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Quando negli anni ’70 l’omosessualità per pressioni politiche dei movimenti LGBT è stata declassata da un giorno all’altro da “disturbo dell’affettività” a “variante naturale della sessualità” dall’Associazione Psicologi Americani (smentendo quasi cento anni di storia della psicologia con una votazione per alzata di mano!), Joseph Nicolosi e un manipolo di altri uomini coraggiosi non si sono lasciati influenzare, e pure condannando le discriminazioni che in quel periodo le persone omosessuali erano effettivamente costrette a subire in occidente (non così oggi), hanno continuato a studiare il fenomeno sulla base di quello che l’esperienza aveva insegnato loro: l’omosessualità aveva dei fattori di condizionamento ed era passibile di mutamento. 
In questa immagine si riassume uno dei concetti cardine della Teoria Riparativa da loro concepita (così chiamata non perché debba “riparare” gli omosessuali, ma perché considera l’attrazione per lo stesso sesso un tentativo di “riparazione” a un rapporto non equilibrato con il proprio sesso di appartenenza, che l’individuo fa inconsciamente). 
Nel tempo lo stesso Nicolosi capirà che le responsabilità di questa compensazione (solo una delle possibili: malati di fi…a, dipendenza dalla masturba…ione, sociofobia, insicurezza relazione, incapacità a stare da soli  immaturità affettiva, sono tutti sintomi delle stesse ferite, anche fra chi non ha attrazione per lo stesso sesso) non sono attribuibili solo al padre, ma anche alla madre e all’indole specifica del figlio (figli diversi a genitori uguali reagiscono in modo diverso), oltre alle concause esterne alla famiglia (i pari, le donne, la cultura, eventuali abusi ecc. Richard Cohen li divide in dieci gruppi di fattori condizionanti). Tuttavia le relazioni genitoriali hanno spesso il peso maggiore.
Grazie a quest’uomo ad oggi migliaia di persone hanno potuto rispondere al desiderio profondo del loro cuore, che il sesso o le relazioni omoerotiche non riuscivano a soddisfare. Famiglie che rischiavano la devastazione sono state salvate, e ragazzi sull’orlo del suicidio hanno ritrovato la strada di casa.
Certo, nessuna terapia è una magia e non si può aiutare forzatamente chi non lo vuole. In alcuni casi, ragazzini costretti a fare la riparativa contro la loro volontà non ne ha avuto alcun beneficio. Anzi sono peggiorati. Ma questo è un principio base di qualsiasi terapia: non si può aiutare chi non vuole essere aiutato.
Non so se fosse cattolico o no, ma ricordo il grande senso di pace quando ho letto il primo libro di Nicolosi: “Omosessualità maschile un nuovo approccio”. Il sollievo di qualcuno che trova finalmente una risposta sensata e coerente a quello che ha sempre intuito nel profondo del suo cuore.
Oggi è morto un grande uomo che  con il suo coraggio ha dato la vita per tanti. Il mio augurio è che la sua eredità non vada perduta. Non solo nel NARTH, la sua organizzazione internazionale che aiuta chi ha bisogno di fare un lavoro sulla propria identità sessuale fuori dai soliti schemi banalizzanti. Ma anche nella vita di tutti quelli che sono stati aiutati direttamente o indirettamente da lui. Che sanno la Verità e hanno potuto vivere un grande dono, e per paura restano in silenzio e tengono quel dono per sé.
Se tutti insieme vi sollevaste sareste un esercito inarrestabile e scoprireste di non essere soli. Nessuna legge sull’omofobia potrebbe fermarvi. E non ci sarebbero carceri abbastanza grandi da contenervi tutti. Se aveste coraggio, scoprireste che dall’altra parte chi vi grida addosso in realtà vi teme come la morte.
Che Nicolosi lì dov’è possa continuare a vegliare sui suoi figli. Mentre noi da quaggiù preghiamo per il bene della sua anima.
Faccio mie le parole di un caro amico che non amava “i surrogati della riparativa”, ma a lui era affezionato. 
Oggi mi sento un po’ più solo.
Giorgio Ponte

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