LA GRANDE SCONFITTA, IN TUTTO, E’ DIMENTICARE

 

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La grande sconfitta, in tutto, è dimenticare.

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

L’altro giorno pensavo al termine “bambinaia”.

E a tutti quei termini che non hanno un corrispettivo maschile d’uso corrente.

Qualcuno ha mai sentito il termine “bambinaio”?

Ebbene, la parola c’è: ma non si usa.

Come mai?

La nostra è l’epoca in cui l’affermazione della libertà dell’uomo, nel suo aspetto autodistruttivo, passa attraverso la negazione della storia e soprattutto della memoria. Ed è del tutto comprensibile: la storia indica una direzione, richiede un’interpretazione. Pone una radicale domanda di senso. Insomma: rappresenta un ostacolo alla spensierata affermazione dell’io moderno e delle sue brame. Detto in altri termini: del suo vuoto agghiacciante.

Avevo scritto qualche tempo fa, da qualche parte, che non a caso a partire dalla scuola elementare non si studiano più le poesie a memoria. In qualche caso nemmeno le tabelline. In questo modo la memoria si atrofizza e a parte il danno cognitivo (chissà come faranno mai i bambini, poniamo il caso, ad acquisire la competenza matematica corrispondente alla divisione, senza conoscere le tabellone?) in questo modo si destruttura anche la capacità della persona di contenere le esperienze, maturandole al tempo opportuno in abilità. Senso di autoefficacia e motivazione vanno in crisi, mettendo in moto pericolosi meccanismi, molti dei quali sono direttamente coinvolti nel fenomeno dell’abbandono scolastico. Per quanti ricordano le statistiche: com’è demoralizzante assistere alla progressiva pauperizzazione lessicale dei nostri giovani, vero? Meno lessico, meno parole, meno linguaggio, meno comunicazione, meno critica e meno auto-critica, meno consapevolezza. Meno resilienza. Forse qualcuno, un giorno, metterà tutto questo in relazione all’aspetto metacognitivo del problema. Magari ricordandoci che la metacognizione è la capacità di riconoscere e riflettere sul nostro mondo interno: il che, senza una memoria adeguatamente strutturata, è impossibile. D’altra parte tutti sanno che lo sviluppo metacognitivo è associato all’attaccamento, in particolare materno, ed un suo deficit influisce drasticamente sull’apprendimento. Non è la madre, la grande figura che oggi viene dimenticata? Non è la maternità ad essere messa in crisi, in ogni modo e con ogni mezzo? E così il cerchio logico si chiude: meno memoria = individui più cognitivamente poveri, più deboli, più facili da manipolare.

In una parola, più “dividui” (divisibili) che in-dividui.

La riduzione delle persone a cose passa anche da questa scorciatoia.

La memoria è infatti alla base dell’identificazione, della costruzione non soltanto individuale, ma anche sociale. Ogni cultura ha una sua memoria storica. Essa si colloca nel tempo ed il tempo stesso è da sempre un problema dell’uomo: è la sua dimensione d’esistenza, il modo in cui l’essere gli viene dato. Essere e tempo, per l’uomo, cominciano e finiscono insieme. Per questo si è sempre ricordato il tempo passato: il potersi collocare in una storia ontogenetica ci dice chi siamo, dove stiamo, dove stiamo andando. Il tempo ci parla del nostro essere e di quello ci attende. Ma nell’epoca del nichilismo estremo, della massima inquietudine occidentale, questo dire e questo ascoltare sono difficili, percepiti come un peso che per qualcuno è insopportabile. Dunque, ostacolati e se possibile, cancellati dal nostro orizzonte. Il nichislimo prevede appunto che il tempo – come l’essere – sia radicalmente svalorizzato, fino a piegarlo allo stato di “nulla” (nihil). L’impossibilità di accogliere il tempo, nelle sue dimensioni, non è certo un problema solo nostro. E nemmeno una novità: “Quando si è stati a lungo tormentati e fiaccati dalla propria sensibilità, ci si accorge che bisogna vivere alla giornata, dimenticare molto e dare un colpo di spugna alla vita a mano a mano che passa”, appuntava Nicolas de Chamfort, in Massime e pensieri nel 1795.

Oggi più che mai il tempo è tuttavia pensato come qualcosa di nostro, che ci appartiene, di cui possiamo disporre come meglio crediamo. E’ solo un altro, tra i tanti abbagli del nichilismo: confondere ciò che è dato, la terra su cui si poggiano i piedi, col quasi-niente. E’ la paura, come sempre, a giocarci questo brutto scherzo: l’ansia di non farcela, la paura della gravità dell’esistenza, della responsabilità che essa comporta, della necessità di una scelta, quale che sia: è questo che ci porta a credere (o ad illuderci) che in fondo sia tutto un nulla, un soffio che passa e che possiamo afferrare come meglio crediamo, per godercela almeno un po’, prima di ri-scomparire nel nulla.

Dunque aveva forse più di una ragione Benedetto Croce quando scriveva: “L’uomo dimentica. Si dice che ciò sia opera del tempo; ma troppe cose buone, e troppe ardue opere, si sogliono attribuire al tempo, cioè a un essere che non esiste. No: quella dimenticanza non è opera del tempo; è opera nostra, che vogliamo dimenticare e dimentichiamo”. (Benedetto Croce, Frammenti di etica, 1922). L’uomo “deve” dimenticare: se vuole illudersi che l’essere ed il tempo siano alla sua mercé, deve necessariamente dimenticare o fantasticare un passato allucinatorio, che risponda – per dirla in termini freudiani – al solo principio di piacere. Tanto che alla impugnatura di Benedetto Croce possono far da eco le parole di Emile Cioran, di quasi mezzo secolo posteriori: “Senza la facoltà di dimenticare, il nostro passato graverebbe così pesantemente sul nostro presente che non avremmo la forza di far fronte a un solo istante di più, e ancora meno di entrarvi. La vita sembra tollerabile solo alle nature leggere, a quelle per l’appunto che non ricordano”. (Emil Cioran, L’inconveniente di essere nati, 1973). L’idea è che per evolversi  bisogna continuamente cambiare, e il cambiamento necessita di volontà e coraggio: il coraggio di lasciar andare quello che è stato per proiettarsi in quello che sarà , per costruire passo dopo passo, oggi, un futuro a nostra misura. Come lo vogliamo. Nel trionfo illusorio dell’arbitrio: fino alla negazione dell’evidenza.

Questa necessaria distrazione nei confronti del passato è oggi più che manifesta nella distruzione sistematica di tutto ciò che la cultura ha sedimentato, nella sua più che millenaria attività. Esiste “bambinaia”, ma non “bambinaio”: l’esperienza plurisecolare da determinato che la donna è realmente più adatta dell’uomo nella gestione dei bambini più piccoli. Per una serie di motivi che qui sarebbe superfluo rilevare: è così, da sempre, in ogni angolo del pianeta. Perché negarlo?

Solo nella nostra epoca tutto ciò è solo un pericoloso stereotipo, che deve essere decostruito, smascherato nella sua falsità, per poi essere abbandonato e sostituito col “mondo nuovo”, col nuovo dis-ordine, quello dove il passato non conta più e non può più dirci né cosa né come: nessun vincolo, nessuna verità, solo una globale, contagiosa effimera pretesa di libera auto-creazione.

Ed è chiaro che si tratta solo di un esempio, di un sintomo di qualcosa di più profondo, e di ben più grave. La decostruzione sistematica e violenta di un’intera cultura, basandosi sull’illusione dello stereotipo, somiglia fin troppo alla distruzione dei musei e delle opere d’arte che oggi diventano di moda per i terroristi dell’Isis. Ne abbiamo viste fin troppe, di scene del genere.

Per noi che significa tutto questo? Perché dimenticare? Perché insegnare a non ricordare? Perché depotenziare la memoria? Perché tranciare ogni legame col passato ed in particolare con la propria storia individuale? Perché considerare lo splendore delle tradizioni come paccottiglia desueta, da scartare in toto dopo averla ridotta linguisticamente ad un cumulo di anticaglie stereotipate? Perché recidere il legame con le nostre radici? Perché inventare un mondo nuovo, gettando via il risultato di millenni di apprendimenti, non certo facili per l’umanità?

A mio parere non si tratta d’altro se non di un ennesimo tassello del quadro più grande: il suo nome è nichilismo estremo. La furia distruttiva non può fare prigionieri. Freud l’aveva capito benissimo: una tensione non soddisfatta genera danni, non ci si può illudere che si possa nascondere in qualche cassetto dell’inconscio e lasciarla lì. Prima o poi, l’impulso riemerge. Magari più potente di prima, anche se in forme mascherate.

Così io metto in relazione la negazione del passato sociale con quella negazione che si pretende di dare ai bambini, a livello individuale. Partiamo da qui: l’individuo nasce da due esseri umani con pari dignità ma strutturalmente diversi, sia a livello fisico che psichico. E il figlio, per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi in questa diversità complementare per un semplice motivo: così è fatto il mondo. Ogni individuo non ha solo bisogno di questa naturale ed originaria complementarietà, simbolo concreto dell’amore nel quale l’individuo si trova ad essere generato: noi abbiamo anche un profondo bisogno di trovare nel nostro punto di origine una storia. La formidabile struttura strutturante che è la famiglia: è questo il luogo in cui questa storia si ricorda e si fa, semplicemente e naturalmente, ogni giorno. La relazione, il vincolo d’amore reciproco tra materno e paterno, quel primo indimenticabile spettacolo agli occhi di ogni bambino, rende l’individuo consapevole del mondo in cui è stato generato: in questo modo ciascuno impara a sapere chi è, qual è la sua identità, il suo posto nel mondo. E’ questo che gli consentirà più tardi, al tempo opportuno, di inserirsi consapevolmente e con decisione in una storia intergenerazionale e sociale che è più grande, che è originaria e comunitaria al tempo stesso. Senza un’origine non c’è identità e l’origine strutturante per l’essere umano ci parla di un incontro originario tra uomo e donna, non d’altro.

Che sia forse per questo che oggi la furia anti-storica arriva ad attanagliare un’intera generazione, per la quale sembra del tutto normale deprivare un bambino non solo del padre e della madre, ma anche – necessariamente – della sua storia e quindi di una sua sicura identità futura? Il tutto, chiaramente, all’insegna del “love is love”. Ovvero all’insegna di un’idea distorta di amore, ritagliata su misura sui desideri di un ego sempre più solo ed ipertrofico, e non sulla consapevole donazione di sé.

E come non possiamo ricordare che dietro tutto questo si stende sempre l’ombra di Nietzsche, il grande profeta del nichilismo moderno? Non era lui a scrivere da qualche parte che “Ciò che si fa per amore, lo si fa sempre oltre i confini del bene e del male”? Dire che si possa andare al di là del bene e del male significa ammettere implicitamente che si tratta solo di convenzioni, storicamente determinate e pertanto passibili di liquidazione. Non è questa la sintesi del pensiero moderno? Non a caso il messaggero del nichilismo parlava in questi termini della storia e della memoria in relazione alla libertà dell’agire: per ogni (libero dai vincoli di bene e male) agire bisogna dimenticare. Un’ultima perla:

“L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica […] l’animale vive in modo non storico, poiché si risolve nel presente […] l’uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato: questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte. Per ogni agire ci vuole oblio: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità”. (F. Nietzsche, Considerazioni inattuali)

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