio paradosso logico: le condizioni del paziente sono per definizione sempre mutevoli – il paziente può peggiorare fino alla morte, certo, ma anche restare stazionario o addirittura migliorare e perfino guarire – ed è impossibile stabilire “a priori” in modo certo l’esito di una malattia, come la storia della scienza medica, tappezzata di guarigioni inspiegabili, ci ricorda puntualmente. Ma lo slogan del “best interest” si presta anche all’applicazione della legge della dicotomia: i limiti che dovrebbero definire con precisione quelle condizioni tali per cui la vita (di qualcun altro) “non è degna di essere vissuta” sono per loro natura labili, fumosi ed imprecisi e si prestano a una discrezionalità inaccettabile – soprattutto tenendo conto che si parla della vita umana altrui.

 

Un semplice esempio (Gedankenexperiment) potrà chiarirci ulteriormente le idee: poniamo – in data 27 settembre 2021 – che il paziente A sia in coma irreversibile (ritenuto tale) e per di più affetto da tumore ritenuto inguaribile (diagnosticato come tale), per il quale si prevedono sei mesi di vita. Perché aspettare il 28 settembre? E d’altra parte: qualsiasi data venga stabilita per staccare i macchinari, perché non dieci minuti prima o non dopo? E così via, avanti o indietro, fino a far emergere quanto sia assurdo porre fine alla vita di un malato in questo modo. Ma ancora: come si può misurare – esattamente – la gravità di una malattia? Come stabilire dei limiti oggettivi? Dati il paziente A e B, nelle stesse condizioni di incoscienza e poniamo con lo stesso tipo di tumore ritenuto inguaribile, come si potrà stabilire la stessa prognosi, posto che A e B sono individui diversi (magari per età, sess, storia clinica, condizioni fisiche, etc.)?

 

Sono solo esempi, ovviamente. Ma sarebbe molto interessante, a partire da questi casi ideali, provare a tracciare un po’ di conseguenze logiche.

 

Dato invece lo spazio a disposizione, ora proveremo solo a controllare la tenuta minima, dal punto di vista logico e ontologico, del concetto di “accanimento terapeutico”. A questo proposito il problema è capire se idratazione nutrimento e respirazione forzati siano meno forma di “trattamento terapeutico”.

 

Non si tratta di una questione circoscritta all’incredibile fine dei bambini inglesi. La cosa ci riguarda tutti da vicino, in quanto l’italianissima legge sulle DAT (“Disposizioni anticipate di trattamento”, comunemente definite “testamento biologico” o “biotestamento”, regolamentate dall’art. 4 della Legge 219 del 22 dicembre 2017, entrata in vigore il 31 gennaio 2018) basandosi proprio sullo slittamento semantico di “accanimento terapeutico” ha introdotto di fatto anche da noi l’eutanasia passiva (sulla differenza tra eutanasia attiva e passiva e sul paradosso della “libera scelta” ho già scritto qui).

 

Dovrebbe quindi riflettere attentamente chi crede che la legislazione inglese abbia consentito “un omicidio” che da noi sarebbe impossibile compiere, restando perfettamente nei limiti della legge. Le DAT di fatto consentono di interrompere idratazione, nutrizione e ventilazione assistita (definite maliziosamente “trattamenti sanitari”), equiparandole a “terapie mediche”, anche contro la volontà del paziente (o di chi ne fa le veci).

 

Vediamo:

 

Art. 1 comma 5: “Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici.”
Art. 1 comma 6: “Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali.” 


Art. 2 comma 2: “Nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati.”

Art 4 comma 5: “Fermo restando quanto previsto dal comma 6 dell’articolo 1, il medico è tenuto al rispetto delle DAT, le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico stesso, in accordo con il fiduciario, qualora esse appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente […]”.

 

 

La domanda è: i “trattamenti sanitari” sono l’equivalente logico ed ontologico delle “terapie”? A parte l’evidenza della “Finestra di Overton” in azione anche qui, come altrove ho segnalato, se così stanno le cose dovremmo essere in grado di indicare con esattezza (per la definizione di “terapia” ricordata più sopra) che cosa si guarisce, quale malattia viene curata con idratazione, alimentazione e ventilazione assistita.

 

Ovvero: da cosa ci guariscono aria, acqua e cibo?

Ma se non guariscono da alcuna malattia, perché le considerano “terapie”?



Da questa domanda risulta chiaro che lo scopo di considerare “trattamenti sanitari” la respirazione, la nutrizione e l’idratazione artificiale, è quello di equipararli sostanzialmente alle “terapie”, cioè  quelle pratiche terapeutiche che hanno il compito di guarire un malato, e tutto questo con chiaro intento tanatologico, non terapeutico e men che meno curativo.

 

Nel caso della sospensione della ventilazione assistita, per esempio, si provoca la morte per asfissia: non è la malattia ad uccidere, ma siamo noi a farlo, soffocando il malato. Lo stesso dicasi per idratazione e nutrizione: non è la malattia ad uccidere, ma siamo noi a far morire un essere umano (che non è in grado di provvedere da solo al suo nutrimento) per fame e per sete, negandogli ciò che serve a tutti (malati o meno che siano), esattamente come potremmo fare con un bambino appena nato o con un anziano non autosufficiente, malato o meno che sia: se non gli diamo da bere, da mangiare, muore. E il decesso non avviene “per morte naturale”: è stato provocato. In altre parole: il paziente è stato semplicemente ucciso.

 

L’idea, qui nemmeno tanto velata, è che non sarebbero tanto gli eventuali “trattamenti sanitari” ad essere considerati gravosi o inutili, ma è invece il fatto stesso di voler mantenere in vita un morente o un malato grave ad essere considerato un “accanimento terapeutico”.

 

In altre parole: chi non può guarire, deve morire. E alla svelta.

 

Ed è chiaro che per questo principio (sempre per il metodo di controllo sociale definito “Finestra di Overton”) dovrà poi gradualmente essere esteso a tutti, per cui “la gran parte dei mezzi di sostegno vitale andrebbero evitati in fase terminale o nelle malattie croniche e invalidanti” (C. Navarini, Eutanasia, in T. Scandroglio [a cura di], Questioni di vita & di morte, Ares, Milano, 2009, p. 197).

 

Ma, scavando ancora più a fondo, dobbiamo ricordare che perché si possa a pieno titolo parlare di “accanimento terapeutico” occorre che si sia definita la malattia con precisione millimetrica e che lo stadio della malattia venisse dimostrato come inguaribile: solo in base a questa possibilità di definizione sarebbe possibile azzardare una valutazione del rapporto invasività delle cure mediche / possibilità di guarigione, ovvero costi / benefici.

 

Peccato che quest’operazione sia – in linea teorica – semplicemente impossibile. Ho scritto “azzardare” perché nessuno è in grado di garantire “a priori” la materializzazione del Modus pones:

 

“Se il paziente ha la mattia x, allora morirà in un tempo y”.

“Ma il paziente ha la malattia x, dunque….”.

 

Prima di tutto le diagnosi possono sempre essere sbagliate. Di conseguenza, possono esserlo le prognosi.

 

La storia della medicina è costellata non solo di diagnosi erronee, ma perfino di guarigioni “inspiegabili” e che gli stessi specialisti, alla luce delle conoscenze mediche più recenti, non sanno spiegarsi.

 

Facendo una piccola ricerca, per esempio, si trova un ragazzino che si sveglia dopo la “morte cerebrale” e la firma dei genitori per la donazione degli organi (link). In un altro caso, i medici smettono di curare un bambino gravemente malato di leucemia, ritenuto ormai inguaribile, e questo per tutta risposta guarisce da solo: da notare che i medici stessi lo hanno definito un “miracolo” perché il caso di questo piccolo è “uno su sette miliardi“, ma tant’è: logicamente è più che sufficiente per sospettare di quell’ “a-priori” che da solo vorrebbe reggere tutto l’argomento tanatologico. (link). Oppure (questa è bellissima!), abbiamo un uomo senza il 90% del cervello che accusava solo un dolorino ad una gamba (studio pubblicato su The Lancet, prestigiosissima rivista medica – link in italiano). La domanda è: che cosa sappiamo, esattamente, definitivamente, di come vanno le cose a questi livelli?

Potremmo andare avanti per molto, ma una semplice considerazione epistemologica sarà la pietra tombale per ogni replica: la scienza medica non è la matematica. Non dimostra nulla, non ha e non dà verità definitive. La sua storia evolutiva lo dimostra chiaramente: nessuno andrebbe a farsi curare da Paracelso.

 

Questo non significa ovviamente che non ci si debba fidare dei medici, ma semmai che la Scienza medica vada presa per quello che è: un imperfetto work in progress, non un cumulo di verità dimostrate una volta per tutte, per cui date certe premesse si hanno necessariamente, sempre e comunque, precise e prevedibili conseguenze.

 

Ora: sarà mai logicamente sensato decidere della morte di un paziente in base a diagnosi probabili, prognosi incerte, confondendo sostegno vitale con terapie e per di più il tutto contro la volontà del paziente stesso?

 

 

 

 

 

 

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ALFIE EVANS: L’ULTIMA VITTIMA DEL NHS

Alfie Evans è solo l’ultima vittima di un mortifero ospedale del NHS

L’ospedale dei bambini Alder Hey ha una lunga storia di scandali legati alla sicurezza dei pazienti

L”oltraggioso caso Alfie Evans è accaduto in un ospedale dell’NHS con una lunga storia di negligenze cliniche, incluso il peggior scandalo nella storia del NHS, il servizio sanitario nazionale della Gran Bretagna. Gran parte dei media ha coperto il caso di Alfie, con disonestà caratteristica, come una tragedia che era iniziata molto prima che il bambino fosse portato all’Alder Hey. Ma, secondo la testimonianza in tribunale dei medici del NHS, la sua diagnosi iniziale si riferiva a una condizione piuttosto comune: “bronchiolite virale e una possibile convulsione febbrile prolungata”. La malattia neurologica ancora da diagnosticare che suppostamente avrebbe ucciso Alfie non è apparsa fino a dopo che il bambino è entrato in quel pericoloso ospedale.

Quanto è pericoloso l’ospedale Alder Hey? Non solo questa struttura riceve citazioni per la sicurezza dei pazienti con regolarità allarmante da gruppi di “watchdog” e dallo stesso NHS – è stato il centro del famoso “Scandalo di organi dell’Alder Hey”. Sì, avete letto bene. Questo ospedale è stato profondamente coinvolto nel traffico di organi di bambini molto prima che i mostri di Planned Parenthood scoprissero che si potevano fare moltissimi soldi vendendo pezzi di bambini. Alder Hey ha prelevato organi senza permesso dei genitori per anni prima di essere scoperto, come la BBC riportò all’epoca:

“Lo scandalo dell’ospedale pediatrico Alder Hey è dovuto all’appropriazione di cuori e organi di centinaia di bambini. Gli organi sono stati espiantati senza permesso da bambini morti nell’ospedale. Lo staff dell’ospedale ha anche trattenuto e immagazzinato 400 feti raccolti da ospedali nel nord est dell’Inghilterra… Le scoperte di una indagine sul caso sono state descritte come “grottesche” dal Segretario per la Salute Alan Milburn”.

Di certo i difensori dell’NHS affermeranno che questo successo molto tempo fa e non c’entra nulla con Alfie Evans o la qualità della cura i pazienti ricevono nell’ospedale di recente ristrutturato (fino a tre anni fa i pazienti venivano ricoverati in una struttura vecchia di cent’anni). Ma le preoccupazioni allarmanti per la sicurezza sono continuate senza sosta. Nel 2011, per esempio, il quotidiano “The Independent” ha svelato che le negligenze nell’ospedale sono all’ordine del giorno e che i “whistleblowers” erano costretti al silenzio degli amministratori e persino dai medici. Nel 2014 la BBC riportava che “Alder Hey ha mancato quattro standard di sicurezza su cinque in una ispezione fatta da un watchdog medico”.

Il più recente rapporto del NHS riguardante la qualità dell’ospedale, apparso nell’ottobre del 2017, tesse le lodi dell’Alder Hey ma non riesce a nascondere quello che succede ai pazienti lì dentro. Una delle sue più significative raccomandazioni riguarda le malattie che i pazienti contraggono nell’ospedale. “Continuando a monitorare e ad analizzare seri incidenti, e seguendo la tendenza nazionale sulle sepsi e sulle infezioni nosocomiali, il comitato direttivo è d’accordo nell’affermare che ci dovrebbe essere un focus continuo e specifico sulla riduzione delle infezioni nosocomiali”. Qui è dove entra in gioco Alfie. Secondo gli atti del processo, il dottore del pronto soccorso ha diagnosticato ad Alfie quanto segue:

“Un test microbiologico sull’aspirato nasofaringeo ha mostrato rinovirus/enterovirus. Solitamente isoliamo questi virus in bambini con acute infezioni virali del tratto respiratorio inferiore. Ad Alfie è stata diagnosticata una bronchiolite virale acuta e una possibile convulsione febbrile prolungata”.

Questo è successo il 14 dicembre 2016, quando Alfie fu portato al pronto soccorso dell’Alder Hey con febbre alta, tosse e un singolo episodio riportato di “sbalzi ritmici” che era successo prima del suo arrivo in ospedale (quando era ancora a casa). Il giorno dopo, un altro medico gli prescrisse una medicina chiamata Midazolam. Il terzo giorno, 16 dicembre, un altro medico gli prescrisse un ulteriore farmaco chiamato Vigabatrin. Poco dopo, Alfie ebbe delle difficoltà respiratorie. Gli fu messo l’ossigeno, gli fu somministrato un dosaggio più forte di Vigabatrin e fu trasferito presso l’unità di terapia intensiva pediatrica. A gennaio aveva contratto la polmonite e ai suoi genitori dissero che poteva morire.

Qui iniziarono i problemi. Nessuno, nemmeno un medico specializzato nei disturbi di cui soffriva Alfie, avrebbe criticato a posteriori l’operato dei medici, sulla base degli atti con il commento del giudice. Ma i genitori erano lì sul posto, non hanno esitato a farlo. Avendo visto le cure apparentemente scoordinate sopra descritte, erano pronti a non mollare. In seguito Alfie confuse i suoi dottori – non per l’ultima volta – riprendendosi dalla polmonite, il che ha reso Tom Evans e Katie James meno inclini a discutere il piano di fine vita. Alla fine, l’ospedale pediatrico Alder Hey intentò loro causa assicurando la sentenza di morte.

Il che ci porta al vero nocciolo della questione: considerando l’orribile storia dell’ospedale, fatta di negligenze cliniche, noncuranza per la sicurezza dei pazienti, ed espianto illegale di organi, nessun individuo sano di mente avrebbe accolto la sua richiesta di uccidere Alfie. Né l’NHS, né l’ospedale pediatrico dei bambini si sono dimostrati degni di fiducia laddove era in gioco il miglior interesse del paziente. Ma questo non è un individuo. Questo è lo Stato. Questo livello di incompetenza colpevole non avrebbe potuto sopravvivere in nessun altro ambiente. E, alla fine, le vittime della medicina socializzata non possono far altro che sottomettersi. Una volta che la nazione mette il suo sistema sanitario collettivo alla mercé del Leviatano, la bestia userà voi secondo i suoi bisogni.

Gli assistenti medici a cui Alfie è stato affidato da Tom Evans e Katie James hanno fatto una serie di errori che alla fine hanno portato a morte prematura un bambino con un disturbo eminentemente curabile? è probabile che lo abbia fatto. Ma solo lo Stato lo saprà. Una volta sottomessi alla medicina socializzata, avremo ancora il diritto di porre domande, ma lo Stato non sarà obbligato a rispondere.

Fonte: https://spectator.org/alfie-evans-is-just-the-latest-victim-of-a-deadly-nhs-hospital/

Trad. Gian Spagnoletti

Che cos’è la malattia?

 

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(… qualche idea contro-corrente)

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La medicina non soltanto imputa categorie discutibili con entusiasmo inquisitorio, ma lo fa con un tasso di errore che nessun sistema giudiziario potrebbe tollerare“.

Ivan Illich1

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Che cos’è la malattia? Si tratta di una domanda difficile, che ha portato e porta con sé una gran quantità di problemi: non a caso è un argomento che è scivolato dalle mani a non pochi studiosi di spessore. Nonostante tutto, credo sia possibile avanzare alcune ipotesi e certe osservazioni, magari non molto politicamente corrette.

Ma, prima di tutto: perché discutere di malattia? Questa è invece una domanda quasi banale, alla quale si risponde in poche battute. La grande questione bioetica passa ancora oggi attraverso questo terreno scivoloso: per definire l’uomo, per tracciare i limiti della suainviolabile dignità (casomai qualcuno fosse ancora di quest’idea, il che non è affatto scontato), occorre definire anche che cos’è la malattia, che cosa significa per un essere umano “essere malato” e se a quali condizioni questo suo “essere malato” possa in qualche modo incidere sulla sua umanità, ovvero su quel nocciolo (su quella essenza, direbbero i filosofi) che fa dell’uomo un essere speciale, con diritti (e doveri) speciali.

La mia tesi è presto detta. La reificazione della malattia, la sua materializzazione come ente a sé, dotato di una sua garanzia ontologica di cui solo la Tecnica può disporre è stata l’operazione strumentale che ha permesso di ridurre il malato (quindi l’essere umano, nella sua totalità) ad oggetto disponibile alla Tecnica stessa. Con la promessa della riduzione del dolore e della fine della malattia, si è data una accelerazione formidabile al processo che porta al post-umano: ad un essere definito dal Dominio, nell’orizzonte del nichilismo estremo dell’Occidente. Un essere di cui è la Tecnica a decidere su vita e morte, senso e significato della malattia compresi.

E’ una storia che ha molte tappe importanti: una di queste è la regolamentazione dell’aborto. Non a caso la pratica che porta all’uccisione dell’essere-umano nel grembo di una donna, con la scusa di una “maggior sicurezza” nell’esercizio dell’omicidio, viene compiuta negli apparati pensati per curare le malattie: gli ospedali. Ma di quale malattia si tratta?

Si tratta di una contraddizione clamorosa, che pure viene passata sotto silenzio grazie al martellante bombardamento di immagini socialmente imposte e socialmente condivise, che promuovono una visione distorta ed accondiscendente di ciò che l’uomo è – e non può non-essere.

D’altra parte, abbiamo già visto in alcune precedenti riflessioni come questa posizione ontologica sia tutt’altro che pacificamente accettata da tutti e che anzi oggigiorno assistiamo ad un grande successo delle credenze animaliste ed antispeciste (il cui panorama è assai variegato ma che qui per comodità e brevità riduciamo ad un unico fronte), in un generale movimento che assume i contorni di un riduzionismo estremo, volto ad equiparare sostanzialmente uomini e animali, per dominarli entrambi allo stesso modo.

A questo proposito, ci siamo occupati in particolare del tema della sofferenza, osservando che si tratta prima di tutto di un evento mentale e chiedendoci che senso potrebbe avere l’affermare che qualche essere vivente soffre, senza che possa averne coscienza. (Cfr. per es. qui e qui)

Pensare l’impensabile – ovvero che ci siano realtà percepite da un soggetto, senza però che il soggetto stesso ne abbia consapevolezza – è un decadimento logico ed antropologico parallelo a quello che ha sottratto all’uomo il suo destino più evidente, quello che solo dà senso alla sua consapevole umanità. Heidegger lo chiamava “Sein zum Tode” (Essere-per-la-morte)2.

L’uomo occidentale ha perso il diritto di presiedere all’atto di morire“, scriveva da parte sua Ivan Illich3.

Siamo così lungo la strada che porta alla completa sottrazione della morte dal nostro orizzonte costitutivo: spacciata come atto di libertà soggettiva, per affare privato sul quale solo il singolo deve avere l’ultima parola, la morte è presto diventata questione di diritto degli Stati sulle vite che a parere di qualcuno “non sono più degne di essere vissute” (nel “best interest” del paziente, come si dice oggi: pensiamo al caso Charlie Gard e a quelli che sono seguiti e che – c’è da scommetterci – purtroppo seguiranno più numerosi e più ravvicinati nel tempo, fino ad essere completamente accettati come pseudo-eutanasie messe in atto nell’interesse del malato – pseudo, in quanto perché si possa parlare di eutanasia occorrerebbe almeno la richiesta esplicita del soggetto o almeno il consenso di chi ne fa le veci, elemento non irrilevante, che negli ultimi purtroppo ben noti casi è del tutto mancato).

Ma non solo la morte viene sottratta alla nostra essenza costitutiva per essere consegnata nelle mani della Tecnica: lo stesso avviene – come abbiamo detto – per la sofferenza stessa.

Ed è proprio il tema della sofferenza ad essere più che mai indicato per un passaggio all’altro vastissimo e difficilissimo tema: quello della malattia.

Torniamo dunque alla domanda iniziale: che cos’è la malattia?

Intuitivamente, sappiamo tutti di cosa stiamo parlando: siamo malati, quando in qualche modo non stiamo bene. Ovvero: quando soffriamo o in qualche modo il nostro essere nel mondo è minacciato dall’infermità. Ma anche se questa sommaria idea di malattia sembra intuitivamente accettabile (o comunque perfezionabile con poco sforzo), in realtà una sua definizione filosofica e scientifica è uno degli obiettivi più difficili che si possano immaginare.

Sulla grande Enciclopedia Medica Treccani, per esempio, leggiamo che

uno sguardo anche superficiale alla storia del pensiero medico mostra chiaramente come nei secoli si siano avvicendate numerose definizioni tra loro contrastanti4.

Per definire il malato occorre poi richiamare il suo opposto dialettico, ovvero il sano. Ma non basta: occorre anche tirare in ballo il concetto di normalità. Che cos’è “normale” per l’uomo? Essere sano o essere malato?

Sempre l’Enciclopedia Treccani ci informa che

La normalità di un carattere non può […] essere identificata con un singolo valore, ma va concepita come un intervallo entro il quale viene compresa una rilevante percentuale degli individui appartenenti alla popolazione che è definita sana. Sia nella ricerca biomedica sia nella pratica clinica, l’intervallo solitamente usato per stabilire i valori normali di un parametro in una certa popolazione è quello entro il quale cade il 95% dei soggetti scelti come campione di quella popolazione. In base a questo criterio, non normali e quindi patologici sarebbero i valori che si collocano al di fuori di quelli estremi relativi a tale percentuale. Questo concetto di ‘stato normale’ trova il suo fondamento nell’analisi statistica dei fenomeni e si basa su criteri quantitativi rigorosi e controllabili”.

Dunque “sano” e “malato” avrebbero prima di tutto una loro giustificazione e relativa collocazione concettuale partendo da un’osservazione statistica. Il che è interessante e dà luogo ad altri problemi: se per ipotesi nelle prossime generazioni si dovesse verificare un innalzamento della percentuale che ne so, dei bambini nati sordi, fino a raggiungere (stiamo parlando di esperimento mentale, ovviamente) la percentuale del 95%, allora in base a questo paradigma “normale” e quindi “sano” sarebbe l’uomo sordo?

Un’altra notevole questione teorica che riguarda la malattia coinvolge la sua dimensione ontologica. Dal momento che le malattie non sono oggetti o cose, sorge la questione se di esse si possa parlare allo stesso modo con il quale, appunto, si parla di cose facilmente osservabili.

Qui – riassumendo – abbiamo due posizioni diverse:

“Mentre per i patologi d’impostazione morfologica le varie malattie si identificano con le diverse alterazioni strutturali e vengono quindi distinte in base a tali alterazioni, studiosi di diversa impostazione hanno messo in discussione l’idea stessa che le malattie esistano come tali e che rappresentino entità reali, identificabili e distinte […] Il problema è stato analizzato da molti autori secondo prospettive diverse. Oggi la malattia è concepita come un processo in cui la realizzazione della finalità essenziale all’organismo viene nel suo complesso ostacolata e impedita […]. Le varie malattie, poi, non possono più essere identificate direttamente: esse infatti non sono enti osservabili, ma costrutti teorici, appartenenti al grande edificio concettuale della conoscenza scientifica e, come tali, soggette allo stesso processo continuo di mutamento e di perfezionamento cui vanno incontro tutti gli altri concetti scientifici. Le malattie, però, non esistono solo come costrutti teorici, ma fanno anche parte del mondo fisico reale come sequenze relativamente fisse e costanti di eventi. Queste ultime costituiscono delle alterazioni rispetto al comune evolversi dei fenomeni vitali e riducono, in misura più o meno rilevante, la capacità di un organismo di sopravvivere e di perpetuare la specie”.

Come si vede, sembra possibile pensare a queste due posizioni contrapposte non come vicendevolmente escludentesi, ma come complementari. Quello che però mi preme mettere in evidenza, nel passo citato, è l’accenno alla posizione epistemologica di fondo che vede la scienza come un work in progress senza fine, i cui risultati sono di volta in volta perfettibili e quindi sempre provvisori. Anche – e direi soprattutto – da un punto di vista teorico. Questo ci porta a prendere in considerazione, ancora una volta, il paradigma contemporaneo, a mio parere spesso superficialmente e frettolosamente fatto derivare da quello cartesiano.

Anche per quanto riguarda il tema della malattia, infatti, il paradigma esplicativo (e quindi prima ancora conoscitivo) è ancor oggi quello meccanicistico-positivista che (in questo caso) erroneamente viene fatto risalire a Cartesio. In base a tale modello i fenomeni dei corpi viventi (compresa dunque la malattia) risultano conoscibili solo se sono riconducibili a fenomeni fisici e chimici e quindi in sostanza quantitativamente e matematicamente misurabili. Sostengo che Cartesio è spesso ingiustamente incolpato di essere il principale responsabile di questa concezione in quanto se da un lato è a lui che si deve far risalire l’idea che il corpo umano funzioni come una macchina, dall’altra è proprio a Cartesio che si deve attribuire il merito di aver ribadito che nell’uomo esiste anche la dimensione spirituale e che anzi è l’anima che costituisce più propriamente del corpo l’essenza umana. L’antropologia medica contemporanea ha dunque accolto il dualismo cartesiano mente – corpo, ma in modo distorto, finendo col negare la dimensione ed il ruolo dell’anima, che invece in Cartesio è non solo essenziale per definire l’uomo ma che costituisce anche la sua vera ed unica essenza. Nell’accogliere questo dualismo la medicina moderna ha quindi negato alla mente qualsiasi ruolo di controllo sul corpo e qualsiasi possibilità di influire sui processi fisiologici, finendo con il ridurre l’essere umano a sola “macchina cartesiana” ed annullando in questo modo la sua umanità.

Per inciso, vorrei far notare che aborto ed eutanasia sono diventati pensabili, quindi possibili, e di seguito socialmente accettatiproprio nella misura in cui questo riduzionismo antropologico che piega l’uomo alla sua sola dimensione materiale ha avuto successo e si è diffuso. Mentre per Cartesio la prospettiva va rovesciata: il corpo umano funziona perché è mosso dall’anima, mentre ciò non vale per gli altri esseri viventi che sono mossi solo meccanicamente.

Da quanto si è visto fin qui, mi sembra sia possibile concludere che non solo la sofferenza è un fatto mentale, ma lo è l’intera malattia, in ogni sua declinazione. Un fatto mentale, inteso come naturalmente umano: solo l’uomo, infatti, pensa sapendo di pensare. E da qui, subito un’altra considerazione – sulla quale vorrei soffermarmi un attimo: non solo sofferenza e malattia sono prima di tutto eventi mentali, ma proprio per questo sono anche socialmente condizionati. Ed è questo il punto debole, in cui il Dominio si è inserito passo dopo passo, in modo direi impercettibile e visibile solo assumendo una prospettiva diversa da quella comune.

Non si tratta certamente di un’idea nuova, ma credo che valga la pena riproporla, anche e soprattutto per le sue conseguenze sul piano bioetico: che cosa succede quando si accetta implicitamente che la realtà umana (latu sensu) sia solo storicamente determinata?

Dal dibattito filosofico sul tema che ha avuto un punto di svolta negli anni settanta e ottanta del Novecento, sappiamo già che la malattia è un fenomeno socialmente determinato. Da allora in poi, una visione naturalista ed essenzialista della malattia è stata discussa: fra numerosi medici che si occupavano di epidemiologia e di sociologia della medicina, di politica sanitaria o di etica medica, come abbiamo brevemente ricordato più sopra, è andata via via affermandosi l’idea secondo la quale la malattia non è tanto quel fenomeno naturale che avevano ritenuto Ippocrate e i medici dopo di lui, ma piuttosto un fenomeno costruito dall’ambiente sociale, nel quale un certo paziente si trova inserito. In contrapposizione alla concezione naturalistica della malattia, si è venuto configurando un nuovo paradigma della patologia, spesso chiamato paradigma psicosociale, secondo il quale la maggioranza delle malattie croniche della nostra epoca trovano in ultima istanza la loro base soltanto in rapporti sociali.

Osservano Giovanni Boniolo e Paolo Vidali che la prima concezione della malattia sulla base di questa nuova prospettiva è stata esposta dal filosofo e sociologo austriaco Ivan Illich (1926-2002) in un celebre libro, “Nemesi medica. L’espropriazione della salute“, pubblicato nel 1976 sotto l’influsso del particolare clima culturale e politico degli anni settanta5. Infatti, secondo il sociologo viennese, “la malattia non può essere considerata sempre nel medesimo modo, ma deve essere valutata in maniera differente nei vari momenti storici”. Ma non solo. La malattia, “contrariamente a quanto hanno sempre creduto i biologi e i medici, non è affatto una realtà indipendente dalla percezione sociale e nemmeno un’entità con un’esistenza in sé stessa, indipendente dalla percezione del medico o del paziente”.

Dal che deriva – e qui la nostra attenzione deve farsi massima – che ogni singola malattia non è solo un fattore che rientra semplicemente nel mondo dei fenomeni naturali, ma piuttosto una realtà socialmente creata, determinata, interpretata e valutata.Una realtà che oggi sembra essere pericolosamente condizionata dall’ideologia che ha pervaso l’intera società: la fede nel potere salvifico della Tecnica, di cui l’ideologia medica è figlia diretta.

L’argomento con il quale Illich giunge alla sua conclusione, – sempre seguendo la linea tracciata da Boniolo e Vidali – si distacca radicalmente da tutti i discorsi comuni sulla natura della malattia. Mentre un tempo la medicina si proponeva di valorizzare i fenomeni che avvengono spontaneamente in natura, la medicina moderna ha perso ogni contatto con la natura e tende soltanto a rendere materialmente disponibili i sogni della ragione.

Secondo Illich, l’avventura della medicina moderna è cominciata con la Rivoluzione francese, quando la malattia ha cessato di essere un fenomeno privato per diventare un fenomeno pubblico.

Successivamente, con la Restaurazione, il compito di eliminare la malattia è stato affidato dalla classe dominante a una casta di cittadini, i medici, i quali fecero della malattia un fenomeno tecnico, creando così un’ideologia nella quale i processi patologici acquisivano lo status di entità con un’esistenza indipendente dal malato e dal medico. Dal momento in cui la malattia acquistò la dignità di fenomeno autonomo, vennero creati i grandi ospedali moderni, che mutarono la natura dei luoghi di ricovero, trasformando quelli che erano luoghi di soccorso in luoghi di didattica e di ricerca In tal modo, le malattie vennero inventariate, descritte e catalogate, e i medici codificarono i modi con i quali diagnosticare e curare i vari processi morbosi”.

La malattia – così com’è oggi pensata – è insomma un prodotto della società: ma non si tratta di un prodotto neutrale naturale, bensì teleologicamente orientato. Detto in altri termini, il modo con cui la malattia viene presentata è in sé uno strumento di dominio sull’uomo.

Secondo Illich – ricordo che siamo negli anni ‘70 – è iniziata un’altra fase di questo processo di trasformazione progressiva dell’idea di malattia. L’intera società è diventata una clinica e i cittadini sono diventati pazienti, cosicché si è venuto a creare un nuovo concetto di fenomeno morboso. La malattia ha cessato di essere un fenomeno naturale, che il medico studia in modo quanto più possibile obiettivo, ed è diventata un prodotto voluto dalla società che utilizza la classe medica come strumento per ottenere i suoi scopi. “È il medico – sostiene Illich — che, diagnosticando una malattia, getta in modo surrettizio e amorale la colpa sulla vittima e stabilisce che è l’individuo che non si sa adattare ad un certo ambiente costruito da altri”6. In questo modo, “l’entità-malattia si può considerare come la materializzazione di un mito politicamente conveniente [alla classe dominante]che assume sostanza nel corpo dell’individuo, quando questo corpo si ribella alle richieste che gli vengono fatte dalla società industriale”7 .

Così che insieme alla malattia è diventato possibile ed anzi si ritiene legittimo eliminare anche l’uomo.

Per concludere questa breve riflessione propongo un passo tratto da Nemesi medica. L’espropriazione della salute, in cui Illich critica la tesi per cui la malattia sarebbe un fenomeno avulso da ciò che accade nell’ambiente sociale in cui si diagnostica:

“Ogni malattia è una realtà creata socialmente. Il suo significato e la risposta ch’essa ha suscitato hanno una storia. Lo studio di questa storia ci consentirà di capire sino a che punto siamo prigionieri dell’ideologia medica in mezzo alla quale siamo cresciuti. […] Le società industriali avanzate hanno tutto l’interesse a salvaguardare la legittimità epistemologica delle entità morbose. Finché la malattia è qualcosa che s’impossessa degli uomini, qualcosa che questi ‘prendono’ o da cui sono ‘colti’, le vittime di questo processo naturale possono essere esentate da ogni responsabilità per la loro condizione. La diagnosi medica di entità morbose a se stanti che prenderebbero forma nel corpo dell’individuo è un modo surrettizio e amorale di gettare la colpa sulla vittima. Il medico, che fa anche lui parte della classe dominante, stabilisce che è l’individuo a non sapersi adattare a un ambiente costrutto e amministrato da altri professionisti, anziché accusare i suoi colleghi di creare ambienti ai quali l’organismo umano non può adattarsi. L’entità-malattia si può quindi considerare come la materializzazione di un mito politicamente conveniente, che assume sostanza nel corpo dell’individuo quando questo si ribella alle richieste che gli vengono fatte dalla società industriale. In ogni società la classificazione della malattia (nosologia) rispecchia l’organizzazione sociale”8.

Credo che sia ovvio considerare che quello che vale per la malattia, vale anche per la morte.

Alessandro Benigni

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Note

 

Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Mondadori, Milano 1977, p. 104.

2 Su questo punto – fondamentale – ci sarebbe molto da dire. In breve, ricordiamo che nella seconda sezione di Essere e tempo Martin Heidegger intreccia la sua analitica esistenziale con le categorie della temporalità e mette in luce il rapporto dell’angoscia con i caratteri ontologici fondamentali dell’Esserci (sinonimo di uomo o dell’esistenza del singolo). Nel lessico heideggeriano l’Esserci – il Da-sein – (l’uomo), si caratterizza prima di tutto per la propria possibilità. Tra le tante possibilità che si offrono all’uomo, ce n’è una che ha delle caratteristiche particolari per l’uomo: la possibilità della morte. Non si tratta di una possibilità come le altre. Innanzitutto è esclusiva di ogni Esserci (io posso morire per un altro, ma non posso morire la morte di un altro); inoltre è la possibilità che rende tali tutte le altre possibilità, cioè rende l’Esserci quello che è: se infatti l’uomo fosse eterno (non fosse mortale), non sarebbe un uomo, perché davanti a sé non avrebbe possibilità tra le quali scegliere, ma avrebbe perlopiù certezze. Io devo scegliere tra diverse possibilità, e da questa scelta dipende il fatto che io sono un uomo, cioè un Esserci, costituito da possibilità. Nonostante questa sua importanza, la morte nel corso dell’esistenza inautentica viene comunemente rimossa o dimenticata. Occorre invece accettare la morte e orientare la propria esistenza in un «essere per la morte», se si vuole realizzare la propria esistenza autentica. Con la decisione consapevole della morte possiamo operare le nostre scelte più autentiche in conformità alla possibilità della nostra essenza di esseri umani finiti. “Essere-per-la-morte” è così un concetto per Heidegger legato strettamente a quello di angoscia: l’angoscia ci «segnala» che la nostra vita è finitezza, che ha come orizzonte la morte, che le nostre scelte possibili hanno sempre lo «scacco» della morte come possibilità incombente in qualsiasi momento della nostra vita. La vita autentica è possibile se nasce la coscienza di tutto ciò: «Il poter-essere autentico dell’Esserci consiste nel voler-aver-coscienza. In conformità al suo senso d’essere, questa possibilità esistentiva raggiunge la sua determinazione esistentiva attraverso l’esser-per-la-morte». Heidegger analizza con molta finezza il concetto dell’essere-per-la-morte, collegandolo alle tre categorie della temporalità (futuro, presente, passato) e alla Cura come totalità di tali strutture. Ed è l’angoscia, come abbiamo visto, che nella Cura opera il passaggio, o le condizioni per il passaggio, dalla vita inautentica alla vita autentica. A questo punto angoscia, vita autentica, vivere-per-la-morte, convergono nel concetto di libertà, cioè nell’individuazione di questa nel-la presa di possesso delle mie possibilità di scegliere, di «progettare».

3 Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Mondadori, Milano 1977, p. 222.

5 Cfr. G. Boniolo, P. Vidali, Argomentare, vol. 5, Bruno Mondadori, 2003, pag. 213

6 Ivan Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, op. cit., pag. 170

7 Ibidem.

8 Ivan Illich, op. cit., pp. 168-170

 

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QUELLO CHE LE FEMMINISTE NON DICONO SULL”ABORTO

È passata da circa un mese la “giornata nazionale per l’aborto libero e sicuro” in cui qualche gruppo ultrafemminista ha ribadito il proprio pensiero dell’aborto quale “diritto umano” che ogni Stato per dirsi civile dovrebbe garantire su richiesta e senza giustificazioni (“ond demand and without apologize” era uno degli slogan internazionali della giornata). Ma davvero “le donne” vogliono questo? Davvero le donne che dicono di volerlo sanno di che si tratta? Davvero lo sanno tutti quelli che ne discutono? Davvero tutti quelli che ne parlano come di una “conquista di civiltà” sanno che civiltà ne ha promosso la diffusione?

Proviamo a fare il punto, premettendo che sono una donna, madre, volontaria di un Centro di aiuto per la Vita in cui di storie così ne sono passate tantissime.
Parliamo di cos’è un aborto, innanzitutto. Una donna sospetta di essere incinta a circa 2-3 settimane di età di sviluppo embrionale quando ormai il figlio è ben impiantato nel suo utero. In teoria nel giro di pochi giorni può sottoporsi ad un aborto, normalmente però tra visite di conferma e tempi di attesa personali e del sistema sanitario la maggior parte degli aborti avvengono intorno tra le 8 e le 10 settimane.
A questo punto le opzioni sono tre, aborto chimico (RU 486) se eseguito prima della 7° settimana , aborto chirurgico per aspirazione o raschiamento, aborto per induzione di parto pretermine nel caso di aborto cosiddetto “terapeutico” dopo la 16° settimana. Vediamo in che cosa consistono. 
Aborto chimico: alla donna viene fatta assumere una dose di Mifepristone (RU486) che uccide chimicamente l’embrione. Dopo alcune ore viene data una dose di prostaglandine che inducono contrazioni per il distacco dell’embrione morto e la sua espulsione nel giro di alcune ore o giorni, in modo diverso per ogni donna. Dopo alcuni giorni la donna deve sottoporsi a controlli medici per avere la conferma dell’avvenuto completamento dell’aborto. Questo processo comporta la diretta responsabilità della donna nella procedura abortiva, spesso provoca crampi ed emorragie importanti, talvolta la necessità di un aborto chirurgico per la non perfetta espulsione di tutto il contenuto dell’utero (non solo l’embrione ma anche annessi fetali) e la possibilità che la donna veda il corpicino di suo figlio espulso con le perdite ematiche.
Aborto chirurgico per aspirazione: nell’utero della donna viene infilata una cannula che aspira l’embrione sbriciolandolo grazie alla forza della pompa di aspirazione. Nel caso di gravidanze oltre un certo grado di sviluppo il personale sanitario deve controllare che tutti i pezzi del feto siano presenti nel materiale raccolto nel contenitore dell’aspiratore.
Aborto per raschiamento: nell’utero viene inserito una “curette” (uno strumento chirurgico a forma di anello) che stacca dall’utero la placenta e l’embrione, facendolo a pezzi in caso di aborto non proprio precoce. Anche qui va controllato che siano stati asportati tutti i frammenti.
Talvolta i due sistemi sono combinati.
Aborto per induzione di parto pre-termine: questo è l’aborto che si fa quando parliamo di “aborto terapeutico”. In pratica viene indotto un parto anticipato tra la 15° e la 23° settimana (attualmente termine in Italia considerato come limite perché un bambino nato poco dopo sopravvivrebbe quasi con certezza ma in alcuni Paesi anche oltre) e la donna ha un travaglio ed un parto “normali” da cui nasce un bambino estremamente prematuro, talvolta già deceduto ma spesso ancora vivo che morirà sul tavolo operatorio nel giro di qualche minuto ma anche diverse ore perché incapace di una respirazione autonoma efficace.
Si parla tanto di “consenso informato” ma le donne prima di abortire vengono informate su cosa sta per succedere loro e al figlio che portano in grembo? E sanno di avere, secondo la l.194, diritto a proposte di alternative concrete per superare le situazioni che le portano a questa decisione? Sanno dei rischi immediati dell’intervento e delle conseguenze sulla loro vita riproduttiva futura e su quella psicologica?
Sanno che se prendono la RU486 potrebbero vedere loro figlio cadere nel water durante dolorosi crampi che sono in realtà contrazioni espulsive? Sanno che l’aborto “terapeutico” consiste in un vero e proprio parto dopo il quale loro figlio (cui prima di sapere la diagnosi probabilmente hanno saputo il sesso e anche dato un nome) morirà per asfissia?
Sanno che il loro corpo “saprà” che hanno partorito e il loro seno produrrà latte e dovranno prendere altri farmaci per farlo andar via? Sanno dell’aumentato rischio di sterilità, di gravidanze extrauterine, di infezioni pelviche, di aborti spontanei in future gravidanze? Sanno della maggior incidenza di depressione nelle donne che hanno scelto di abortire rispetto a quelle che hanno accettato di portare avanti una gravidanza indesiderata?
Sanno che è maggiore anche il rischio suicidario in questo caso? Sanno di poter partorire in anonimato anche dopo essere state ospitate eventualmente in una struttura protetta e dare in adozione il bambino concedendo a lui di vivere ed ad una coppia sterile di diventare genitori? E di poter cambiare idea anche entro i due mesi?
Ecco, quando leggo articoli in cui si parla di aborto come un “diritto” delle donne mi domando se il “diritto” ad essere informate sull’orrore che quella decisione comporta ed ad essere aiutate a portare avanti la gravidanza non dovrebbe essere prioritario. E no, non sono diritti sullo stesso piano. Abortire non vuol dire eliminare i problemi che una gravidanza imprevista o una diagnosi prenatale negativa porteranno nella nostra vita. Vuol dire eliminare nostro figlio perché la sua vita ci creerà quei problemi.
Perché il figlio ce l’abbiamo dal momento che restiamo incinte e se non è sempre una bella notizia, sempre di un figlio si tratta. E, che lo teniamo o lo uccidiamo (sì, l’aborto uccide un figlio non un “grumo di cellule” informe, a quell’età ci sono già un cuore che batte e un cervello che cresce), rimarremo madri di quel bambino per sempre con la differenza che saremo madri di un figlio morto per una decisione che, per quanto sofferta, è sempre e soprattutto nostra.
Quale società può dirsi civile se consente di eliminare i problemi dalla vita di qualcuno eliminando qualcun altro? Qualcun altro che è più debole, fragile e senza possibilità di far valere le sue ragioni? Quale società può dirsi civile se addossa ad una donna, in uno dei momenti più difficili e delicati della sua vita, la decisione di restare sola coi suoi problemi ed un figlio o la possibilità di uccidere il figlio nella speranza di risolvere i suoi problemi senza nemmeno la consapevolezza che ne avrà senz’altro altri, forse peggiori e senza alternative? Una civiltà in cui ad una coppia che aspetta un bambino con sindrome di Down o un’altra qualunque patologia viene prospettata come “normale” e spesso consigliata l’idea di farlo nascere perché muoia?
Qualunque altro modo di affrontare la questione senza tener conto di queste domande fondamentali, mettendo il focus sulla libertà, sulla scelta, sull’autonomia della donna è pura ipocrisia. L’aborto è un orrore da qualunque parti lo si guardi e le donne meritano di meglio.

Annarosa Rossetto

Fonte: http://www.lefondamenta.it/2017/11/09/quello-le-femministe-non-dicono-sullaborto/

IL SIBILO DEL #potere

Davvero pensavate che qualcuno avrebbe alzato la voce? Alzare la voce ormai spetta solo ai deboli, si sa. Il potere non alza la voce, il potere sibila. Per il tuo bene, è chiaro.

Il potere ha sibilato all’orecchio della CEDU per soffocare il grido di due genitori che hanno osato alzare la voce.

Davvero pensavate non sibilasse anche all’orecchio di monsignore? Come siete ingenui! Sono finiti i tempi del leone di Wadowice e ci sono così tanti scandali da dissotterrare, così tante leggi fiscali e bancarie che a gusto del potere si possono adottare contro i beni di Roma.

E allora si fa un bel comunicato che gronda pietà umana per tutti, per i buoni e i cattivi, una robina ambigua in cui si omette il nocciolo del problema. 

– “Ma monsignore, non diciamo nulla sulla respirazione artificiale? Dice che non se ne accorgeranno?”

– “Ma no che non se ne accorgono. E anche fosse, abbiamo pure noi la nostra bella fetta di potere in caso qualcuno alzasse la voce. Il nostro popolo troverà conforto nelle nostre parole, sentirà alleggerirsi la coscienza e comincerà a pretendere che quei pochi sediziosi tacciano. E basta con questo povero bambino, lasciatelo morire in pace, non criticate la gerarchia” sibila monsignore.

LETTERA APERTA ALLA #CEDU DELLA MAMMA DI UN BIMBO CON LA STESSA MALATTIA DI #CharlieGard

Gentili Signori,

Sono la mamma di Emanuele Campostrini, detto “Mele”. Mio figlio ha 9 anni ed è considerato uno dei pittori italiani di maggior talento, spesso paragonato ad altri giovani artisti famosi di tutto il mondo.

Mio figlio è affetto da malattia mitocondriale e da deplezione mitocondriale.

Non può camminare, stare seduto, sostenere il capo, viene nutrito con un sondino nasogastrico e ha bisogno di un ventilatore elettrico per respirare. E’ sordo e parzialmente cieco, ha sopportato migliaia di crisi epilettiche durante tutta la sua vita. Non può piangere, non può ridere….lui ride DENTRO.

Quando eravamo in ospedale i medici lo considerarono in uno stato così grave e con nessuna possibilità di sopravvivenza che ricevette la Cresima con il rito per i bambini in pericolo, o vicini alla morte.

Non solo non è morto, ma la sua condizione, che rimane molto complessa,  è diventata terreno fertile per la sua peculiare personalità e perché il suo straordinario talento si mostrasse e crescesse. Non vede il mondo come lo vedo io, la sua prospettiva è sempre un’epifania e i suoi dipinti insegnano ad ogni osservatore. 

Andrea Bocelli, il famoso cantante d’opera, scrisse su di lui “ La lezione che “Mele” impartisce, mentre dipinge, ma anche prima e dopo, è più profonda di qualsivoglia dotta disquisizione (artistica e finanche teologica)”.

Vi piace la torre Eiffel? O “ La Gioconda”? I dipinti e le sculture di Michelangelo, il Beowulf, la musica di Mozart? Sono certamente un’eredità mondiale che appartiene a ciascuno di noi. Noi non avremmo queste opere se qualcuno avesse deciso di interrompere la vita di questi artisti quando erano bambini. Ogni essere umano è eredità del mondo ed è impossibile decidere che cosa una persona farà o che cosa darà all’umanità quando è un bambino piccolo, o un bambino malato.

Ma, per favore, abbiate fede ed usate la vostra speranza! E’ la stessa speranza che vi ha fatto innamorare di vostro marito/vostra moglie, che vi faceva aspettare “quella telefonata”, la stessa speranza che vi ha fatto immaginare e poi abbracciare i vostri figli quando sono nati. E’ una speranza “innata dell’essere umano”, per favore, siate umani: uomini e donne degni di questo nome!Abbiate fiducia nelle immense possibilità degli esseri umani e nella Grazia di Dio. Siate coraggiosi.

Per favore, lasciate vivere Charlie Gard e non giudicate la sua vita finché non l’ha vissuta.

Sentitevi felici e forti di questa saggia decisione per la vita e….siate preparati per le sorprese!

Grazie

Chiara Paolini

Videomessaggio di Chiara Paolini

About Charlie Gard case


LETTERA DEL #parroco ALL’IMBRATTATORE #abortista

 «Caro scrittore anonimo di muri,

Mi dispiace che tu non abbia saputo prendere esempio da tua madre. Lei ha avuto coraggio. Ti ha concepito, ha portato avanti la gravidanza e ti ha partorito. Poteva abortirti. Ma non l’ha fatto. Ti ha allevato, ti ha nutrito, ti ha lavato e ti ha vestito. E ora hai una vita e una libertà. Una libertà che stai usando per dirci che sarebbe meglio che anche persone come te non ci dovrebbero essere a questo mondo. Mi dispiace ma non sono d’accordo. E ammiro molto tua mamma perché lei è stata coraggiosa. E lo è tutt’ora, perché, come ogni mamma, è orgogliosa di te, anche se ti comporti male, perché sa che dentro di te c’è del buono che deve solo riuscire a venire fuori. L’aborto è il “non senso” di ogni cosa. È la morte che vince contro la vita. È la paura che vince su un cuore che invece vuole combattere e vivere, non morire. È scegliere chi ha diritto di vivere e chi no, come se fosse un diritto semplice. É un’ideologia che vince su un’umanità a cui si vuole togliere la speranza. Ogni speranza. Io ammiro tutte quelle donne che pur tra mille difficoltà hanno il coraggio di andare avanti. Tu evidentemente di coraggio non ne hai. Visto che sei anonimo. E già che ci siamo vorrei anche dirti che il nostro quartiere è già provato tanti problemi e non abbiamo bisogno di gente che imbratta i muri e che rovina il poco di bello che ci è rimasto. Vuoi dimostrare di essere coraggioso? Migliora il mondo invece di distruggerlo. Ama invece di odiare. Aiuta chi è nella sofferenza a sopportare le sue pene. E dai la vita, invece di toglierla! Questi sono i veri coraggiosi! Per fortuna il nostro quartiere, che tu distruggi, è pieno di gente coraggiosa! Che sa amare anche te, che non sai neanche quello che scrivi! 

Io mi firmo:

don Andrea»

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/scritta-aborto-san-michele-santa-rita-lettera-parroco-facebook?utm_content=buffer2c872&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer

CORSI E RICORSI STORICI

Corsi e ricorsi storici.

Negli anni ’30, la propaganda della Germania nazista (vedi immagine) avvertiva: “Questo paziente affetto da malattia ereditaria costa alla comunità 60 mila marchi per tutta la vita. Compagno, quel denaro è anche TUO!”. E preparava la strada allo sterminio delle “vite indegne”. Oggi la Repubblica (leggi il titolo al link qui sotto) ci avverte che i malati cronici sono un PESO (sì, proprio così!!!) per il servizio sanitario nazionale. In tempo di DAT viene da domandarci: che cosa ci aspetta?

“TU LI HAI A CARICO! Un malato ereditario costa fino al raggiungimento del 60° anno di età una media di 60.000 Marchi”

“Un malato ereditario costa allo Stato 5.50 Marchi al giorno / Con 5.50 marchi una famiglia sana vive un giorno”

“Sterilizzazione: non punizione ma liberazione. Quali genitori vorrebbero per i propri figli una sorte tanto terribile?”

(questa è tremenda, fa leva sui sensi di colpa)

Traduzioni a cura di GIAN SPAGNOLETTI

Attenzione: Repubblica si vergogna di quanto scritto e cambia titolo. Sparisce che i malati “sono un peso”.

TROVA LE DIFFERENZE

PRIMA
DOPO

http://www.repubblica.it/salute/2017/04/10/news/_in_italia_quasi_24_milioni_di_malati_cronici_-162640696/

Anche il capo del “partito degli onesti” la pensa come Repubblica.

Toh che caso!

#EUTANASIA ED ESPIANTO DI ORGANI

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L’etica moderna della medicina è cambiata. Santità della vita? Giuramento di Ippocrate? Roba vecchia. Ora ci si aspetta che la medicina abbia basi puramente utilitaristiche. Se la società accetta che i pazienti malati possano essere “sollevati” delle loro sofferenze con la morte (eutanasia), non passerà molto tempo prima che possano essere sfruttati prendendo le parti che a loro non servono più.
L’eutanasia accoppiata al prelievo di organi è già in uso in Belgio e Olanda dal 2008, e sono apparsi articoli anche su rispettabili riviste che lodavano questa simbiosi. In un articolo del 2011, la Rivista di parafisiologia cardiaca applicata ha ospitato un articolo che, con agghiacciante distacco spiegava tutta la procedura: i pazienti venivano fatti entrare in ospedale poche ore prima dell’inizio, poi veniva loro somministrata eparina (un farmaco che mantiene gli organi in buone condizioni per l’espianto), poi un medico che aveva accettato di effettuare l’eutanasia somministrava il cocktail letale. Dopo di che, la morte a livello cardiorespiratorio veniva annunciata indipendentemente da tre medici, come richiesto dalla legge belga. Infine il donatore veniva poi rapidamente trasferito, messo sul tavolo operatorio e intubato in preparazione per l’espianto. Nel caso in esame quattro persone, che non erano prossime alla morte, sono state uccise e i loro organi espiantati. Tre soffrivano di disabilità neuromuscolari e una di tendenze autolesioniste. In una amara ironia, un gruppo di medici professionisti ha somministrato loro una “cura definitiva”. E questo è solo l’inizio. Eminenti professionisti hanno invocato il rovesciamento della “regola del donatore morto”, la spina dorsale del trattamento etico dei trapianti, in cui un donatore deve morire naturalmente a causa di ferite o di malattie prima che l’espianto venga autorizzato. Alcuni medici belgi e olandesi sono arrivati a proporre, su una rivista legata al British Medical Journal, che le leggi dei loro Paesi vengano cambiate per consentire a malati, a disabili, a persone che vogliono morire, di optare per l’espianto da vivi invece che per l’iniezione letale.
Questo è l’utilitarismo hegeliano, secondo cui “ciò che è utile è anche giusto”. Qualcosa che era già presente nel 1949 quando Leo Alexander, medico che investigò sui programmi nazisti di eutanasia e Olocausto ai tempi del processo di Norimberga, ne denunciò apertamente l’influenza sulla medicina moderna, facendo notare che idee simili erano ben presenti e accettate anche negli Stati Uniti. Questa è la società “biologicamente orientata”, dove alla morte dei suoi membri più deboli viene dato più valore che non alla sua continuazione.

Fonte: http://www.firstthings.com/web-exclusives/2016/04/euthanasia-by-organ-harvesting