Teorie gender in azione. Sulla solidità degli argomenti di Nicla Vassallo.

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Teorie gender in azione

Sulla solidità degli argomenti di Nicla Vassallo

(quarta puntata)

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(Pubblicato su Cristiano Cattolico, Le foglie verdi, Ontologismi)

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trasferimentoE’ uscito recentemente un interessante volume firmato dalla filosofa Nicla Vassallo, intitolato “Il matrimonio omosessuale è contro natura. Falso!” (Edizioni Laterza), la cui presentazione recita testualmente:

Che il matrimonio omosessuale sia contro natura è convinzione di troppi nel nostro paese. Attraverso le regole del buon ragionare filosofico, Nicla Vassallo smaschera, con provocazione e intelligenza, il pregiudizio, il calcolo e l’ignoranza che escludono il matrimonio same-sex. Una donna che ama una donna e un uomo che ama un uomo debbono potersi sposare, se desiderano, e non vi è argomentazione valida contro, sempre che l’eterosessualità non permanga un dogma: prendiamone coscienza”.

Il nostro intento è di verificare fino a che punto si tratti di pregiudizio e di ignoranza e se per caso quelli che si vogliono presentare come solidissimi argomenti non mostrino, a ben vedere, qualche falla.

Anzi, fallacia, come abbiamo già mostrato nelle puntate precedenti:

1) Il gioco delle tre carte: come i grandi pensatori abbagliano i lettori.

2) Come i grandi filosofi abbagliano i lettori. Parte seconda.

3) Pseudo argomenti pro matrimonio same-sex, terza puntata: dove Nicla Vassallo si sbaglia

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Dopo aver sottolineato in rosso i più evidenti nodi logici che la filosofa Vassallo (analisi logica alla mano) non riesce a sciogliere, entriamo in pieno – sempre sotto la guida dell’illustre studiosa – nell’ambito della più fumosa (per usare la bella espressione di Onfray) e controversa teoria che sia mai esistita (tanto chequalcuno ha addirittura tentato di negarne l’esistenza): la teoria del genere.

La premessa chiarificatrice è però d’obbligo, perché si sa, questi filosofi con le parole sono molto bravi: che cos’è, e che cosa s’intende per “teoria del genere” o più semplicemente “gender”?

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Si tratta in sintesi di una vera e propriarivoluzione antropologica, forse la più grave e drammatica della storia dell’umanità, in atto da decenni in modo più o meno subdolo, che solo ora comincia ad acclararsi in tutta la sua devastanteportata nichilista: l’effetto finale, che si pretende di conseguire anche attraverso l’istituzionalizzazione del “matrimonio same-sex” è la riduzione dell’uomo a prodotto fabbricato e quindi commercializzabile, totalmente fruibile e manipolabile. Il diritto (art. 7 Dichiarazione universale dei diritti del bambino) di ogni bambino ad avere padre e madre viene infatti stracciato per fare spazio a nuovi presunti diritti (Cfr. Gender: un’accozzaglia di slogan che nascondono la negazione dei diritti e dell’autentica libertà; “Diritti” LGBT, diritti dei bambini e diritti umani; I bambini hanno diritto a un padre e una madre, a una famiglia vera; E’ omofobia difendere i diritti dei bambini?; La stepchild adoption è a maggior tutela del minore?; Matrimonio di persone dello stesso sesso: perché no, senza discriminare), tra i qualiil diritto di avere comunque un figlio, ad ogni costo (è proprio il caso di dirlo), o tramite l’adozione da parte di una coppia same-sex (più che altro nella forma della stepchild) o tramite la sua fabbricazioneproduzione in laboratorio e la gestazione per altri, anche per i single. Ne deriva che – se non è più un diritto avere un padre e una madre – la pratica della fabbricazione di esseri umani verrebbe ad essere logica e socialmente accettata conseguenza di questo processo, iniziato con la pretesa dell’indifferentismo sessuale e proseguito con la separazione tra sessualità e procreazione.

346efcbd0150971556bc85e18dfbba83_XLMa ormai (grazie al cielo, e sempre sperando che non sia troppo tardi) i tempi stanno cambiando. Ne sentiamo discutere sempre più spesso e non mancano certo i punti di riferimento, le pubblicazioni, gli articoli, per farsi un’idea sul tema e capire quali sono esattamente i termini della questione. Le coscienze si stanno risvegliano dal torpore: “la mobilitazione internazionale contro il gender inizia a dare i suoi frutti – osserva Lupo Gori – e sembra preoccupare, non poco, i suoi promotori, al punto da spingerli a redigere un’approfondita ed allarmata analisi della situazione, per individuare le falle della propria strategia e passare al contrattacco”. Non staremo quindi a fare l’ennesimo trattato sul gender, essendoci anche in rete una sitografia più che sufficiente ed ampiamente disponibile, ma ci limiteremo a ricordarne i tratti essenziali.

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Per “teoria del genere” o anche, più semplicemente “gender” si intende riferirsi a quel distillato dei gender studies (un complesso di studi psicologici, filosofici, sociologici, etc., che prendono avvio sotto l’impulso del movimento femminista degli anni sessanta e danno la base teorica per la contestazione del sistema tradizionale dei valori e dei ruoli sociali) che da anni viene subdolamente applicato in diversi ambiti della società, ogni giorno in modo sempre più aggressivo ed invadente. Nel corso degli anni le “teorie di genere” hanno fornito un supporto teorico sempre più massiccio ancheai movimenti gay, sostenendo in particolare che la differenza tra uomini e donne è una mera convenzione sociale (costruita attraverso l’imposizione di regole e norme esterne, che obbliga le persone a vivere “da maschio” o “da femmina”). Sarà bene ricordare il momento preciso che segna l’uscita allo scoperto di quello che possiamo considerare il “movimento gender”: al convegno delle Nazioni Unite di Pechino del 1995 – dedicato alla condizione femminile e che ebbe fra le principali protagoniste Hillary Clinton – si propose di sostituire la differenza tra uomini e donne con cinque “generi”. Tutt’ora per “teoria del gender” si intende quindi un’espressione che riassume una notevole varietà di studiosi, correnti ed approcci che ha comunque un minimo comun denominatore abbastanza evidente: essere uomini o donne non è più un fatto imprescindibile, che segna l’identità biologica e dunque psicofisica di ogni essere umano, determinato già a livello embrionale, ma qualcosa che si può modificare a seconda delle percezioni, dei sentimenti e dei convincimenti personali: se sei una donna ma ti senti uomo allora è un tuo diritto essere riconosciuto dalla società in base alla tua percezione soggettiva e non più sul fondamento del dato oggettivo (immodificabile, che è il dna). Da qui viene anche quell’altra sigla, oggi tanto di moda, “LGBTIQ” (lesbica, gay, bisessuale, transessuale, intersessuale, queer), ad indicare appunto che ognuno si sceglie – e deve avere il diritto di farlo – la propria identità, in modo “fluido”, senza vincoli né impedimenti. E’ chiaro a tutti che è questo il tratto d’unione che collega le teorie gender, o più semplicemente “il gender”, alle rivendicazioni che segnano il dibattito bioetico attuale: se è vero che l’umanità è sessualmente indifferenziata allora ne consegue che si debba concedere il matrimonio “same sex”.

LONDON, UNITED KINGDOM - JANUARY 09: Models walk the catwalk during the J.W. Anderson show at the London Collections: MEN AW13 at The Old Sorting Office on January 9, 2013 in London, England. (Photo by Stuart Wilson/Getty Images)

Ecco perché parlavamo di rivoluzione antropologica: con le parole di Assuntina Morresi, “una volta entrato nell’ordinamento giuridico il matrimonio fra persone dello stesso sesso, la rivoluzione antropologica è compiuta, perché si sono messe le basi per una nuova umanità, fondata su due nuovi paradigmi: il primo, quello per cui l’identità sessuale non è determinata dal corpo sessuato e non è binaria uomo-donna; il secondo, quello per cui i figli non sono di chi fisicamente li ha generati ma di chi li ha ottenuti attraverso pratiche di laboratorio, contratti, reperendo quello che biologicamente manca sul nuovo mercato globale dei corpi umani”.

In base al gender, riassumendo, non è affatto detto che gli uomini siano maschi (abbiano cioè caratteristiche maschili) e le donne femmine (abbiano cioè caratteristiche femminili), in quanto – al di là del mero dato biologico – “essere uomini o donne è questione culturale, non naturale”. E’ questo il succo dell’indifferentismo sessuale: un breve distillato (ma le conseguenze – come abbiamo accennato – sono di ben altra portata) che riassume complessivamente il panorama proposto dai gender studies, con i quali direttamente o indirettamente si introduce una visione dell’essere uomo e dell’essere donna completamente slegata dell’evidenza del piano oggettivo, dalla corrispondenza evidente di ciò che gli uomini e donne sono “in carne ed ossa”, ovvero prima di tutto esseri sessuati e sessualmente definiti, o “individuati”, se vogliamo usare un termine filosofico.

Scrive la Vassallo:

Tale corrispondenza, invece, viene spesso data per assodata: la donna deve possedere caratteristiche femminili, convenzionalmente femminili, ossia attribuite alla femmina; l’uomo deve possedere quelle caratteristiche convenzionalmente maschili, ossia attribuite al maschio; altrimenti non ci troviamo in presenza di una “vera” donna e di un “vero” uomo, cosicché risulta spesso inaccettabile una donna che assuma atteggiamenti da maschio e un maschio che assuma atteggiamenti da donna“.

Ma questo argomento appare acriticamente fondato e per di più manifestamente contrario all’evidenza. Non solo è comunemente accettato che ci siano eccezioni rispetto alla norma(purché la differenza tra norma ed eccezione venga riconosciuta): alcuni (pochissimi) uomini che si percepiscono come donne e si comportano di conseguenza, alcune (pochissime) donne che si percepiscono uomini, etc., non sono certo un problema sociale, se non per i (pochissimi) omofobiveri (ovvero per quelle persone che hanno una fobia, che, ricordiamolo, è classificata come psicopatologia, o malattia psichica).

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Inoltre è chiaramente un mero pregiudizio affermare – come implicitamente fa la Vassallo – che uomini e donne in origine sono uguali e intercambiabili e poi assumono caratteristiche fisse e differenti, “convenzionali”, per usare la sua espressione, sotto l’influsso culturale. Se fosse vero questo le diverse culture planetarie avrebbero prodotto anche diversi modelli planetari di mascolinità per le donne e di femminilità per gli uomini, tali da portare ad un rovesciamento dei ruoli e dei tipi psicologici o attitudinali prevalenti. Ma così non è. Anzi, quando – sotto l’influsso delle teorie del genere, si è provato ad eliminare questa differenziazione, si sono ottenuti effetti ampiamente prevedibili (si vedano in merito l’analisi condotta da Enzo Pennetta suCritica scientifica, e questo chiarissimo e divertente video, sul “paradosso norvegese”).

Bisogna invece ribadire che casomai è accaduto il contrario: sono uomini e donne, psico-fisicamente differenziati ed individuati, che hanno generato la cultura. Anzi le culture, ciascuna delle quali, a livello storico ed etnografico, ribadiscono e sottolineano questa differenza antropologica evidente, spesso valorizzandola: è questo il punto, prima (crono-logicamente) vengono uomini e donne sessualmente, psicologicamente, attitudinalmente differenziati, poi la cultura. E non viceversa. Le caratteristiche maschili e femminili sono diverse in quanto fondate su una struttura psico-fisica differentemente individuata. Che lo si accetti o meno, la vita richiede differenza e differenziazione: sia per nascere, sia per vivere, abbiamo bisogno del diverso, non dell’uguale. È dalla differenza biologica che prende normalmente il via la strutturazione (individuazione) psicofisica, e non viceversa. Se un uomo “si sente donna” siamo di fronte ad un caso non-normale, che va accolto rispettato e sorretto nella sua ferita, ma non certo elevato a modello universale, perché non è questo ciò che avviene universalmente. Potremmo assistere a tutti i camuffamenti possibili, anche di tipo chirurgico, ma un uomo o una donna restano tali, così come sono stati concepiti, con il loro patrimonio genetico originario, etc., fino alla fine della loro esistenza. Questa è la normalità, ciò che avviene normalmente (per principio statistico): gli uomini si sentono uomini e le donne si sentono donne. Tutto il resto è fumosa teoria fondata sulla negazione dell’evidenza e sull’incapacità di accogliere la realtà per quello che è.

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È quindi da rigettare anche l’affermazione seguente della Vassallo:

Ma poiché il sesso è una categoria biologica, mentre il genere è una categoria socioculturale, dissimile dalla prima, si commette un errore grossolano facendo coincidere la femmina con la donna e il maschio con l’uomo (e viceversa): errore, peraltro, non privo di conseguenze, giacché si negano, in questo modo identità, personalità, singolarità a ogni donna e a ogni uomo“.

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Occorre infatti ribadire che la “categoria socio culturale” oltre che trovare fondamento su quella biologica ed esserne dipendente (in quanto è il dato biologico ad essere evidentemente fondativo, oggettivo ed immodificabile) non ha una sua realtà indipendente, che possa essere contrapposta alla realtà biologica, senza conseguenze. E non è certamente un caso che a livello planetario tutte le culture abbiano sempre, sia pure in modi diversi, riconosciuto e valorizzato le differenze tra uomini e donne (ed è chiaro che mi riferisco qui non solo alle differenze fisiche – che sono evidenti e non hanno bisogno di particolari rielaborazioni – ma a quelle psicologiche, attitudinali, più generalmente definibili come comportamentali, anche se oggi si preferisce utilizzare il termine “ruoli”, utilizzando espressioni come sempre funzionali alla decostruzione (cfr. Gender e decostruzionismo e Inventare parole per ciò che non esiste: il caso “Hen”) di ogni valore e di ogni tradizione che i valori custodisce, fino a pretendere di decostruire e quindi di negare il dato oggettivo più evidente, in un delirio di onnipotenza senza precedenti nella storia dell’umanità).

Per concludere questa puntata, stupisce che l’attestazione di incondizionata fiducia per gli “argomenti” della Vassallo, da cui eravamo partiti (“Nicla Vassallo smaschera, con provocazione e intelligenza, il pregiudizio, il calcolo e l’ignoranza che escludono il matrimonio same-sex.”), non sia supportata, nel corso della lettura, dalla minima evidenza o anche da un minimo accenno ad un argomento che sia realmente non dico incontrovertibile, ma almeno dotato della minima solidità per essere preso seriamente in considerazione.

Mi sembra che fosse Euclide (365-275 a. C.) ad aver detto che “Ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova”. Alla luce di quest’ennesima evidenza, quanto valgono gli argomenti che Nicla Vassallo ha esibito fin qui?

Alessandro Benigni

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