L’APA continua a mentire sulle differenze

L’APA continua a mentire sulle differenze

Da Lorenza Perfori

Il 1° maggio scorso è apparso sul quotidiano La Stampa un articolo intitolato “Lasciate che i gay si sposino. Anche la psicologia ha detto sì” contenente un’intervista di Monica Mazzotto al Dott. Clinton Anderson, direttore dell’Ufficio “Lgbt, Lesbian, gay, bisexual and transgender concerns” dell’APA (American Psychological Association), l’Associazione americana degli psicologi e psichiatri.
L’articolo esordisce ricordando che l’APA ha dichiarato di fronte alla Corte Suprema, chiamata entro giugno a giudicare due casi fondamentali per i diritti omosessuali, che “Non esistono motivazioni scientifiche valide per proibire i matrimoni omosessuali”.
Quindi, alla domanda della giornalista su quali siano “gli studi che vi hanno spinto a esprimervi così nettamente a favore dei matrimoni gay” Anderson risponde:

“La nostra affermazione si basa sull’analisi di molte ricerche condotte dagli Anni ’50 a oggi e che hanno confrontato coppie eterosessuali e coppie omosessuali. […] Gli studi su cui ci siamo basati comparano coppie dello stesso sesso a coppie eterosessuali e non hanno trovato significative differenze sui motivi che rendono le coppie felici o infelici, di successo o insuccesso, soddisfatte o insoddisfatte”.

“Non ci sono davvero differenze?” chiede quindi la giornalista.

“L’unica differenza emersa – risponde Anderson – è che la longevità delle coppie omosessuali potrebbe essere leggermente più breve di quella eterosessuale. Ma dobbiamo cercare di capire le motivazioni: le coppie sposate ricevono un forte incoraggiamento sociale a rimanere unite e inoltre, per divorziare, devono affrontare barriere sia legali sia sociali. Al contrario le coppie omosessuali, ma anche le coppie eterosessuali non sposate, non sono supportate da questi sistemi legali e sociali. Il matrimonio quindi può influenzare la durata di un rapporto e può essere un incoraggiamento a rimanere insieme. Per questo, finché non ci saranno studi su coppie omosessuali sposate, i dati non possono essere paragonati e non abbiamo motivi per pensare che la longevità di una relazione sia correlata all’orientamento sessuale”.

E alla successiva domanda su “quali vantaggi, rispetto a una convivenza, derivano dal matrimonio di una coppia gay”. Anderson risponde:

“Una vasta serie di ricerche su coppie sposate eterosessuali ha evidenziato come il matrimonio porti numerosi benefici non solo sociali, legali ed economici, ma anche psicologici. Crediamo che non vi siano motivi validi per non poter estrapolare gli stessi risultati per le coppie omo. Ed è verosimile che anche per loro e per i figli ci sarebbero gli stessi benefici”.

Anderson si dimentica che studi sulle coppie omosessuali sposate esistono, e dimostrano che il matrimonio non influisce affatto sulla longevità del loro rapporto. I problemi di instabilità e durata delle coppie omosessuali persistono anche all’interno di quelle società altamente gay-friendly e che permettono loro di sposarsi come avviene, ad esempio, nei Paesi Bassi, in Svezia e Norvegia.
Uno di questi studi, uscito a febbraio 2006, è stato realizzato da G. Andersson, T. Noack, A. Seierstad, H. Weedon-Fekjaer proprio in Norvegia e in Svezia. Lo studio, intitolato “The Demographics of Same-Sex ‘marriages’ in Norway and Sweden” (Demography, 43[1]:79-98), ha rilevato che:“I rischi di divorzio sono più alti nei matrimoni dello stesso sesso piuttosto che nei matrimoni di sesso opposto”, e tra costoro “sia in Norvegia che in Svezia, i matrimoni di lesbiche sono considerevolmente meno stabili, o più movimentati” con “un rischio doppio di divorzio” rispetto ai “matrimoni di uomini gay”.

In sostanza, la minore longevità delle coppie omosessuali rimane anche quando costoro convolano a nozze, a dimostrazione del fatto che non è la preclusione al matrimonio, o l’omofobia o le stigme sociali, a minare questi rapporti, ma la maggiore instabilità dovuta ai loro stili di vita: promiscuità, infedeltà, consumo di alcool e sostanze, concetto di “coppia aperta”, ecc.

Questi aspetti problematici appartenenti all’“ambiente gay” sono stati denunciati anche da parte di alcuni omosessuali noti, che non hanno risparmiato critiche e accuse al cosiddetto “stile di vita gay”. Valutazioni che mostrano, contrariamente a quanto sostengono Anderson e l’APA, che differenze significative, in termini di felicità e soddisfazione, tra coppie eterosessuali e omosessuali esistono; e che la minore longevità dei rapporti è effettivamente correlata ai comportamenti, e alle conseguenze che da essi ne derivano.

Una di queste persone è il noto intellettuale e scrittore omosessuale inglese, Simon Fanshawe, che nel 2006 ha realizzato un documentario intitolato “The Trouble With Men Gay”. Il filmato gli è valsa l’immediata ostilità di tutte le lobby Lgbt, come lui stesso ha ammesso[1] al Guardian: “In appena un’ora sono riuscito a bruciare tutti i ponti del mondo gay che avevo, diventando il capro espiatorio delle fazioni politiche più estreme del mondo gay”.
Il documentario contiene alcune interviste che lo scrittore ha realizzato negli ambienti omosessuali inglesi, tra cui quella al proprietario di un centro termale per gay, il quale riconosce l’incompatibilità dello stile di vita omosessuale con la felicità e la fedeltà umane, dichiarando di non comprendere la battaglia per le unioni civili, perché la tentazione di provare esperienze continue di evasione, rende difficile la stabilità nelle relazioni omosessuali, relazioni di vero amore.
Sul quotidiano britannico, Fanshawe denuncia l’ipersessualizzazione del mondo gay, accusandolo di essersi ridotto a praticare:“ogni tipo di attività sessuale, solo perché è gay”. Le riviste per gay – riferisce – sono “piene di annunci di prostituti”, solo l’ultima che ha sfogliato “contiene non meno di sette pagine di annunci”. “Abbiamo normalizzato la prostituzione – continua Fanshawe – è praticamente un percorso obbligato per qualsiasi ragazzo con un giro vita di 29 pollici e nessun acne visibile”. Ogni tipo di attività sessuale è considerata lecita se sei gay, ed ogni tipo di giudizio morale è precluso, “abbiamo organizzato la nostra identità intorno al sesso […] così la promiscuità è diventata la norma”.

L’intellettuale inglese cita poi alcune informazioni gravi e preoccupanti, tra le quali il fatto che:

“il 20% di uomini gay a Londra fa uso di droghe”; “gli uomini gay hanno il doppio delle probabilità di diventare sieropositivi”; i “tassi di sifilide tra gli uomini gay sono aumentati del 616% negli ultimi cinque anni”.

“Stiamo nuotando in una fogna – afferma Fanshawe nel documentario – e tutto quello che sappiamo dire è che è normale?”[2].

Sulla stessa scia di Fanshawe si colloca Matthew Todd, il direttore del settimanale per omosessuali Attitude che, in un articolo[3] sul Guardian ammette:

“Noi lo sappiamo bene e le ricerche ora lo dimostrano: c’è un inferno di gay infelici, un alto numero di depressi, ansiosi e con istinti suicidi, che abusano di droghe e alcol e che soffrono di dipendenza sessuale”. Anche Todd pone l’accento sul fatto che il mondo gay è “incredibilmente sessualizzato”, un mondo “pieno di alcol e droghe, in cui non c’è nulla di sano” nel quale “i ragazzini entrano e sono incoraggiati al sesso sfrenato”.

Quindi Todd confessa:

“Non c’è dubbio: un gay soffre psicologicamente molto di più di una persona che cresce eterosessuale”. Una sofferenza dovuta – dice Todd citando lo psichiatra americano Alan Downs che “ha esaminato la nostra pena” – “anche per le scelte distruttive che facciamo: sì, abbiamo più partner nella vita di ogni altra categoria. Nello stesso tempo, però, abbiamo anche il più alto tasso di suicidi, per non menzionare le malattie sessualmente trasmissibili”.

Già nel 1993, Tom Moore, psicologo di Castro Street, il distretto gay della città gay-friendly San Francisco, considerata la “capitale gay d’America”, aveva rivelato[4]:

“La depressione è una norma nella nostra comunità. C’è già la barzelletta che auspica di mettere l’antidepressivo Prozac nell’acqua del quartiere”.

Le valutazioni di Fanshawe e Todd sono confermate dagli studi scientifici. Uno di questi, intitolato: “A systematic review of mental disorder, suicide, and deliberate self harm in lesbian, gay and bisexual people”[5], è stato pubblicato il 18 agosto 2008 sul BioMed Central Psychiatry. Lo studio ha esaminato centinaia di ricerche, estraendo i dati da 214.344 persone eterosessuali e 11.971 persone non eterosessuali, giungendo alla conclusione che:

“Le persone LGB sono a più alto rischio di disturbi mentali, di pensare al suicidio, di abuso di sostanze, e di autolesionismo rispetto alle persone eterosessuali”.

In particolare: “Le meta-analisi hanno rivelato che nelle persone lesbiche, gay e bisessuali, i tentativi di suicidio erano due volte più alti; il rischio di depressione e di disturbi d’ansia (per un periodo superiore a 12 mesi o nell’arco della vita) almeno 1,5 volte più alto; e 1,5 volte più alta si è rivelata anche la dipendenza da alcool e da altre sostanze per oltre 12 mesi.

I risultati erano simili per entrambi i sessi, ma le meta-analisi hanno mostrato che le donne lesbiche e bisessuali erano particolarmente a rischio di dipendenza da sostanze (alcool, droghe, e altre sostanze), mentre nell’arco della vita la prevalenza del tentativo di suicidio era particolarmente elevato negli uomini gay e bisessuali”.

Va da sé (e gli studi lo confermano) che, in presenza di figli, lo “stile di vita gay” e le problematiche che ne derivano si ripercuotono anche su di loro. Giacomo Samek Lodovici osserva[6]:

“I dati che finora abbiamo a disposizione mostrano che i bambini affidati a queste coppie hanno una probabilità molto più alta di soffrire di gravi disturbi psicologici, di avere un’autostima bassa, una maggiore propensione alla tossicodipendenza e ad autolesionarsi (S. Deevy, When mom or dad comes out, “Journal of Psycological Nursing”, 27, 1989, p. 34)”, per i seguenti motivi:

1) “L’assenza della figura materna/paterna […] che non può essere surrogata da chi è uomo/donna”.

2) “La brevità dei legami omosessuali, che si infrangono molto più frequentemente di quelli delle coppie coniugate, con o senza figli.

D. McWirther e A. Mattison, che sono ricercatori gay (quindi non sospettabili di parzialità), hanno esaminato 156 coppie omosessuali: solo 7 di queste avevano avuto una relazione esclusiva, ma comunque nessuna era durata più di 5 anni. Le relazioni omosessuali durano in media un anno e mezzo, i maschi gay hanno mediamente 8 partner in un anno fuori dal rapporto principale (M. Xiridou, The contribution of Steady and casual partnerships to the incidence of HIV infection among homosexual men in Amsterdam, “Aids”, 17, 2003, pp. 1029-1038).

In un’ampia ricerca di un volume di ben 506 pagine (si noti che questo volume è stato pubblicato dall’Istituto Kinsey, che non è certo ostile all’omosessualità, anzi l’ha fortemente promossa) di A.P. Bell e M.S. Weinberg (Homosexualities: A study of diversity among men and women, Simon & Schuster, New York 1978) svolta su un campione americano, si mostrava che su 574 uomini omosessuali solo l’1% aveva avuto 3-4 partner, il 2% 5-9, il 3% 10-14, il 3% 15-24, l’8% 25-49, il 9% 50-99, il 15% 100-249, il 17% 250-499, il 15% 500-999, il 28% 1000 (mille) e più.

Ed un’indagine su 150 uomini omosessuali di età tra i 30 a i 40 anni ha mostrato che già a quell’età il 65% aveva avuto più di 100 (cento) partner sessuali (E. Goode – R. Troiden, Correlates and Accompaniments of Promiscuos Sex Among Male Homosexuals, “Psychiatry”, 43, 1980, pp. 51-59). Ci sono rare coppie omosessuali che continuano a coabitare per più anni, ma tra loro non c’è quasi mai esclusività nei rapporti”.

3) “Gli omosessuali hanno probabilità molto superiori di avere una salute peggiore, di avere problemi psicologici (E. Rothblum, Depression Among Lesbians, “Journal of Gay & Lesbians Psycoterapy”, 1, 3, 1990, p. 76; S. Welch, Lesbians in New Zealand, “N.Z.J. Psychiatry”, 34, 2000, pp. 256-263), che si ripercuotono sui bambini.

Anche in Olanda, dove il clima culturale è molto tollerante verso l’omosessualità, uno studio su 7.076 soggetti ha mostrato che i disturbi psicologici degli omosessuali sono davvero numerosi (T. Sandfort, Same-Sex Sexual Behaviours and Psychiatric Disorders, “Archives of General Psychiatry”, 58, 2001, pp. 85-91).

Forse è anche per questo motivo che nell’ambiente omosessuale la percentuale di suicidi è superiore alla media. Infine, il tasso di violenza è assai alto (P. Cameron, Errors by the American Psychiatric Association, “Psycological Reports”, 79, 1996, pp. 383-404)”.

4) “È insito nel bambino un bisogno di divisione dei ruoli, di sapere ‘chi fa che cosa’ e ‘da chi mi posso aspettare questo atteggiamento e da chi mi posso aspettare quell’altro’ (G. Lobbia – L. Trasforini, Voglio una mamma e un papà. Coppie omosessuali, famiglie atipiche e adozione, Ancora, 2006, p. 89)”.

L’intervista della Stampa prosegue con la domanda su quanto possa contribuire la scienza a cancellare tabù e stereotipi. Anderson risponde:

“[…] penso che il ruolo della conoscenza e della scienza sia importante, perché costringono le persone a confrontare le proprie convinzioni con dei dati di fatto. Così non ci si può più nascondere dietro l’idea che esistano delle differenze”.

E poi con la domanda: “[…] L’APA insieme con l’American academy of pediatrics, si è dichiarata favorevole anche all’adozione [da parte di una coppia omosessuale]: su quali basi?”.

“In questo campo – risponde Anderson – sono state fatte numerose ricerche, prendendo in considerazione diversi parametri, quali valutazioni psichiatriche, intelligenza, comportamenti problematici, autostima, e c’è sempre stata unanimità nei risultati: non esiste relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e alcun tipo di disagio emotivo, sociale e psicologico dei bambini”.

L’APA, insomma, continua a mentire, perseverando con la teoria della “non differenza” già proposta nel 2005. L’APA mente, perché sa bene che esistono moltissimi studi che dimostrano che le differenze ci sono. Ma l’APA mente anche perché, sa altrettanto bene che gli studi sui quali basa la sua teoria della “non differenza” si fondano su dati carenti e interpretazioni ideologicamente contaminate. Osserva[7] al riguardo Benedetta Frigerio:

“La cosiddetta teoria della ‘non differenza’, che va per la maggiore negli Stati Uniti, si basa su una mancanza di dati. Pur in mancanza di studi approfonditi, tuttavia nel 2005 l’Associazione degli psicologi e psichiatri americana si era espressa con una formula volutamente ambigua (‘Non esiste un singolo studio che dimostri che i figli dei gay e delle lesbiche siano più svantaggiati di quelli degli eterosessuali’) e tale proposizione era diventata la ‘base scientifica’ su cui appoggiare le leggi più aperte in materia. Con un paradosso: mentre le ricerche che segnalavano le storture di un’educazione che elimina la differenza sessuale erano tacciate di inattendibilità a causa dell’esiguità del campione, quelle favorevoli, a parità di campione, divenivano in breve le basi su cui legiferare. Per fare un esempio: i legislatori dell’Iowa utilizzarono uno studio che comprendeva solo cinque casi”.

Anche il professore Loren Marks, della Louisiana State University, si è occupato di questa questione, confutando in una pubblicazione[8] sul Social Science Research, l’attendibilità scientifica dei 59 studi sui quali l’APA basa la sua teoria. Sono molti i vizi scientifici contestati da Marks, tra i quali la mancanza di campioni casuali e la scarsità di dati sul lungo periodo (solo pochissimi dei campioni esaminati vanno oltre l’età dell’infanzia):

Nessuno dei 59 studi propagandati dall’APA – ha osservato Marks – ha messo “a confronto un grande, casuale, campione rappresentativo di genitori lesbiche o gay e loro figli, con un grande, casuale, campione rappresentativo di genitori sposati e loro figli”. “I dati sono presi principalmente da piccoli campioni di convenienza” e quindi insufficienti a formulare il giudizio positivo dell’APA, che ha perciò emesso una dichiarazione “non fondata su dati scientifici”.

C’è anche da rilevare che, successivamente è stato proprio l’ex presidente dell’APA, lo psicologo Nicholas Cummings, a prendere le distanze dalla teoria viziata dell’APA, accusando l’Associazione di

“aver permesso che la correttezza politica trionfasse sulla scienza, sulla conoscenza clinica e sull’integrità professionale”[9].

La contaminazione politica degli studi sugli omosessuali è stata denunciata anche in una pubblicazione del 18 luglio 2001 sulla rivista bimestrale American Sociological Review[10]. I docenti di sociologia dell’University of Southern California che lo hanno realizzato, hanno fatto notare che:

“decine di studi su bambini cresciuti da genitori omosessuali sono stati male interpretati per ragioni politiche, in modo da non attirare le ire degli attivisti omosessuali o incoraggiare la retorica anti-gay”. Infatti, contrariamente a quanto si vuol far credere, gli studi dicono che “i figli di genitori dello stesso sesso mostrano differenze significative rispetto ai bambini cresciuti da coppieeterosessuali”… Il risultato è che “la maggior parte della ricerca sulla genitorialità omosessuale è politicamente contaminata”.

“È tutta una questione di politicizzazione della comunità accademica”

ha asserito David Murray del Washington-based Statistical Assessment Service, e co-autore del libro “It ain’t necessarily so: How Media make and unmake the scientific picture of reality” (“Non è necessariamente cosi: Come i Media creano e disfano l’immagine scientifica della realtà”).

La giornalista della Stampa ricorda che l’American academy of pediatrics si è dichiarata favorevole anche alle adozioni. Non così la pensa invece, ad esempio, L’American College of Pediatricians, secondo la quale oltre ai disagi fisici e psichici provocati ai bambini, la liceità del matrimonio omosessuale e di bambini cresciuti da genitori omosessuali, può aumentare la diffusione dell’omosessualità nella società:

“Esistono prove tangibili che i bambini esposti allo stile di vita omosessuale, possono veder aumentato il rischio di danno emotivo, mentale e fisico”. I pediatri hanno documentato che i bambini allevati in famiglie omosessuali hanno più probabilità di sperimentare la confusione sessuale, praticare il comportamento omosessuale, e di provare attrazione per la sperimentazione sessuale.

Ma hanno anche fatto notare che “è molto probabile che la spinta nelle scuole della equalizzazione di educazione eterosessuale e omosessuale, porterà molte persone, magari soltanto confuse, ad uno stile di vita omosessuale, con i rischi che seguono questo stile di vita”.[11] [12]

Allo stesso modo la pensa un gruppo di 150 medici e psicologi australiani che ha firmato una sottomissione di richiesta al Senato per opporsi al matrimonio omosessuale, criticando fortemente la possibilità per gli omosessuali di adottare bambini, che li priva del diritto di crescere con un padre e una madre, e non solo:

“Siamo anche preoccupati – ha affermato uno dei firmatari, il dottor Lachlan Dunjey – per le implicazioni per la società e la conseguente maggiore legittimità per la lobby gay di spingere il loro programma nei giovani. In particolare, c’è il rischio di indurre i giovani a dichiarare la propria sessualità in un momento in cui è normale avere una certa confusione di genere”(ibid).

Anche Francesco Paravati, presidente della Società Italiana di Pediatria Ospedaliera (SIPO) ha preso posizione sulla questione, durante un’intervista sulle cosiddette “nuove famiglie” ha dichiarato:

“Quello che c’è di scientifico oggi dimostra che il bambino cresce confuso nell’identità perché perde i punti di riferimento, sia nelle famiglie monoparentali che nelle unioni omosessuali. Il problema a carico del bambino è una difficoltà ad interloquire con punti di riferimento chiari”[13].

Così la pensa anche Italo Carta, ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano che in un’intervista[14], proprio sulla Stampa, esprime la sua contrarietà:

“perché ritengo che le coppie di omosessuali e quelle di lesbiche che non solo adottano un bambino ma si fanno ingravidare o inseminare preparino un grave rischio di patologie per la prole” tra le quali “depressioni, disturbi della personalità” e aumento dei “borderline, le persone che non sanno più chi sono”. Poi denuncia: “ormai queste questioni sono in mano a gruppi di pressione e a politici entusiasti di aumentare il proprio consenso. Dell’aspetto psicologico clinico importa poco a tutti”.

E anche lo psicanalista Claudio Risè, che spiega[15]:

“In assenza del genitore del proprio sesso, sarà molto difficile per quel bambino sviluppare la propria identità psicologica corrispondente” visto che “la psiche maschile e quella femminile sono molto diverse e l’identità complessiva si forma anche a partire dalla propria identità sessuale”. Pertanto “una bimba con due genitori di sesso maschile sarebbe in forte difficoltà: avrebbe problemi nel riconoscersi nel proprio sesso. Lo stesso accade al piccolo maschio”. Nessuno dei due padri o il padre da solo, è in grado di fare da madre “proprio perché è un maschio e non è una donna, non può avere né il sapere naturale profondo, né quello simbolico materno. I due codici simbolici, paterno e materno, sono molto diversi: la madre è colei che soddisfa i bisogni, il padre è colui che dà luogo al movimento e propone il limite: indica la direzione e stabilisce dove non si può andare”.

Studi sul campo, effettuati in quei paesi anglosassoni e del Nord Europa, nei quali da tempo è diffuso il fenomeno di coppie omosessuali con figli, “hanno provato che la mancanza di genitori di sesso diverso è fonte di problemi, il più evidente dei quali (quando i genitori sono del sesso opposto al tuo), è la formazione della tua immagine sessuale profonda”.

Le osservazioni dei pediatri e degli psicologi relative alla “confusione sessuale” sperimentata dai figli cresciuti da genitori omosessuali, sono confermate dalla letteratura scientifica. Una ricerca[16] americana pubblicata online il 6 novembre 2010, su Archives of Sexual Behavior, una rivista che si occupa di sessuologia, ha evidenziato che:

“Le figlie 17enni di madri lesbiche, concepite mediante inseminazione, sono più propense a segnalare a loro volta un comportamento omosessuale e ad identificarsi come bisessuali, rispetto alle figlie di genitori eterosessuali”. Inoltre, “queste ragazze hanno anche più probabilità, rispetto alle figlie di coppie eterosessuali, di partecipare ad attività sessuali con persone dello stesso sesso (15% contro il 5,1%)”. Per quanto riguarda i figli maschi “il 2,7% si è auto-valutato nello spettro bisessuale e il 5,4% come prevalentemente/esclusivamente omosessuale”.

Sempre nel 2010, un altro studio[17] – apparso sul Journal of Biosocial Science – ha dimostrato che:

“i genitori gay e lesbiche hanno più probabilità di crescere figli e figlie gay, lesbiche, bisessuali o incerti (come orientamento sessuale)” con percentuali che variano “tra il 16 e il 57 per cento”.

Questi dati non hanno fatto altro che confermare quanto già evidenziato in studi precedenti, di cui due usciti nel 2007. Il primo, pubblicato sul Journal of Biosocial Science, ha messo in luce che:

“l’orientamento omosessuale dei genitori influenza significativamente quello dei figli”[18].

Il secondo, divulgato sul Perspectives on Psychological Science:

ha preso in esame un campione di “donne omosessuali tra i 16 e i 23 anni” in un arco di tempo di 10 anni. La ricerca ha rilevato la grande confusione e incertezza provata da queste giovani donne circa il proprio orientamento sessuale, infatti, nel periodo di tempo considerato, ben “i due terzi avevano cambiato la loro etichetta sessuale (‘omosessuale’, ‘eterosessuale’, ‘bisessuale’) almeno una volta, e un quarto di esse aveva cambiato la propria identità sessuale più di una volta”[19].

Ma l’APA non si limita solo ad ignorare le evidenze sulla confusione con la propria identità sessuale provata dai figli allevati da gay, ma anche gli altri gravissimi problemi sociali, e sulla salute (fisica e psichica) che gravano sempre su costoro. Studi che dimostrano, contrariamente a quanto afferma Anderson nell’intervista (e con lui l’APA), che esiste una indubbia relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e un’enormità di disagi emotivi, sociali e psicologici a carico dei bambini.

Questi aspetti sono stati messi in luce da anni di letteratura scientifica, ed in particolare, dal recente e autorevole studio pubblicato a luglio 2012 sul Social Science Research[20], realizzato da Mark Regnerus, docente di sociologia presso l’Università di Austin (Texas).

La ricerca ititolata How different are the adult children of parents who have same-sex relationships? Findings from the New Family Structures Study, condotta su un campione molto numeroso e casuale pari a 15mila casi e alle interviste a 3mila persone tra i 18 e i 39 anni, sarebbe dovuta servire a confermare la teoria secondo la quale non ci sarebbero differenze tra figli cresciuti da coppie gay e coppie eterosessuali, ma le cose sono andate diversamente:

Si è scoperto che coloro che sono cresciuti in famiglie omosessuali sono dalle 25 alle 40 volte più svantaggiati rispetto ai coetanei cresciuti in famiglie normali. In particolare, i primi sono risultati: tre volte più soggetti alla disoccupazione: solo il 26% aveva un lavoro fisso, contro il 60% della media; quattro volte più soggetti a ricevere assistenza pubblica: sono stati supportati dai servizi sociali il 69% dei ragazzi cresciuti con omosessuali contro il 17% di quelli provenienti da famiglie etero; più propensi al tradimento: 40% contro 13%; a ricorrere alla psicoterapia: 19% contro 8%; molto più inclini ad essere arrestati, a dichiararsi colpevoli di atti criminali, a drogarsi e a pensare al suicidio (il 12% vi ha pensato di recente, contro il 5%). “Pretendere che non ci siano differenze significative è andare contro un’evidenza empirica”, è la conclusione dello studio.

Regnerus ha affermato: “I nuclei familiari biologici e stabili, anche se considerati erroneamente come una specie in via di estinzione, rimangono gli ambienti più sicuri per la buona crescita dei figli”, motivo per cui se “mi fosse chiesto di pensare a un modello ideale dovrei per forza avvicinarmi a quello di una famiglia tradizionale”.

Oltre che per l’enorme campione preso in esame, l’autorevolezza scientifica è rafforzata anche dal fatto che la ricerca è stata condotta su persone ormai adulte e “indipendenti, che non vivono più nelle case di chi li ha cresciuti.

Lo psichiatra Keith Russell Ablow ha difeso[21] la ricerca di Regnerus, citandone i dati più controversi, secondo i quali:

il 23% di chi è cresciuto con una madre lesbica ha dichiarato di essere stato palpeggiato, contro il 2% degli altri giovani; il 31% di quelli cresciuti con una madre lesbica e il 25% di quelli cresciuti con un padre gay sono stati abusati sessualmente e costretti al sesso forzato, contro l’8% di quelli cresciuti dai propri genitori biologici; il 25% del primo gruppo ha contratto malattie sessualmente trasmissibili, contro l’8% del secondo; i primi hanno mostrato più probabilità di essere infedeli al partner: 40% contro 13%; di fare maggior uso di marijuana e tabacco; di avere un maggior numero di relazioni e partner sessuali; il 61% di quelli cresciuti con madre lesbica e il 71% di quelli con padre gay si sono definiti eterosessuali, contro il 90% di chi è cresciuto in una famiglia normale.

Solo per aver appoggiato e divulgato la ricerca, Ablow è stato duramente attaccato dalle lobby omosessualiste:

“Mi vogliono bruciare la macchina, la casa, verranno a protestare sotto il mio ufficio – ha dichiarato durante un’intervista -. Purtroppo siamo nel clima del politicamente corretto davanti a cui nemmeno i dati scientifici sono sufficienti a porre delle regole. Infatti, chi attacca questo studio, anche con rabbia e violenza, non lo fa mai portando argomentazioni scientifiche indiscutibili. Per questo ho pensato molto ad esprimermi in materia, perché tutte le volte che lo faccio vengo minacciato. Ma, in merito, non c’è uno studio migliore”.

Analogo trattamento è stato riservato al responsabile della ricerca, Regnerus, che ha dovuto fare i conti con una pioggia di critiche provenienti da molti esponenti del mondo Lgbt. I blogger e le associazioni Gay l’hanno accusato di essere “bigotto” e “retrogrado” e la sua autorevole ricerca è stata definita “spazzatura”. Il professore ha risposto che il suo approccio è stato:

“quello di qualunque scienziato professionista: qualunque statistico ed elaboratore di dati li assemblerebbe così, arrivando alle stesse mie conclusioni”, poi si è persino scusato di aver solo voluto “colmare un vuoto scientifico per un approccio più serio” visto che “non avevamo davvero nessun obiettivo precostituito”.

Lo studio di Regnerus è stato ritenuto scientificamente attendibile anche da altri esperti. La demografa Cynthia Osborne, pur essendo polemica, ha riconosciuto[22] che:

“Lo studio Regnerus è più scientificamente rigoroso della maggior parte degli studi in questo settore” e “fornisce prove convincenti che diverse conseguenze da adulti sono associate con l’avere un genitore che aveva una relazione con una persona dello stesso sesso”.

Mentre, Walter R. Schumm, docente di “Family Studies and Human Services” presso la Kansas State University, ha commentato[23]:

“Una cosa è certa: questo studio rappresenta un serio tentativo di ottenere informazioni obiettive che raramente sono state disponibili prima, e non deve essere liquidato semplicemente a causa del disagio che può provocare”.

Uno dei più noti network scientifici, Phys.org, ha osservato[24] che lo studio:

“fornisce nuove e convincenti prove che numerose differenze di benessere, sociali ed emotive, esistono tra i giovani adulti cresciuti da donne lesbiche e coloro che sono cresciuti in una famiglia tradizionale”.

Solidarietà a Regnerus e Ablow contro l’aggressione omosessualista, e assenso all’attendibilità statistica e metodologica dello studio, sono venuti anche che da un gruppo di 27 persone, tra scienziati e docenti universitari, che hanno sottoscritto un comunicato[25] pubblicato nel sito internet della Baylor University. Questo il testo:

“Sebbene l’articolo di Regnerus non sia privo di limiti, come scienziati sociali, pensiamo che gran parte delle critiche ricevute siano ingiustificate”. Innanzitutto perché “la stragrande maggioranza degli studi pubblicati prima del 2012 su questo tema ha fatto affidamento a piccoli campioni non rappresentativi, al contrario, Regnerus per giungere alle sue conclusioni si è basato su un campione di grandi dimensioni, casuale, di oltre 200 bambini cresciuti da genitori che hanno avuto relazioni omosessuali, confrontandoli con un campione casuale di oltre 2.000 bambini cresciuti in famiglie eterosessuali”. In secondo luogo perché chi ha criticato lo studio affermando che i problemi dei “figli” dei gay sono dovuti alla stigmatizzazione della società, non ha tenuto conto che “le scoperte di Regnerus relative all’instabilità dei rapporti, sono coerenti con recenti studi su coppie gay e lesbiche in paesi come l’Olanda e la Svezia, i quali trovano modelli altrettanto elevati di instabilità tra le coppie dello stesso sesso”.

Non ci sono solo gli studi scientifici a mettere in luce i molti problemi dei figli allevati da genitori omosessuali, ma anche le testimonianze personali. Ne riporto due. La prima è quella di Robert Oscar Lopez, cresciuto con due mamme lesbiche, e la seconda riguarda Dawn Stefanowicz, cresciuta con il padre omosessuale.

Robert Oscar Lopez, docente di lingua inglese alla California State University di Northridge, ad agosto 2012 ha reso pubblica la testimonianza[26] circa la sua travagliata vita di bambino cresciuto da due mamme lesbiche, e le conseguenze che ancora oggi, da adulto, si porta addosso:

“Crescere con genitori omosessuali è stato molto difficile – racconta -, e non a causa dei pregiudizi dei vicini. Le persone della nostra comunità non sapevano bene cosa succedeva in casa”. Ma perché “i miei coetanei hanno imparato tutte le regole non scritte di comportamento e di linguaggio del corpo all’interno delle loro case, hanno capito quello che era il caso di dire e non dire in certi contesti, hanno imparato i meccanismi sociali tradizionali maschili e femminili. Anche se i genitori dei miei coetanei erano divorziati, costoro sono comunque cresciuti osservando modelli sociali maschili e femminili”. Invece io “ho avuto pochi spunti sociali da offrire a potenziali amici di sesso maschile o femminile, dal momento che non ero né sicuro né sensibile verso gli altri. Raramente ho fatto amicizia, e facilmente mi sono alienato dagli altri. […] Non avevo idea di come rendermi attraente per le ragazze. Quando ho messo piede fuori casa sono stato subito bollato come un disadattato a causa dei miei modi di fare da ragazzina, buffi vestiti, blesità e stravaganza. Molti gay non si rendono conto di quale benedizione sia essere allevato in una famiglia tradizionale”.

Ancora oggi, continua Lopez:

“ho pochissimi amici e spesso non capisco la gente a causa dei segnali di genere non detti che sono tutt’intorno a me, che vengono dati per scontati anche dai gay allevati in famiglie tradizionali. Ho difficoltà nell’ambiente professionale, perché i colleghi mi trovano bizzarro”.

Problematici sono stati anche gli anni del college dove, all’inizio Lopez è stato spinto a dichiararsi omosessuale, ma:

“quando ho detto di essere bisessuale non mi hanno creduto, rispondendo che non ero pronto ad uscire allo scoperto come gay”. Segue, nel 1990, l’abbandono del college e il suo ingresso “in quello che può essere chiamato solo gay underworld” dove “Mi sono accadute cose terribili lì”.

Lopez che oggi ha 41 anni, è sposato ed è padre, conclude:

“Ho messo da parte il mio passato omosessuale e giurato di non divorziare da mia moglie o di andare con un’altra persona, uomo o donna. Ho scelto questo impegno al fine di proteggere i miei figli da comportamenti drammatici nocivi, che permangono anche quando si cresce e diventa adulti. Quando sei un genitore, le questioni etiche ruotano intorno ai figli e si deve mettere via il proprio interesse personale… per sempre”.

Davvero impressionante è la testimonianza di Dawn Stefanowicz, una donna, oggi quarantenne, che vive in Ontario (Canada), sposata e con due figli, la cui infanzia (e giovinezza) è stata sconvolta dallo stile di vita del padre omosessuale, col quale è vissuta per più di vent’anni.

Dawn racconta la sua storia nel libro “Out from Under, the impact of homosexual parenting”[27], ma riporta una testimonianza anche nel suo sito internet[28], dove così scrive:

“Sono cresciuta in una famiglia omosessuale durante gli anni ’60 e ’70 a Toronto, in contatto con molte persone appartenenti alla sottocultura GLBT (Gay, Lesbiche, Bisessuali, Transessuali), ed esposta a pratiche sessuali esplicite. Sono stata ad alto rischio di esposizione a malattie sessualmente trasmissibili a seguito di molestie sessuali, di comportamenti sessuali ad alto rischio di mio padre, e dei suoi numerosi compagni. Anche quando mio padre si ritrovava in quella che viene definita una relazione monogama, continuava ad andare in giro in cerca di sesso anonimo. Purtroppo quando mio padre era bambino è stato abusato sessualmente e fisicamente da uomini più grandi. A causa di ciò ha vissuto con la depressione, problemi di controllo, esplosioni di rabbia, tendenze suicide e compulsioni sessuali. Ha cercato di soddisfare i suoi legittimi bisogni di affetto e attenzioni paterne con relazioni transitorie e promiscue. Lui e i suoi compagni sono stati esposti a varie malattie sessualmente trasmissibili, in occasione dei loro viaggi in tutto il Nord America. Alcuni ex partners di mio padre hanno abbreviato la loro vita a causa di suicidi, infezioni da HIV o Aids. Anche mio padre, purtroppo, è morto di Aids nel 1991.

Le molteplici esperienze personali, professionali e sociali con mio padre non mi hanno insegnato il rispetto per la moralità, l’autorità, il matrimonio e l’amore paterno. Non mi era permesso parlare di mio padre, dei suoi coinquilini uomini, del suo stile di vita e degli incontri in quella sottocultura, la paura delle intimidazioni e minacce di mio padre mi avevano zittita. Finché ho vissuto in quella casa ho dovuto seguire le sue regole. Sì, ho amato mio padre. Tuttavia mi sono sentita abbandonata, trascurata, e non rispettata nei miei bisogni quando mio padre, spesso, se ne andava all’improvviso, per diversi giorni, per stare con i suoi partners. I suoi compagni non sono mai stati veramente interessati a me. Ero indignata per l’incidenza, tra persone dello stesso sesso, di abusi domestici, avances sessuali verso minori e la perdita di partner sessuali, come se le persone fossero solo prodotti da usare.

Dall’età di 12 anni, per sopperire alla mancanza d’amore di mio padre, ho iniziato a cercare conforto dai ragazzi. Sin da giovane età sono stata esposta a linguaggio sessualmente esplicito, stili di vita edonistici, varie sottoculture GLBT e luoghi di vacanza gay. Sono stata esposta all’intera gamma di manifestazioni sessuali esistenti, incluso il sesso negli stabilimenti balneari, travestitismo, sodomia, pornografia, nudismo gay, lesbismo, bisessualità, reclutamento di minorenni, voyeurismo, esibizionismo e sadomasochismo. Alcool e droga hanno spesso contribuito ad abbassare le inibizioni nelle relazioni di mio padre.

Quando avevo otto anni a mio padre piaceva vestirmi unisex, darmi un aspetto di genere neutro e di una famosa icona del travestitismo. Non ho mai visto il valore delle differenze biologiche complementari del maschile e femminile, né ho mai pensato al matrimonio. Oltre due decenni di esposizione diretta a queste stressanti esperienze mi hanno provocato insicurezza, depressione, pensieri suicidi, paura, ansia, bassa autostima, insonnia e confusione sessuale. La mia coscienza e innocenza sono state gravemente danneggiate. Sono dovuta arrivare fino ai 20 e 30 anni, dopo aver fatto scelte di vita importanti, per riuscire a capire quanto crescere in quest’ambiente mi abbia segnata. La mia guarigione ha incluso l’affrontare la realtà, l’accettare le conseguenze a lungo termine, e offrire il perdono. Riuscite ad immaginare cosa voglia dire essere costretti a tollerare relazioni instabili e diverse pratiche sessuali sin da tenera età e come questo possa aver influenzato il mio sviluppo? La mia identità di genere, il benessere psicologico e le relazioni con i coetanei sono state compromesse. Purtroppo, finché mio padre, i suoi partner sessuali e mia madre non sono morti, non sono stata libera di parlare pubblicamente delle mie esperienze”.

Nel 2004 Dawn Stefanowicz è stata testimone presso la Commissione Permanente del Senato sugli Affari Legali e Costituzionali della Legge C-250 (crimini di odio), e da allora ha iniziato a testimoniare la sua storia in giro per il mondo, sia presentandosi al pubblico di persona, come ha fatto in Canada, Stati Uniti, Irlanda, Messico, Paraguay, sia attraverso altri canali, come articoli sui giornali, interviste alla radio, partecipazioni a trasmissioni televisive.

Oggi Dawn si batte contro la legalizzazione di matrimonio e adozioni omosessuali:

“La mia più grande preoccupazione – sostiene la donna – è che i bambini non vengano per nulla considerati nell’attuale dibattito sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. Se questo matrimonio dovesse essere legalizzato, il passo successivo – da parte di alcuni attivisti gay – non sarà forse la richiesta di rendere legale anche l’adozione? […] Con la legalizzazione del matrimonio omosessuale, una persona, o una coppia o un gruppo che pratica ogni genere di comportamento sessuale, potrebbe essere in grado di ottenere dei figli, sia a seguito di precedenti relazioni eterosessuali, sia con le nuove tecnologie riproduttive, che tramite adozione. Questo costringerebbe tutte le agenzie di adozione pubbliche e private a mandare i bambini dentro relazioni sperimentali o ad altissimo rischio di discriminazione”.

Poi, la Stefanowicz domanda:

“Possono davvero i bambini essere utilizzati come uno strumento accademico, economico, psicologico, sociale e comportamentale in situazioni sperimentali? Io vi dico di aver sofferto molto e a lungo in questo genere di situazione, e ciò è stato professionalmente documentato dagli psicologi che mi hanno seguita. […] Il Governo e il sistema giudiziario non stanno forse giocando con i bambini costringendo la collettività a tollerare ogni forma di espressione sessuale contro la loro volontà, coscienza e libertà religiosa? […] In questo dibattito cruciale, i diritti umani dei bambini sono diventati secondari, sono ignorati e negati… In definitiva, se il matrimonio omosessuale dovesse essere legalizzato, le vittime reali e perdenti, saranno proprio i bambini”.

La Stefanowicz osserva che ciò che ha dovuto subire non è un’eccezione, poiché:

“è presente un numero crescente di testimonianze personali, di esperti e organizzazioni, che mostrano molti punti in comune con la mia esperienza”.

E promuove il matrimonio monogamico e la stabilità e responsabilità genitoriale:

“Non solo per i bambini è meglio crescere con una madre e un padre all’interno di un vincolo matrimoniale, ma costoro hanno anche bisogno di genitori responsabili e monogami che non abbiano rapporti extraconiugali. La promiscuità dei genitori, l’abuso e il divorzio non sono una cosa buona per i bambini […] Il matrimonio deve rimanere la base fondante della società che costituisca, rappresenti e difenda il rapporto intrinsecamente procreativo tra marito e moglie per il benessere dei loro figli. I bambini hanno bisogno di confini appropriati e coerenti, e di espressioni sicure di intimità emotiva che non siano sessualizzate in casa e nella comunità”.

In questa sua battaglia Dawn Stefanowicz è affiancata dalla HOPE (Homosexuals Opposed to Pride Extremism), un’associazione di omosessuali che si batte contro gli estremismi dell’orgoglio gay, il cui direttore esecutivo, John McKellar dichiara:

“È egoista e presuntuoso da parte della comunità gay premere affinché il matrimonio omosessuale venga legalizzato, e vengano ridefinite le tradizioni e le convenzioni della società solo per la nostra auto-indulgenza. Si stanno cambiando leggi federali e provinciali, e si stanno compromettendo i valori tradizionali solo per soddisfare una piccola combriccola che si è auto-eletta”.

Sono sempre di più gli omosessuali che si schierano pubblicamente contro l’adozione e il matrimonio gay, attirandosi sistematicamente l’ira delle lobby Lgbt. Tra costoro vi è il francese, ateo dichiarato, Xavier Bongibault, che ammette[29]:

“Ogni volta che affermo di essere contro il matrimonio, contro l’adozione, gli attivisti LGBT mi indicano come reazionario, fascista e omofobo, che nel mio caso è paradossale!”.

Bongibault presiede l’associazione Plus gay sans mariage e, a proposito delle scelte del governo Hollande, dichiara:

“Il piano del governo è tutt’altro che unanime nella comunità gay. Contrariamente a quanto dicono i mezzi di comunicazione, la richiesta non viene dalla maggioranza degli omosessuali. La maggior parte non è interessata, ma l’influenza del movimento LGBT è tale che molti non osano dirlo. […] Molti temono di perdere gli amici. Hanno paura a parlare”. “Un bambino ha bisogno di un padre e una madre – conclude Bongibault -. Sono ateo. Io non sto cercando di preservare le tradizioni, solo un po’ di buon senso”.

Minacce copiose anche all’attore britannico omosessuale Rupert Everett, dopo la sua recente dichiarazione alSunday Times Magazine contro l’adozione da parte di coppie dello stesso sesso: “Non riesco a pensare niente di peggio che essere allevato da due papà gay”[30].

Da allora, racconta Everett al Daily Telegraph, sono diventato il “Nemico Pubblico Numero Uno” della lobby LGBT: “Ho ricevuto lettere di odio e ci sono state anche minacce di morte. Sono odiato da loro”[31].

Tra gli altri omosessuali noti, schierati contro nozze e adozioni gay, c’è anche Richard Waghorne, ricercatore in filosofia politica e commentatore su diversi quotidiani anglosassoni, che in un articolo sull’Irish Daily Maildichiara[32]:

“Il matrimonio tradizionale viene ostacolato in nome del popolo gay, con conseguenze per le generazioni future. […] I bambini devono essere cresciuti da un uomo e una donna”.

Waghorne non risparmia critiche alla lobby gay circa il suo etichettare come “omofobo” chiunque esprima una forma di contrarietà, e aggiunge:

“non mi sento minimamente discriminato per il fatto che non posso sposare una persona dello stesso sesso”.

Poi c’è Andrew Pierce, opinionista del Daily Mail che, a proposito dell’iniziativa del primo ministro Cameron, scrive[33]:

“sta portando arrogantemente avanti una questione che scalda i cuori ai suoi compagni nella èlite metropolitana, ma che non interessa i sentimenti di milioni di persone normali che, come ha dimostrato un sondaggio dopo l’altro, sono contrari ad essa”.

Quindi, rivolgendosi direttamente al premier, domanda:

“Bene, Signor Cameron, io sono un conservatore e un omosessuale, e mi oppongo al matrimonio gay. Sono un bigotto?”.

E fa altri nomi di omosessuali conosciuti, che sono contrari al riconoscimento delle unioni gay, come David Starkey e Alan Duncan, precisando che:

“nessuno dei miei amici gay vuole che il matrimonio gay sia tradotto in legge”.

Anche David Blankenhorn, sostenitore dei diritti gay negli Stati Uniti, ha assunto una posizione critica[34] verso questi nuovi “diritti”:

“Il matrimonio è fondamentalmente basato sui bisogni dei bambini – scrive -. Ridefinire il matrimonio per includere coppie gay e lesbiche eliminerebbe completamente nel diritto, e indebolirebbe ancor più nella cultura, l’idea basilare di una madre e un padre per ogni bambino”. Poi aggiunge: “Ovviamente ci sono situazioni tragiche in cui un bambino può non avere una mamma o un papà – come nel caso di morte o abbandono di un genitore – ma questa non è una situazione desiderabile per un bambino, e nemmeno è una situazione che ogni Governo dovrebbe infliggere a un bambino. Eppure legalizzare il matrimonio omosessuale infliggerà al bambino questa privazione. Ecco perché è sbagliato, ed ecco perché tutte le leggi che permettono, ai single o alle coppie dello stesso sesso, di ottenere un figlio con la fecondazione in vitro, la maternità surrogata o l’adozione, sono sbagliate”.

Italo Carta osserva[35] che se si emanano leggi che pretendono di stravolgere il diritto naturale “succede il caos”. Infatti:

“se si tolgono le evidenze che accomunano gli uomini, a prescindere dal contesto e dalla tradizione da cui provengono, si cade nell’arbitrarietà. Prevale il diritto del più forte, di chi urla di più. In questo caso, quello dei promotori di tali diritti. Siamo in un momento storico in cui la volontà è così tracotante che prende il sopravvento sulla conoscenza delle cose. Ma così le violenta. Io voglio fare una famiglia con una persona del mio stesso sesso, non solo chiedo di non essere discriminato ma pretendo di generare, con tecniche violente e artificiali, e poi pure di allevare, un innocente in un contesto che non gli farà sicuramente bene. Se si salta il fondamento del diritto che è nella legge naturale, e nella ragione umana che la riconosce, la giustizia muore. Non possiamo neppure più parlare di diritti universali”.

Se va in crisi l’istituzione del matrimonio basato sulla diversità sessuale dei coniugi – continua Carta – la società perde:

“la generatività e l’educazione sana delle persone. Non basta l’amore per crescere dei bambini, servono due personalità differenti dal punto di vista psichico”. “La natura ha fatto l’uomo maschio e femmina e la differenza non è solo fisica ma psicologica. La psiche dell’uomo è diversa da quella della donna: la donna protegge, dà la vita per il figlio, si sobbarca le sue fatiche. Il padre è quello che recide questo legame affinché il bambino cresca e cammini con le sue gambe. Da quando è nato il mondo, il bambino ha bisogno di entrambe queste figure per crescere forte e sano, per affrontare la vita e i problemi. Senza di esse salta in aria tutto il dispositivo edipico su cui si fonda da sempre ogni società. Non mi parlino dei genitori morti perché la loro presenza evocata è utile comunque a questo processo. E comunque la morte non crea disordini affettivi come la sostituzione di un genitore con una figura di un altro sesso. Non conosciamo ancora gli scenari di un mondo disposto a stravolgere la normalità ma li prevedo terribili. L’uomo che obbedisce alla sua volontà e non alla norma si distrugge. E questo non dobbiamo permetterlo per il bene di tutti. L’uomo per sua natura è un essere giuridico che per crescere ha bisogno di seguire delle norme date a lui come pilastri di supporto per camminare certo nella vita”.

La psicanalista francese Claude Halmos, in un articolo[36] di qualche hanno fa, spiega che la questione non è se:

“gli omosessuali maschili o femminili siano ‘capaci’ di allevare un bambino”, ma se essi “possano essere equivalenti ai ‘genitori naturali’ (necessariamente eterosessuali)”. “Ignorando un secolo di ricerche – prosegue la Halmos -, i sostenitori dell’adozione si basano su un discorso basato sull’‘amore’, concepito come l’alfa e l’omega di ciò che un bambino avrebbe bisogno”, ma queste affermazioni “colpiscono per la loro mancanza di rigore” perché “un bambino è in fase di costruzione e, come per qualsiasi architettura, ci sono delle regole da seguire se si tratta di ‘stare in piedi’, [e] la differenza tra i sessi è un elemento essenziale della sua costruzione”. L’amore, insomma, non basta perché c’è anche la corporeità: i bambini si “costruiscono” attraverso “un ‘legame’ tra il corpo e la psiche, e i sostenitori dell’adozione si dimenticano sempre il corpo. Il mondo che descrivono è astratto e disincarnato. […] un mondo dove ‘tutto’ è possibile: dove gli uomini sono i ‘padri’ e anche le ‘mamme’, le donne ‘mamme’ e anche ‘papà’. Un mondo magico, onnipotente, dove ciascuno armato con la sua bacchetta, può abolire i limiti”, ma questo diviene “debilitante per i bambini”.

Un pensiero analogo è quello del teologo e filosofo francese Xavier Lacroix, membro del Comitato consultivo nazionale di etica, che in un’intervista[37] su Le Monde afferma:

“Oggi, nove persone su dieci pensano che il matrimonio sia la celebrazione sociale dell’amore. Ma, antropologicamente, tradizionalmente, giuridicamente, universalmente, il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna in vista della procreazione; se si tolgono la differenza di sesso e la procreazione, non resta niente, eccetto l’amore, che può finire. Il matrimonio è anche un’istituzione e non solo un contratto. L’istituto del matrimonio è definito da un corpus di diritti e di doveri degli sposi tra loro e verso i figli. La società vi interviene come terza parte, tenuto conto del fatto che ne ha bisogno per l’interesse generale”. “Se il matrimonio si limitasse ad una celebrazione dell’amore, non ci sarebbe più fondamento della filiazione, della genitorialità. […] I sostenitori dell’omogenitorialità dicono che la differenza sessuale non ha importanza, che non è importante che un bambino sia nato da questa o quella persona; occultano la nascita. Affermare questo, equivale a dire urbanamente che il corpo non conta. È grave, perché equivale a pensare che tutto deriva dalla volontà e dalla cultura”.

Lacroix, quindi, conclude:

“È un po’ cinico voler riformare la legge per giustificare il proprio comportamento. Non si può cambiare la definizione di filiazione e di famiglia per tutti, per rispondere alla richiesta di alcune migliaia di coppie omosessuali minoritarie, che hanno dei comportamenti certo rispettabili, ma che pongono problemi. In questo modo, gli omosessuali vogliono entrare nella norma sovvertendola”. “La discriminazione consiste nel non concedere gli stessi diritti in condizioni simili. Ma, di fronte alla procreazione, le coppie omosessuali non sono nella stessa situazione delle coppie etero. Strutturalmente, non possono procreare. Al contrario, penso che ci sarà discriminazione verso i bambini, se la legge definisce, a priori, che migliaia di bambini saranno privati dei beni elementari che sono un padre e una madre”.

Ebbene, Dott. Clinton Anderson,

– Se, come lei sostiene, il ruolo della conoscenza e della scienza è importante, perché costringe le persone a confrontare le proprie convinzioni con dei dati di fatto (e su questo ci trova pienamente e totalmente d’accordo), di modo che non ci si può più nascondere dietro l’idea che esistano delle differenze, che ne è di tutti quegli studi scientifici che dimostrano che le differenze ci sono? Non valgono questi “dati di fatto” per il confronto circa le proprie convinzioni?
– Su quali basi lei dichiara che le numerose ricerche fatte in questo campo hanno sempre evidenziato unanimità nei risultati? E su quali basi lei sostiene che non esistono relazioni tra l’orientamento sessuale dei genitori e alcun tipo di disagio emotivo, sociale e psicologico dei bambini? L’autorevolissimo studio di Regnerus, e tutti gli altri che confutano la teoria della “non differenza” sposata dall’APA, se li è dimenticati?
– O vuole forse sostenere che, sulla questione, valgono solo gli studi basati su dati carenti, non rappresentativi e male interpretati dell’APA?
– Solo quelli che – secondo le accuse di Nicholas Cummings, ex Presidente dell’associazione di cui lei fa parte –  hanno portato a conclusioni in cui “la correttezza politica ha trionfato sulla scienza, sulla conoscenza e sull’integrità professionale”?
Dott. Anderson, per favore, ci risparmi le menzogne dell’APA, frutto dell’influenza e delle pressioni delle lobby Lgbt[38], e della pavidità di chi non ha il coraggio di dire la verità. Non lo faccia per noi, ma per tutti quei bambini che pagheranno sulla propria pelle le decisioni derivanti dalle vostre valutazioni strumentalizzate.
Note:
[1] Simon Fanshawe, “Society now accepts gay men as equals. So why on earth do so many continue to behave like teenagers?”, http://www.guardian.co.uk, 21 aprile 2006.
[2] Hilary White, “Homosexual U.K. documentarian says gay lifestyle a ‘sewer’ of casual degrading sex, drug abuse”, http://www.lifesitenews.com, 10 settembre 2008.
[3] Tracy McVeigh, “Breaking the taboo over the mental health crisis among Britain’s gay men”, The Observer, 22 agosto 2010, http://www.guardian.co.uk.
[4] Farkas Alessandra, “gay e AIDS, attrazione fatale”, Corriere della Sera, 13 dicembre 1993.
[5] Michael King, J. Semlyen, S. S Tai, H. Killaspy, D. Osborn, D. Popelyuk, I. Nazareth, http://www.biomedcentral.com/1471-244X/8/70, 18 agosto 2008.
[6] “Pacs e Dico: domande e risposte (Parte I)”, http://www.zenit.org, 28 febbraio 2007,  http://www.zenit.org/article-10658?l=italian.
[7] Benedetta Frigerio, “Uno studio sui figli dei gay mette in crisi l’America dell’indifferenza sessuale”, http://www.tempi.it, 28 giugno 2012.
[8] Loren Marks, “Same-sex parenting and children’s outcomes: A closer examination of the American psychological association’s brief on lesbian and gay parenting”, Social Science Research, 12 marzo 2012; http://www.baylorisr.org/wp-content/uploads/Marks.pdf.
[9] “Former APA President Dr. Nicholas Cummings describes his work with SSA clients”, Narth.com/docs/cummings.html.
[10] “Homosexual parenting studies are flawed, report says”, http://www.foxnews.com, 18 luglio 2001.
[11] “Australia: 150 medici e psicologi contro le nozze gay”, http://www.uccronline.it, 23 maggio 2012.
[12] “Homosexual parenting: is it time for change?”, American College of Pediatricians, marzo 2012, http://www.acpeds.org.
[13] “Pediatri italiani (SIPO e SIPPS): ‘fortemente contrari ad adozioni omosessuali’”, http://www.uccronline.it, 3 giugno 2012.
[14] S.R.V., “Ma la crescita rischia di essere squilibrata”, La Stampa, 12 settembre 2012.
[15] Antonio Giuliano, “Bimbi con due padri, ecco perché no”, http://www.labussolaquotidiana.it, 25 maggio 2011.
[16] “Studio USA: figli di genitori lesbiche più propensi ad essere bisessuali e omosessuali”, http://www.uccronline.it, 29 dicembre 2011; N.K. Gartrell. H.M.W. Bos, N.G. Goldberg, “Adolescents of the U.S. National Longitudinal Lesbian Family Study: sexual orientation, sexual behavior, and sexual risk exposure”, Archives of Sexual Behavior, December 2011, Volume 40, Issue 6, pp. 1199-1209.
[17] Www.uccronline.it, ivi; Walter R. Schumm, “Children of homosexuals more apt to be homosexuals? A reply to Morrison and to Cameron based on an examination of multiple sources of data”, Journal of Biosocial Science, Volume 42, Issue 06, November 2010, pp. 721-742.
[19] Www.uccronline.it, ivi; Lisa M. Diamond, “A dynamical systems approach to the development and expression of female same-sex sexuality”, Perspectives on Psychological Science, Volume 2, Number 2, 2007.
[20] Volume 41, Issue 4, luglio 2012, pp. 752-770.
[21] Keith Ablow, “Study finds host of challenges for kids of gay parents”, http://www.foxnews.com, 12 giugno 2012; Benedetta Frigerio, “I dati sui figli dei gay sono veri. ‘Non dirlo è andare contro l’evidenza’”, http://www.tempi.it, 10 luglio 2012; “Lo psichiatra Ablow: ‘approvo lo studio sui disturbi dei figli dei gay, ma temo di dirlo’”, http://www.uccronline.it, 14 luglio 2012.
[22] C. Osborne, “Further comments on the papers by Marks Regnerus”, Social Science Research, Volume 41, Issue 4, luglio 2012, pp. 779-783; “The ins-and-outs of the new Regnerus/UT Austin Study on same-sex parenting”, glenntstanton.com, 13 giugno 2012.
[23] Walter R. Schumm, “Does it really make no difference in your parents are straight or gay?”, http://www.mercatornet.com, 15 giugno 2012.
[24] “Studies challenge established views development of children raised by gay or lesbian parents”, Phys.org, 10 giugno 2012.
[25] “A social scientific response to the Regnerus controversy”, http://www.baylorisr.org, 20 giugno 2012.
[26] Robert Oscar Lopez, “Growing up with two moms: the untold children’s view”, http://www.thepublicdiscourse.com, 6 agosto 2012.
[27] Uscito nel 2012 anche in Italia con il titolo: “Fuori dal Buio, la mia vita con un padre gay”, Edizioni Ares, 2012.
[28] “Dawn’s Testimony”, http://www.dawnstefanowicz.org.
[29] “Francia: psicologi, filosofi, giuristi e sindaci contro le nozze gay”, http://www.uccronline.it, 7 novembre 2012.
[30] Alasdair Glennie, “‘I couldn’t think of anything worse than being brought up by two dads’: gay actor Rupert Everett’s stinging attack on homosexual parents sparks outrage”, http://www.dailymail.co.uk, 16 settembre 2012.
[31] Tim Walker, “Dominic West and the greyness of John Major”, http://www.telegraph.co.uk, 30 settembre 2012.
[32] “Against gay marriage”, richardtwaghorne.wordpress.com, 5 aprile 2011.
[33] A. Pierce, “I’m a gay man who opposes gay marriage. Does that make me a bigot, Mr Cameron?”, http://www.dailymail.co.uk,12 giugno 2012.
[34] David Van Gend, “A dad does matter to a child, whether gay couples like it or not”, http://www.theaustralian.com.au, 29 agosto 2011.
[35] Benedetta Frigerio, “Il matrimonio gay mette in pericolo la salute mentale della società”, http://www.tempi.it, 19 marzo 2012.
[36] Claude Halmos, “L’adoption par des couples homosexuels: et l’enfant dans tout ça?”, http://www.psychologies.com.
[37] Stéphanie Le Bars, “Les homosexuels veulent entrer dans la norme en la subvertissant”, Le Monde, 26 ottobre 2012.
[38] Si veda in proposito: “Nozze gay: l’APA senza credibilità, smentita dagli studi”, http://www.uccronline.it, 3 maggio 2013.
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