Sul rapporto madre-figlia (contributi teorici e antologia psicologica)

Prima di poter affrontare un argomento cosi delicato come quello del rapporto madre figlia, è necessario soffermarsi su quelli che sono stati i diversi contributi teorici che hanno permesso di evidenziare come, la primissima relazione madre bambino abbia un valore estremamente importante per lo sviluppo dell’infante. E’ necessario sottolineare che, questa relazione, non si limiterà ad influenzare soltanto le prime fasi dello sviluppo ma le sue conseguenze saranno ben visibili per tutta l’intera esistenza dell’individuo.

Già Freud nel 1905 affermò di non poter neppure dare l’idea della grande influenza di questo primo oggetto, sulla scelta degli oggetti successivi. Infatti, tutte le altre relazioni oggettuali future si possono far risalire ad essa, ed i residui di questa fase primitiva si possono cogliere in tutte le fasi successive. La fase d’amore oggettuale primitivo è uno stadio necessario allo sviluppo mentale. Il fondamento biologico che si può ritrovare in questa relazione è l’interdipendenza pulsionale tra madre e figlio; essi sono dipendenti l’uno dall’altro, ma allo stesso tempo hanno bisogno l’uno dell’altro. (Balint,1991). Il primo rapporto che il bambino sperimenta è quello con la madre, un legame intenso e relativamente esclusivo. Lo sviluppo infantile consiste pertanto nella costruzione, nel mondo esterno come nella psiche infantile, di un rapporto sociale ed emotivo tra la madre e il bambino. Il neonato, però, al momento della nascita risulta essere completamente dipendente alle cure materne e ciò permarrà fino a che non sarà in grado di sviluppare le capacità adattive necessarie. Tra le funzione del genitore, in queste fasi, dovrà esservi quello di fare, secondo l’espressione della Mahler, da “io esterno” per il bambino mediando l’ambiente per lui, e anzi diventando tutto il suo ambiente. La maturazione di capacità adattive dell’io che possano subentrare al genitore, tuttavia, richiedono a sua volta lo sviluppo di un io integrato, capace di controllare e organizzare quelle funzioni e quei comportamenti. In questa prima fase le azioni della madre e il suo investimento libidico, il suo coinvolgimento con il bambino provocano lo sviluppo selettivo di talune potenzialità. La qualità dell’accudimento condiziona anche la crescita del sé e dell’immagine emotiva del sé. (Chodorow, 1991). Micheal Balint sostiene che, tale primissima esperienza, produce nell’individuo un atteggiamento di fondo “la cui influenza ha vasta portata e si estende con ogni probabilità alla sua intera struttura psicologica, coinvolgendo in vario grado tanto la psiche quanto il corpo.” Quando, durante le prime fasi di vita, si verifica qualche grossa discrepanza tra bisogni del bambino e l’accudimento che gli viene fornito, in cui rientrano anche l’attenzione e l’affetto, nell’individuo si crea un “difetto di fondo”, e una relativa sensazione onnipresente che qualcosa non va. Infatti, nelle primissime fasi dello sviluppo madre e bambino stanno bene solo quando sono vicini e entrambi sono appagati da questa situazione. Se però, l’uno o l’altro non sono soddisfatti il loro rapporto potrà subire tensioni e si potranno manifestare vari disturbi nell’io del bambino e fenomeni nevrotici nella madre. (Balint, 1991). Fino a che non sarà in grado di cavarsela da solo, il lattante userà diverse tecniche per cercare di prevenire o negare l’allontanamento e la separazione della madre, l’oralità e l’atteggiamento orale dell’incorporazione sono due tecniche difensive volta a mantenere in atto l’identificazione primaria, quando questa viene erosa: cioè nel momento in cui la madre incomincia ad essere vissuta come separata. La graduale uscita del bambino da questa fase di dipendenza, attraverso un rapporto con la persona o le persone che si occupano di lui equivale secondo Winnicott al “porsi in essere” del lattante in quanto “sé”. Il sostegno dell’io fornito dalle cure materne protegge il bambino dando un’illusione che l’io infantile sia stabile e potente, quando in realtà è debole. Tale protezione, però, risulta necessaria affinché si sviluppi un “vero sé”, il quale, sempre secondo Winnicott, permette di esprimersi come soggetti agenti, sul piano emotivo ed interpersonale. Mentre, nella persona in cui si forma quello che è chiamato “falso sé”, tutto lo sviluppo avviene per reazione: in questo modo il “falso sé” nasce come adattamento all’ambiente oppure come ribellione contro di esso. Il suo fine sarà la sopravvivenza con il minimo di disagio anziché la piena individualità. E’ importante riconoscere, che sono gli aspetti del rapporto con la madre che vengono interiorizzati ai fini difensivi, sono le sue cure che devono essere coerenti e affidabili, ed è la sua assenza che produce angoscia. Gli psicanalisti chiamano questo aspetto dei primi mesi di vita del bambino identificazione primaria. (Chodorow, 1991).
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MELANIE KLEIN 
Melanie Klein, attraverso il suo lavoro di ricerca, strettamente collegato alla lunga pratica analitica con i bambini, ha dato un grosso contributo alla conoscenza dello sviluppo psicologico dei primissimi tempi di vita del bambino. La sua ricerca ha dato particolarmente rilievo al mondo interno del bambino, agli oggetti interni buoni (le esperienze gratificanti) e cattivi (le esperienze frustranti), alle fantasie inconsce, ai processi di proiezione e alle angosce, alle difese, al tipo di relazione oggettuale cioè al tipo di rapporto del bambino con l’oggetto emotivo che dapprima è costituito dalla madre e poi dalle altre persone. Nello sviluppo del bambino la Klein scopre dei processi obbligati e normali nei quali ritrova rassomiglianze con la schizofrenia, la paranoia, la depressione dell’adulto e non esita a fare propri i termini di tali malattie psichiche degli adulti. Doveva esserci per la Klein una relazione intima tra le reazioni di tipo psicotico e depressivo dello sviluppo normale del bambino e la malattia psichica vera e propria dell’adulto. Infatti, ella afferma l’esistenza di tratti psicotici “fisiologici” nel neonato e ne studia la possibilità di fissazione ed il potenziale evolvere verso una struttura di personalità con caratteri patologici. Nel descrivere lo sviluppo del bambino nel primo anno di vita la Klein distingue la posizione schizoparanoide e la posizione depressiva; non parla di stadi o fasi proprio per indicare il carattere di mobilità e non un semplice stadio di passaggio. L’individuo può, quindi, oscillare continuamente tra le due posizioni.
POSIZIONE SCHIZOPARANOIDE (primi 3-4 mesi di vita) Il bambino vive la madre come “oggetto parziale” cioè quando la madre soddisfa i suoi bisogni primari, quando è presente e lo allatta, ella è sentita come oggetto buono; è invece oggetto cattivo quando è assente e lo frustra nei suoi desideri. In questa fase non ci sono i sensi di colpa per le pulsioni aggressive contro la madre quando lo frustra. Infatti, per il bambino la madre non è ancora riconosciuta come “oggetto totale”, cioè come colei che assomma aspetti frustranti e aspetti gratificanti. Il bambino, fin dall’inizio della vita, è dominato da due istinti: una pulsione aggressiva, distruttiva (istinto di morte) una pulsione d’amore o libido. Il bambino proietta questi istinti sulla madre, a seconda se lo gratifica o lo frustra. Così il seno, che è sentito contenere una gran parte dell’istinto di morte del lattante, è sentito come cattivo e minaccioso per l’Io e dà luogo nel bambino ad angosce di tipo persecutorio.
 
POSIZIONE DEPRESSIVA (dai 3-4 ai 6 mesi) Il bambino inizia a percepire la madre come “oggetto totale” che unifica in sé sia aspetti buoni che cattivi. Ora che la madre buona e cattiva non sono più separate, il bambino percepisce i suoi impulsi distruttivi come pericolosi, in quanto danneggiano la madre. Da ciò derivano il senso di colpa e l’angoscia depressiva che si risolvono con la riparazione e la sublimazione dell’aggressività. Nella riparazione l’istinto di vita prevale su quello di morte. La Klein ci insegna che è fondamentale per la “struttura” della personalità il raggiungimento della posizione depressiva che si ha nella misura in cui le pulsioni libidiche e l’amore prevalgono sulle pulsioni distruttive e di annientamento. La strutturazione psicotica avviene secondo la Klein quando il bambino non riesce a passare dalla posizione schizoparanoide alla posizione depressiva. Infatti, la capacità di fronteggiare il senso di colpa è condizionata dalla fase precedente, dal fatto che il bambino sia riuscito a mantenere dentro di sé qualità buone della madre. Se l’ambiente non è stato sufficientemente gratificante, ciò non accade. All’insediamento della madre come oggetto totale nel mondo interno del bambino corrispondono stati di interazione dell’Io e l’inizio di quel processo di separazione-individuazione che porterà il bambino ad una propria autonomia, utile e necessaria per un sano sviluppo. (Klein, 1971).
MARGARET MAHLER 
Un’altra figura importante per lo studio dello sviluppo del bambino è Margaret Mahler. Secondo la Mahler la nascita psicologica e quella biologica non coincidono; ma il primo è un processo le cui tappe fondamentali si svolgono nelle prime fasi di vita, ma che comunque proseguono anche oltre. La seconda, invece, è un processo intrapsichico che si svolge lentamente attraverso il processo di separazione individuazione dalla madre. Nel modello Mahleriano, sono previste diverse fasi della “nascita psicologica”. Nelle prime quattro-cinque settimane di vita il bambino vive una fase di cosiddetto “autismo normale”, che si caratterizza per la mancanza relativa di investimento di stimoli esterni. In questo periodo il bambino ha lunghi periodi di sonno, sonnolenza, e semi-veglia, di durata maggiore rispetto alla veglia attiva. Il bambino non ha consapevolezza del suo “caregiver” (l'”agente di cure”, solitamente la madre), ma ciò che regola il suo ritmo sonno/veglia sono lo stimolo della fame e l’alternanza bisogno-soddisfazione. La seconda fase del modello Mahleriano è detta “simbiotica”, e dura fino al quarto mese. Il bambino comincia ad avere una vaga consapevolezza dell’agente di cure materne (ovvero, l'”oggetto che soddisfa i bisogni”). Il bambino si comporta e agisce come se lui e la madre fossero una sorta di unità onnipotente, racchiusa dentro uno stesso confine; si tratta di uno stato di non-differenziazione (definito “fusione somatopsichica allucinatoria o illusionale onnipotente”), con la rappresentazione della madre. È una simbiosi impropriamente detta, perché il rapporto non è alla pari, ma il bambino è estremamente dipendente. L’ultima fase del modello è il cosiddetto “processo di separazione- individuazione”, che avviene tra il quarto mese e il terzo anno di vita. L’individuazione riguarda la maturazione e la strutturazione del senso di identità; mentre la separazione ha una dimensione intrapsichica, e riguarda la percezione di essere separati dall’unità simbiotica, oggetto d’amore. Secondo la Mahler, il processo di separazione-individuazione prevede quattro sottostadi: 1. differenziazione e sviluppo dell’immagine corporea (4º-8º mese); 2. sperimentazione (8º-14º mese); 3. riavvicinamento (14º-24º mese); 4. costanza dell’oggetto libidico (3º anno).
DIFFERENZIAZIONE Questa fase corrisponde alla presa di coscienza del corpo del bambino. Grazie alla coordinazione motoria, il bambino apprende il proprio schema corporeo (con le mani e la bocca esplora tutto il suo corpo). Verso i 6 mesi, esplora gli oggetti che si trovano alla sua portata ed il viso di sua madre (i capelli, il naso, gli occhi, …). A 7-8 mesi, il bambino distingue la madre dalle altre persone. A questa età sperimenta reazioni di angoscia quando la madre lo lascia, e reagisce in modo diverso in base alle persone presenti. Il bambino comincia a differenziarsi dalla madre.
SPERIMENTAZIONE I progressi dell’attività motoria del bambino giocano un ruolo importante nell’evoluzione delle sue relazioni con la madre: egli si arrampica e si sposta sempre più. Il neonato ha così la possibilità di allontanarsi o di avvicinarsi a sua madre. Egli crea una “distanza ottimale” con la mamma, e giocando riesce a controllare la sua paura della separazione. Il bambino familiarizza progressivamente con il suo ambiente, che esplora attivamente.Andrà anche a scegliersi “un pezzo di stoffa” o uno specifico giocattolo (il cosiddetto “oggetto transizionale”), al quale si attaccherà in assenza di papà e mamma. Questo oggetto gli renderà la loro assenza emotivamente più sopportabile. Più tardi, l’atto del camminare diverrà un modo per affermare ancora di più la propria individualità. La Mahler nota anche che in questa fase i bambini si interessano alle loro parti genitali, ed alla differenza anatomica tra maschi e femmine.
RIAVVICINAMENTO Si notano due comportamenti tipici di questa età: il dare molta attenzione a fatti e gesti della mamma, ed una successione di movimenti di avvicinamento e di allontanamento del bambino nei confronti di sua madre. Verso i 21 mesi, il bambino è capace di trovare una distanza ideale dalla madre. I progressi del linguaggio sono molto importanti in questa nuova tappa. Il bambino è adesso capace di sopportare le attese e le frustrazioni, e si sente interiormente al sicuro.
COSTANZA DELL’OGGETTO LIBIDICO Il bambino ha adesso una rappresentazione stabile, permanente e distinta di lui e sua madre. Non solo egli si sente veramente separato da sua madre, ma percepisce anche le sue caratteristiche sessuali, cioè si percepisce come femmina o maschio, con degli organi sessuali propri della sua identità sessuale. È nel corso di questa fase che l’individualità del bambino si afferma. Egli sta insieme ad altri bambini, utilizza i pronomi personali ed il suo senso del tempo si sviluppa. Al termine di questi 3 anni il bambino si è creato la propria identità, percepisce chi è. Non solo sa di essere diverso da sua madre, ma conosce bene il suo nome, non piange più quando la mamma è assente, ha la propria vita all’asilo, poi a scuola. Tuttavia, questo processo di separazione e di individuazione non è del tutto terminato, e delle frustrazioni o angosce troppo intense possono farlo regredire. (Mahler, 1978).
DONALD WINNICOTT 
Un ulteriore contributo ci viene fornito da Donald W. Winnicott, pediatra prima, psicanalista poi, che per i suoi studi predilige l’osservazione diretta della relazione madre-bambino. Lui stesso ritiene che questa relazione sia un processo maturativo e di crescita che è reso possibile solo se facilitato dalla cure di una madre sufficientemente buona (good enough mother). La prima fase che madre figlio incontrano è quella che viene chiamata dipendenza assoluta, il bambino qui è completamente abbandonato alle cure materne ed è qui che si sviluppa quella che viene chiamata la “preoccupazione materna primaria”: una particolare condizione psicologica della madre, nelle settimane che precedono e seguono la nascita e che corrisponde alla capacità di fare la cosa giusta al momento giusto. Questa fase di dipendenza non permane per sempre vi sarà, infatti, un passaggio verso l’indipendenza relativa per arrivare poi all’indipendenza, che come già detto sarà resa possibile da una madre in grado di rispondere ai bisogni del bambino. L’integrazione dell’infante è una conquista che parte da uno stato non integrato del bambino , e attraverso il contenimento “holding materno” che consiste nel fornire tutte le cure necessarie per il bambino adattandosi ai suoi cambiamenti e attraverso “l’handing” che consiste invece nel fornire cure più legate al corpo del bambino, si può arrivare ad una integrazione dell’io. L’integrazione è una funzione importante che permette una maggiore consapevolezza “dell’io sono”. Un ulteriore compito della madre sarà quello di presentare il mondo reale al bambino. Anche qui ci sarà un passaggio da una primitiva relazione d’oggetto dove la mente del bambino coincide con quella della madre e lui stesso crede di aver creato l’oggetto, fino ad una graduale esperienza del non me, resa anch’essa possibile da una madre sufficientemente buona. (Winnicott, 1958).
JHON BOWLBY
 Anche Jhon Bowlby, con la sua teoria dell’attaccamento ha permesso di comprendere l’importanza della figura e della funzione materna, e di conseguenza della prima relazione tra madre e bambino. Secondo questa teoria la propensione a stringere relazioni intime nell’infanzia, come nell’età adulta, è una componente fondamentale della natura umana con importanti funzioni biologiche. Bowbly sostiene che il bambino quando nasce ha una predisposizione a stabilire legami di attaccamento che contribuiscono a promuovere la sopravvivenza del bambino soprattutto durante i primi anni di vita, quando egli è maggiormente esposto ai pericoli. E inoltre, la qualità delle cure influenza molto la relazione che il bambino stabilisce con l’adulto. Il sistema di attaccamento è organizzato per garantire la sopravvivenza e ha come obiettivo esterno quello di permettere al bambino il conseguimento e il mantenimento di un certo livello di vicinanza fisica con la figura di attaccamento. Tra i comportamenti di attaccamento presenti fin dalla nascita ve ne sono alcuni che costituiscono i presupposti per lo sviluppo dell’attaccamento: i comportamenti di segnalazione come pianto, sorriso, vocalizzazioni i quali servono a comunicare alla madre i suoi bisogni e i comportamenti di avvicinamento come l’aggrapparsi, il seguire, il camminare utili per mantenere la vicinanza con il caregiver. Tutte le relazione di protesta verso l’allontanamento della madre, dimostrano che ormai si è creato un legame di attaccamento. Allo stesso tempo diventa evidente quello che è chiamato fenomeno di “base sicura” (Ainsworth, 1978), che si esprime attraverso il comportamento di esplorazione e di gioco basato sulla fiducia nella disponibilità emotiva e fisica del genitore. In questo stesso periodo il bambino inizia ad organizzare la sua esperienza affettiva in termini di modelli operativi interni (IWM), cioè di rappresentazioni mentali in grado di raffigurare con sufficiente coerenza l’esperienza vissuta nelle relazioni interpersonali con le persone che si prendono cura di lui. Il bambino forma cosi un modello operativo del suo ambiente, e di sé che riflette la storia delle risposte affettive e delle disponibilità del genitore nei confronti delle richieste del bambino. Grazie all’uso di procedure standardizzate quali la Strange Situation, si è potuto avere la visione di diversi tipi di attaccamento. Sono stati rilevati 4 tipi di attaccamento: sicuro, insicuro-evitante, ambivalente e disorganizzato definiti in base alle diverse modalità che il bambino utilizza per rispondere agli episodi della situazione sperimentale. I bambini che ricercano attivamente la vicinanza del genitore e che comunicano apertamente i loro sentimenti di disagio durante la separazione, per poi tornare ad esplorare l’ambiente al ristabilito contatto con il caregiver, sono classificati come sicuri. Diversamente da questi, alcuni bambini non mostrano alcun disagio nel corso della separazione, ed essi vengono classificati come insicuri-evitanti. Altri bambini, invece, protestano energicamente nel corso della separazione ma mostrano una combinazione di ricerca della vicinanza e resistenza al contatto durante la riunione, risultando inconsolabili e incapaci di giocare ed esplorare l’ambiente per tutta la durata della procedura. Tale modello di relazione viene definito insicuro-ambivalente. Infine, vi è la classificazione disorganizzata che è presente quando ci sono caratteristiche di comportamenti contraddittori tipici degli altri stili di attaccamento. Le diverse ricerche condotte in questo ambito hanno evidenziato che lo stile di attaccamento del bambino osservato tramite la Strange Situation è correlato allo stile di attaccamento del genitore, valutato tramite l’Adult Attachment Interview. (Ainswort, Eichenberg, 1991). Infatti, il modo in cui si vive l’esperienza genitoriale risale molto al rapporto che si ha avuto con il proprio genitore nell’infanzia, tanto da ipotizzare la possibilità che vi sia un passaggio intergenerazionale degli stili di attaccamento. (Ammaniti, 2008). Esistono, naturalmente, molti dati clinici sul fatto che i sentimenti e i comportamenti di una madre nei confronti del figlio sono profondamente influenzati anche dalle sue precedenti esperienze personali specialmente quelle che ha avuto e che può ancora avere con i propri genitori. (Bowlby, 1989). Dimostrazioni chiarissime di come l’esperienza dell’infanzia svolga un ruolo enorme nel determinare, in anni successivi, il modo in cui un genitore tratterà suo figlio provengono da studi sui genitori che hanno maltrattato fisicamente i propri. Questi genitori infatti, si trovano a riproporre l’abuso, creando un passaggio di generazione in generazione. (Park.Collmer, 1975).
NANCY CHODOROW 
Nancy Chodorow, sottolinea a più riprese come la relazione con la madre influisca a livello molto profondo sul senso del sé del bambino, sulle successive relazioni oggettuali e sui suoi investimenti verso la madre e le persone in generale. Anche lei specifica che la madre è importante interiormente, in quanto il bambino arriva a definire se stesso come persona attraverso il rapporto con lei, interiorizzando gli aspetti più importanti di questa loro relazione. L’atteggiamento del bambino verso di sé e verso il mondo, le sue emozioni, le qualità dell’amore di sé o di odio per sé derivano tutte in primo luogo da questo precoce rapporto. Oltre però, a tutti questi aspetti ce ne un altro che è di estrema importanza per lo sviluppo. E si tratta della capacità della madre di staccarsi del bambino. La madre deve sapere quando e come incominciare a lasciare il figlio, differenziandosi da lei, deve sapere quando lasciare che alcune delle funzioni da lei fornite siano assunte dalle incipienti capacità adattive dell’io bambino. In altre parole, la madre deve guidare il processo di separazione del figlio da lei. Ma cosi facendo essa, spesso, risveglia l’ambivalenza del bambino nei suoi confronti e senza volerlo provoca in lui il rifiuto della sue persona e delle cure che gli ha fornito. Tutti questi processi avvengono anche a livello fisico. Il bambino sviluppa la capacità fisica di allontanarsi dalla madre prima di possedere un concetto operativo di quale sia una distanza psicologicamente sicura. Perciò la madre ha anche la responsabilità pressoché totale di ciò che Bowlby definisce “il mantenimento della vicinanza fisica”. Nel giro di pochi anni tutta questa responsabilità passa al bambino. Alla fine del terzo anno il bambino sarà in grado di controllare la vicinanza fisica da solo. La madre deve riuscire a favorire tutto questo senza diventare iperprotettiva o al contrario troppo fredda. Questa capacità di capire come e quando rinunciare al controllo è tanto importante quanto la capacità di fornire accadimento totale. In quanto anch’essa avrà delle influenze sulle successive relazioni della persona. (Chodorow, 1991).
DANIEL STERN 
 
Anche Stern, ha posto il suo contributo spiegando dettagliatamente quella che lui definisce “costellazione materna”. Definita come una nuova configurazione psichica che determinerà una nuova serie d’azione, tendenze e sensibilità. Ogni donna che diventa madre, e soprattutto alla nascita del primo figlio, viene a trovarsi, da un punto di vista psicologico, in una situazione nuova che orienta i suoi comportamenti e la sua sensibilità, le sue tendenze, i suoi timori, e i suoi desideri, rimettendo in gioco le sue fantasie infantili. Questa nuova situazione è caratterizzata da un cambiamento d’interesse. La madre, infatti, rivolge le sue attenzioni in maniera minore verso gli uomini e maggiore verso la altre donne soprattutto se anch’esse sono madri. Sviluppando nuove sensibilità e nuove preoccupazioni insieme ovviamente a nuove paure, tutte relative al futuro nascituro. (Stern, 2004).
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