Perché normalizzare il non-normale?

 

Noam-Chomsky.jpg


A chi giova il dissolvimento del concetto di normalità?

 

Alessandro Benigni

 

 

Abbiamo visto più volte e da prospettive diverse come la fabbrica del consenso di cui l’Impero dispone e con cui dispone preveda l’adozione dell’ingegneria sociale come mezzo di manipolazione e controllo mentale. Con risultati sorprendenti. Da anni, per esempio, è stato instillato – con il metodo dei piccoli passi, alla maniera della “Finestra di Overton”, una viscerale antipatia (tanto irrazionale quanto dannosa), per il concetto di “norma” e “normale”. Tanto che oggigiorno “normale” è per lo più inteso come aggettivo squalificante. La “norma” viene vista come la causa dell’esclusione (di ogni esclusione possibile) e quindi, in un mondo in cui tutti hanno il terrore (indotto) di essere esclusi (chissà da cosa, poi?), “norma” e “normale” sono diventati anatemi da combattere in ogni modo. La norma, infatti, tenderebbe per sua natura ad assorbire – dopo aver tracciato appunto una linea dell’esclusione più o meno rigorosa – tutto ciò che ad essa sembra opporsi. E a nessuno, proprio nessuno, piace essere escluso. Quindi? Quindi aboliamo la norma, semplice. Di questo, ci hanno convinto. Ed è stato relativamente facile. Ma a ben vedere anche la trasgressione, in fondo, non è nient’altro che la riconferma della Regola, del bisogno di una Norma che tracci e difenda i confini, quindi un’ulteriore messa in evidenza del limite che questa sancisce. In altre parole, “Norma” e “devianza dalla norma” sono concetti complementari, speculari. La devianza, oltre a scuotere e far tremare per un istante la struttura normativa, finisce poi inevitabilmente per rientrare in quel suo circuito che le dà origine e, allo stesso tempo, si mostra persino funzionale a questa struttura nel suo complesso. In sociologia, ha fatto scuola l’analisi di Emile Durkheim, che credo per primo ha sottolineato l’universalità sociale e l’imprescindibilità della norma, dandone una connotazione fortemente positiva – per ogni tipo di società. Nella sua analisi il trasgredire alle norme è daccapo un fatto del tutto normale: dovunque esistano regole, norme, prescrizioni, si verificano inevitabilmente violazioni più o meno gravi. In altre parole: dall’ambito della norma – normalità e della sua relazione dialettica con la trasgressione, non si esce: “Ora, non v’è società conosciuta in cui, sotto varie forme, non si osservi una maggiore o minore criminalità. Non v’è popolo in cui non si violi quotidianamente la morale. Perciò dobbiamo dire che il delitto è necessario, che non può non esistere, che le condizioni fondamentali dell’organizzazione sociale, quali si conoscono, lo implicano logicamente, e quindi che è normale. (…) Ciò che è condizione indispensabile della vita non può non essere utile (…). Infatti, abbiamo dimostrato come il delitto possa servire, ma solamente se è condannato e represso. (…) Il suicidio è dunque un elemento della loro [delle epoche] normale costituzione ed anche, molto probabilmente, di ogni costituzione sociale”. (E. Durkheim, Il suicidio, pp. 428-429). Orbene, se la norma e la normalità sono inevitabili, all’Impero non resta che mutarne il significato e rendere il concetto di norma tanto liquido da poter essere adattato allo sviluppo dei propri scopi e della conquista del Potere. A partire dalla svolta epistemologica verificatasi intorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso e che fa leva su alcuni cardini di principio ritenuti oggi imprescindibili (come per esempio: la valorizzazione del soggetto, a prescindere dai “valori” di cui è portatore) siamo pervenuti ad un ripensamento radicale del concetto di diversità. Così, dal Don Bosco che sceglieva di donare la sua vita ai giovani e in particolare agli emarginati, ai ragazzi che i meccanismi dell’esclusione sociale destinavano sin dal XVII secolo al “grande internamento”, come definisce Foucault l’operazione di chiusura delle personalità “difficili” nei molti luoghi della correzione istituzionale, siamo come d’incanto passati all’accettazione alla giustificazione delle distorsioni più evidenti e alla contemporanea patologizzazione della normalità. Questo è stato possibile insistendo con un martellamento mediatico senza precedenti solo sugli effetti negativi di una patologizzazione della condizione di devianza e marginalità che storicamente aveva condotto a legittimare tutte le pratiche, anche pedagogiche, di repressione, controllo sociale. Ma così facendo, siamo giunti ad una “normalizzazione” di segno opposto. La categoria del “diverso”, in passato sanzionata dalla predisposizione del trattamento repressivo-correttivo nonché da una codificazione linguistica minuziosa che etichetta i “tipi” di diversità: lo svantaggiato, l’incorreggibile, l’asociale, il criminale, il folle e così via, è oggi a tal punto valorizzata da far pensare che i veri “diversi” siano i “normali”. E’ così che – nel gioco dialettico delle opposizioni binarie come “reale” e “falso”, “normale” e “anormale”, la tattica dell’Impero ha permesso di svuotare di significato sia il concetto di normale che quello di a-normale, sia quello di sano che di malato, così come l’ultima versione del DSM mostra chiaramente. Le opposizioni binarie sono passate nelle mani sapienti degli ingegneri sociali, a servizio dell’Impero, che sono riusciti col tempo a rendere socialmente condivisa una generale stigmatizzazione sia delle fonti di informazioni “non conformi” (leggi “fake news”) e soprattutto di idee non conformi (leggi pro life, pro family, etc.) − ristrutturando linguisticamente la realtà del consenso come territorio concettuale nel quale ogni persona pensante, scrivente o parlante di fuori dal mainstream è considerato come una sorta di “deviante”, o di “estremista”, o qualsiasi altra forma di reietto sociale. Siamo insomma al punto di svolta: la normalità è fabbricata linguisticamente da chi controlla i media e lo stesso vale per l’opposto dialettico di a-normale.

Scrivevano infatti Noam Chomsky ed Edward Herman in “La fabbrica del consenso”:

“Non sarà sfuggito a nessuno che il postulato democratico afferma che i media sono indipendenti, determinati a scoprire la verità e a farla conoscere ; e non che essi passano la maggior parte del tempo a dare l’immagine di un mondo tale che i potenti desiderano che noi ci rappresentiamo, che sono in una posizione d’imporre la trama dei discorsi, di decidere ciò che il buon popolo ha il diritto di vedere, di sentire o di pensare, e di “gestire” l’opinione a colpi di campagne di propaganda”.

Come cerco di spiegare nella riflessione qui di seguito, lo stesso procedimento è stato adottato dalla Psichiatria mondialista, a servizio dell’Impero, come la quinta edizione del DSM mostra chiaramente.

+

+

+


E’ impressionante la velocità con cui questa specie di morsa a tenaglia si stringe sul mondo occidentale, nel disinteresse quasi totale.

Da una parte si normalizza ogni devianza (e c’è già chi ipotizza che nel prossimo DSM la pedofilia verrà completamente sdoganata: già alcune recenti conferenze si sono mosse in questa direzione, arrivando ad affermare che non si può dire con certezza che la pedofilia provochi dei danni misurabili nei bambinimentre dall’altra si patologizza la normalità.

Due esempi:

Il primo è l’ oppositional defiant disorder” or ODD. Così definito nel DSM IV (ma ildiscorso vale anche per l’ultima edizione del manuale), questo curioso disordine mentale consisterebbe in un “atteggiamento continuo di ostilità, disobbedienza e comportamento ribelle”, e i sintomi includono per l’appunto ribellione, negatività, contestazione dell’autorità, ed essere polemici.
Non ci vuole un genio per intravedere che cosa si nasconde dietro questa nuova lingua universale e dogmatica che è lo psichiatrese: un globale silenziatore per ogni pensiero divergente, per ogni dissidenza, per ogni critica all’ideologia dominante che è espressione del potere.

Il secondo: con il DMS-5, anche la comune sofferenza umana viene considerata una specie di malattia mentale. L’APA fa meraviglie!

Allen Frances (il direttore della squadra che ha messo a punto il DSM-4) ha sentenziato in merito: «Il mio miglior consiglio ai clinici, alla stampa ed al pubblico in generale è: siate scettici e non seguite ciecamente il DSM-5 lungo una direzione che porterà facilmente ad un eccesso di diagnosi e ad un dannoso eccesso di somministrazione di farmaci».  Quello che allarma in modo particolare Frances, e non certo solo lui, è il fatto che il DSM-5 renda patologici delle normali sofferenze umane. Il 7 gennaio 2013, nel suo articolo Ultimo appello al DSM-5: proteggete la sofferenza dalle grinfie dell’industria farmaceutica, Frances scrive : «Far diventare la sofferenza umana una malattia mentale sarà *la manna* per l’industria farmaceutica ed una carneficina per chi soffre. È una decisione autodistruttiva per lo stesso DSM-5 ed inoltre mina la credibilità dell’APA. La Psichiatria non dovrebbe disconoscere la normalità».
Dobbiamo fare un passoindietro per mettere bene a fuoco la questione: nel DSM-4, alla cui redazione Frances ha contribuito più di tutti, c’era la cosiddetta «esclusione del lutto» che stabiliva la non diagnosi di disturbo psichiatrico di depressione nel caso di sofferenza per la perdita di persona amata, anche se accompagnata da sintomi di depressione. Prima del DSM-5, l’APA aveva riconosciuto che avere dei sintomi di depressione nel soffrire la perdita di una persona amata fosse una cosa normale e non una malattia. Prossimamente, una normale sofferenza umana accompagnata da sintomi riconducibili alla depressione porterà invece alla diagnosi di depressione.
La partita è chiusa; i difensori della normalità – preoccupati anche della perdita di credibilità dell’APA – hanno perso. I promotori della diffusione malattia mentale, gli psichiatri neocons, hanno vinto.
Ma non è finita qui. Il DSM-5 inventa di sana pianta nuove malattie mentali. Si pensi per esempio a questa nuova diagnosi di malattia mentale messa a punto specificamente per i bambini, siglata DMDD, disruptive mood dysregulation disorder, in italiano: disturbo da cattiva regolazione di uno stato d’animo esplosivo. Ci si riferisce qui agli scoppi di collera tipici nei neonati e nei bambini; Frances tira questa conclusione sul DMDD : «trasforma il fare i capricci tipici del bambino in una malattia mentale».

A questo punto non guasta un breve riepilogo della storia del DSM.

Il primo DSM è del in 1952 ed elenca 106 disturbi (inizialmente indicati come «reazioni»). Il DSM-2 viene pubblicato nel 1968, il numero dei disturbi passa da 106 a 182.
Sia il primo DSM che il DSM-2 includevano l’omosessualità fra le malattie mentali. Negli anni ’70, in concomitanza con l’aumentare del significato del DSM cresce l’attivismo del mondo gay. Ne deriva che il tema psichiatrico-politico più noto e visibile diviene l’eliminazione dell’omosessualità dalle malattie mentali. Gli attivisti gay manifestano durante le riunioni dell’APA, che sul tema si divide ferocemente.
Così, mentre da una parte nel DSM-3 l’omosessualità viene eliminata dalle patologie, dall’altra il loro numero cresce e passa da 182 a 265. In particolare, grazie all’aggiunta di molte diagnosi che riguardano i bambini e che diventeranno rapidamente molto popolari. Una fra tutte l’ODD od oppositional defiant disorder [disturbo oppositivo provocatorio].
Il DSM-4 esce nel 1984 ed elenca 297 disturbi ed oltre 400 tipi di diagnosi di specifiche malattie mentali. Nel numero del febbraio 1997 di Harper’s, L.J. Davis scrive una recensione del DSM-4 intitolat: «L’Enciclopedia dell’infermità mentale: un manuale di psichiatria elenca una pazzia per ognuno di noi» nella quale scrive che il DSM-4 «è lungo 886 pagine e pesa, nell’edizione paperback, poco meno di 1,5 kg. Se indossato in battaglia e posto sopra al cuore, potrebbe probabilmente fermare una pallottola calibro militare .50 sparata da 1500 metri. [cioè un tiro mortale di un cecchino]».
Ma per Allen Frances, il DSM-5 non è un’occasione per farsi due risate. Infatti ci ricorda che: «Le nuove diagnosi in psichiatria sono più pericolose dei nuovi farmaciperché è da esse che dipende se milioni di persone assumeranno o meno i farmaci; tra l’altro di regola dopo visite sommarie o da parte di non specialisti. Benché l’APA sostenga che il DSM-5 non espanda sostanzialmente il numero totale delle malattie mentali, è sufficiente un’unica modifica del DSM-5 (quella che elimina l’esclusione della diagnosi di depressione nel caso di lutto), per creare milioni di malati di depressione inesistenti.

Che cosa dovremmo pensare del fatto che tra le “nuove” malattie mentali sono comprese: l’arroganza, il narcisismo, la creatività al di sopra della norma, il cinismo e il comportamento anti-sociale, che in passato venivano considerati semplicemente “tratti delle personalità”?

A chi giova la creazione dal nulla di nuove patologie? Nessuno vede, dietro l’angolo, i grandi sorrisi delle Lobby farmaceutiche?

Normalizzare la devianza e patologizzare la normalità significa rendere tutti bisognosi di cure. La devianza infatti non potrà mai essere completamente normalizzata, se non fosse altro per un principio statistico, e la normalità non verrà più ad essere difesa dall’evidenza: chi si troverà a protestare, infatti, sarà considerato automaticamente bisognoso di cure (in base alla diagnosi di “oppositional defiant disorder“).

Non si può evitare un collegamento logico con quanto sta avvenendo anche in Italia, con l’introduzione dello psicoreato di “omofobia“. Pseudo-reato, ricordiamolo ancora una volta, che è logicamente e giuridicamente assurdo. La fobia, quella vera, è infatti una malattia psichiatrica: abbiamo sindromi fobiche (fobia da situazione, fobia da esseri viventi fobia da oggetti, fobie ossessive). Ma da quando una malattia può diventare reato? In realtà questo neologismo assurdo – “omo-fobia” – sembra confezionato apposta per tappare la bocca a chi vuole difendere la famiglia naturale e i diritti dei bambini. Ma l’omofobia non è l’equivalente logico del dissenso e se la patologia, quella vera, è tale allora va curata e non può invece essere definita “omofoba” (quindi malata) una persona solo perché non condivide che i bambini vengano privati del loro diritto naturale di avere un padre e una madre.

 

 

 

 


 

 

+

+

+

+

+

+

+