Il destino dei figli affidati a coppie omosessuali

image

L’ultimo numero della rivista francese «le débat» contiene una sezione totalmente dedicata al matrimonio omosessuale, e in particolare al destino dei figli che tali coppie vorrebbero allevare come propri. Aprendo un confronto su questo tema, l’autorevole testata laica francese si propone soprattutto di considerarlo un problema antropologico di ampio significato per la società, e non semplicemente un allargamento dei diritti, come vorrebbero i difensori del “matrimonio per tutti”.

Secondo Paul Thibaud, filosofo che è stato direttore di «Esprit», questa apertura all’approfondimento costituisce di per sé una novità interessante in un panorama in cui si è cercato in ogni modo di soffocare il dibattito, argomentando che con la nuova legge si trattava solo di riconoscere un cambiamento già avvenuto nella società. Thibaud nega che questo sia vero, perché sostiene che qui non si tratta di “riconoscere” le coppie omosessuali nella loro specificità, ma proprio il contrario: far dimenticare che sono diverse.

E l’assenza di discussione si spiega, sempre secondo l’intellettuale francese, con la totale privatizzazione in cui sono stati confinati sia il matrimonio sia la procreazione; privatizzazione che ha come corollario l’illegittimità di trattarne in un pubblico dibattito. Cancellare il carattere istituzionale della famiglia ha per effetto quello di scegliere una temporalità corta — cioè il contratto, le volontà di oggi, i sentimenti del momento — senza guardare con responsabilità al futuro.

La filosofa Nathalie Heinich sottolinea come, in nome dell’eguaglianza, si sta sottoponendo il regime matrimoniale e lo statuto della filiazione a pesanti trasformazioni, e tutto perché c’è stato uno slittamento del concetto di differenza verso quello di ineguaglianza (e di quello di ineguaglianza verso l’ingiustizia), slittamento che si fonda su una riduzione del concetto di giustizia a quello di eguaglianza. Dimenticando però che i diritti sociali non si fondano sull’eguaglianza, bensì sull’equità. È così che si è arrivati a definire un “diritto al figlio”, diritto inaccettabile perché si basa su una estensione abusiva del valore dell’eguaglianza.

Uno psicanalista, Maurice Berger, prende poi in esame le ricerche che dovrebbero verificare se lo sviluppo dei figli di coppie omosessuali risente della loro condizione, con il risultato di considerare queste coppie poco “attendibili”, quasi tutte molto ideologiche: in sostanza dei bluff. E lo studioso conclude domandandosi come mai, stando così le cose, il principio di precauzione — a cui così spesso si ricorre in tutti gli ambiti — non debba applicarsi anche a questo.

Infine, la psicoterapeuta Catherine Dolto critica severamente ogni forma di gestazione per altri, considerandola una forma di produzione dei bambini che li rende oggetto di una transazione finanziaria: situazione orribile e possibile solo «in un contesto di mercantilizzazione del vivente mai sperimentato fino a oggi». La sua esperienza di studiosa dell’infanzia la porta a bocciare senza appello la possibilità di affittare l’utero, poiché è ormai ben noto che anche la fase intrauterina è decisiva nel formare la psiche del bambino e nel determinarne il processo di umanizzazione.

Anche Dolto vede in queste trasformazioni un pericolo per il futuro, a cui nessuno vuole rivolgere lo sguardo: «C’è un legame stretto e attivo — conclude la grande psicoterapeuta — fra la maniera in cui una società inquadra la gestazione e la prima fase della vita umana e l’evoluzione che i bambini così trattati faranno subire al quadro sociale. Non prendersi cura seriamente dei nuovi arrivati significa preparare una barbarie futura».

http://www.tempi.it

Annunci