UTERO IN AFFITTO E DANNO DA SEPARAZIONE PER IL BAMBINO

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Un parere di Anna Schaub, psicoterapeuta specializzata nell’analisi e nel trattamento delle memorie prenatali e psico-genealogiche, dei traumi della nascita e della prima infanzia.

Il dibattito sulla maternità surrogata (GPA) deve tornare a concentrarsi sul primo interessato: il bambino. Separarlo da colei che l’ha portato in grembo nove mesi e alla quale si è attaccato è una frattura traumatica dalle conseguenze bio-psico-sociali nefaste, per tutta la vita.
Da più di 50 anni, le ricerche in scienze umane hanno migliorato considerevolmente la nostra comprensione dello sviluppo e dello psichismo così sottile e delicato del bambino. Così, nel caso della maternità surrogata (GPA), vi è modo di gettare uno sguardo profondo sulla nozione di attaccamento, così come sui fondamenti della creazione del legame fra il bambino e la madre naturale. Ciò al fine di valutare gli eventuali effetti deleteri della separazione dei bambini dalla madre naturale. Da qui comprendiamo meglio che le domande sulla GPA devono essere centrate sul primo interessato: il bambino.
I dibattiti pubblici sulla pratica della GPA lasciano il più delle volte passare sotto silenzio l’esistenza del legame fondamentale che si stringe fra il bambino, la madre biologica e il padre biologico fin dal concepimento e lungo i nove mesi della gestazione. Ora, questo periodo è cruciale per la fondazione relazionale e la futura costruzione psichica e cognitiva del bambino, e per tutta la vita. L’esistenza del bambino quale “essere relazionale” inizia dal concepimento!
Le neuroscienze c’insegnano che l’amigdala, una piccola ghiandola a forma di mandorla situata nel cervello “affettivo” costituisce una sorta di “mappa della memoria emozionale” che registra gli impatti e gli ambienti affettivi sperimentati durante la gravidanza, e parimenti nelle circostanze perinatali. “L’amigdala non dimentica!” (Dr Guenguen).
Nella GPA, la cellula famigliare si trova “disarticolata” alla base della propria fondazione. In effetti, osserviamo una serie di fratture dell’unità relazionale bio-psico-sociale uscita dalla relazione carnale feconda: quando si tratta di donatori esterni, l’apporto di materiale genetico estraneo –esso stesso carico di storia; embrioni “fabbricati” in provetta; la perdita e/o surgelamento dei “fratelli e sorelle” del futuro bambino, la gravidanza nel grembo di una donna estranea al bambino; la separazione/abbandono deliberata del bambino dalla madre naturale per trasferirlo ai genitori elettivi. Tutte queste fratture rendono inevitabilmente fragile il bambino nella costruzione della propria identità.
Se un adulto, qui una donna, può decidere di non attaccarsi al bambino che porta in sé per qualcun altro, un embrione, un feto, un bambino non hanno questa facoltà: per lui, il processo di attaccamento che inizia fin dalla gravidanza è un processo biopsichico naturale che ha l’obiettivo di cercare prossimità, protezione e sicurezza presso l’adulto che lo “porta”.
Da quel momento, separare il bambino da colei che l’ha portato in grembo nove mesi e alla quale si è attaccato è per il bambino una rottura traumatica, un trauma maggiore nella sua vita nascente. Ugualmente, le condizioni “frammentarie” nelle quali è concepito lasciano una traccia indelebile e rilevante nello psichismo e nella storia psicosociale del bambino.
Gli viene quindi inflitto un danno esistenziale di separazione. Senza parlare della privazione essenziale della madre o del padre nel caso di una coppia di uomini o di donne.
Nel quadro delle sofferenze infantili incontrate nel corso della mia esperienza professionale, ho potuto costatare che dietro a tutte le separazioni, vissute soggettivamente in utero a partire da circostanze che fanno pensare al bambino di non essere il benvenuto (conflitti di coppia, lutti, mamma ansiosa dopo un aborto spontaneo che evita di attaccarsi al bambino nel timore di perderlo, stress di ogni genere o solitudine della madre che porta il bambino senza il sostegno del padre, ecc.) si pone come tela di fondo l’angoscia più arcaica inerente la nostra umanità: l’angoscia di abbandono. Il bambino piccolo vive un’angoscia d’abbandono maggiore quando ha l’impressione soggettiva di perdere la madre o quando la perde realmente (oggettivamente).
L’apparato psichico e intellettivo del bambino non è ancora dotato di ciò che in psicologia chiamiamo “permanenza del sé e dell’oggetto”. Così, l’allontanamento della madre naturale dalla quale si è lasciato impregnare per nove mesi, crea nel neonato uno stress simile a un’angoscia di morte. Il neonato non ha infatti ancora la maturità cognitiva sufficiente per spiegare in modo cosciente e razionale una situazione di allontanamento della “madre” che conosce da tanti mesi. In altre parole: “Mamma è me e io è mamma. Se non vedo più, non odo più, non sento più mamma vicino a me, perdo il senso della mia esistenza, vado in disperazione e rischio di morire!”. La GPA investe in pieno la realtà del nascente legame reciproco “madre-bambino”, “bambino-famiglia”. La frammentazione delle prime condizioni di esistenza dei bambini nati con GPA comporta per questi conseguenza bio-psico-sociali nefaste e questo per tutta la vita. Di pìù, l’impatto di tali condizioni di concepimento potrebbe toccare le generazioni successive e la società in generale.
Mi faccio qui portavoce di quei bambini che non hanno alcuna voce per gridare questa grave pregiudizio inflitto in modo deliberato all’origine della loro vita.
In conclusione, se distogliamo lo sguardo dall’interesse dei bambini –i primi coinvolti dalla GPA- a favore dell’interesse e del desiderio –lodevole, rispettabile e da accompagnare- degli adulti, scivoliamo verso una società che si rende complice di fantasie umane che daranno vita in modo programmato a disturbi e patologie del legame, generatori di violenze psico-sociali.
Allora, in nome del principio di precauzione, dobbiamo mettere un freno allo sviluppo delle tecnologie che incoraggiano la GPA e vietarla per via giuridica. Si tratta di difendere gli elementi più vulnerabili della società! E chi è più vulnerabile dell’embrione, consegnato dalla natura al buon senso degli adulti? Questi più piccoli sono i nostri adulti di domani, chissà, i nostri futuri dirigenti!
Chi sarà stato trattato con rispetto, intelligenza e sensibilità ha forti speranze di poter trattare gli altri e il proprio ambiente con lo stesso cuore, con la stessa arte della conoscenza umana e del mondo.

Fonte:  http://www.lalibre.be/debats/opinions/la-gpa-prejudice-de-taille-pour-le-bebe-5531313b3570fde9b2bfd72f#50f57

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