La violenza, l’indifferenza, l’impotenza (cerebrale)

Analisi fenomenologica (sintetica): la violenza e gli spettatori impotenti (nel cervello).

13483136_10208120453723093_1135926127371709532_o
Un bambino. Ovvero un essere umano – piccolo e incapace di decidere, di difendersi, etc. – è stato:

1) progettato a tavolino, come un artefatto qualsiasi
2) reificato come merce, tramite contratto scritto – per cui la madre dietro compenso s’impegna a venderlo a due uomini adulti, uno dei quali è il padre biologico (lo è dal punto di vista genetico, ma non ha messo nulla di sé al di là del seme nell’atto procreativo con la donna in questione)
3) venduto
4) impiantato in modo altrettanto innaturale in una coppia di adulti dello stesso sesso, nei quali non solo non troverà mai la madre, pur vedendo che il mondo naturale a lui circostante è fatto di figli che hanno la propria madre, ma si vedrà pure cristallizzata per sempre la cesura violenta della catena della filiazione: non sarà più possibile per lui ricostruirla, in nessun modo.
4) costretto ad un lavoro ulteriore per recuperare sé stesso – quando sarà il momento – la sua storia, la sua dignità di essere umano e non di oggetti di consumo, il rapporto con un “padre” che l’ha così profondamente violentato, fin da prima del concepimento, solo per poter raccontare alla società una storia fasulla: che essere omosessuali è bello, che comunque si possono “fare” i bambini anche tra persone dello stesso sesso, che non esiste differenza tra normalità e a-normalità, che ai bambini si può fare quello che si vuole, perché quello che conta sono le “capacità genitoriali”, la “genitorialità”, fosse anche “l’omo-genitorialità” (un terribile ossimoro, quest’ultimo, un contro-senso logico che viene bevuto dalle masse ormai spossessate di qualsiasi capacità logico-critica, anche la più elementare: due persone dello stesso sesso – viene da piangere a dovberlo ricordare – non possono generare alcunché).

Come reagiscono le masse? Plaudendo alla violenza. Esprimendo “solidarietà”.
Una festa.

Evviva.

Bene. Si dà il caso – e anche qui c’è da vergognarsi a dover recuperare *perfino* Karl Marx per denunciare questo abuso logico, concettuale, morale, etico, umano e perfino estetico – che tale movimento sia lo stesso che fece uscire dalla penna marxiana una delle più belle pagine della filosofia, piena d’ironia e acutezza speculativa al tempo stesso.

Non a caso viene da “La sacra famiglia” (siamo nell’attualissimo 1844, anno assai fecondo per Marx). Il passo è quello della “dialettica del frutto”.

Ne riporto brevemente alcuni passi, qui sotto:

…………………………………………………………………….

“Se io, dalle mele, pere, fragole, mandorle – reali – mi formo la rappresentazione generale «frutto», se vado oltre e immagino che il «frutto» – la mia rappresentazione astratta, ricavata dalle frutta reali – sia un’essenza esistente fuori di me, sia anzi l’essenza vera della pera, della mela, ecc., io dichiaro – con espressione speculativa – che «il frutto» è la «sostanza» della pera, della mela, della mandorla ecc. Io dico quindi che per la pera non è essenziale essere pera, che per la mela non è essenziale essere mela. L’essenziale, in queste cose, non sarebbe la loro esistenza reale, sensibilmente intuibile, ma l’essenza che io ho astratto da esse e ad esse ho attribuito. […] (L’hegeliano) vede nella mela la stessa cosa che nella pera, e nella pera la stessa cosa che nella mandorla, cioè «il frutto». Le particolari frutta reali non valgono piú che come frutta parventi, la cui vera essenza è «la sostanza». […] Questo avviene, risponde il filosofo speculativo, perché «il frutto» non è un’essenza morta, indistinta, immobile, ma un’essenza vivente, auto-distinguentesi, in moto […]. Le diverse frutta profane sono estrinsecazioni vitali diverse dell’«unico frutto», sono cristallizzazioni che «il frutto» stesso forma. Il filosofo […]… ha compiuto un miracolo, ha prodotto dall’essere intellettuale irreale «il frutto», gli esseri naturali reali, la mela, la pera, ecc.; cioè, dal suo proprio intelletto astratto – che egli si rappresenta come un soggetto assoluto esistente fuori di sé – […] ha creato queste frutta… […]”.

Karl Marx, La sacra famiglia
………………………………………………………………………..

Intesi?

Questo è quello che avviene per la “genitorialità”, ormai slegata dall’essere genitori. Siamo di fronte – come Marx denunciava, nel caso della speculazione hegeliana – dell’inversione del rapporto tra soggetto e predicato. Si considerano come dire: realmente-reali non gli enti realmente-esistenti, ma le idee, i concetti. Poi ci si trastulla con quelle, fino a creare qualsiasi mostruosità possibile e immaginabile. E’ così che la “genitorialità” può esserci “senza genitori”, così come per qualcuno “il frutto” può esserci senza mele, pere, mandorle, e così via. L’essenza della genitorialità oggi s’aggira per conto suo, indipendente e slegata dal piano della realtà, e acchiappa chiunque: due uomini possono essere genitori, così come tre donne, così come un uomo e una donna. E via.
Che male c’è? E’ la Tecnica che lo consente. *Dunque* è lecito. E pian piano, perfino *credibile*.
Siamo oltre, molto oltre i limiti della follia sociale.
Rotti questi argini di aggancio alla realtà, di “fedeltà alla terra” (usando una bella espressione di Nietzsche) non ci resta che assistere inermi all’ennesimo passaggio consequenziale che già molte volte abbiamo visto nella Storia: l’avvicinarsi dell’era dei mostri.

Mentre gli stupidi semi-colti ridacchiano divertiti, impotenti nel pensiero, incapaci di scorgere che oggi tocca ai più piccoli, domani a tutti gli altri.

 

 

Alessandro Benigni

 

 

 

 

 

 

Annunci