“Allevatrici 2.0” , va in onda il dolore

“Allevatrici 2.0” , va in onda il dolore

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Forse a noi italiani il nome di Jennifer Lahl* non dice molto. Oltreoceano, invece, lo conoscono eccome: a capo del Center for Bioethics and Culture Network negli Stati Uniti, ha realizzato un trittico di documentari-denuncia sulla maternità surrogata, assestando una dura spallata al business legato al settore. Ciascuno dei tre titoli smonta uno (o più) luoghi comuni associati a questa tecnica di concepimento, in un crescendo di testimonianze choc. Il primo documentario, Eggsploitation, debutta nel 2010 e racconta la vita di alcune donne che hanno donato i propri ovuli approfondendo anche le complicazioni di salute connesse a questa pratica. Poi, nel 2011, è stata la volta di Anonymous father’s day: al centro le storie dei figli nati da anonimi donatori di sperma.

Chiude il cerchio il recente Breeders: a subclass of women? Un documentario particolarmente forte perché, fin dal titolo, abbatte l’idea più diffusa legata alla maternità surrogata: per Lahl chi affitta il proprio utero non è una «donna coraggio» che si batte per l’amore e la vita. È, semmai, una «breeder», una allevatrice, che i medici non esitano a chiamare «contenitore» e che la vita trasforma in una «subclass of women» ossia, tradotto liberamente, in una «una donna di serie B». «Spesso le persone critiche verso la maternità surrogata vengono giudicate insensibili – spiega Lahl –. Personalmente mi sento molto partecipe al dolore dell’infertilità.
Ma credo che saremmo di parte se non analizzassimo il problema globalmente. Come ci occupiamo di bisogni del bambino? Che cosa pensiamo sull’uso di donne – spesso povere – come mamme surrogate, che chiamiamo incubatori o allevatori? Non si può ignorare
questi temi solo perché qualcuno desidera disperatamente un bambino».
La ricchezza di contributi è proprio il punto di forza di Breeders: agli stessi interventi di Lahl, si alternano quelli di psicologi, avvocati e di mamme surrogate. Tre, per l’esattezza: la bionda Heater che, con due bambini piccoli, ha accettato di affittare il proprio utero come soluzione alternativa a un nuovo lavoro; Tanya che si è reinventata madre surrogata dopo aver percepito il dolore di chi non riesce ad avere figli; Gail che si è offerta per aiutare una coppia gay. Ognuna di loro è spinta da ragioni diverse ma tutte erano convinte che il loro sarebbe stato un gesto d’amore. Purtroppo sono state smentite dai fatti.
«Dovremmo domandarci se abbiamo davvero il diritto fondamentale di aver un bambino, e se ci dovrebbero essere dei limiti alle tecnologie finalizzate alla procreazione e alla fertilità – continua Lahl –. Mi spiace che i medici professionisti non incoraggino anche questo tipo di dialogo».
All’interno del documentario c’è poi un passaggio interessante legato a una sentenza della corte Californiana: si stabilisce l’impossibilità di equiparare l’adozione alla «gravidanza gestita/surrogata», poiché in questo secondo caso si userebbe un vero e proprio «contenitore» per il bambino. «L’America è fiera di definirsi il Paese della libertà e dell’innovazione – insiste Lahl –. Di solito la regolamentazione di un settore arriva dopo che un nuovo mercato si è sviluppato e che se ne sono colti i rischi, come nel caso delle sigarette e del fumo passivo». E le tecnologie riproduttive sono molto recenti.

 

di Francesca D’Angelo

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*Produttore esecutivo, Regista, Sceneggiatore e Jennifer Lahl è fondatore e presidente del Centro per la Bioetica e la cultura di rete. Jennifer Lahl unisce i suoi 25 anni di esperienza come infermiera pediatrica di terapia intensiva, amministratore dell’ospedale, e la gestione infermieristica di livello senior, con una profonda passione di parlare per coloro che non hanno voce. «Gli scritti di Lahl sono apparsi in varie pubblicazioni tra cui il San Francisco Chronicle, il Dallas Morning News, e l’American Journal of Bioethics. Come un esperto di settore, è stata spesso intervistata alla radio e alla televisione (ABC, CBS, PBS e NPR), ed è stata invitata a parlare insieme a legislatori e membri della comunità scientifica, inoltre è stata invitata a parlare ai membri del Parlamento europeo a Bruxelles per affrontare il tema del traffico di ovuli. È membro del comitato editoriale del Nord America per l’etica e la Medicina e la commissione di riferimento per l’Istituto di Joni Eareckson Tada sulla disabilità. Nel 2009, Lahl è stata produttore associato del film documentario, linee che dividono: Il grande dibattito sulle cellule staminali, che era una selezione ufficiale in California Independent Film Festival 2010. Ha fatto il suo debutto scrittura e regia, la produzione del film documentario, Eggsploitation, che ha venduto in oltre 10 paesi e sta mostrando tutti gli Stati Uniti, dalla sua uscita agosto 2010.

 

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