RIBADIRE LE RAGIONI PER RISVEGLIARE LA RAGIONE

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7 luglio 2015

Facciamo un passo indietro. L’appuntamento a Roma dello scorso 20 giugno, promosso dal “Comitato difendiamo i nostri figli”, si è rivelato uno straordinario evento di partecipazione sociale, di piazza, nel senso originario del termine: politico. Al di là delle cifre, un intero popolo ha mostrato la punta del suo iceberg e si è messo in moto per dire “no” alle politiche che si ispirano alle dottrine che oggi si accomunano sotto l’etichetta “gender” e ai decreti che nel nostro paese vorrebbero imporre quest’ideologia radicalmente anti-umana (oltre che sprovvista della minima credibilità scientifica, come dimostra l’analisi di Enzo Pennetta).

Un dato che sembra difficilmente contestabile è che una maggioranza che era rimasta silenziosa, talvolta attonita e come ammutolita di fronte alle rivendicazioni di nuovi (presunti) diritti (le cui conseguenze sono a danno dei più piccoli e quindi di tutta la società), di nuove (presunte) verità educative da inculcare a forza in età evolutiva, di fronte alla violenza con cui oggi viene immediatamente messo a tacere ed etichettato come (presunto) “omofobo” chiunque abbia un’idea di famiglia discordante rispetto al mainstream: ebbene di fronte a tutto ciò i cittadini più informati e consapevoli hanno detto “basta” ed hanno cominciato a farsi sentire. Io sono convinto che altri seguiranno, anche per altre vie.

Credo che sia comunque chiaro a tutti che la manifestazione di piazza San Giovanni è stata solo l’inizio di una più vasta mobilitazione e su questo punto nessuno dovrebbe commettere l’errore di illudersi: sulla famiglia, sui diritti dei bambini, sulla realtà antropologica e quindi sulla dignità dell’uomo e della donna, questo popolo non cesserà mai di rivendicare le sue ragioni.

Ciò nonostante (a dire il vero com’era prevedibile) “la grande marcia della distruzione” prosegue come se nulla fosse (1).

Come da copione.

D’altra parte è nella natura stessa delle ideologie, a partire da quelle più disumane, prima cercare di sedurre subdolamente con tecniche sofistiche, slogan di finta liberazione e fallacie di ogni genere (2), quindi cercare di convincere con una sequela di pseudo argomenti infine, quando i giochi vengono scoperti, imporsi in modo manifesto e zittire, denunciare, intimidire in ogni modo gli avversari. Si pensi, solo a titolo di esempio, ad una delle più recenti dichiarazioni dell’on. Scalfarotto.

Temo che seguirà la violenza più evidente, fino alla negazione del diritto di parola o di libertà educativa dei propri figli, come i casi tedeschi e francesi hanno già insegnato (3) e quel che è peggio questa violenza verrà spacciata per “difesa dei più deboli”, della democrazia, dei diritti: vogliamo scommettere?

Il punto è che per affermarsi l’ideologia –  ogni ideologia – non può farne a meno. La storia lo insegna. Ogni qual volta un’idea pretende di affermarsi senza aver superato il confronto con la logica e con l’evidenza, con i requisiti minimi dell’etica, presto o tardi trova l’opposizione delle coscienze libere, attente, che non si piegano e non si lasciano convincere dagli slogan, dalle frasi fatte, dalla pseudo etica del bene immediato, del rimando ad una confusa paccottiglia di pseudo studi più che fumosi (uso con piacere l’espressione del filosofo ateo e paladino dei materialisti contemporanei Michel Onfray) e contraddittori se rapportati al piano della realtà.

I fatti sono dunque chiarissimi: c’è un popolo che ha rivendicato chiaramente le sue ragioni, il suo no a questa psicosi sociale che sta infettando l’intero pianeta, diffusa da movimento apparentemente filosofico (che è invece al servizio di interessi economici di vasta portata e delle connesse esigenze di controllo sociale (4) abilmente mascherato da lotta di liberazione per l’uguaglianza e la libertà.

E il governo?

Al momento sembra andare avanti, senza la minima preoccupazione.

Senza sentire ragioni.

Ma quali sono queste “ragioni”?

Ed è possibile sostenere seriamente che si tratta di posizioni minoritarie, inattuali (5) oscurantiste, da cattolici “integralisti” o da “catto-talebani”?

Per rispondere a questa e ad altre domande occorre la pazienza del pensatore.

Occorre la calma e la disponibilità di chi vuole capire, prima di prendere posizione.

Di chi vuole prendere in esame le conseguenze, tutte le conseguenze immaginabili, che scaturiscono da determinate premesse.

Occorre poi la pazienza di rispondere punto dopo punto rimanendo legati al terreno della logica e dell’evidenza: gli unici antidoti, sul piano dialettico, ad ogni ideologia.

Occorre la pazienza di ricordare la ragione che si fonda sull’evidenza, punto per punto: ricordare le ragioni fino a quando la ragione non si risvegli.

Veniamo quindi al primo di questi punti, cercando di mostrare dove e in che modo le nostre ragioni si fondano sulla logica e sull’evidenza, cominciando con lo sfatare un mito: sono solo alcuni cattolici radicali ad opporsi al gender e alle sue conseguenze sul piano sociale (matrimonio ed adozioni per coppie same sex etc.)?

Certo che no.

Le critiche vengono da filosofi atei (come Michel Onfray ed altri), neomarxisti (come Diego Fusaro, vedi anche qui), associazioni femministeetc. Diffondere l’idea che questa sia solo una battaglia religiosa dei cattolici è un’altra tra le tante astuzie del pensiero unico dominante. Un artificio retorico piuttosto comune, dettodell’avvelenamento del pozzo: prima attribuisco una certa posizione ad un soggetto che non gode di apprezzamento nell’opinione pubblica, poi aspetto la traslazione del discredito dal soggetto alla tesi enunciata, dato che rarissimamente il lettore è in grado di separare il messaggio dall’emittente.

Ma, come avviene sempre in questi casi, anche questa fallacia ha vita breve.

Sono infatti sufficienti pochi – brevi – argomenti per mostrare che l’ideologia del gender non sta in piedi – a prescindere da chi la contesta e da chi la sostiene – e che il matrimonio “same sex” oggi reclamato da più parti come un “diritto inalienabile” conduce inesorabilmente ad una serie di assurdità ed aporie etico-sociali irrisolvibili. Al di là di quanto si possa sostenere in ragione della propria fede religiosa.

Ecco allora che a partire da questa mobilitazione, da questa reazione alle scelte che si stanno oggi compiendo in Parlamento, sulla testa di una società disinformata o condizionata da messaggi artificiosi, non dobbiamo smettere di ripetere che le ragioni ci sono, sono molte, sono a-confessionali, e, come vedremo più avanti, sono solidissime. Ed il fatto oggettivo che le conclusioni di argomenti etici e filosofici, oltre che biologici, psicologici e giuridici, concordino sostanzialmente col Magistero della Chiesa cattolica, dovrebbe portare a valorizzare la portata anche come dire “umana”, “civile” e “laica” di ciò che la Chiesa insegna, piuttosto che rendere invalidi argomenti ben fondati e di incontrovertibile evidenza (6).

Ragione ed evidenza, abbiamo detto.

Un legame inscindibile.

A me pare che sia prima di tutto questo il problema (e veniamo così al secondo punto): stiamo perdendo il contatto con l’evidenza, il fondamento di ogni discorso politico sulla ragione si sta come disgregando (e come non ricordare la Arendt, secondo la quale il male ha la sua origine nell’assenza del pensiero critico?). Il linguaggio ha fatto la sua parte e in un mondo completamente assorbito dalla comunicazione e dai processi comunicativi gli slogan e i neologismi hanno fatto breccia nella visione del mondo di larga parte della società. Ma una volta arrivati a problematizzare, a interpretare, a decostruire – ormai sempre più spesso a negare – anche l’evidenza, la realtà diventa sempre più indecifrabile e il dialogo razionale risulta via via sempre più difficile. Fino a collassare del tutto. Una sorta di implosione generale il cui effetto più evidente è renderci tutti più deboli, più controllabili, più manipolabili. In un mondo ridotto a racconto, chi detiene i mezzi per diffondere immagini (non importa che siano reali o virtuali) ha anche il potere di formare opinioni: e quanto più queste saranno legittimamente slegate dalla realtà, tanto più saranno anche facili da indirizzare. Come si desidera che sia. Tanto è vero che oggi assistiamo all’incredibile tentativo di voler slegare la genitorialità dalla differenza complementare dei sessi. Il neologismo “omogenitoriale” la dice lunga: un termine del tutto scollegato dalla realtà, paravento perfetto per nascondere con un’etichetta linguistica la tragedia di bambini deprivati di padre o di madre, resi volontariamente orfani, ancora prima di nascere, per il capriccio degli adulti, e condannati a passare tutta la vita in una situazione di oggettiva mancanza e diversità, rispetto a tutti gli altri, al solo scopo di compiacere il bisogno di “normalità” di una coppia omosessuale.

Torniamo quindi alle ragioni che hanno messo questo popolo in movimento. Come terzo punto ricordiamo che il “no” al ddl sulle cosiddette “unioni civili” deriva da un inaccettabile livellamento ed equiparazione di tutte le forme di unione: quella naturale di uomo e donna verrebbe di fatto ridotta ed appiattita allo stesso livello di altre forme di coppie o gruppi sociali, come per esempio quella fra persone dello stesso sesso (a questo punto, come vedremo più avanti, anche più di due – anche diverse dalla forma universale di “coppia”: perché no?). Tali aggregati sociali verrebbero in sostanza equiparati al matrimonio, spalancando così la strada alla pratica disumana dell’utero in affitto (che il ddl Cirinnà di fatto prevede). Ma il “no” si estende anche all’introduzione dell’ideologia gender nelle scuole, che già oggi sta avvenendo, nel silenzio generale. Anche da questo si vede che non si tratta (soltanto) di motivi religiosi e di ragioni confessionali. Tutt’altro. La battaglia è prima di tutto laica e si svolge sul terreno dell’antropologia, della visione dell’uomo, della sua libertà e della sua responsabilità, socialmente condivisa e razionalmente condivisibile.

Questa battaglia, cercano di convincerci, sarebbe tra modernisti e retrogradi. Tra difensori dei diritti e oscurantisti. Ma le cose non stanno affatto così. Anche questa è un’altra astuzia di chi ha interesse nel far passare l’idea che il matrimonio “same-sex” e l’appiattimento di ogni differenza, la riduzione del mondo umano ad un “queer” liquido e passibile di ogni interpretazione basata sul sentimento, sia una “conquista di civiltà”.

La battaglia è invece tra chi intende introdurre ed applicare una visione disumana dell’uomo, direttamente preparata e derivata dai “gender studies”, e chi al contrario insiste nel restare ancorato alla logica dell’evidenza: uomini e donne sono meravigliosamente diversi e complementari ed è normale (7) che gli uomini si vivano e si  percepiscano fisicamente, emotivamente, psicologicamente, etc. “da uomini”, e le donne, “da donne”; logica dell’evidenza secondo la quale mascolinità e femminilità sono statuti antropologici irriducibili, che precedono ogni sovrastruttura culturale, e comprometterli è un’operazione culturale intrisa di psicosi e anti-umanesimo radicale, capace di scendere al nichilismo più devastante; logica secondo la quale i figli nascono da un atto d’amore e non da un rapporto economico di compravendita, e potremmo andare avanti ancora per molto.

Fermiamoci pure qui e, prima di passare all’analisi delle contraddizioni che il “matrimonio same sex” porta con sé, ricordiamo solo a scanso di equivoci, che esiste una differenza tra “ideologia gender” e “gender studies”, sulla quale giocano e continuano a giocare i teorici del gender più subdoli: quelli che sostengono che “il gender non esiste“. Precisiamo: con l’espressione “gender” o “ideologia gender” intendiamo quel complesso di credenze e quella visione generale dell’uomo, della famiglia, della paternità e della maternità, quindi dei diritti della famiglia e del bambino, che derivano dai cosiddetti “gender studies”: interpretazioni di alcuni studiosi in base alle quali tra uomo e donna non ci sarebbero che differenze culturali. Dadecostruiresuperare, dimenticare.

È un’ideologia perversa (etimologicamente: rivolta verso il male) che appiattisce e confonde invece che discriminare e che conduce alla psicosi, individuale e sociale, proprio nella misura in cui nega l’evidenza, indicando una inesistente via di liberazione.

Vengono alla mente le parole del filosofo Vittorio Possenti: “Discriminare non è sempre qualcosa di cattivo, perché è semplice atto di giustizia trattare in modo diverso cose diverse”. Eppure nello stadio attuale, caratterizzato da una diffusa psicosi collettiva, si pretende di dire l’indicibile: che il dato biologico non conta e che si può essere indifferentemente uomini o donne ed essere così svincolati da ogni realtà oggettiva. Occorrerebbero dei passaggi di approfondimento, ma è chiaro a tutti che da queste premesse derivano direttamente a) la negazione del diritto dei bambini ad avere un padre e una madre e b) la conseguente mercificazione dell’essere umano tramite la pratica dell’utero in affitto.

Se uomini e donne sono costrutti sociali, tali sono anche paternità e maternità e da qui si apre la strada alla loro sostituzione con figure “sociali”: due papà, tre mamme, diciotto genitori vanno bene, sosteneva lucidamenteGiuseppina La Delfa.

Siamo così arrivati al punto decisivo, quello di non-ritorno, oltre il quale non resta che attendere che il sonno della ragione s’interrompa e la smetta di produrre mostri.

Oltre questo limite, l’ideologia non avrà che una strada per affermarsi: quella dell’imposizione. Una volta passata questa imposizione, non si potrà tornare indietro tanto facilmente.

Già ne abbiamo il presentimento.

Si pensi che già oggi dire “sì alla famiglia”, affermare che si tratta della cellula fondante della nostra società, unica difesa dell’individuo nella sua fase di sviluppo (in quanto struttura strutturante e protettiva), già oggi è diventato quasi un atto eversivo. Così come è diventato straordinariamente impegnativo difendere il diritto di ogni bambino a crescere con il suo papà e la sua mamma, ad avere una vita normale, e d’altro canto sempre più difficile e promuovere una società che non rinneghi, bensì valorizzi la ricchezza di ciascun individuo e riconosca il bene oggettivo inscritto in ognuno di noi e nella nostra essenza di uomini e donne, senza passare per “integralisti” catto-talebani.

La psicosi sociale ha fatto scivolare nel buio l’intelligenza critica delle persone fino al punto da affermare che quando si legge nella Convenzione universale dei diritti del fanciullo (art.7) che “Il fanciullo […] ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi”, l’espressione “nella misura del possibile” starebbe ad indicare che per l’appunto se due gay lo richiedono, allora per il bambino avere un padre e una madre non è più possibile, e d’altra parte quando si legge “genitori” non è specificato padre e madre, quindi…

Siamo usciti dal terreno della ragione e tornare nel territorio del dialogo sensato non sarà facile. Ed è sempre l’evidenza ad indicarci che per la strada tracciata dai governi “progressisti”, di questo passo, tra poco nel nostro paese un bambino potrà essere considerato un oggetto, prodotto per rispondere ad un desiderio, e come tale prodotto e messo in vendita. Un salto antropologico senza precedenti, i cui effetti sono chiarissimi eppure messi come tra parentesi da chi vuole condurci su questa strada. Anzi: per la verità c’è già qualche italiano che ha provveduto agli acquisti, com’è noto, e addirittura si vanta pubblicamente del suo (incredibile) status di “genitore” omogenitoriale.

Pinguini volanti.

Il fatto è – e dovremo ribadirlo con forza, nei prossimi mesi –  che dietro questo attacco planetario alla famiglia, mascherato da lotta per la parità dei diritti, si nasconde un violentissimo attacco al cuore stesso dell’uomo da parte di un potere che vuole renderlo una monade isolata, impoverita nella sua individualità e quindi nei suoi rapporti sociali, nella sua capacità relazionale e quindi ancora più manipolabile.

Come non ricordare a questo punto le parole profetiche di don Giussani: «La famiglia è attaccata per far sì che l’uomo sia più solo, e non abbia tradizioni in modo che non veicoli responsabilmente qualcosa che possa esser scomodo per il potere o che non nasca dal potere. […] Distruggendo la famiglia si attacca l’ultimo e più forte baluardo che resiste naturalmente alla concezione culturale che il potere introduce, di cui il potere è funzione: vale a dire intendere la realtà atomisticamente, materialisticamente, una realtà in cui il bene sia l’istinto o il piacere, o meglio ancora il calcolo». (8)

Si è fatto di tutto per convincere l’opinione pubblica che oggi i discriminati sono gli omosessuali, dal momento che non possono sposarsi, e pur pagando le tasse come tutti gli altri cittadini non godono però degli stessi diritti: è quindi giusto concedere anche a loro il diritto di contrarre matrimonio. Ma l’argomento del “matrimonio per tutti quelli che si amano” non ha fondamento: non è perché delle persone si amano che hanno sistematicamente il diritto di sposarsi, che siano ad orientamento sessuale normale o omosessuali. Per esempio, un uomo non può sposarsi con una donna già sposata, anche se si amano. Ugualmente, una donna non può sposarsi con due uomini per il solo fatto che li ama entrambi e che ciascuno di loro vuole essere suo marito. O ancora, un padre non può sposarsi con sua figlia anche se il loro amore è unicamente paterno e filiale o se sono maggiorenni e consenzienti. Se si ammette il “matrimonio per tutti” si dovranno poi ammettere – per non discriminare altri gruppi – forme di matrimonio insostenibili, ma logicamente coerenti dallo svincolo del legame unico e universale uomo-donna che fonda il matrimonio. Perché concedere il matrimonio a due persone dello stesso sesso e non a tre o quattro o più persone, per esempio? Se si decide che il matrimonio non è più l’unione fisica, morale e legale dell’uomo (marito) e della donna (moglie) in completa comunità di vita, al fine di fondare la famiglia e perpetuare la specie, allora perché non concederlo anche a fratelli e sorelle, padri e figli/e, madri e figli/e, tre uomini, cinque donne, otto zie, padri con nonni e nipoti, un’intera squadra di rugby, o a chiunque ne faccia richiesta?

Il fatto è che equiparare astrattamente realtà diverse è una pretesa illogica oltre che concretamente impossibile e alla fine immorale: sia da un punto di vista sociale che individuale. Uomini e donne sono fisiologicamente, psicologicamente diversi ma complementari, quindi una coppia uomo-donna è e sarà sempre ontologicamente – per sua natura  – diversa da una coppia omosessuale. La famiglia naturale maschio-femmina (m+f) è strutturalmente diversa da ogni altra modalità associativa omo-sessuale, cioè dello stesso-sesso (m+m), (f+f). Da questo principio evidente, che non ha bisogno di successive dimostrazioni, deriva che in nome dell’uguaglianza, della tolleranza, della lotta contro le discriminazioni e di tanti altri principi, non si può concedere diritto al matrimonio a tutti quelli che semplicemente “si amano”. Anche due fratelli o due amici “si amano”: ma sarebbe questa la cellula sociale che fonda la società umana e garantisce lo sviluppo dell’umanità? Se si risponde che questo è del tutto irrilevante, in quanto le persone possono tranquillamente nascere al di fuori del legame tra uomo e donna (che il matrimonio ha il compito di sancire e proteggere, di fronte alla società intera) e poi essere allevate in coppie omosessuali, allora si finisce con l’ammettere implicitamente che gli individui, le persone, possono essere fabbricati. E’ questo il punto: si sottende il passaggio dal concetto di generazione umana a quello di fabbricazione, senza nemmeno averne coscienza. Ma ciò che è fabbricato diventa per sua natura un oggetto da compravendita, analogo ad un qualsiasi oggetto materiale. Esattamente quanto avviene oggi con la pratica dell’utero in affitto, tanto per intenderci.

Il matrimonio non è pertanto riducibile a mero riconoscimento di un “amore”. Esso è invece l’istituzione che articola l’unione stabile e permanente dell’uomo e della donna e garantisce la successione delle generazioni. E’ questo il suo senso, questa la sua funzione: è l’istituzione di una famiglia, cioè di una cellula che crea una relazione di filiazione diretta tra i suoi membri. Il matrimonio è l’atto fondamentale nella costruzione e nella stabilità tanto degli individui quanto della società intera: snaturarlo comporta necessariamente un danno sia per gli individui singolarmente concepiti sia per la società nel suo complesso.

D’altra parte non si capisce la schizofrenia contemporanea per cui da una parte il matrimonio è giudicato come un’istituzione troppo rigida, sorpassata, come l’eredità assurda di una società medievale o tradizionale e comunque alienante, mentre dall’altra i sostenitori di questa visione del mondo alzano la voce e puntano i piedi per ottenere il matrimonio per tutti. Chiediamoci, per esempio: per quale ragione coloro, uomini e donne, che rifiutano il matrimonio e vi preferiscono l’unione libera, sfilano oggi a fianco dei militanti omosessualisti per sostenerli nella loro lotta per il matrimonio omosessuale? Che si abbia l’una o l’altra visione del mondo, si vede bene che ciò che si gioca dietro “il matrimonio per tutti”, è una sostituzione: un’istituzione caricata giuridicamente, culturalmente e simbolicamente di significato sarebbe così rimpiazzata da un oggetto giuridico asessuato, che mina i fondamenti dell’individuo e della famiglia. Logicamente insostenibile: una volta infatti che tutti potranno sposarsi con tutti, senza limitazioni per numero o genere sessuale, quale sarebbe il senso residuo del matrimonio? Tanto varrebbe abolirlo per tutti. Il fatto è che la perdita dell’identità sessuale che è alla base del matrimonio e ne regolamenta ontologicamente il significato non potrà che rendere gli individui (i cittadini) più facilmente manipolabili e ancora più dipendenti dal sistema e dai poteri forti, per lo più occulti, che soffocano la libertà autentica dell’uomo e della donna e quindi la loro libera realizzazione. Piallare le differenze, in nome di un’astratta idea di uguaglianza, altro non serve se a rendere più facile la manipolazione, costringendo tutti al “medesimo”, che secondo il filosofo Diego Fusaro è “il piano liscio del mercato”.

Bisogna poi aggiungere che trattare giuridicamente allo stesso modo realtà diverse non è solo ingiusto moralmente, ma anche dal punto di vista dell’equità sociale. Infatti, a numeratore fermo, se cresce il denominatore, decresce il valore della frazione. Se si ammette che il matrimonio tra uomo e donna ha una funzione specifica per la società e che garantisce protezione alle future generazioni, allora non ha poi senso cercare di indebolirlo socialmente. Per esempio riducendo ancora i sussidi sociali che già sono al minimo storico. Se con questa operazione di alchimia sociale tutti potranno sposarsi con tutti, è lecito infatti supporre che  avremo un vistoso aumento delle “famiglie”, variamente composte, che chiederanno aiuto allo Stato. Ma data la quantità N di risorse con cui lo Stato può aiutare le famiglie, se si amplia la platea di fruitori, cala il beneficio pro capite (N/10 > N/20, etc). Inoltre spiace dirlo, ma questa è l’Italia e il rischio abusi è alto, ci sono i falsi invalidi figuriamoci se mancheranno i falsi omosessuali. Il paese ha un grave problema demografico, deve aiutare le famiglie che possono fare molti figli, superfluo spiegare perché trattasi solo di coppie normali: non è discriminazione, è puro buonsenso.

In conclusione, la pretesa del “matrimonio diritto per tutti” è solo uno slogan che nasconde un’assurdità logica, una distorsione antropologica, un’ingiustizia sociale, e infine un danno morale per ognuno. Qualsiasi ragione che resti saldamente legata al piano dell’evidenza non può ammetterlo: a meno che non sia poi disposta ad ammettere come conseguenza tutti i paradossi che abbiamo sopra elencato, sempre “per non discriminare”, s’intende.

Eppure c’è chi ancora confida nel giorno che verrà, quello in cui tutti riconosceranno che l’erba è verde d’estate.

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Note

1. La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto. [Gilbert Keith Chesterton, Eretici, 1905]

2. Sulla questione dell’utilizzo di slogan e frasi fatte: La tecnica della propaganda LGBT; sulle origine filosofiche, sul relativismo, ed in particolare sul legame tra ideologia, slogan e violenza si veda qui; sulla negazione dell’evidenza come base della  strategia persuasiva del movimento Lgbt, qui; sull’invezione di una terminologiadel tuttos legata dalla realtà, qui; sulla promessa di liberazione da ogni forma di oppressione, qui; sull’ansia di una liberazione dal male di matrice gnostica, qui; sulle tecniche sofistiche utilizzate anche da filosofi accademici per abbagliare i lettori, qui; sulle principali bufale delle teorie omosessualiste, si veda qui (sezione “Bufale gender”).

3. Si vedano a questo proposito «Lo scandalo gigantesco» dei genitori «incarcerati fino a 40 giorni» perché i figli non partecipano ai corsi gender a scuola; oltre al caso francese; oltre all’analisi di Massimo Introvigne.

4. Molto interessante, a questo proposito, ricordare che il giro economico che ruota intorno al mondo Lgbt vale miliardi di dollari; mentre altre stime sono ancora più alte: secondo le statistiche Usa gli omosessuali hanno un potere di acquisto molto superiore agli etero e così è gara tra le aziende per compiacerli; ed è quindi più che legittimo sospettare che siano prima di tutto economici i motivi per cui il mainstream dei diritti pour tous sposa l’interesse dei poteri commerciali e finanziari; così come è chiaro il motivo per cui le grande oligarchie economiche sono a sostegno dell’ideologia gender.

5. Inattuali qui in senso contrario a quello della vulgata comune. Il riferimento è alle Considerazioni inattuali (Unzeitgemässe Betrachtungen) di Nietzsche, così denominate per sottolineare come si tratti di una presa di posizione che non corrisponde alle esigenze del momento e non ci si allinea in alcun modo al pensiero dominante.

6. Il lettore che fosse interessato ad una rassegna un sunto delle posizioni più limpide espresse da giuristi, psicologi, filosofi può dare un’occhiata qui.

7. Non sarà forse inutile ricordare che il primo criterio per stabilire ciò che è normale, anche nel campo delle scienze umane (in primis nella Psicologia), è quello statistico. Secondo tale criterio, la normalità deriva dalla frequenza media di certe caratteristiche e di certi comportamenti. In base a tale criterio sono normali quelle caratteristiche e quei comportamenti che sono presenti nella maggioranza della popolazione. Abbiamo poi altri due criteri che in Psicologia vengono utilizzati per definire la normalità: quello assiologico e quello funzionale. Secondo il criterio assiologico dovrebbero essere ritenuti normali quei comportamenti che seguono determinati valori socialmente condivisi. Da tali valori derivano poi delle norme e dei divieti che indicano i comportamenti da seguire e quelli da evitare per il bene della società intera. Ed è evidente che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è mai stato considerato un bene per la società in quanto non ha senso, come abbiamo visto, proteggere e regolamentare giuridicamente una coppia di persone dello stesso sesso (non importa che siano omosessuali o meno) impossibilitate per natura (e non per accidente: volontà, malattia, vecchiaia, o altro) alla procreazione e quindi a contribuire alla prosecuzione della società stessa. Strettamente collegato al criterio assiologico è infine quello funzionale, che consente di ritenere normali quei comportamenti che risultano vantaggiosi per la società. Va da sé che non è affatto vantaggioso per la società istituire e regolamentare un matrimonio tra persone dello stesso sesso (quindi spendere risorse per un rapporto che non può per natura portare alcun vantaggio alla società stessa).

8. Luigi Giussani in A. Sicari, Breve catechesi sul matrimonio, pp. 97-98.

Alessandro Benigni

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