L’ASSOCIAZIONISMO SI SCHIERA CON LE BANCHE POPOLARI

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di Mirko De Carli, La Croce Quotidiano 26 marzo 2015

Viviamo una delle crisi finanziarie più drammatiche dagli anni settanta, con livelli di disoccupazione (soprattutto giovanile) imponenti e imprenditori disperati che arrivano a togliersi al vita.
Un altro dato risulta preoccupante: come più volte abbiamo ripetuto, i tassi di natalità evidenziati dall’ISTAT dicono di un paese che non fa più figli e vede un veloce invecchiamento della popolazione italiana.
Risulta quindi decisivo sostenere l’economia reale, attraverso azioni forti a favore del mondo mutualistico legato al territorio (banche cooperative in primis), riducendo al contempo lo strapotere di una erta finanza speculativa. In tante altre realtà europee e non solo (anzitutto Asia ed Africa) si attivano normative a sostegno delle banche territoriali per contrastare la recessione: si parte quindi dal rapporto fiduciario tra cliente e istituto bancario su cui si fonda da sempre lo spirito delle banche popolari.
Un sistema che vedeva, in Italia, tutti gli utili bancari non destinati alla gestione organizzativa realmente “riversati” a sostegno delle piccole e medie imprese e delle famiglie. Questa diversità la trovavamo fino all’altro ieri definita all’art. 30 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia dove veniva descritto il voto capitario e il tetto al possesso azionario.
Ma cosa significava tutto questo? Il voto capitario traduceva in legge il principio di “una testa, un voto”, garantito ulteriormente dal limite al possesso azionario e alle deleghe al voto che possono essere raccolte dai singoli soci nel corso delle assemblee. Cambiare tutto questo significa stravolgere la natura stessa delle banche popolari, favorendo le stesse ad orientare i proprio flussi finanziari non più verso la collettività e i territori ma verso operazioni finanziarie (tipiche delle banche commerciali multinazionali).
Così facendo le banche popolari vengono conformate alle banche capitalistiche.
Per questo motivo, di fronte alla scelta del governo di procedere con la decretazione d’urgenza per attuare le modifiche sopra descritte, sono scese in campo diverse associazioni del mondo cattolico, tra cui Azione Cattolica Italiana, Fondazione per la Sussidiarietà, Acli e tante altre: si sono spese pubblicamente per dichiarare la propria contrarietà alla decretazione d’urgenza (in quanto non si sono ravvisati requisiti di necessità e di urgenza previsti dalla Costituzione) ma soprattutto per evidenziare gli effetti negativi per le famiglie e le piccole e medie imprese italiane.
Si tratta di uno stravolgimento dello storico mutualismo e senso di appartenenza territoriale tipico della cooperazione bancaria che ha sostenuto negli anni la crescita del nostro paese.
Dopo l’esito positivo, per il governo, del voto sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate al Senato (voto concluso 14 a 13) si è provveduto l’altro ieri alla conversione in legge del provvedimento (155 voti favorevoli, 92 contrari) vista l’improrogabile scadenza del 25 marzo per la conversione stessa.
Molti economisti avvertono ora scenari di possibile incostituzionalità del provvedimento in quanto un socio di una banca popolare, una volta entrata a regime la normativa, potrebbe decidere di far ricorso alla Corte Costituzionale.
In tal senso già diversi e importanti giuristi dichiarano che il testo è in contrasto con la Costituzione italiana, la quale riconosce la “funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità”.
Nel momento in cui il decreto verrà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale saranno poi necessarie le norme attuative che saranno a carico della Banca d’Italia: da quel momento “partiranno” i diciotto mesi entro cui le banche popolari con assetti finanziari superiori a 8 miliardi di euro dovranno, di fatto, trasformarsi in società per azioni. La partita passa dal parlamento al paese reale. O forse direttamente ai giudici della corte costituzionale.

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