La lacrimosa Natività gay e post moderna che “emoziona il mondo”

La lacrimosa Natività gay e post moderna che “emoziona il mondo”

 di Nicoletta Tiliacos | 05 Luglio 2014 ore 06:21

Bj Barone e Franckie Nelson con Milo, nato da utero in affitto, fotografati da Lindsay Foster

“Canada, le lacrime dei neopapà gay: lo scatto emoziona il mondo”. Lo dice – che fai, non ti emozioni? – il sito di Repubblica, a commento della foto dove si vedono i primi attimi di vita del piccolo Milo. Nato in Canada il 27 giugno da utero in affitto, lo vediamo ancora bagnato di liquido amniotico, stretto al petto nudo dal “genitore 1”, mentre il “genitore 2”, anche lui a torso nudo, spunta dietro la spalla del partner, pronto a sua volta a sperimentare il contatto “pelle contro pelle” con il neonato. Al quale però sarà negato quel contatto con l’unica che ne avrebbe titolo: la donna che lo ha portato in grembo per nove mesi e l’ha appena partorito. La vediamo nell’angolo dell’immagine, l’espressione sofferente. Siamo in Canada, primissimo mondo e pioniere dei diritti arcobaleno. Quella donna sarà pagata, ringraziata e allontanata subito dal neonato. E’ necessario, per evitare incresciose confusioni e riflessi condizionati di attaccamento tra madre e figlio. Emozioni – si potrà dire? – che hanno a che fare con la vita per quello che è, e con la maternità per quello che è ancora. Emozioni  inopportune e poco gay friendly, nel contesto di questa impressionante Natività post moderna.

Eppure, quelle emozioni che dovrebbero essere scongiurate affiorano, nonostante tutto, nel volto della donna disfatta, pronta a uscire per sempre, non solo metaforicamente, dall’inquadratura. Ne risulta turbata, se non proprio guastata, la posa scelta dalla fotografa Lindsay Foster per invitarci a considerare il gran potere dell’amore: l’amore di due uomini commossi e piangenti di gioia con il “loro” figlio neonato, toraci villosi invece di ventre materno. Già nella foto seguente, la donna non c’è più. Non a caso i due “neopapà”, sul profilo Facebook della fotografa, puntualizzano che non c’è alcun legame genetico tra il bambino e colei che lo ha partorito, perché l’ovocita fecondato con il seme di uno dei due uomini appartiene a una donatrice anonima (si usa così: due madri significa nessuna madre, una per l’ovocita e l’altra per la pancia e non si corrono rischi di rivendicazioni tardive). Si potrebbe obiettare che men che mai un legame genetico esiste con quello dei due uomini che non ha partecipato all’inseminazione. Solo uno è il padre, tra quei due uomini che mimano la madre nell’abbraccio “pelle contro pelle”. Un abbraccio che ha senso ed è fondamentale perché il corpo che ha contenuto il bambino – dialogando con lui per nove mesi, come ormai sanno anche i sassi – è lo stesso che per primo lo accoglie alla luce del mondo: è il corpo materno, il solo a non essere estraneo al bambino, e la pelle della madre è l’unica pelle di cui il bambino ha bisogno di sentire il calore, almeno in quei primi attimi. Ma sono obiezioni da trogloditi, nello statuto dei nuovi diritti arcobaleno, non è vero?

E allora coraggio, emozioniamoci tutti, come suggerisce Rep., seguìta a ruota dal Corriere della Sera. Incolliamo anche la foto del piccolo Milo bagnato di placenta, senza mamma e con due papà, nell’album della vittoriosa marcia dei nuovi diritti, dell’ininterrotto gay pride sostenuto da sistemi di marketing spesso geniali. Ci sono i testimonial famosi, e soprattutto tanta appiccicosa melassa sull’amore che vince. Vince anche sulle illiberali leggi di natura che pretendono ci siano una femmina e un maschio all’origine di ogni essere umano.

Quanto il marketing Lgbt sia stato decisivo nel contagiare i mezzi di comunicazione e nel trasformarsi in mainstrem, lo ha raccontato in “Forcing the spring” il giornalista americano Jo Becker (ne avevamo parlato sul Foglio del 19 aprile). Al gran lavoro di lobby avviato da una piccola agenzia del no profit, la American Foundation for Equal Rights fondata nel 2008 da Chad Griffin, Becker attribuisce il merito di aver portato il presidente americano Obama a condividere, dall’inziale ostilità, la causa del same-sex marriage. Eppure è un omosessuale attivista dei Tea Party, Doug Mainwaring, a dire che “non c’è bisogno di usare argomentazioni religiose” contro le nozze gay e contro pratiche come quella da cui è nato Milo, perché “basta la legge naturale”. Ma questo, aggiunge Mainwaring, non è più sostenibile sui grandi mezzi di comunicazione di massa, appiattiti sulla neo normatività Lgbt e sulle foto di neopapà gay che “emozionano il mondo”. Se ne può parlare e discutere solo nel confronto diretto con le persone. Altrimenti si finisce alla gogna come l’ad di Mozilla, Brendan Eich, licenziato per aver sostenuto la campagna contro il matrimonio gay, e nonostante lo avesse difeso il famoso giornalista Andrew Sullivan, icona del movimento gay americano.

© FOGLIO QUOTIDIANO

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