L’invenzione dell’omofobia come strumento di controllo mentale e di oppressione sociale

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Con l’invenzione dell’omofobia si sono ottenuti effetti che vanno bel al di là della “lotta alle discriminazioni“. Il trucco? Funziona in questo modo:

 

  1. invento una nuova classificazione (l’omofobia, appunto), nella quale racchiudo non solo azioni oggettivamente discriminanti, ma anche ogni tipo di avversione, critica, legittima espressione di gusto e/o contrarietà, comprese le argomentazioni filosofiche e le posizioni psicologiche o religiose più differenti.

  2. da una parte inserisco l’omofobia nell’apparato delle malattie mentali e nell’elenco dei reati perseguibili per legge, mentre dall’altra normalizzo ogni comportamento e ogni crimine contro l’umanità, come per esempio l’inganno dei bambini, la loro compravendita, la deprivazione del padre o della madre per essere impiantati in coppie dello stesso sesso, l’utero in affitto, e così via.

  3. zittisco sistematicamente qualsiasi opposizione, anche religiosa, ogni argomentazione, ogni manifestazione di gusto o disgusto personale etichettandola come “omofoba”.

  4. utilizzo i mass media per denigrare in ogni modo e colpevolizzare tutto ciò che – secondo la mia ideologia – può essere classificato come “espressione omofoba”: gli avversari politici sono omofobi per definizione, così come i cattolici e chiunque non la pensi come me.

  5. provoco la reazione di chi si vede limitato – anzi in qualche caso perseguitato – nella sua libera attività di ricerca, di studio, di argomentazione, o anche solo di libera espressione sia religiosa che sentimentale che culturale: tutti si devono sentire sorvegliati e automaticamente stigmatizzati se dissidenti rispetto al pensiero dominante.

  6. A questo punto devo solo attendere: qualcuno sbotterà in malo modo e allora avrò creato qualcosa di oggettivo su cui innescare il processo di condanna-a-priori, ripetendo dall’inizio i punti dall’1 al 6.

  7. E il gioco è fatto.

    Semplice, no?

 

 

Alessandro Benigni