NON È GIUSTO DARE BENEFICI PUBBLICI ALLE PERSONE IN BASE ALLA LORO UTILITÀ SOCIALE.

NON È GIUSTO DARE BENEFICI PUBBLICI ALLE PERSONE IN BASE ALLA LORO UTILITÀ SOCIALE.

n. 14: NON È GIUSTO DARE, BENEFICI PUBBLICI ALLE PERSONE IN BASE ALLA LORO UTILITÀ SOCIALE.

Argomenti che si ripetono nei dialoghi con i sostenitori delle teorie omosessualiste.
“Non è giusto dare benefici pubblici a delle persone in base alla loro utilità sociale o della loro normalità”.

Chi sostiene questo non coglie che è palese ingiustizia trattare realtà sociali *diverse* come se fossero *uguali*. Si tratta di un principio evidente: una famiglia con sette figli non è uguale ad una famiglia senza figli. Etc.
“Uguali” sono le persone di fronte alla legge. Uguali sono i cittadini nei loro diritti e nei loro doveri. Uguale è la dignità di ogni singolo individuo rispetto agli altri. Ma chi si prende l’onere di salvaguardare un bene comune (sempre che siamo ancora d’accordo che garantire il futuro della società umana tramite la generazione sia ancora un bene comune, s’intende), un bene comune che è addirittura fondante per la società intera, in una forma socialmente condivisa e vincolante come quella del *matrimonio*, deve essere aiutato dalla società stessa: è giusto che lo sia, è bene che lo sia, è logico che lo sia.
A meno che non si voglia negare l’assunto di base: “è bene che qualcuno si assuma il compito di garantire il seguito delle generazioni tramite l’istituto sociale della famiglia”.
Come sempre, si perde di vista che la questione non è (e non può essere) la legittimità di ciò che avviene in una relazione tra adulti consenzienti che non provoca danni a terzi, ci mancherebbe, quanto piuttosto l’equiparazione forzata di realtà sociali profondamente diverse per costituzione, finalità, capacità di garantire i diritti inviolabili dei bambini e coerenza con l’assetto generale della società.
Per coerenza intendiamo ricordare che se il matrimonio non è più quello tra uomo e donna ma tra persone che “si amano” allora non si vede perché negarlo a tre persone, non necessariamente di sesso diverso, o a quattro, cinque, e via dicendo, con conseguenze paradossali.
In questo modo si perde di vista che i benefici non sono dati ai singoli cittadini, ma alla *forma sociale* con cui si sono impegnati a garantire il futuro della società tramite il seguito delle generazioni.
La “normalità” in questione non è infine quella del singolo individuo, quanto piuttosto quella della coppia che si unisce col vincolo del matrimonio con lo scopo implicito di poter garantire la cellula sociale primaria ed idonea per accogliere la nuova vita.

Se è vero che la natura ha espulso l’uomo, e che la società persiste ad opprimerlo, l’uomo può almeno rovesciare a proprio vantaggio i poli del dilemma, e ricercare la società della natura per meditare in essa sulla natura della società […] La società appartiene all’ambito della cultura, mentre la famiglia è l’emanazione, a livello sociale, di quei requisiti naturali senza i quali non ci potrebbe essere la società, né, in fondo, il genere umano. L’uomo può vincere la natura solo conformandosi alle sue leggi. Perciò la società deve dare alla famiglia un quid di riconoscimento“.
(C. Lévi-Strauss, Razza e storia e altri studi di antropologia, Einaudi, pp. 92 e 176)
Annunci