Sul “diritto” ad “avere” un figlio.

Sul “diritto” ad “avere” un figlio.

Non c’è il diritto ad avere un figlio. C’è l’opportunità di concepirlo, allevarlo, educarlo, amarlo, adottarlo. Nessuno ha il diritto a priori ad un figlio, un figlio non è una proprietà o una dote. Un diritto a priori e a prescindere alla genitorialità non ce l’hanno e non ce lo devono avere né gli eterosessuali né gli omosessuali. I primi spesso se lo arrogano quel diritto che non c’è, i secondi ora vorrebbero fare altrettanto.
E invece un figlio è un’opportunità, non un diritto. La legge deve favorire le opportunità, nell’interesse del singolo e nell’interesse generale. Il singolo il cui interesse va tutelato non è la coppia gay e neanche quella eterosessuale, il singolo è il bambino/a.
Con un’aggiunta, postilla che sarebbe ipocrita non esplicitare: il matrimonio gay riguarda in fondo due adulti consenzienti, può perfino essere orpello o moda ma se c’è non salva il mondo e neanche lo rovina, nemmeno quello piccolo della coppia gay. L’adozione di un bambino invece riguarda un’esistenza che non può decidere e formarsi in autonomia. Se occorre esser cauti e esigenti nell’affidare un bambino a una coppia uomo/donna, occorre essere due volte, tre volte cauti nell’affidare un bambino a una coppia gay. Se poi questa coppia gay grida che avere un bimbo affidato le spetta di diritto come riconoscimento della società del loro pieno diritto ad essere gay, allora non occorre più altro che un secco no. Per manifeste ragioni di opportunità e non per ragioni di diritto.
Bambini OGMQuello del ‘turismo procreativo’ è uno degli argomenti che vanno per la maggiore nell’ ambito del dibattito sulla recente legge sulla fecondazione assistita. E quindi non è una novita’: una delle obiezioni più forti dei detrattori della legge 40 (sulla fecondazione artificiale) è infatti quella di essere estremamente restrittiva, tanto che sicuramente molti italiani – ma solo quelli che economicamente se lo potranno permettere – andranno all’estero per ricorrere alle tecniche di fecondazione artificiale. Turismo procreativo, appunto.
Mentre per le coppie con abbondanza di problemi di fertilità, ma non di denaro, non ci sarebbero alternative.
La tesi di fondo dei critici della legge è la seguente: la sterilità di coppia è una malattia, la tecnica della fecondazione assistita ci permette di curarla, noi italiani abbiamo il diritto di farlo nel nostro paese. Perché impedirlo?
Se le cose stessero in questi termini, coloro che sostengono il turismo procreativo avrebbero ragione. Sacrosanta ragione.
Ma se questi fossero i termini della questione, vorrebbe dire che la sterilità di coppia equivale ad un raffreddore, ad un’ernia, che so, ad una allergia. Ma allora perché tanto affannarsi di legislatori, di esperti di medicina, bioetica, sociologia, e chi più ne ha più ne metta? Mai visti, per un’ernia. Tanto meno per un raffreddore, o un’allergia.
La realtà è che la sterilità di coppia spesso, purtroppo, non è malattia che si possa curare, ma è proprio impossibilità fisica ad avere figli propri (come è impossibilità fisica ad esempio correre per un paraplegico, o vedere per un cieco, o generare figli per due persone dello stesso sesso).
Il problema sorge quando il desiderio -naturale, innato e sacrosanto – di avere figli, si trasforma nel diritto ad avere figli.
E se qualcosa è un diritto – naturale, innato e sacrosanto – allora si deve far di tutto per ottenerlo. Tutto ciò che è tecnicamente possibile, pur di raggiungere quello che è un mio diritto. Anche quando questo è qualcosa di naturalmente impossibile.
E quando a diventare oggetto del diritto è un bambino, anzi, una persona, ecco che tutto si complica, irrimediabilmente.
Provate a dire a vostro figlio: io ho diritto ad averti. Provate a guardare vostro figlio mentre gli dite così: in tutta sincerità, non si può che avvertire almeno un certo disagio. Provate ad immaginare vostra madre e vostro padre che vi dicano: tu sei un mio diritto. Si sente a pelle la violenza di una frase così pronunciata. Nessuno di noi si può pensare come un diritto di qualcun altro.
Non si ha la stessa sensazione quando si pensa al proprio lavoro o alla propria casa: è evidente nell’esperienza personale di ciascuno che queste due cose – cose, appunto – sono diritti.
Sia chiaro: non si discute certo sull’opportunità di condurre ricerche scientifiche che affrontino – per risolverlo, possibilmente – il problema medico della sterilità di coppia. Ma un conto è curare il curabile, un conto è trattare le persone come cose, fabbricandole se non si riesce ad ‘averne di proprie’. Progettandole.
Perché poi, se un bambino è un diritto, allora è chiaro che si ha diritto ad averlo sano. Possibilmente, non brutto. E perché dovrebbe essere poco intelligente? E’ un diritto anche del bambino, no? E’ il suo bene, no?
‘Liberi di scegliere di avere o non avere figli, quanti averne, quando averli e come averli’, recitava una dichiarazione ufficiale di un gruppo di oppositori alla attuale legge sulla fecondazione assistita.
Non è fantascienza, né un revival del Dr. Mengele. Ad esempio, a proposito delle banche del seme, si legge, da un articolo di ‘The Guardian’: ‘ora, le banche del seme seguono una direzione orientata al mercato e negli Stati Uniti, oltre trentamila bambini l’anno nascono da donatori anonimi. Le banche oggi pubblicano cataloghi on line, i clienti possono leggere informazioni sui donatori, acquistare le loro foto da piccoli ed esaminare qualsiasi cosa, dal quoziente Sta (Test attitudinale scolastico) del donatore all’eczema della sua prozia’.
Se avere un figlio è un diritto, tutto il resto ne consegue.
Un’ultima considerazione: in tutto questo ragionamento, non compaiono mai Dio, né Gesù, la Madonna, il Vaticano, i preti, la castità, e via discorrendo. L’oggetto del contendere non è la morale cattolica. E’ falso, ed anche indice di una buona dose di malafede, attribuire a questo dibattito la solita, vecchia e stantia contrapposizione i-laici-moderni-contro-i-cattolici-oscurantisti. Ad essere in gioco è l’idea che si ha di persona, di essere umano.
Ed è solo chiarendo queste premesse che si può poi ragionare serenamente sul significato di parole come: vita, amore, figli. (Assuntina Morresi)

Un figlio non è un diritto, avere un figlio non è un diritto. Per coloro che istintivamente reagiscono alla parola “principio”, percependo in essa un senso di imposizione ed un’inaccettabile restrizione della libertà personale, quella che appare come un’astratta asserzione potrebbe forse essere così tradotta: è bene che l’avere un figlio non si trasformi, innanzitutto per una coppia, per i loro parenti ed amici, ma poi in generale anche per l’intera società, in un diritto, è bene che il desiderio di avere un figlio non si capovolga e infine si perverta nell’affermazione di un diritto. Nel dire questo non si intende affatto opporre, come quasi sempre avviene in questi casi, alla rivendicazione di un “diritto” il richiamo, spesso un po’ moralistico, all’urgenza dei “doveri”, ma si intende piuttosto suggerire che è bene che il drammatico legame che coinvolge una coppia con il loro figlio (atteso, desiderato, sognato, immaginato e poi magari avuto e talvolta purtroppo non avuto) sia vissuto al di là dell’orizzonte delimitato dalla concettualità relativa al diritto/dovere. Si potrebbe anche dire che è bene che l’immaginario che si sviluppa attorno alla figura del figlio non assuma mai la forma della rivendicazione di un diritto. Certo, non è facile, anche perché è proprio il nostro immaginario, alimentato con insistenza da un desiderio la cui mancanza non si risolve mai in quella di un semplice bisogno, a nutrirsi continuamente di rivendicazioni: «Non è giusto, perché loro sì e noi no? Perché a noi non è data la gioia di un figlio, che cosa ci manca e quale è la nostra colpa?». Evidentemente la “colpa” non è di nessuno, soprattutto perché non si tratta mai di legge, di reati, di diritti e di doveri. D’altra parte la nostra esperienza quotidiana non fa che mostrarlo con un’evidenza che sfugge solo a chi trasforma il non volere vedere in un’autentica militanza: innamorarsi non è un diritto, essere un grande artista non è un diritto, essere magri, belli e di successo non è un diritto, la fedele amicizia dell’amico non è un diritto, il ricevere un dono non è un diritto, ecc. Riconosciamolo con sincerità, tutto ciò che ha a che fare con gli aspetti più profondi dell’umano (l’amore, il dolore, il tradimento, la speranza, la fede, la paura della morte, ecc.) non può mai essere circoscritto e interpretato all’interno della griglia istituita dalla coppia diritti/doveri. Il desiderio dell’uomo esige il massimo rispetto, soprattutto quando esso riguarda l’attesa di un figlio, ma tale rispetto non deve condurre a quella sorta di passione che, confondendo la determinazione con l’ostinazione, finisce per trasformare il magnifico desiderio di maternità nel cupo appagamento di un bisogno narcisistico. Riconoscere e accogliere un limite al proprio desiderio è certamente uno dei passi obbligati verso il compiersi della propria umanità ed è anche il migliore antidoto contro l’emergere di pulsioni che finiscono per realizzarsi, talvolta inconsapevolmente, nel distruggere.

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