Omosessualità e psicologia clinica

L’omosessualità e la psicologia clinica

Freud pensava che l’omosessualità fosse “una variante della funzione sessuale causata da un certo arresto dello sviluppo sessuale”.
Prezioso è stato il contributo allo studio dell’omosessualità portato dallo psicologo e psichiatra austriaco Alfred Adler (1870-1937), le cui pagine sull’argomento sono ancora attuali. Secondo Adler, “l’omosessualità si manifesta come un tentativo di compensazione fallito in soggetti portatori di un evidente complesso d’inferiorità”. Un altro autore che ha dato un notevole contributo agli studi sull’omosessualità è stato lo psichiatra psicoanalista Irving Bieber. Egli focalizzò la sua attenzione sulla frequenza con la quale, nelle storie familiari delle persone con tendenze omosessuali era presente un certo pattern relazionale tra la persona con queste tendenze e i genitori. Bieber chiamò questo pattern “la classica triade relazionale”, caratterizzata da “un’intimità vischiosa materna e dal distacco/ostilità paterno”. Bieber era convinto che l’omosessualità potesse avere diversi fattori predisponenti, ma che l’unico fattore causale fosse la presenza della “classica triade relazionale”. Questo schema relazionale è stato ripreso e approfondito da altri terapeuti, tra cui Joseph Nicolosi, che descrive la “classica triade relazionale” in questi termini:
· madre emotivamente dominante;
· padre tranquillo, estraneo, assente oppure ostile;
· bambino dal temperamento timido, introverso, sensibile e artistico.
Nicolosi descrive la relazione tra madre e padre come caratterizzata da scarsa comunicazione; quella tra madre e bambino come una relazione “speciale”; quella tra il padre e il bambino come antagonistica, senza però un confronto leale.

È possibile cambiare ?

È possibile modificare o cambiare l’orientamento sessuale? È possibile. I fatti e la vita di moltissime persone, lo testimoniano.
Secondo Nicolosi, in tutta la letteratura psicoanalitica l’omosessualità è motivata come un tentativo di “riparare”, di rimediare a una carenza dell’identità maschile. Cosa significa? Abbiamo definito l’omosessualità come il sintomo di bisogni affettivi non soddisfatti durante l’infanzia o la prima adolescenza. Con la ricerca di un abbraccio maschile, la persona con tendenza omosessuale cercherebbe l’affetto, la protezione e il riconoscimento da parte delle figure di riferimento maschili che le sono mancate durante l’infanzia e la prima adolescenza. Purtroppo, tuttavia, questo tentativo riparatorio è destinato al fallimento: l’irrealistica idolatria nei confronti di chi è individuato come dispensatore di virilità, affetto e protezione, conduce inevitabilmente alla delusione e, quindi, all’ennesima ferita.
La terapia riparativa (o ricostitutiva) è il tentativo psicoterapeutico di riparare le ferite originarie attraverso l’analisi delle cause della sofferenza, il superamento del senso di inadeguatezza nei confronti delle persone del proprio sesso e la costruzione di legami virili non erotizzati.
Già negli anni ’60 Bieber, in una sua ricerca, attestava che circa il 27% dei pazienti con tendenze omosessuali sottopostisi a un trattamento psicoanalitico aveva cambiato orientamento sessuale.
Attualmente i due maggiori esponenti della terapia riparativa sono Gerard van den Aardweg, olandese, e Joseph Nicolosi, statunitense. Nicolosi è l’attuale presidente del NARTH (National Association for Research & Therapy of Homosexuality), con sede a Encino (California), associazione particolarmente impegnata nel diffondere la terapia riparativa e nel fornire indicazioni e dati scientifici sull’omosessualità. Sia van den Aardweg che Nicolosi riportano numerosissimi casi di riorientamento sessuale.
Un’altra ricerca sui positivi esiti della terapia riparativa è quella condotta da Robert Spitzer (2001, confermata nel 2003). Questa ricerca è particolarmente significativa perché Spitzer fu presidente della “Sezione Nomenclatura” dell’APA (American Psychological Association) quando questa importante associazione rimosse, nel 1973, l’omosessualità dal manuale diagnostico DSM.

Gli esiti della terapia riparativa

Gli esiti della terapia riparativa sono simili a quelli di ogni altra psicoterapia: 1/3 di pieno successo (persone che hanno superato compiutamente l’omosessualità, orientandosi stabilmente e armoniosamente verso l’eterosessualità anche con forme di legame sessuale stabile con l’altro sesso); 1/3 di miglioramento della identità globale della persona, con capacità di gestirsi in modo più equilibrato; infine 1/3 di “fallimento”, inteso come persistenza nella omosessualità indesiderata.
Ora ci chiediamo: sottoponendosi alla terapia riparativa, una persona che in precedenza aveva una tendenza omosessuale, non sarà più attratta dagli uomini? Freud scriveva: “Se gettiamo per terra un cristallo, questo si frantuma, ma non in modo arbitrario; si spacca secondo le sue linee di sfaldatura in pezzi i cui contorni, benché invisibili, erano tuttavia determinati in precedenza dalla struttura”. La stessa cosa succede per una persona che si sottopone a un trattamento psicoterapeutico: ottiene la remissione del sintomo e un miglioramento della qualità della vita; tuttavia manterrà sempre una fragilità particolare in alcune zone della sua persona.
Le persone che si sottopongono alla terapia riparativa e che ottengono buoni risultati sul piano dell’orientamento sessuale possono ancora, in particolari situazioni di stress, fatica o frustrazione, provare attrazione nei confronti di persone del proprio sesso; tuttavia riescono a controllarla facilmente, ne conoscono le cause ed evitano di erotizzare il loro bisogno affettivo.

Terrorismo psicologico contro la terapia riparativa

Secondo gli attivisti gay, il tentativo di riparare una ferita di tipo omosessuale può essere molto pericoloso: l’esito di questa “violenza” sarebbe il suicidio.
Trascurando il fatto che qualunque tipo di terapia porta sempre con sé il pericolo di atti estremi, in quanto lo scopo della terapia è elaborare sofferenze anche molto profonde, è necessario segnalare che nessun paziente di Nicolosi si è mai suicidato in seguito al tentativo terapeutico di riorientamento.
L’affermazione degli attivisti gay secondo cui la terapia riparativa condurrebbe al suicidio e sarebbe una violenza alla natura del paziente va interpretata come un tentativo di terrorismo psicologico. Quale scopo ha questa intimidazione? Ovviamente, scoraggiare gli omosessuali-non-gay dall’intraprendere un cammino riparativo e incoraggiarli ad adeguarsi al programma “terapeutico” previsto dal movimento gay: rassegnazione all’omosessualità, outing (ossia, dichiarare la propria omosessualità) e intraprendere un percorso di terapia affermativa con un duplice scopo: convincersi di avere una “natura omosessuale” e incolpare la “società omofobica” della propria sofferenza.

Nessuna imposizione

Il trattamento riparativo è sempre una proposta, mai una imposizione: in tal senso, va precisato che la terapia riparativa è una proposta rivolta alle persone con tendenze omosessuali non desiderate.
Attualmente in Italia è molto difficile che le persone con tendenze omosessuali abbiano la possibilità di scegliere se intraprendere o meno un percorso riparativo: il monopolio del movimento gay sul mondo omosessuale ha fatto sì che l’unica possibilità disponibile sia la “terapia affermativa”. Numerose persone con tendenze omosessuali indesiderate peregrinano da un terapeuta all’altro, continuando a sentirsi dire: . Per il momento, sono pochi coloro che sembrano disposti ad accogliere chi non desidera le tendenze omosessuali, considerando lo stile di vita gay in contrasto con i propri principi morali o religiosi. Le uniche possibilità offerte sono lo stile di vita gay o il nascondimento.
La “terapia riparativa” offre l’opportunità di una scelta in più, e una maggiore libertà.

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