Perché il concetto di normalità fa tanta paura?

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Oggi più che mai, il vortice linguistico trascina nell’assurdo logico chi non è in grado di riflettere criticamente su ciò che si dice. Il rifiuto generalizzato del concetto di “normalità” è un atteggiamento che riscuote un successo crescente, soprattutto tra i più giovani. Il concetto di normalità implica infatti la consapevolezza del doversi adeguare – prima di tutto alla realtà – e questo contrasta inevitabilmente con le fantasie di onnipotenza adolescenziali prima e con le incertezze e le paure dell’età adulta, poi. Ci si rifugia dietro una serie di frasi fatte, che suonano più o meno così: “chi lo dice che cos’è normale?“. E da qui, vista la generale incapacità di rispondere, ci si crede legittimati a sostenere qualsiasi tipo di negazione della realtà, esclusivamente sulla base di una narrazione costruita apposta per rassicurare: se nulla è normale / anormale, tutto va bene. Quindi anch’io andrò senz’altro bene, senza sforzo di adeguamento e di maturazione e men che meno di accettazione della realtà.

Nel caso delle discussioni in campo bioetico, il criterio di “normalità” viene oggi contestato soprattutto per giustificare e normalizzare, appunto, sia l’omosessualità, sia il “matrimonio same sex” e l’utero in affitto con conseguenze “adozione in coppie omosessuali” (e successiva stepchild adoption).

Ma davvero è impossibile o inutile stabilire che cos’è “normale“?

Se due comportamenti opposti si riscontrano poniamo l’uno nel 3% dei casi e l’altro nel 97%, quale sarà quello logicamente definito “normale“?

E ha ancora senso tener fermo il concetto di “normalità“?

E che male c’è nel sottolineare che non tutto è “normale“?

 

Per la definizione del concetto di normalità prendiamo spunto dal manuale di Scienze Sociali “La persona e il mondo sociale“, edizione Hoepli, 2018, pag. 456 e sgg.

Limitandoci al solo ambito “sociale”, il primo criterio per stabilire ciò che è normale, nel campo delle scienze umane, è quello statistico. Secondo tale criterio, la normalità deriva dalla frequenza media di certe caratteristiche e di certi comportamenti. In base a tale criterio sono normali quelle caratteristiche e quei comportamenti che sono presenti nella maggioranza della popolazione.

Abbiamo poi altri due criteri che vengono utilizzati per definire la normalità: quello assiologico e quello funzionale.

Secondo il criterio assiologico dovrebbero essere ritenuti normali quei comportamenti che seguono determinati valori socialmente condivisi. Da tali valori derivano poi delle norme e dei divieti che indicano i comportamenti da seguire e quelli da evitare per il bene della società intera.

Ed è evidente che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è mai stato considerato un bene per la società in quanto non ha senso, proprio dal punto di vista assiologico, proteggere e regolamentare giuridicamente una coppia di persone dello stesso sesso (non importa che siano omosessuali o meno) impossibilitate per natura (e non per accidente: volontà, malattia, vecchiaia, o altro) alla procreazione e quindi a contribuire alla prosecuzione della società stessa. Discorso analogo possiamo fare per la deprivazione di una delle due figure genitoriali (padre o madre) cui viene sottoposto il bambino acquistato mediante l’utero in affitto ed impiantato in una coppia same sex.

Strettamente collegato al criterio assiologico è infine il criterio funzionale, che consente di ritenere normali quei comportamenti che risultano vantaggiosi per la società. Va da sé che non è affatto vantaggioso per la società istituire e regolamentare un matrimonio tra persone dello stesso sesso (quindi spendere risorse per un rapporto che non può per natura portare alcun vantaggio alla società stessa) e men che meno la mercificazione dell’umano che si concretizza nella fabbricazione di bambini in cliniche specializzate per essere poi rivenduti con un contratto commerciale, così come si fa con un prodotto qualsiasi.

 

 

Alessandro Benigni