LA FATICA DI NASCERE E DI CRESCERE

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La nascita di un bambino rappresenta una tappa fondamentale nella vita di ogni donna, una fonte di profondi mutamenti fisici, mentali, emotivi e sociali. Nessun altro evento fisiologico comporta tanta sofferenza, tanto stress emotivo, tanto rischio di possibili complicazioni, tali e tanti cambiamenti nella vita di ogni giorno, tali e tante responsabilità derivanti dalla necessità di dedicare ingenti risorse psicologiche, materiali e morali alle esigenze e ai diritti irrinunciabili di un essere che per molti mesi sarà indifeso e totalmente dipendente. Non è dunque strano che, alla nascita di un bambino, all’impegno materno venga riservata una considerazione particolare. Al piccolo vengono generalmente dedicate tutte le attenzioni di accudimento materiale e affettivo, ma assai spesso non quelle che riguardano le sue difficoltà di venire al mondo e di adattarvisi. Che non sono né poche né irrilevanti.

Dalla quiete intrauterina
 al trambusto della nascita

Per nove mesi il bambino ha condotto la propria esistenza immerso nel liquido amniotico, in una relativa oscurità, al caldo, sostanzialmente in una condizione di benessere. Ma giunge l’ora di venire al mondo, il momento del parto. Non è certamente un’esperienza facile: il canale del parto, lungo il quale egli deve transitare per passare dall’interno dell’utero all’esterno, è uno spazio molto stretto in cui viene spinto, schiacciato con forza, spesso per ore, mentre l’ossigeno che gli arriva dal cordone ombelicale diminuisce e il nascituro subisce una parziale asfissia, fino a quando, al termine del tragitto, può finalmente respirare per conto proprio, iniziando così la sua vita in un mondo di cui sa poco o nulla, fatto di rumori, di luci abbaglianti, di superfici rigide, di sbalzi di temperatura. Quella del nascere è un’esperienza che ci si può ben immaginare non priva di effetti più o meno lesivi, pure nei parti del tutto normali, anche se vi è la tendenza a parlare di “trauma della nascita”, in relazione soltanto ai danni fisici e psichici che si possono verificare quando il parto è avvenuto con difficoltà.

A prescindere dagli eventuali traumi fisici cui il bambino può andare incontro durante il parto, normale o meno, sul piano psichico vi sono studiosi che considerano il processo della nascita causa di un “trauma primario” che, a sua volta, sarebbe generatore di uno stato di angoscia determinante per le reazioni non solo nel neonato, ma anche nelle successive età della vita. Questo punto di vista non riscuote un consenso unanime. Lo psicologo Umberto Galimberti, nel suo Dizionario di Psicologia, ricorda che lo psicanalista ungherese Sándor Ferenczi (1873-1933) ebbe a scrivere: “Più osservo, e più mi rendo conto che nessun sviluppo e nessun cambiamento apportato dalla vita trova l’individuo così ben preparato come lo è per la nascita”.1 Scegliere fra queste due diverse impostazioni è difficile in quanto del bambino piccolissimo possono essere osservati i comportamenti, ma non conoscere il suo vissuto psichico. 
Il pediatra Marcello Bernardi, che considera l’angoscia il primo protagonista della vita di tutti, nel suo bel libro L’avventura di crescere. Una guida per i genitori di oggi scrive: “[…] l’angoscia, prodotta da una qualsiasi sensazione di dispiacere, non fa nascere alcun ‘pensiero’, ma scatena semplicemente una reazione di panico incontrollato con movimenti globali di tutto il corpo che aggravano il dispiacere e quindi l’angoscia, fino a che il panico e il relativo senso di impotenza raggiungono una tale intensità da dare una contrazione generalizzata e da bloccare ogni movimento. Come quando ci accade, in sogno, di imbatterci in un pericolo spaventoso dal quale non riusciamo a scappare perché abbiamo le gambe paralizzate […] Ma qui, alla nascita, si inserisce l’elemento risolutore […] verso il superamento dell’angoscia. Questo elemento è l’intervento affettivo della figura materna”.2

Il superamento del trauma della nascita

L’intervento affettivo della madre verso il bambino può esprimersi in vario modo: nell’allattarlo, nell’accudirlo, nel cullarlo e così via; tutto può concorrere alla formazione del primo, rassicurante legame tra madre e bambino, ma fondamentale è il contatto degli occhi e la posizione “viso a viso”. Nelle prime fasi della vita, infatti, lo sguardo è fondamentale per lo sviluppo dell’attaccamento e della capacità di instaurare rassicuranti relazioni umane e il neonato, già nei primi otto-dieci giorni di vita, è in grado di incontrare quello della madre a una ventina di centimetri di distanza.

Nello sguardo della madre, il bambino percepisce come viene a sua volta percepito, desiderato e amato; inoltre, come in uno specchio, il bambino, nello sguardo della madre, può riconoscere riflessa molta parte di sé. Lo scambio degli sguardi rappresenta insomma il più importante fondamento della possibilità di riconoscere i reciproci stati d’animo e di condividerli, in quella che è stata definita “sintonizzazione affettiva”.3

L’importanza evolutiva della sintonizzazione affettiva varierà in funzione dell’età del bambino e della sua capacità di utilizzare questa forma di percezione sociale. Intorno ai nove mesi circa il bambino inizia a fare gradualmente la scoperta fondamentale di possedere una mente separata e che anche le altre persone sono dotate di menti separate. L’intersoggettività diventa possibile. È a questo punto dello sviluppo che il bambino comincia allora ad attribuire stati mentali agli altri. Si inizia a rendere conto e ad aspettarsi che i suoi stati mentali e quelli degli altri coincidano. Egli arriva a formulare la teoria che le menti possono avere un’interfaccia comune, possono allinearsi fra loro. Nel campo degli affetti, la capacità di allinearsi è proprio ciò che viene descritto come sintonizzazione, la capacità di entrare in relazione a livello intersoggettivo che, a un certo punto dello sviluppo, è uno strumento dell’evoluzione sociale. La posta in gioco per il bambino è enorme: ha a che fare con il problema di cosa e fino a che punto ciò che appartiene al mondo delle sensazioni soggettive potrà essere condivisibile e diventare una base per l’intimità. Ciò con cui non ci si può sintonizzare rimarrà privato e sarà vissuto come incomunicabile.

Nella sintonizzazione affettiva, molta parte ha anche l’ascolto della voce materna. Sempre il pediatra Marcello Bernardi, nel libro già citato, rivolto alle madri, scrive: “[Il bambino non solo vi guarda, ma vi ascolta.] La voce umana lo affascina. Se vi sente parlare, si immobilizza, come se quel suono fosse per lui la cosa più importante del mondo. Si comporta così anche se parla qualcun altro, per il vero. Ma si direbbe proprio che la vostra voce, per lui, sia ‘speciale’. Si direbbe che tutto, di voi, stia diventando speciale”.4 Alla fine, quando il bambino, sempre più chiaramente, percepisce che, al bisogno, può contare su una figura a lui dedita, si apre per lui una nuova prospettiva, la realtà si divide in due: da una parte lui stesso e la propria madre in un unico e stretto legame, dall’altra il mondo in cui, protetto, è entrato.

Dalla centralità della madre all’essenzialità del padre

I compiti fondamentali attribuiti alle madri, almeno fino ai tre anni di vita del bambino, sono numerosi e complessi: vanno dalla nutrizione all’accudimento materiale, spirituale e morale in un contesto di prestazioni caratterizzate da attenzione, sollecitudine, protezione e costante senso di responsabilità, alimentato dalla preoccupazione che l’interruzione anche soltanto temporanea del rapporto madre-figlio possa deprimere il bambino, indurre relazioni d’ansia e, alla fine, in qualche modo rallentare il suo sviluppo psicoaffettivo. Riuscire a soddisfare ininterrottamente i bisogni fisici e affettivi del proprio bambino farebbe di una donna una “madre perfetta” oggi impossibile per la donna che lavora. Fortunatamente, il bambino per crescere bene non ha bisogno di una madre perfetta, ma soltanto di una “mamma buona abbastanza”.5 Infatti la madre disponibile in ogni momento a soddisfare le necessita e le richieste del proprio bambino in realtà finisce per limitar- ne lo sviluppo. Al contrario la “madre buona abbastanza” che, pur provvedendo ai bisogni del proprio bambino, lascia uno spazio di tempo crescente fra le sue richieste e la loro soddisfazione lo aiuta meglio a crescere.

Ma accanto a una madre “buona abbastanza” è di rilevante utilità, quasi una necessità, che vi sia anche un padre “buono abbastanza”. Di che padre ha bisogno il bambino? Prima di tutto, il padre buono abbastanza deve sentirsi tale e coinvolgersi in ogni evento che riguarda l’esistenza del proprio bambino, ancor prima che nasca, quando già percepisce e distingue le voci: parlargli in modo gentile e affettuoso lo familiarizzerà con la figura che incontrerà quando sarà nato, stabilendo una vicinanza fisica ed emotiva che si consoliderà provvedendo ad accudirlo: fargli il bagnetto, dargli il biberon, cullandolo, sussurrandogli amorevoli parole, soprattutto, prestando attenzione alle sue esigenze. La disponibilità ad ascoltarlo dovrà essere ancora maggiore quando, di solito a partire dalla fine del primo anno, il bambino comincerà a dire le prime parole significanti.

Ascoltare significa dedicare tempo e attenzione, consentire al bambino di sentirsi libero di esprimersi, elemento importante per acquisire fiducia senza tuttavia venir meno alla responsabilità di svolgere sempre il ruolo di educatore. Infatti, il bambino, per crescere bene, ha sì bisogno di sentirsi amato, compreso e libero, ma anche di essere reso consapevole che vi sono dei limiti nel proprio agire che vanno rispettati. Funzione speciale del padre, nel quale (per la sua funzione simbolica di “rappresentante della legge”), il bambino riconosce l’indiscutibile punto di riferimento per il proprio giudizio e il proprio agire, è quella di contribuire alla costruzione del senso di sicurezza e dell’autostima di cui il bambino ha bisogno per affrontare e superare le difficoltà della vita, da quelle del nascere a quelle del crescere nel mondo.

Il bisogno di sicurezza e di vicinanza

Non si considera qui la sicurezza fisica del bambino affidata alle cure materiali (nutrizione, igiene, protezione dai rischi, vaccinazioni, controlli medici ecc.), bensì la sicurezza in sé e nelle relazioni con gli altri, quella che maggiormente gli consente di sviluppare un’adeguata autostima e di entrare e vivere nel mondo con fiducia. Intesa in questo senso, la sicurezza trae origine e fondamento nei primi legami affettivi del bambino, in un complesso di scambi che gli psicologi dello sviluppo comprendono nel termine “attaccamento”. La sicurezza che il bambino ricava dalla possibilità di stabilire tali scambi viene ritenuta l’ingrediente che più influisce sulla formazione della sua personalità e dei rapporti sociali nella sua vita futura.

L’attaccamento presenta tipi differenti fra i bambini, per le differenti interazioni che possono intercorrere, prevalentemente con la madre ma anche con il padre, e ai particolari tipi di cure genitoriali che vengono loro riservate:6

■ vi sono madri che comprendono i loro bambini fin da neonati e prontamente rispondono alle loro esigenze; a queste madri in generale corrispondono bambini sicuri;

■ vi sono madri poco disponibili verso il loro bambino, non in sintonia con i segnali che egli manda, che sostanzialmente lo trascurano, soprattutto da un punto di vista psicologico e affettivo; a queste madri corrispondono spesso bambini definiti insicuri/evitanti nel senso di insicuri nelle relazioni e poco interessati al contatto con la madre fino ad evitarlo;

■ vi sono infine madri poco sensibili in modo incostante: a volte disposte a rispondere positivamente al bambino, altre volte a respingerlo quando chiede attenzione; a queste madri corrispondono bambini che dimostrano insicurezza e resistenza: sono molto turbati quando vengono separati dalla madre, il cui ritorno però difficilmente li consola, mentre la consolazione viene da loro alternatamente ricercata o rifiutata.

Naturalmente questa classificazione, pur elaborata sulla base di osservazioni scientifiche, può presentare numerose e rilevanti varianti a seconda di fattori diversi: condizioni socioeconomiche della famiglia, nazionalità e quindi culture di- verse, vissuti stressanti; tutti elementi (insieme con altri qui non presi in considerazione per brevità) che possono influenzare positivamente o negativamente i livelli di sicurezza o di insicurezza in relazione all’attaccamento, specialmente nei primi anni di vita dei bambini, i quali, di solito, raggiungono una marcata stabilità solo dopo la fine del periodo prescolare della loro vita.

L’accento sul fondamentale ruolo della madre nell’attaccamento non significa che altre figure non possano avere una rilevante influenza, come è il caso del padre o anche di persone estranee alla famiglia, a cui tuttavia possono essere affidati i bambini, purché la loro opera sia stabile e qualificata. Quello che è importante ricordare è che la qualità dell’attaccamento, e il grado di sicurezza che ne deriva, possono influenzare in modo rilevante nel bambino lo sviluppo di importanti funzioni psicologiche e sociali .7

  1. Galimberti U., Dizionario di Psicologia, Garzanti, 1999.
2. Bernardi M., L’avventura di crescere, Fabbri, 1999.
  2. Bernardi M., L’avventura di crescere, Fabbri, 1999.
  3. Stern D.N., Le interazioni madre-bambino, Raffaello Cortina Editore, 1998.
  4. Bernardi M., Op. cit.
  5. Winnicot D.W., Through Paediatrics to Psycho-Analysis: Collected Papers, Tavistock Publications, 1958.
  6. Schaffer H.R., Lo sviluppo sociale del bambino, Raffaello Cortina Editore, 1998.
  7. Schaffer H.R.,

Tratto da Leggere per Crescere, Anno X n. 2 Inverno 2014

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