E’ “la scienza” a decidere tutto?

 

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La forza dell’Impero è tutta orientata al dissolvimento dell’etica tramite un suo progressivo asservimento al mondo economico, dominato dalla Tecnica. Lo sfondo è quello dell’epopea iper-liberista, della favola del post-capitalismo che divora ogni cosa: distratti dal miraggio di una libertà e di un benessere assoluti e assolutamente diffusi, siamo in realtà tutti resi sempre più schiavi e sempre più tecno-dipendenti. In questo quadro, la “crisi dell’esistenza” ed in particolare la “crisi dell’Europa” di cui oggi tanto si parla, costellata da un universo di dissoluzioni che non sono solo occidentali ma planetarie, lo scenario non è dato dall’accadimento improvviso ed imprevedibile di un oscuro ed incomprensibile destino. Non è quella che siamo costretti a vivere una situazione inaspettata, che non abbia una sua spiegazione precisa, che non si possa comprendere, che non offra delle riflessioni per porre rimedio al disastro, e nemmeno una situazione che nessuno abbia pre-visto. Ma sia la pre-visione che la possibilità di comprensione sono possibili solo a partire da uno sguardo generalmente culturale e precisamente politico, economico e filosofico che punti al cuore del problema, andando a svelare il progetto politico (e quindi daccapo: di potere) che sta dietro la costruzione di un’ “Europa” siffatta. Penso così ad Edmund Husserl aveva perfettamente capito, tra le altre cose, come per comprendere il senso della crisi europea (di allora, come di oggi) avremmo dovuto oggi utilizzare precise categorie filosofiche per porre sul tavolo della discussione un’attenta critica del razionalismo stesso, di quella corrente filosofica, di quella visione del mondo che sta all’origine della stessa idea (fallimentare) di Europa. L’Europa nasce infatti da un fallimento della ragione, non solo da un errore politico o economico: quella stessa ragione, infettata dal Potere, che oggi pensa solo alla maniera del naturalismo e e dell’obiettivismo. L’origine del male è sempre l’uomo e ciò che l’uomo pensa di se stesso. La crisi dell’esistenza europea ha così solo due sbocchi possibili: il tramonto dell’Europa, nell’estraniazione rispetto al senso razionale della propria vita, la caduta nell’ostilità allo spirito e nella barbarie, oppure la rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia fondata sull’evidenza e nemica del Potere, attraverso un eroismo della ragione capace di superare definitivamente il riduzionismo naturalista che l’Impero pretende, al fine di condurre il pianeta ad una totale esperienza di mercificazione dell’umano.

Una delle vie per contrastare quest’avanzata imperiale sta dunque proprio nella pratica filosofica. Che sia raffinata o portata avanti con la parola del quotidiano, nella maggior divulgazione possibile (così com’è nel nostro caso), si tratta di procedere – come sempre, del resto – all’analisi critica del circostante, in una volenterosa azione di smascheramento quotidiano. Sia il caso di una battuta, di un saggio, di un articolo di poche righe: non importa. Si tratta qui di mozzare, uno ad uno, i tanti tentacoli dell’Impero. Molti sono i modi. A partire – come cerco di fare nell’articolo che segue – da un’analisi impietosa di quello che succede quando si perde la bussola del sapere etico e ci si rinchiude nella cieca prospettiva della Tecnica: sottoporre a una critica seria e peraltro estremamente necessaria la scientificità di tutte le scienze, com’era nello stile e nella pratica di Husserl, è una difesa dell’anima razionale dell’uomo che io ritengo oggi non solo ancora possibile, ma ora più che mai necessaria alla sopravvivenza stessa dell’uomo, nel recupero di un dialogo condiviso e dell’originario compito della stessa filosofia: un compito infinito, certo, ma non per questo da abbandonare.

È andato perduto il senso della filosofia “in quanto movimento storico della rivelazione della ragione universale, innata come tale all’umanità”», scriveva Husserl ne “La crisi delle scienze europee”. Sarei curioso di leggere un suo commento circa quello che stiamo facendo noi, oggi, con la Tecnica di cui non disponiamo ma che ci dispone, con la Tecnica da cui siamo in realtà dominati.

Cerco di tracciare qualche linea critica nella riflessione che segue.

Alessandro Benigni


Supremazia delle scienze? Fine dell’etica

 

Spaventa davvero la velocità con cui questa morsa a tenaglia invisibile si stringe sul mondo occidentale, in un’indifferenza quasi totale. Nel tempo in cui ogni valore viene messo in discussione, in mancanza di una morale solida e condivisa, il nostro mondo si dà ciecamente in consegna alla “scienza”. E’ questo affidamento ingenuo che appare a qualcuno una morsa a tenaglia, appunto, perché in questo modo da una parte diventa meccanicamente lecito ciò che è tecnicamente possibile e dall’altra viene inconsapevolmente percepito come normale ciò che viene tecnicamente stabilito come tale.

E’ di qualche giorno fa la notizia che nel Regno Unito sarà possibile far nascere un bambino grazie ai gameti di tre genitori: presto avremo dunque essere umani figli biologici di tre persone. Uno stravolgimento brutale dell’atto procreativo (oltre che un salto nel buio dal punto di vista scientifico) che segna il degrado da atto d’amore, o almeno da unione e generazione naturale, a produzione in laboratorio di esseri umani.

I nostri tempi sono ormai questi: è la scienza a decidere tutto, sia ciò che è moralmente lecito, sia ciò che è umanamente normale. All’orizzonte qualcuno intravede già i contorni della società che ci attende: nessun criterio per distinguere il bene dal male, nessun confine certo tra giusto e sbagliato, tra sano e malato. Il tutto in mano agli interessi dei gruppi che di volta in volta orientano le masse verso i consumi.

La normalizzazione dell’anormalità, d’altra parte, è un fenomeno ben radicato nella storia più recente, da ascrivere totalmente all’incapacità contemporanea di distinguere i mezzi dai fini. Una generale amnesia che ha portato a depennare perfino un filosofo universale, un pensatore laicissimo come Immanuel Kant, che nella Critica della Ragion Pratica sintetizzava in questo modo l’imperativo morale: “Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo”.

Ma la scienza non è in grado di determinare alcunché in campo etico e pertanto il fine generale prevalente sarà sempre più il piacere del singolo individuo, il soddisfacimento dei desideri di ognuno. Di conseguenza l’umanità viene sempre più ridotta ad un mezzo tra i tanti: “Le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto”, ammetteva sconsolato Edmund Husserl (La crisi delle scienze europee, 1954)

Parole al vento, quelle di Kant e quelle di chi ha proclamato l’esigenza di una morale universale che indichi a tutti noi (e alla scienza) la strada da seguire: e non il contrario. Tanto che in questa rincorsa ai confini dell’abisso c’è già chi ipotizza che nel prossimo DSM (il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) la pedofilia verrà completamente sdoganata e ridotta ad un orientamento sessuale, uno tra i tanti: ed è preoccupante che alcune recenti conferenze si siano mosse proprio in questa direzione, arrivando ad affermare che non si può dire con certezza che la pedofilia provochi dei danni misurabili nei bambini. Se non fa danni, per quali motivi non dovrebbe essere consentita?

E d’altra parte il logico complemento di questa normalizzazione non può che essere la patologizzazione della normalità, per la gioia dei colossi farmaceutici.

Pensiamo ad esempio al caso di questa nuova malattia, inventata di sana pianta, definita nell’ultimo DSM “oppositional defiant disorder” (ODD): un curioso disordine mentale che consisterebbe in un “atteggiamento continuo di ostilità, disobbedienza e comportamento ribelle”. I sintomi di questa “malattia” includono ribellione, negatività, contestazione dell’autorità, ed essere polemici: non sembra questa la logica premessa di un futuro silenziatore globale per ogni pensiero divergente, per ogni dissidenza, per ogni critica all’ideologia dominante?

E non è certo un caso isolato, purtroppo. D’ora in poi, perfino la comune sofferenza umana verrà considerata una specie di malattia mentale. Tanto che Allen Frances * ha sentenziato in merito: «Il mio miglior consiglio ai clinici, alla stampa ed al pubblico in generale è: siate scettici e non seguite ciecamente il DSM-5 lungo una direzione che porterà facilmente ad un eccesso di diagnosi e ad un dannoso eccesso di somministrazione di farmaci», ed aggiungendo in seguito: «Far diventare la sofferenza umana una malattia mentale sarà la manna per l’industria farmaceutica ed una carneficina per chi soffre».

E non è finita qui. Il nuovo DSM inventa di sana pianta nuove malattie mentali anche per i più piccoli. Si pensi per esempio al DMDD, “disruptive mood dysregulation disorder”: disturbo da cattiva regolazione di uno stato d’animo esplosivo (ci si riferisce qui agli scoppi di collera tipici nei neonati e nei più piccoli). E’ sempre Frances a tirare questa conclusione: in questo modo si «trasforma il fare i capricci tipici del bambino in una malattia mentale». Tutti sappiamo che dove c’è una malattia c’è un’azienda che produce un farmaco: qual è il fine reale della creazione a tavolino di nuove malattie?

Del resto non è in discussione proprio in questi mesi, nel nostro paese, lo psico-reato di omofobia?

Qualcuno forse spera che sia ancora una volta la scienza a fornirci un farmaco in grado di curare quei pazzi che oggi vogliono difendere il diritto di ogni essere umano ad avere un padre e una madre.

Come volevasi dimostrare.

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Note:

* Allen Frances è il direttore della team di specialisti che ha messo a punto la penultima versione del DSM, il n. 4.

 

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