L’IPOCRISIA DELLA “DOLCE” MORTE

L’ipocrisia della “dolce morte”

La mia amatissima sorella si è suicidata a ventidue anni, dunque con il concetto del darsi volontariamente la morte ho dovuto fare i conti nel più tragico dei modi, vivendolo sulla pelle e con la psiche straziata. Perché una persona desidera porre fine ai suoi giorni? Fondamentalmente perché percepisce che la propria esistenza è piombata in una dimensione di non senso, di assurdo. Vivere diventa doloroso in termini estremi e la morte è vista come sollievo. E qui spunta la domanda decisiva: chi è attorno a una persona che è in questa condizione, cosa deve fare?

La risposta orrenda che la contemporaneità vorrebbe dare a queste persone addolorate è: ti aiutiamo a suicidarti. Chi il suicidio di una persona cara l’ha vissuto sulla pelle sa che invece la risposta a quell’assurdo è opposta: farei di tutto per riaverti qui, per darti l’amore di cui non sono stato capace, non abbastanza da renderti sensato il vivere tra noi.

La risposta dell’eutanasia come strumento per porre fine al dolore è terrificante, ancora più terrificante perché si nasconde terminologicamente nell’ipocrisia di una definizione convenzionale sconfinatamente distante dalla verità: la “dolce morte”. Si vuole far pensare che accompagnare una persona in sofferenza al suicidio sia un atto caritatevole, che il varare leggi che rendano questo comportamento non solo legale ma anche socialmente encomiabile sia un atto progressista. Invece è un atto barbaro, nazista. Chi vive nel dolore ha semplicemente più bisogno di noi e del nostro amore. Dovremmo trasformarci tutti in una mamma, che coccola un figlio malato. Invece vogliono trasformarci in aguzzini, che eliminano il problema della sofferenza nella maniera più disumana: accompagnando al suicidio.

Vi dicono che l’eutanasia serve a accorciare le sofferenza fisiche insopportabili di chi ormai medicalmente non ha alcuna possibilità di salvezza. Che dunque è un atto di pietà per persone senza speranza, che non trarrebbero alcun beneficio dall’accanimento terapeutico. Ora, premesso che sono anche io contrario a qualsiasi accanimento terapeutico, c’è una grande differenza tra accompagnare una persona sofferente verso la fine e brutalmente “suicidarla”.

E andiamocele a leggere queste leggi “progressiste” degli Stati che hanno introdotto l’eutanasia. Riguarda solo i malati terminali? Certo che no. I nazisti fanno le cose per bene, si sa. Chiunque viva una “sofferenza insopportabile” anche solo di natura psicologica può chiedere allo Stato di essere suicidato con una iniezioncina letale. Così in Belgio, sempre frontiera dell’orrore, nel 2013 sono stati uccisi due gemelli neanche quarantacinquenni che per un glaucoma avrebbero avuto la concreta possibilità di rimanere ciechi. Non erano ciechi. Lo sarebbero, forse, diventati. Poiché erano anche sordi i due hanno avuto il “forte sostegno della famiglia” che si è riunita per celebrare l’apoteosi del suicidio di Stato come eliminazione del problema della sofferenza.

In Belgio dementi, bambini sofferenti, adulti psicologicamente labili, ovviamente anziani gravemente malati, persone colpite da morbo di Alzheimer: l’eutanasia è per tutti. In Svizzera, come è stato reso noto anche dalle cronache dei giornali, le cliniche della “dolce morte” hanno accolto magistrati ed ex leader politici italiani depressi, aiutandoli a far quello che evidentemente nessuno ha saputo dar loro motivo di non fare: morire. L’assurdità vuole rendere tutto questo una frontiera di progresso.

Nei paesi dove l’eutanasia è legale le curve sono di crescita costante ed esponenziale. Migliaia di persone ogni anno vengono eliminate così, perché soffrono. Non discuterò qui dei casi estremi di Eluana Englaro o Terry Schiavo, casi talmente noti alle cronache e alle polemiche che tutto è stato già detto e non saprei davvero cosa aggiungere. Mi preoccupa l’eutanasia silenziosa, che sia chiaro avviene anche dove leggi esplicite sull’eutanasia non ci sono, ma che si moltiplica nella frequenza se a chi la pratica viene data copertura legale piena.

E’ una eutanasia silenziosa che spiega che se il nostro nonno o la nostra nonna, magari con piccole o grandi proprietà da lasciare in eredità, giace in un letto malato è non solo socialmente accettabile sopprimerlo o sopprimerla, ma è anche un atto di umana pietà che fa compiere alla libertà un passo in avanti. La libertà di chi? Non certo del sofferente che, prostrato dalla condizione di bisogno e umiliato dal percepirsi come un peso per la propria famiglia e la società, spesso è incapace di opporre resistenza a questa oscena cultura della morte.

Io non trovo umanamente accettabile che davanti al dolore anche estremo l’investimento principale non sia nelle cure palliative, nella terapia del dolore, in ultima analisi nell’amore da riversare sul prossimo sofferente. Uno Stato che trovi come scorciatoia, anche in termini di costi da sostenere, quella di spingere gli addolorati a chiedere di essere eliminati, mi sembra uno Stato invadente in maniera insopportabile e in prospettiva molto, molto pericoloso.

Alla morte come soluzione di un problema bisogna opporsi con il più rumoroso vigore di cui siamo capaci. Mia sorella le notti prima di darsi la morte voleva dormire sempre con la mamma. Sentiva che l’unica cura possibile al suo dolore era stare con chi le voleva bene: anche lei voleva la mamma. Poi, comunque, si è uccisa. Abbiamo vissuto tutti in famiglia il fallimento estremo e ovviamente il più terribile dei rimorsi, perché non abbiamo amato abbastanza. Ma quel rimorso è vivificante e insegna, non sbaglieremmo più davanti a un caso analogo. Quel rimorso lo porto con me, mi fa compagnia e mi ha spiegato molte cose. Tra queste, l’idea che se uno Stato assassino avesse colto il dolore “psicologicamente insopportabile” di mia sorella proponendole un suicidio assistito, io avrei fatto la rivoluzione armata, altro che festa di famiglia per accompagnare all’iniezione letale il congiunto sofferente, come anche certa cinematografia vuole proporre come esito “cool” della lotta con il dolore estremo.

Le leggi sull’eutanasia sono molto pericolose, possono trasformare in maniera terrificante la dimensione tragica ma umanamente suprema del momento della morte, possono desacralizzarla e portarla in un territorio brutale di calcolo costi-benefici. Non diamo spazio alla cultura della “dolce morte”. E’ dolce solo la vita, anche negli attimi estremi e finali.

Alcuni numeri
I dati ufficiali sui due paesi che da più tempo applicano l’eutanasia legale, l’Olanda e il Belgio, sono in impressionante progressione geometrica. In Olanda nel 2011 sono state 3.695 le persone che hanno “chiesto” il suicidio assistito, il 18% in più rispetto all’anno precedente e il doppio rispetto al 2006. Cosa è successo, c’è stata una improvvisa epidemia invalidante in Olanda nel 2011? No. Semplicemente con il passare del tempo si allentano i vincoli di legge e sono sempre di più i casi in cui pare appropriato e legale utilizzare l’eutanasia, perché è più semplice eliminare che curare i malati gravissimi. Eliminandoli, poi, si soddisfano pretese patrimoniali degli eredi e la pressione sociale sull’anziano non autosufficiente si fa così insostenibile. Per legge poi in Olanda una commissione deve esaminare massimo in 42 giorni ogni caso di eutanasia praticata. Ebbene ormai in media la commissione ci mette 111 giorni per esaminare ogni caso. Perché? Troppo lavoro. Troppi casi. Troppi malati eliminato. Si è cominciato anche con i malati di demenza e di Alzheimer. L’inizio della fine. In Belgio i numeri sono ancora più impressionanti: primo anno di applicazione della legge sull’eutanasia, 2003, sono stati 235 i malati eliminati. Nel 2011 la cifra è quintuplicata e siamo a 1.133 persone “suicidate”, nel 2012 casi aumentati di un altro 25%, siamo arrivati a 1.432. Complessivamente dall’introduzione della legge sull’eutanasia (2002-2003) in Olanda e Belgio sono state eliminato oltre ventimila persone. In Belgio è legale eliminare anche chi soffre di artrosi. La commissione di controllo belga è composta da 16 membri, 7 dei quali sono iscritti all’Associazione per il diritto ad una morte dignitosa, che da sempre propaganda l’uso dell’eutanasia. La legge belga prevede che il medico che voglia praticare l’eutanasia su un paziente debba prima consultare uno specialista indipendente. Nel 35% dei casi non lo fa. Quando lo fa, nel 23% dei casi lo specialista non è d’accordo con le conclusioni eutanasiche del medico. In Olanda e Belgio decine di migliaia di persone sono state eliminate in virtù del principio per cui la loro vita “non è degna di essere vissuta”. Erano malate e sofferenti. Lo stesso trend di crescita dei casi si trova negli Stati americani che consentono l’eutanasia (Oregon, Washington) e nella patria dell’eutanasia, la Svizzera, dove la pratica è a pagamento e trenta suicidati all’anno sono italiani. Ha ragione chi ha definito questa mortifera procedura “eutanazia”. Attenzione: porranno fine alla nostra vita e ci diranno che è per il bene nostro e dei nostri figli. Non crediamo in questo cumulo di sciocchezze pericolosissime. La vicenda tipica è quella della mamma di Marcel Ceuleneur, uccisa in Belgio senza che neanche fosse malata, ma plagiata da un medico: rivolgersi a un tribunale è stato inutile, non ha avuto giustizia, ma la storia è raccontata in un terrificante documentario il cui link troverete qui in nota.

Per approfondire
Raphael Cohen-Almagor, Belgian euthanasia law: a critical analysis, Journal of Medical Ethics, 2009
Pierre Barnérias, L’euthanasie jusqu’où, documentario
http://www.leuthanasiejusquou.com/leuthanasie-jusquou-le-documentaire/Umberto Veronesi e Giovanni Reale, Responsabilità della vita, Bompiani, 2013
Lucien Israel, Contro l’eutanasia, Lindau, 2007

(Dal testo “Voglio la mamma”- Mario Adinolfi)

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