L’importanza della madre e dell’attaccamento intrauterino.

L’importanza della madre e dell’attaccamento intrauterino.

L’importanza dell’attaccamento madre-bambino per lo sviluppo di una specifica identità personale.
Lo sviluppo dei tratti caratteriali alla base della personalità umana è in parte correlata alla modalità di filtrare le informazioni derivanti dal mondo che per ogni individuo è diversa. Tale percezione è costituita dai concetti e dalle conoscenze proprie derivate in gran parte dall’esperienza. Quest’ultime non si formano come nelle discipline scientifiche attraverso ragionamenti logico-dimostrativi, né per imitazione, ma per processi attivantesi all’interno dell’interazione diadica madre-bambino.
Studi recenti ormai largamente accreditati (J. Bruner, C. Trevarthen, J. Newson ecc.) dimostrano che, se questo importante incontro non avviene in un determinato modo,si hanno ritardi nello sviluppo sia emotivo che cognitivo del bambino.
Ciò dimostra l’importanza dell’attaccamento madre-bambino per lo sviluppo di una specifica identità personale.
Per esempio, i figli di madri depresse presentano un notevole ritardo dello sviluppo, sia delle capacità cognitive e del linguaggio. Anche nei bambini con deficit alla nascita (malattie del metabolismo su base genetica), il linguaggio ha uno sviluppo limitato non per la patologia in sé, ma per la carenza di scambi emotivi che quel bambino ha con la figura guida.L’assunto principale è che ogni essere umano sviluppa una “narrativa emozionale” personale e quindi un proprio copione personale. Per uno sviluppo naturale e per un normale sviluppo della “narrativa emozionale”è dunque necessario l’incontro con una figura guida con la quale stabilire un’attivazione di reciprocità emotiva.
Bisogna considerare che la narrativa ha un suo correlato biologico nello sviluppo del Sistema Nervoso Centrale. Il cervello nel corso della crescita aumenta il suo volume di cinque volte rispetto a quello iniziale. Si ha uno sviluppo sinaptico, si ampliano i collegamenti e le intersezioni tra i vari sistemi attraverso una serie di fasi di ridondanza. Tutto ciò è geneticamente determinato, però il modo in cui si stabiliscono i collegamenti è diverso anche in soggetti con bagaglio genetico identico come nei gemelli. Lo sviluppo del pensiero narrativo è quindi uno scambio interattivo di azioni e soprattutto di emozioni condivise è già culturalizzate in un adulto. Fin dai primi mesi il bambino interagisce con l’adulto e facendo ciò impara la “grammatica delle emozioni”.Da esperimenti di Trevarthen nei quali ha filmato l’interazione tra madre e neonato si osserva come il bambino incomincia ad imitare la madre in maniera impressionante, per esempio nella protrusione della lingua e nei primi vocalizzi e come attraverso questa comunicazione primitiva si stabilisca una reciprocità e una sintonia. A sei mesi vi è già nell’interazione emotiva una ricerca selettiva per gli atteggiamenti più familiari, a nove mesi si arriva alla “comprensione condivisa degli obiettivi”.All’inizio del nostro viaggio nella vita – e quindi nella conoscenza – siamo in una condizione in cui gli aspetti cognitivi, o i sistemi di rappresentazione, non essendoci linguaggio, non sono verbali; l’emisfero che funziona prevalentemente è il destro: ciò è confermato da esperimenti in cui si è riscontrato che in questo emisfero fino ai due anni i potenziali evocati sono più attivi. L’emisfero destro è quello che presiede alle attività analogiche ed astratte, mentre quello sinistro presiede all’attività verbale e comincia ad entrare in attività dopo i due anni, quando si sviluppa linguaggio che poi si completerà verso i tre anni.
Solo a tre anni, infatti, riscontriamo la capacità di comporre frasi e quindi di comunicare un senso compiuto. Possiamo quindi dedurre che intorno ai due anni, anche in assenza del linguaggio, sia presente comunque una narrativa emozionale in formazione, composta da sensazioni interne che sono alla ricerca di un significato che viene internalizzato grazie all’interazione diadica madre-bambino.
A questa età il bambino, nei momenti di separazione dall’adulto significativo, mostra smarrimento, confusione e incertezza. In risposta a ciò l’adulto può assumere diversi comportamenti, come ad esempio atteggiamenti tranquillizzanti, oppure esplicativi “dove va” e “quando torna”, oppure di rimprovero, “ma che fai, piangi?”. E’, appunto, attraverso queste modalità interattive che il bambino comincerà ad attribuire significati sia alle sue emozioni sia al risultato del suo esprimere, perciò si costituisce la base per la sua narrativa personalizzata. Per quel che riguarda il contenuto narrativo, possiamo osservare come la stessa situazione può essere vissuta con sensazioni diverse; già a otto anni un bambino è in grado di descrivere un’emozione riferendola a vissuti interni più che a eventi esterni. Questa è una anticipazione di quello che sarà il pensiero astratto preadolescenziale; a otto anni si trova quindi, nella narrativa personale, una internalizzazione sorprendentemente sviluppata. Il modo di definire un sentimento è collegato ad un discorso immaginativo composto dalla raccolta di dati accaduti e di previsioni per il futuro, e si differenzia quindi da soggetto a soggetto in un modo diverso di sentire la stessa emozione.Nell’adolescenza compare quello che conosciamo come pensiero astratto, la meta cognizione, cioè la capacità di leggere il proprio pensiero. In questo periodo si acquisisce la capacità di considerare il punto di vista dell’altro e di costruire diverse modalità con cui rappresentare uno stesso evento, assumendo così la relatività, il decentrarsi da una posizione egocentrica, per imparare quindi che, a seconda del punto di vista da cui si osserva, uno stesso fenomeno assume significati diversi. Mentre prima c’era qualcosa o qualcuno da seguire, ora c’è bisogno di affermare il proprio punto di vista, che magari è lo stesso di quello precedente ma che si ridefinisce grazie al confronto con gli altri. Questa situazione di solitudine epistemologica è in fondo una reazione biologica quasi fisiologica che rappresenta un periodo di grande cambiamento. In questo periodo si ha una elasticizzazione della narrativa in quanto il soggetto assume una posizione personale nella visione del mondo e nell’attribuzione di significato.
Infatti dopo il confronto mantiene una sua identità autonoma. Questo gli consente di uscire dal gruppo di appartenenza originaria e di socializzare stabilendo nuovi contatti con il mondo esterno. Il processo di elasticizzazione permette di staccarsi dallo schema di pensiero genitoriale, ricrearsi nuovi legami, quindi di definirsi attraverso la reciprocità con altre figure ampliando la propria narrativa, mantenendo nel contempo un senso univoco del sé.
Dott. Valerio Rubino
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