L’ideologia gender non esiste. Eppure fior fior di “specialisti” ne parlano…

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Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva (http://www.tuttotroppopresto.it/#Educazione), sostiene di non conoscere l’ideologia gender e, come padre di quattro figli, di non averla mai incontrata sulla sua strada. Ci sembrerebbe intellettualmente corretto e onesto che chi non conosce un fenomeno si astenesse dal commentarlo o addirittura dal negarlo. Qui la risposta (e la lezione) ad Alberto Pellai del dott. Giovanni Bonini, pediatra.

“Gent.mo dott. Alberto Pellai mi sono preso i 20 minuti di tempo che lei ha indicato, per leggermi il suo intervento, che reputo molto interessante e ricco di spunti di discussione e cerco di risponderle. Parto da due concetti che sicuramente condividerà. Parlare di educazione sessuale estrapolandola da una educazione alla affettività è come dare una moto da corsa a qualcuno che non sa andare in moto, si rischia di cadere e di farsi male, molto male. L’altro aspetto è che i bambini (gli standard dell’OMS partono dalla fascia 0-4 anni) e comunque tutta l’età dello sviluppo, in un tema sensibile come quello della sessualità risente di tanti fattori, personali, individuali, legati alla famiglia che portano il bambino a diversi gradi di comprensione ma anche di sensibilità (estrazione sociale, età, grado di maturazione e di sviluppo, convinzioni morali e religiose, tipo di famiglia) e che probabilmente necessiterebbero di percorsi individualizzati. La cosa che mi lascia perplesso però è che lei scrive di non conoscere l’ideologia gender (o la cultura gender, o la teoria gender, o la chiami come vuole) e che i suoi quattro figli non l’hanno mai incontrata, mi sembra questa affermazione o ingenua (e lei non è il tipo di essere così sprovveduto) o un po’ provocatoria. Avrà sentito parlare del liceo di Roma dove in una classe di 14-15enni è stato letto un libro, durante le lezioni curricolari, dove veniva descritto un rapporto orale, con particolari minuziosi, fra due adolescenti alle prime esperienze omosessuali, o di quella scuola media, dove alcuni genitori sono stati chiamati a riprendere le figlie che si sentivano male, perché durante l’orario scolastico degli omosessuali erano andati a spiegare cosa era la omosessualità, proiettando effusioni intime fra lesbiche e omosessuali. Oppure di quel liceo di Perugia, sempre fra adolescenti delle superiori, un gruppo di omosessuali, durante le ore scolastiche hanno distribuito materiale cartaceo, dove oltre alle tecniche anticoncezionali e per la protezione da malattie veneree, si raffiguravano consigli su come eccitare maggiormente il partner, sia esso eterosessuale, sia esso dello stesso sesso, accludendo la lista di locali dove poter partecipare a happy hour e feste omosessuali. Potrei andare avanti con “il gioco del rispetto” (che le ricordo essere stato ridimensionato dopo che Psicologa Clinica Valentina Morana, ha fatto una relazione dettagliata sulla tecnica) o i libri dove a bambini di 4 anni si insegna con fumetti l’utero in affitto, la procreazione medicalmente assistita per lesbiche, i tanti tipi di famiglie etc. etc. etc. La realtà è che quel signore di Trento, che non conosceva le sue intenzioni, è uno di tanti genitori, nonni, zii, addetti ai lavori, che si sono accorti, con anni di ritardo, quanto la cultura dominante omosessualista (cioè promotrice del gender nelle scuole), abbia subdolamente lavorato nelle scuole, nascondendosi dietro il paravento della lotta al bullismo, ma introducendo concetti come l’indifferentismo sessuale che fonda le sue radici su una teoria mai confermata scientificamente, quella che la biologia umana è solo una partenza per una libera scelta verso quello che ognuno di noi desidera essere, transessuale, lesbica, gay, intersex, bisex, transgender, queer, drag queen, drag king fino ad una 70ina di generi, ognuno con la sua identità. Possibile quindi che sia ignaro della gender theory? Torno sul “Gioco del rispetto” che come ho detto è stato molto ridimensionato dopo una accesa polemica e tante cose sono state corrette (come spogliarsi e cambiarsi gli abiti fra bambini, ma anche fra adulti). Mi chiedo perché rappresentare persone, uomini e donne, vestiti in maniera assolutamente identica, con l’unica differenza nel taglio di capelli un po’ più lungo per la mamma rispetto al babbo? Non è questo frutto dell’indifferentismo sessuale? Maschi e femmine sono diversi ed hanno tutto il diritto di vestirsi da maschi e femmine, anche se poi una donna può fare l’astronauta o il pompiere, ed un uomo stirare i propri pantaloni. Se ad un bambino in crescita io spiego che non vi è nessuna differenza fra lui ed una bambina, che l’uno vale l’altro, poi torna a casa e nell’ambiente in cui maggiormente forma la sua identità, gli metto la pulce nell’orecchio, insinuo in lui un dubbio, provoco in lui una confusione (come sottolineano decine di psicopedagogisti e psicologi dell’età evolutiva). Il bambino per formarsi ha bisogno di idee chiare, di strade da percorrere certe, non di variabili o di incertezze, e soprattutto ha bisogno di coerenza fra quello che apprende in casa e quello che apprende fuori casa. La cultura gender, sta portando nelle scuole un concetto che a mio parere è degno dei peggiori totalitarismi (vedi ddl Fedeli in discussione alla camera) “i figli sono dello stato ed i genitori devono stare fuori da quello che la scuola (Stato) decide per loro”, perché se fosse vero il contrario il MIUR in questi anni avrebbe concertato con essi programmi educativi condivisi, piuttosto che infiltrarli con la menzogna, con l’inganno. Non avrebbe commissionato per la scuola i libretti dell’istituto Beck (li ha letti?), non avrebbe affidato la didattica scolastica antibullismo a 29 associazioni LGBT (arcigay, arcilesbica, circoli Mauro Mieli, circolo Il Cassero e variati altri), ma avrebbe concentrato la sua didattica sul rispetto verso la singola persona a prescindere da fede, estrazione sociale, etnia e orientamento sessuale. Lei, se lavora nella scuola, sa meglio di me che le persone obese, o di bassa statura, o esteticamente non belle, sono molto, ma molto più discriminate delle persone con orientamento omosessuale o lesbico, e che il bullismo nasce e dilaga fra persone insicure, poco formate umanamente, che rispondono con la violenza alla loro insicurezza. Sa sicuramente, perché lo scrive, che l’identità e il conseguente orientamento durante l’adolescenza è molto fluido, con pulsioni anche omosessuali e lesbiche mentre questi “cattivi maestri” raccontano ai ragazzi che se uno ha questi dubbi, queste emozioni, deve essere aiutato a percorrere questa strada, guai non farlo perseverare; ci sono divieti e minacce nel campo della psicologia che assomigliano più a dei diktat che a delle “prese in cura”. Concludo con delle considerazioni personali. L’educazione sessuale verso i minori, che tocca la sfera più intima della persona, dovrebbe essere compito primario della famiglia, conoscendo il grado di maturazione e la sensibilità dei propri figli, ed avendo un maggiore rapporto empatico con essi. La figura dell’ esperto è a mio avviso molto importante per quanto riguarda la educazione alla affettività dei ragazzi, cioè quel bagaglio umano (emotivo e comportamentale) che precede la tecnica sessuale, purtroppo oggi scarsamente compreso dagli educatori. L’esperto è inoltre fondamentale per supportare la famiglia e per formarla su queste delicate tematiche. La ringrazio per l’attenzione.” Dott. Giovanni Bonini Pediatra

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