Se l’uomo è “uguale agli animali”, come andrà trattato?

Alessandro Benigni

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Esce oggi su Critica Scientifica  (link) una nuova, acuta analisi di Enzo Pennetta, che si va ad aggiungere alla già cospicua mole di lavoro di demistificazione e destrutturazione della vulgata scientifica oggi dominante. Vulgata che, non guasta ripeterlo, è funzionale ad una strategia economico-politica, il cui scopo finale è quello di isolare l’uomo, depotenziarlo, piegarlo agli interessi dell’Impero [1].

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Il merito di Pennetta va senz’altro ben oltre la stretta analisi critica del versante scientifico del darwinismo e delle teorie biologiche ad esso collegate. La replica di Critica Scientifica coglie infatti il punto essenziale già a partire dal titolo: Peter Singer: il gradualismo darwinista serve a renderci uguali agli animali.

La tesi, funzionale ad un sistema di dominio (in cui s’iscrive anche l’utilizzo politico-sociale delle ipotesi darwiniste, vecchie e nuove), è perfettamente indovinata: tra uomo ed animali c’è un continuum. Apparteniamo alla stessa storia filogenetica, abbiamo un unico progenitore, veniamo tutti da lì, insomma: siamo qualitativamente della stessa pasta, qualcuno più organizzato, qualcun altro meno, ma sostanzialmente tra noi e il resto del mondo animale non ci sarebbero differenze.

p2037_peter_singerUna volta inconsciamente o ingenuamente accettata una teoria di questo tipo, tutte le conseguenze possibili diventano via via necessarie. Tra le quali, anche quella che vuole ripiegare l’uomo alle sue (presunte) origini, farlo tornare da dove viene, ridurlo ad animale, attraverso un duplice movimento: da una parte mostrargli che tra la sua costituzione psicofisica e quella degli altri animali, partendo dai più evoluti, non ci sono differenze qualitative, ma solo quantitative, dall’altra elevando gradualmente nell’opinione comune la sensibilità per il cosiddetto problema dei “diritti” degli animali.

Come sempre accade per gli studiosi di spessore, ed è questo il caso di Pennetta, lo sconfinamento nella filosofia è dunque quasi automatico. Dalla competenza disciplinare si passa alla conoscenza, ovvero alla comprensione del senso e del significato di ciò che la scienza dice. O ciò che, come nel caso di Singer, vorrebbero farle dire.

Per Peter Singer, sintetizza in modo lapidario Pennetta,

l’Uomo è uguale agli animali”.

E’ questo il punto: e siamo così nel terreno della Filosofia.

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Aggiungo quindi qualche nota a margine al discorso di Pennetta.

peter_singerL’argomentazione filosofica di Singer si basa su un assunto di fondo, stabilizzato mediante una serie di passaggi che richiamano da vicino la fallacia logicachiamata “petitio principii”. Se ben utilizzata (e Singer è senz’altro un maestro in questo), questa tecnica sofisticaconsente di anestetizzare la capacità critica del lettore, mediante una concatenazione di passaggi in cui la premessa maggiore viene abilmente nascosta, in modo da renderla meno evidente – nella sua sostanziale identità, con la conclusione che si vuole ottenere. La stessa definizione latina petitio principii (“petizione di principio” o “risposta con la premessa“) indica infatti un ragionamento nel quale la proposizione che deve essere provata è supposta implicitamente. L’affermazione da dimostrare, quindi, viene data per scontata durante il ragionamento che dovrebbe, al contrario, dimostrare che è vera.

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Propongo qui un esempio di questa tecnica “in azione”, preso proprio da un testo di Singer. Si parla diuguaglianza, e la tesi del Filosofo australiano è questa: il “principio di uguaglianza” deve portarci a considerare razzismo e specismo come mali morali simili. Perché? Perché uomo ed animali sono uguali. E chi lo dice? Lo dice appunto il fatto che sono simili: provano dolore, hanno interesse a non essere torturati e così via. Come si può notare, una perfetta circolarità che però, come possiamo constatare dalla lettura del brano che segue, non dà scampo al lettore distratto.

Si noti, per inciso, come lo specismo viene eo ipso assimilato al razzismo, e messo sullo stesso piano. Questa è un’altra tecnica sofistica: si chiama “avvelenamento del pozzo“. Chi vorrà essere considerato “razzista“? Se razzismo e specismo vengono presentati come equivalenti, senza primaaverne dimostrato l’equivalenza, il lettore sarà condizionato in partenza nella sua analisi,considerando già a priori lo specismo come qualcosa di negativo, da cui dissociarsi, in quanto equivalente, appunto al razzismo. Uno per gli animali, l’altro tra gli uomini, ma poco importa:siccome sono uguali – ed è questa la tesi che però andrebbe preventivamente dimostrata – la tesi è già psicologicamente blindata fin dall’inizio, ed il gioco è fatto.

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Scrive Singer:

“L’argomento a favore dell’estensione del principio di eguaglianza oltre la nostra specie è semplice, così semplice da non essere più che una esplicitazione del principio dell’eguale considerazione degli interessi. Abbiamo visto che questo principio implica che il tener conto degli altri non deve dipendere dalla loro razza o dalle loro capacità (anche se proprio quanto dobbiamo fare in base a questa considerazione per gli altri può variare secondo le caratteristiche dei destinatari delle nostre azioni). È su questa base che siamo in grado di affermare che il fatto che qualcuno non sia membro della nostra razza non ci autorizza a sfruttarlo, e analogamente il fatto che qualcuno sia meno intelligente non significa che è lecito trascurare i suoi interessi.

[…]

La capacità di provare dolore o gioia è un prerequisito per avere interessi in generale, una condizione che deve essere soddisfatta prima che si possa parlare di interessi in modo significativo. Non avrebbe senso dire che non sarebbe nell’interesse della pietra essere presa a calci da un ragazzo per la strada. Una pietra non ha interessi perché non può soffrire. Niente di ciò che possiamo farle può introdurre la benché minima differenza nel suo benessere. Un topo, invece, ha interesse a non essere tormentato, perché verrebbe a soffrire di ciò. Se un essere soffre, non può esserci giustificazione morale per rifiutare di prendere in considerazione tale sofferenza. Quale che sia la natura dell’essere, il principio di eguaglianza richiede che la sua sofferenza conti quanto l’analoga sofferenza di ogni altro essere – nella misura in cui confronti del genere possono essere fatti. Se un essere non è capace di provare dolore, o di avere esperienza di piacere o felicità, non c’è nulla da prendere in considerazione. Ecco perché il limite della sensibilità (usando questo termine come un’utile, anche se non del tutto precisa abbreviazione per la capacità di provare dolore o avere esperienza di piacere o felicità) è il solo confine difendibile per il tener conto degli interessi altrui. Tracciare questo confine mediante altre caratteristiche, quali l’intelligenza o la razionalità, sarebbe arbitrario. Perché non scegliere allora il colore della pelle? I razzisti violano il principio di eguaglianza attribuendo maggior peso agli interessi dei membri della propria razza, ove si venga a creare un conflitto fra gli interessi di questi ultimi e quelli dei membri di un’altra razza. I razzisti bianchi non accettano che un dolore è altrettanto cattivo quando sia provato dai neri. Analogamente, quelli che chiamerò “specisti” attribuiscono maggior peso agli interessi dei membri della loro stessa specie, ove si venga a creare un conflitto tra i loro interessi e quelli dei membri di un’altra specie. Gli specisti umani non accettano che il dolore è altrettanto cattivo quando sia provato da maiali o topi di quando sia provato da umani. [tratto da P. Singer,Practical Ethics (1979); trad. it. di G. Ferranti, Etica pratica, Napoli, Liguori, 1989, pp. 57-58]

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Come si vede, nel miscuglio delle affermazioni dell’autore, è difficile trovare l’identià tra la tesi da dimostrare e le premesse. Eppure tutto si basa su una serie di sofismi e fallacie logiche che vogliono dare per dimostrato ciò che in realtà viene aprioristicamente preso per scontato.

Si parla di “principio di uguaglianza”, ma uguaglianza fra chi? Anche un bambino sa che sono gli enti uguali a dover essere trattati nello stesso modo. E l’uguaglianza tra uomini e animali, come viene fondata? Sulla “capacità di provare dolore”, risponde Singer. Peccato che , anche per questa via, ci stiamo muovendo in una doppia fallacia. Non basta prendere un elemento in comune, come se una parte ci dicesse che cos’è il tutto. Vediamo almeno due delle tecniche sofistiche più evidenti:

 

1) Primo: “affermazione del conseguente”. E’ una fallacia argomentativa di tipo formale, in cui dall’affermazione di un effetto si evince l’esistenza di una causa. Esempio: “Se piove, allora la strada è bagnata. La strada è bagnata. Dunque piove”. Il ragionamento di Singer slitta su un errore formale molto simile: “se un essere vivente soffre, ha interessi che vanno rispettati, dunque a chiunque può soffrire va applicata un’etica, come per gli uomini”. Ma si dà il caso che potremmo rispettare un essere vivente al di là della sua capacità presunta o reale di soffrire, quindi la premessa esibita risulta insufficiente per arrivare a queste conclusioni. Singer sembra affermare che siccome “la capacità di provare dolore o gioia è un prerequisito per avere interessi in generale” (principio su cui si fonderebbe, sempre secondo Singer, l’etica) e “un topo, ha interesse a non essere tormentato, perché verrebbe a soffrire di ciò”, allora ne consegue che dev’esserci un “principio di uguaglianza” tra uomo e topo. Ma, daccapo: che uomo e animali siano uguali, resta tutto da provare. Infatti, che il topo e l’uomo abbiano interesse a non soffrire non significa affatto che siano per ciò stesso qualitativamente e complessivamente uguali. Ed arriviamo così alla seconda fallacia, strettamente legata alla prima.

2) Si chiama fallacia di “falsa analogia”. Funziona così: due termini vengono presentati come analoghi, simili o equivalenti in base alla considerazione di acune proprietà. Formalmente: due elementi, A e B, sono presentati come simili per il fatto di avere in comune una proprietà P. Ma un’analogia non può avere estensione illimitata e, soprattutto, non può fondarsi sulla condivisione di una sola proprietà.

Uomo e topo sono uguali, in base alla mera capacità di provare dolore?

Basta la capacità di provare dolore, per essere umani?

Se fosse questo l’argomento fondante, come scrive lo stesso Singer (“Se un essere non è capace di provare dolore, o di avere esperienza di piacere o felicità, non c’è nulla da prendere in considerazione”), allora ne consegue che un essere umano reso incapace di provare dolore, può essere tranquillamente torturato, ed ucciso. Perché no?

E infatti, come ci ricorda Giulio Meotti, il Filosofo australiano è coerentemente favorevole non solo all’aborto, ma anche all’infanticidio.

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Alessandro Benigni

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Note

[1] La scelta del lessico apocalittico, nel mio caso, scaturisce da una visione globale e da un’allarmata presa di coscienza di ciò che è accaduto e sta accadendo tutt’ora. Occorre intendersi sui termini utilizzati. Nel mio discorso, qui su Ontologismi, parlo di Impero, di Monade-animale, di Overton, diNaturalismo Riduzionista, e così via. Non si tratta di “parole nuove”, o senza significato. Al contrario: propongo termini che riassumano in sé un ventaglio di concetti sufficiente per procedere nell’argomentazione in modo agile e snello, come richiesto questa specifica forma di comunicazione sul web. Solo due precisazioni, dunque, per il lettore che volesse approfondire il mio discorso antropologico su questi temi. Che cosa intendo per “Impero” e per “Monade-animale”?
Impero: accolgo e faccio mia la bella definizione di don Fabio Bartoli: l’Impero “non è un ente politico, ma una concezione di vita, un Impero culturale, un potere pervasivo che in parte è l’ideologia di un mercato senza regole, dove l’uomo scompare tra gli ingranaggi dell’economia, e in parte è l’ideologia di un relativismo che a questo Impero del mercato è funzionale” (Cfr. F. Bartoli, Uscite, popolo mio, da Babilonia, Il Messaggero, Padova, pag. 7)

Monade-animale: cos’è una monade? Per il filosofo, matematico, fisico e logico Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646 – 1716) la monade è la componente ultima del reale: una sostanza semplice, priva di parti, inestesa, indivisibile ed eterna. Le monadi sono “mondi chiusi” – Leibniz li dice “privi di finestre” – non comunicano tra loro e pertanto non possono subire influenza reciproca o la modifica indotta dall’esterno; le monadi sono una sorta di atomi psichici che, pur essendo chiusi in se stessi, sono legati tra di loro in quanto tutti sono aspetti del mondo. La monade è dunque – per il filosofo tedesco – una sorta di atomo spirituale, isolato, coordinato e diretto dall’esterno. Per Leibniz questo “direttore d’orchestra” è Dio, nella mia accezione invece è l’Impero stesso. La monade-animale diventa così il simbolo, la sintesi, l’obiettivo del processo in atto, tale per cui l’uomo viene progressivamente ridotto ad ente qualitativamente equiparabile a tutti gli altri animali evoluti, il cui valore è quindi lo stesso: poco più che niente. Filosoficamente, siamo in pienoNichilismo estremo. Sarà interessante, nelle prossime riflessioni, cercare di capire quanta influenza abbia avuto il darwinismo su questa inconsapevole convinzione, che come abbiamo visto lega insieme tutti questi fenomeni: l’uomo è poco più di un Bonobo, di un Orango del Borneo, di unPongo abelii. Quantitativamente più sviluppato, ma qualitativamente sullo stesso piano di una scimmia. O un animale qualsiasi. Del quale l’Impero potrà disporre come meglio crede. Con il consenso, beninteso, del soggetto-ridotto-ad-oggetto, in quanto preventivamente deprivato di ogni capacità di resistenza critica al processo in atto.

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