“IMPACT FACTOR”& “H-index”

Pillole di analisi critica sui tanto blasonati “IMPACT FACTOR”& “H-INDEX”

 “IMPACT FACTOR”& “H-index”
Spesso i sostenitori delle teorie GENDER rivendicano la maggiore scientificità delle ricerche LGBT sbandierando i tanto blasonati “impact factor” e “H-index”.
Sarebbe bene fare un paio di considerazioni.
“IMPACT FACTOR”
Il fattore di impatto (impact factor) è un indice di proprietà di Thomson Reuters, che misura il numero medio di citazioni ricevute in un particolare anno da articoli pubblicati in una rivista scientifica (Journal) nei due anni precedenti. Questa misura viene utilizzata per categorizzare, valutare, comparare e ordinare le riviste scientifiche catalogate dalla Thomson Reuters stessa.Quindi 1) Tutto in Casa Thomson, che è un’Azienda colossale, con le mani in pasta a tutti i livelli http://thomsonreuters.com/ – ed ha un database mondiale contenente informazioni su migliaia e migliaia di Aziende. Un colosso economico-finanziario, ovviamente dedito alla comunicazione (non solo scientifica, non solo aziendale).
2) la “misurazione” di scientifico non ha proprio nulla, in quanto si limita a fare una media aritmetica di ciò che si cita su articoli di riviste scientifiche (a loro volta proprietà di Editori, che sono sotto il controllo delle Multinazionali, e via discorrendo).
3) Il MECCANISMO è perfino banale. Se negli articoli A, B, C e D compaiono citazioni – per esempio – di X e Y, ciò significa che X e Y hanno un punteggio maggiore. Ed è chiaro che se X e Y a loro volta citano B e C, il punteggio di B e C sale. E così via. Insomma, come palleggiare tra amici, in tondo, e guadagnare un punto per ogni volta che si tocca la palla. Basta mettersi d’accordo e il gioco è fatto.
D’altra parte loro stessi ammettono che la copertura è volutamente selettiva ed incompleta, partendo dal presupposto che la maggior parte della letteratura scientifica rilevante si concentra in un numero piuttosto limitato di riviste importanti.
Presupposto MAI criticamente vagliato, in quanto per l’appunto, la palla resta SEMPRE all’interno di quella *pre-determinata* cerchia di amici.
… Intesi?
 
L’INDICE H
Con “indice H” (H-index), si intende fare riferimento all’indice proposto nel 2005 da Jorge E. Hirsch dell’Università della California a San Diego per quantificare la prolificità e l’impatto del lavoro degli scienziati, basandosi sia sul numero delle loro pubblicazioni che sul numero di citazioni ricevute.
Secondo la definizione, uno scienziato è di indice n se ha pubblicato almeno n lavori, ciascuno dei quali è stato citato almeno n volte. L’indice H è stato creato anche per compensare alcune caratteristiche indesiderate del fattore d’impatto (impact factor) come misura bibliometrica. Wikipedia fornisce una spiegazione semplice ed efficace:
Il calcolo dell’indice viene eseguito in base alla distribuzione delle citazioni che le pubblicazioni di un ricercatore ricevono. La definizione di Hirsch è la seguente:
Uno scienziato possiede un indice h se h dei suoi Np lavori hanno almeno h citazioni ciascuno e i rimanenti (Np – h) lavori hanno ognuno al più h citazioni.
In altre parole, uno studioso con un indice pari a 3 ha pubblicato 3 lavori citati almeno 3 volte ciascuno. Per meglio comprendere la modalità operativa di calcolo si riporta di seguito un altro esempio, più articolato e più simile alla realtà: un autore ha pubblicato 6 lavori con il numero di citazioni di seguito riportato (citazioni totali 8 su 6 pubblicazioni).
pubblicazione A, citazioni 0
pubblicazione B, citazioni 3
pubblicazione C, citazioni 0
pubblicazione D, citazioni 3
pubblicazione E, citazioni 1
pubblicazione F, citazioni 1
Vi sono 4 lavori che hanno almeno 1 citazione (due di questi anche di più), quindi come minimo H=1; inoltre vi sono 2 lavori che hanno almeno 2 citazioni (ne hanno in particolare 3), quindi sicuramente H=2, ma vi sono solo due lavori con almeno 3 citazioni, quindi H non può essere pari a 3. L’indice di Hirsh di questo autore è quindi 2. Si noti che l’indice non cambierebbe assolutamente se A, C, E, F avessero 2 citazioni ciascuno (per un totale di 14 citazioni su 6 lavori).
L’indice è strutturato per quantificare mediante un singolo indice numerico non solo la produzione, ma anche l’influenza di uno scienziato, distinguendolo da chi avesse pubblicato molti articoli ma di scarso interesse. Inoltre l’indice non è troppo influenzato da singoli articoli di grande successo.
L’efficacia dell’indice è limitata al confronto tra scienziati dello stesso campo, anche perché le convenzioni riguardo alle pubblicazioni possono variare: in fisica, un ricercatore moderatamente produttivo avrà tipicamente un indice pari al numero di anni di lavoro, mentre scienziati che operano nel campo medico o biologico tendono a possedere valori più elevati.
Il problema più complesso che sorge nel tentativo di calcolare l’indice è quello di stabilire l’ambito in cui selezionare le pubblicazioni e le citazioni da prendere in considerazione. Non esistendo un’unica banca dati che comprende tutte le pubblicazioni scientifiche in tutti i settori, l’indice risulta dipendente dalla banca dati scelta. Inoltre non sempre è facile discriminare i casi di omonimia, o identificare univocamente ogni singola pubblicazione. Per esempio, l’indice ottenuto usando Google Scholar potrebbe risultare sensibilmente diverso rispetto a quello ottenuto servendosi di una banca dati specialistica.
Hirsch ha osservato che l’indice è generalmente ben correlato, per un fisico, coll’aver vinto premi come il Nobel o coll’essere membro di qualche importante accademia.
Fin qui, wikipedia.
Considerazioni:
1) la validità di una ricerca NON dipende in alcun modo dal numero di citazioni che riceve. Sarebbe auspicabile che avvenisse il contrario, ma sappiamo fin troppo bene che là dove ci sono INTERESSI ECONOMICI ENORMI IN CAMPO non sempre – anzi difficilmente –  si sentono voci fuori dal coro.
2) La comparazione tra le Banche dati è di fatto viziata in origine in quanto per alcuni ambiti di ricerca scientifica si può procedere SOLO CON I FINANZIAMENTI  DI GRANDI ISTITUTI e quindi rarissimamente ci sono iniezioni di denari in progetti di ricerca poco remunerativi per il Finanziatore. Ovvio che certi tipi di IPOTESI SCIENTIFICHE non solo non siano oggetto di pubblicazioni, ma nemmeno di studio di fattibilità. Insomma: GLI SCIENZIATI – PAGATI DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE DALLE MULTINAZIONALI – NON PRENDONO NEMMENO IN CONSIDERAZIONE CERTI TIPI DI RICERCHE.
Data questa situazione, quale sarebbe, mi chiedo, il livello di affidabilità che questi “indici” sono in grado di garantire?
Dirò di più. Il fatto che “un certo” studio sia IN FONDO A QUESTE CLASSIFICHE costituisce un indice d’interesse non indifferente.
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