Che succede quando gli scienziati dimenticano la logica?

Alessandro Benigni

 

 

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Nell’immagine, un’aragosta ingiustamente ammanettata e privata dei suoi diritti.

 

(E’ un astice, lo so… ).

Ma dai, fantastica, la “Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza”.

Non sapete che cos’è? Se volete leggerla per intero, è qui.

In breve: si tratta di uno dei tanti passi del Riduzionismo naturalista, quello teleguidato dall’alto, che ha come scopo far credere alle persone che tra esseri umani e bestie non ci siano differenze qualitative.

Il perché è evidente: quando i popoli saranno totalmente infarciti di queste nozioni pseudo-scientifiche, tutti penseranno di essere poco più di scimmie, di maiali o topi da laboratorio. Animali, quindi, con i quali saremo più disposti a condividere quel trattamento che va loro riservato.

 

 

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Pollame ingiustamente detenuto.

 

 

 

I fatti? E’ il 7 luglio del 2012 e come si legge nella pomposa “Dichiarazione” (in sintesi una colossale petitio principii in pompa magna),

“un significativo gruppo internazionale di neuroscienziati cognitivi, neurofarmacologi, neurofisiologi, neuroanatomisti e neuroscienziati computazionali sono riuniti all’Università di Cambridge per riesaminare il sotto strato neurobiologico dell’esperienza cosciente ed i relativi comportamenti negli animali umani (sic!) e non-umani. Mentre le ricerche comparative su quest’argomento sono naturalmente ostacolate dall’incapacità degli animali non-umani, e spesso umani, di comunicare prontamente e chiaramente riguardo ai propri stati interni, le seguenti osservazioni possono essere date inequivocabilmente: […] più dati stanno diventando prontamente disponibili, e questo richiede una periodica rivalutazione dei precedenti preconcetti mantenuti in questo campo. […] Il sotto strato neurale delle emozioni non appare confinato alle strutture corticali. […] I sistemi associati agli affetti sono concentrati in regioni subcorticali dove abbondano omologie neurali. Giovani animali umani e non-umani privi della neocorteccia conservano queste funzioni mente-cervello. […] Gli uccelli sembrano offrire, nel loro comportamento, neurofisiologia, e neuroanatomia un impressionante caso di evoluzione parallela della coscienza.

 

 

 

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Simpatico uccello alle prese con un anellide: senza sentirsi in colpa, sta per portarlo in pasto ai suoi piccoli. Il verme, da parte sua, chiede giustizia. Che fare?

 

 

[…] Evidenze di livelli quasi-umani di coscienza (sic!) sono stati osservati in modo più drastico nei pappagalli grigi africani. Le reti emotive ed i microcircuiti cognitivi di mammiferi e uccelli sembrano essere molto più omologhi di quanto precedentemente pensato. Inoltre, alcune specie di uccelli sono state trovare ad esibire schemi neurali del sonno simili a quelli dei mammiferi, incluso il sonno REM e, come dimostrato nel diamante mandarino (Taeniopygia guttata), schemi neurofisiologici che precedentemente si pensava richiedessero una neocorteccia di mammifero. La gazza, in particolare, ha dimostrato esibire impressionanti similitudini con umani, grandi scimmie, delfini, ed elefanti negli studi sull’auto-riconoscimento allo specchio. […]”

 

 

 

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Cavallo che s’innamora di se stesso. E’ (forse) il primo caso di narcisismo animale.

 

 

E così si conclude la “Dichiarazione“:

“L’assenza di una neocorteccia non sembra precludere ad un organismo l’esperienza di stati affettivi. Prove convergenti indicano che animali non-umani possiedono i substrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici degli stati consci assieme alla capacità di esibire comportamenti intenzionali. Conseguentemente, il peso delle prove indica che gli umani non sono unici nel possedere i substrati che generano la coscienza. Gli animali non-umani, inclusi tutti i mammiferi e gli uccelli, e molte altre creature, compresi i polpi, anch’essi possiedono tali substrati neurologici.”

In sostanza, dall’osservazione delle varie conformazioni cerebrali, delle reazioni esteriori che alcuni animali mostrano rispetto a certi esperimenti, dall’osservazione (esteriore pure questa) della fase r.e.m. del sonno di alcune simpatiche bestiole, si pretenderebbe di “dimostrare” con assoluta certezza che gli animali hanno una coscienza.

Come quella dell’uomo.

Peccato che gli animali manchino solo di un piccolo accessorio: un linguaggio adatto per comunicarlo e comunicarselo tra loro.

Ma si sa, sono particolari trascurabili… (!)

Solo un altro paio di osservazioni, partendo dal fondo.

Nell’ultimo paragrafo tratto dalla Dichiarazione abbiamo letto:

“[…] il peso delle prove indica che gli umani non sono unici nel possedere i substrati che generano la coscienza”, così abbiamo appena letto.

Avrei una domandina. Ma come fanno i “substrati” cerebrali” (che sono materiali) a “generarela coscienza (che materiale non è di certo)?

Mistero!

E d’altra parte, se la coscienza è il luogo (mentale, non fisico!) dove possiamo fare esperienza delle idee e dei concetti (dai più semplici: l’uguale e il diverso, il maggiore e il minore, fino a che ne so, le figure geometriche e le proprietà dei numeri, su su fino ai concetti filosofici più difficili che hanno a che fare con le nozioni astratte più dure, come Essere, verità, e così via) e se la coscienza è a sua volta generata dalla materia cerebrale, ciò non implicherebbe ammettere che le idee (compresa l’idea di verità) derivino dalla nostra conformazione cerebrale e quindi dalla storia evolutiva che ha dato all’uomo questo tipo di cervello (fatto così e non cosà)?

Si tratta di una possibilità da scartare a priori, in quanto per l’appunto illogica.

Perché illogica?

Perché si tratta di un’autofagia bella e buona: si afferma ciò che si nega.

Infatti: si afferma (più o meno esplicitamente, ma sempre con pretesa di verità) che le idee derivano dalla coscienza e che la coscienza deriva a sua volta dal cervello. Ma se così stanno le cose allora l’idea stessa di verità è dipendente dal cervello umano, perdendo così il suo carattere di assolutezza e atemporalità e ricadendo in pieno in quel vago relativismo che avvelena questo argomento e tutti quelli basati su questo modello:

“è assolutamente vero che non esiste una verità assoluta, indipendente dall’uomo e dalla sua conformazione cerebrale”.

Questa affermazione può essere vera?

Se è vera, è senz’altro non vera.

Ecco il corto circuito.

Basta rileggerla una volta sola, per capire il trucco.

Inoltre, a me sembra poi notevole la confusione implicita tra “coscienza (di)”, alla Brentano per intenderci, “auto-consapevolezza” (ovvero un esplicito riconoscimento della propria esistenza, che alcuni animali sembrano avere come l’esperimento dello specchio a volte sembra indicare)  ed “autocoscienza” (caratteristica esclusiva degli esseri umani, in quanto profondamente interrelata al linguaggio che solo l’uomo possiede – in modo che un certo grado di “coscienza-di” ovvero di “coscienza intenzionale”, intesa come luogo di rappresentazioni che hanno di mira un oggetto definito, potrebbe benissimo essere comune a diverse specie animali in quanto indispensabile alla loro sopravvivenza, senza per questo assurgere al livello di auto-coscienza, ovvero di consapevolezza di sé e della propria attività riflessiva interna).

 

 

 

 

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Com’è noto, condividiamo il 95-98% dei geni con le scimmie antropomorfe, ma uno studio ha mostrato (link) che il 99% dei geni è in comune anche con il topo. Quindi, stando a questo (pseudo) argomento, siamo più topi che scimmie? E d’altra parte, che accadrebbe se tecnicamente fosse possibile aumentare l’intelligenza dei topi fino a dotarli di un grado elevato di consapevolezza di sé? Avremmo “topi umani“? (link)

 

 

In effetti, nell’ambito della filosofia della mente, assistiamo negli ultimi anni ad un proliferare piuttosto consistente (e non certo casuale) dei diversi modi in cui il concetto di “autocoscienza” può essere inteso e quindi espresso: molti dei quali sembrano costruiti apposta per giustificare a priori la tesi della continuità qualitativa tra uomini e animali e comunque tutti concetti che richiedono un’altissima specializzazione linguistica per essere intesi e quindi espressi.

Una specializzazione linguistica che 1) l’evoluzionismo non è in grado di spiegare e 2) segna in modo evidente ed incontrovertibile la differenza qualitativa e non quantitativa tra uomini e resto del mondo animale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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