GENITORI SINGLE – OMOGENITORIALITÀ

“GENITORI SINGLE – OMOGENITORIALITÀ”

Argomenti che si ripetono nei dialoghi con i sostenitori delle teorie omosessualiste.
n. 8: “GENITORI SINGLE – OMOGENITORIALITÀ”: “E con i genitori single come la mettiamo? Lì non ci sono “madre e padre”, ma solo uno dei due”. E anche: “In Italia ci sono più di 100.000 coppie gay che già hanno figli”. Eccetera.
Prima di tutto bisogna distinguere: un conto è il genitore single (separato/divorziato) un altro la coppia omosessuale. Nel primo caso i figli hanno comunque la possibilità di rapporto con il genitore dell’altro sesso (nei modi e nei tempi stabiliti dalla legge). Nel secondo caso il diritto del figlio viene invece negato alla radice.
Qui discutiamo gli effetti delle pretese “genitoriali” omosessuali, in base all’argomento “de facto”, quindi “de iure”. (In alcuni casi avviene già di fatto: *quindi* che diventi un diritto per tutti).
Questo “argomento” è palesemente contraddittorio in quanto mira a legittimare una pretesa di diritto con un mero dato di fatto.
Il fatto che molte persone evadano le tasse, per esempio, è certo ed evidente. Da ciò *non segue* che questo sia o possa diventare legittimo, solo perché un certo numero di persone effettivamente si comporta in questo modo. Questa visione della legge, secondo la quale dovremmo iscrivere dei fatti nel diritto, solo perché “sono fatti” non è in grado di giustificare alcunché ed anzi incorre in una degenerazione della funzione politica (che – ricordiamolo – è quella di garantire il bene comune e non ciò che arbitrariamente piace all’opinione pubblica o a qualcuno in particolare). Anche perché le opinioni sono sempre mutevoli e volatili, mentre invece le evidenze sulle quali si fondano le argomentazioni critiche al matrimonio e all’adozione omosessuale sono piuttosto difficili da smentire.
Come già mostrato nelle note precedenti, in nome dell’uguaglianza, della tolleranza, della lotta contro le discriminazioni e di tanti altri principi, non si può dare diritto al matrimonio a tutti quelli che genericamente “si amano”. E nemmeno si può regolamentare per tutti situazioni palesemente irregolari solo per il fatto che qualcuno, con trucchi diversi, è riuscito a scavalcare le leggi attualmente in vigore (che – è vero – sono da perfezionare e correggere là dove consentono distorsioni di questo ed altro tipo).
L’omoparentalità non è la genitorialità: occorre ribadirlo. Due persone omosessuali non sono in grado di generare, per definizione: non possono in modo sostanziale e non accidentale. Il termine “omoparentalità” è stato inventato proprio per supplire all’impossibilità delle persone omosessuali di essere genitori. Questa parola nuova, forgiata per instaurare il principio di una coppia “parentale” omosessuale e promuovere la possibilità giuridica di dare a un bambino due “genitori” dello stesso sesso, è dominio della fantasia. Infatti, non è la sessualità degli individui che ha mai fondato il matrimonio né la genitorialità, ma anzitutto il sesso, cioè la distinzione antropologica degli uomini e delle donne. Così, tralasciando la distinzione uomo-donna e mettendo come spiegazione la distinzione eterosessuali-omosessuali, le persone omosessuali rivendicano non la genitorialità (la paternità o la maternità), che implica il legame biologico che unisce il bambino (generato) ai suoi due genitori (naturali), ma la “parentalità” che riduce il ruolo del “genitore” all’esercizio delle sue funzioni educative soprattutto. Ora, anche nel caso dei bambini adottati, non si tratta solo di educare, ma di ricreare una filiazione. Bisogna dunque riaffermare qui con forza che essere padre o madre non è solo un riferimento affettivo, culturale o sociale. Il termine “genitore” non è neutro: è sessuato. Accettare il termine “omoparentalità”, è togliere alla parola “genitore” la nozione corporale, biologica, carnale che le è intrinseca.
Ci può aiutare, a questo punto, una breve citazione:

“Stupisce che il tema della omogenitorialità, che comporta necessariamente il destino dei generati, venga posto quasi esclusivamente nei termini dell’eguaglianza di opportunità e di diritti degli adulti, eludendo il tema della responsabilità che sempre le generazioni precedenti hanno su quelle successive, tema che non è solo della singola persona o della coppia che fa questa scelta, ma anche del corpo sociale che può favorirla o ostacolarla avvertendone il pericolo per il proprio futuro. Non sposiamo di certo la causa del determinismo per quanto riguarda sia lo sviluppo della persona sia la trasmissione tra le generazioni. Sappiamo bene (e l’atteggiamento che ha contraddistinto tutto il nostro lavoro di ricerca, di intervento e di formazione e lì a testimoniarlo) che, anche nelle situazioni più difficili, gli esseri umani, anche attingendo a incontri «benefici», possono trovare risorse impreviste. E questo auguriamo ai bambini che crescono in contesti di «omoparentalità» e anche agli adulti che fanno queste scelte. Ma tutto ciò non ci esime dall’evidenziare il rischio e pericolo aggiuntivo di tali situazioni che la psicoanalista Janine Chasseguet-Smirgel con espressione forte cosi esprime: «Solo la mancanza di immaginazione permette di veder avanzare con tranquilla stupidità l’enorme massa di problemi che tutto questo ci propone e ci aspetta». Stupisce anche, da un punto di vista psicologico, che il dolore profondo e l’angoscia che accompagna tali itinerari di vita (sia per gli adulti sia per i figli) venga così raramente alla luce. È come se non fosse possibile parlare di ostacoli, problemi, drammi, invidia, bisogno di riconoscimento essendo tutto coperto dall’«amore». La ricerca, come abbiamo visto, è rivolta soprattutto a sottolineare gli esiti di «normalità» nello sviluppo dei figli. Ma, se non è compito della psicologia patologizzare, non lo è neppure «normalizzare»”.

[Vittorio Cigoli, professore di «Psicologia clinica delle relazioni di coppia e di famiglia» e Eugenia Scabini, professore emerito di Psicologia sociale]

Ancora una volta, siamo di fronte ad un atteggiamento psicotico che mira a stravolgere la realtà (quando non dovremmo pretendere di adattare la realtà alla teoria, ma casomai adattare la teoria alla realtà). La mistificazione della realtà, a vantaggio esclusivo del principio di piacere (per cui noi crediamo che la realtà sia effettivamente così come vorremmo che fosse, al di là di ogni riscontro oggettivo), apre la strada a danni psicotici gravissimi. Tanto nel singolo quanto nella società intera.
Quando si abolisce il principio di evidenza naturale – diceva Italo Carta – la mente compensa con squilibri psicotici gravissimi. Per questo pensare di introdurre l’uguaglianza dei sessi come normale significa attentare alla psiche di tutti. Penso poi ai più deboli: i bambini. Se gli si insegna sin da piccoli che quel che vedono non è come appare, li si rovina. Ripeto, pur non essendo solito fare affermazioni dure, dato che gli omosessuali sono persone spesso duramente discriminate, non posso non dire che introdurre l’idea che la differenza sessuale non esiste, e che quindi non ha rilevanza, è da criminali“.

(Italo Carta -Ordinario di psichiatria e direttore della Scuola di specializzazione in Psichiatria all’Università degli studi di Milano).

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