Giudicare è sbagliato o necessario?

 

 

La questione del giudizio. E del giudicare. Uno dei grandi equivoci, dei “sentieri interrotti” – per dirla alla Heidegger: strade che non portano da nessuna parte. Chi sono io per giudicare il mio prossimo?

Nessuno, ovviamente. E infatti me ne guardo bene.

Ma ciò non significa – logicamente – che debba astenermi da criticare azioni, idee, “culture” e persone in carne ed ossa, che le incarnano. Questo non significa affatto “giudicare”, e men che meno “odiare” (termine, quest’ultimo, che la neo-lingua utilizza a sproposito ormai a tamburo per piegare ogni resistenza e mettere in crisi chiunque appunto sia critico verso qualcosa o qualcuno).

Esistono infatti diverse forme di “giudizio” e di “giudicare”. Una può essere senz’altro quella di atteggiarsi a giudice supremo, detentore di chissà quale patente superiore di moralità o di umanità. E questa non è la mia: anche se fossi moralmente superiore – e so di non esserlo – proprio per questa ragione dovrei astenermi dall’attribuirmi patenti inesistenti.

Un’altra forma del giudizio e del giudicare, invece, è non solo legittima, ma sacrosanta e doverosa: essa consiste nel distinguere il bene dal male e nel proclamare le proprie convinzioni, affinché, declinandosi nella collettività e nel mondo socialmente condiviso possano lottare con le altre, fortificandosi o indebolendosi, imponendosi come buone o indebolendosi fino a scomparire sotto il peso dei giudizi e delle critiche a mia volta ricevo.

L’uomo – l’uomo che aspira a diventare un uomo ben fatto – pensa, lotta, protegge, difende, propone, collabora, resiste, e così via.

Senza giudizio e senza giudicare, nessuno è veramente uomo.

 

 

Alessandro Benigni