SESSUALITA’ E ANTROPOLOGIA

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Nei Primati si conoscono forme diverse di aggregazione (promiscuità, poliginia, monogamia).
Per l’uomo delle origini si può ragionare soltanto per qualche analogia o deduzione. C’è chi ha fatto riferimento al modello della promiscuità degli scimpanzé. In realtà, dal punto di vista adattativo, è quello meno favorevole. Secondo Lovejoy e altri il comportamento riproduttivo legato a un gruppo bifocale, cioè a una coppia monogama, rappresenterebbe la forma nucleare primitiva della famiglia, che ha sostituito il gruppo matri-focale degli scimpanzè, e va considerato un fattore importante per il successo della specie umana. D’altra parte nella specie umana la crescita e più prolungata e più lungo il periodo di dipendenza della prole dai genitori rispetto ai Primati non umani.

Nei primi anni di vita ciò è richiesto anche dalla necessità di acquisire alcuni comportamenti, quali la deambulazione bipede e il linguaggio che non sono mai innati, ma appresi.
L’aggregato familiare e dunque richiesto dalla struttura biopsichica dell’uomo e ha un valore adattativo. Nello stesso tempo l’economia di sussistenza ,quella di caccia e raccolta, portava a una diversificazione dei compiti tra i sessi nell’ambito del gruppo parentale: l’uomo doveva dedicarsi all’approvvigionamento del cibo attraverso la caccia, la donna alle necessita del nucleo familiare, all’allevamento della prole, all’attività domestica.

E presumibile che anch’essa contribuisse all’approvvigionamento mediante la raccolta di prodotti naturali nelle vicinanze dell’accampamento. Del resto, una divisione del lavoro viene suggerita anche da quanto si osserva nelle società semplici attuali che praticano un’ economia di caccia e raccolta.
Sul piano biologico la sessualità appare strettamente legata alla fertilità e alla sopravvivenza della specie, ma l’attitudine simbolica dell’uomo ha trovato nella sessualità un terreno particolarmente adatto a esprimere concezioni di vita, rappresentazioni ideali. Tuttavia, soltanto nel Paleolitico superiore, negli ultimi 30000 anni si trovano documenti che hanno qualche attinenza diretta con la sessualità.

L’arte preistorica, sia mobiliare che parietale, ha sviluppato temi connessi con la fertilità ,a scopo propiziatorio o anche semplicemente per una esaltazione della fecondità animale e umana. Nel Neolitico i riferimenti si fanno più evidenti, specialmente con il culto della dea madre. Ma l’importanza della sessualità non è solo in ordine alla riproduzione, ma alla vita sociale. La scelta del coniuge, un comportamento tipicamente culturale, slegato da leggi biologiche, può avere conseguenze sul piano biologico e culturale a seconda che sia endogamica o esogamica rispetto a un territorio o a un gruppo sociale. Così, con l’endogamia i caratteri biologici si conservano più facilmente all’interno del gruppo o dell’isolato e sul piano culturale possono rafforzarsi i vincoli di una determinata etnia o cultura.
Le differenze fra i sessi riguardano anche forme particolari di eredità recessiva legata al cromosoma X, come il daltonismo, l’emofilia che generalmente si manifestano nei maschi e si trasmettono attraverso le femmine.
Forse può destare curiosità il fatto che il sesso femminile è geneticamente il sesso forte. La mortalità è maggiore nei maschi in età adulta. In una ricerca sui centenari del nostro Paese compiuta recentemente si è visto che le femmine longeve sono in maggior numero rispetto ai maschi, anche se lo stato di salute sembra migliore nei maschi.
II sesso femminile, omogametico, è inoltre più stabile di fronte alle variazioni ambientali. Ciò è stato osservato per la statura, che nelle femmine in crescita risente più lentamente delle variazioni ambientali, a differenza dei maschi che reagiscono più prontamente al variare delle condizioni ambientali, sia favorevoli che sfavorevoli. II sesso eterogametico ha una maggiore ecosensitività.

Fonte: Fiorenzo Facchini, E l’uomo venne sulla terra, Ed. San Paolo 2005, pp 102-104

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