DIFENDERE IL DIRITTO DEL BAMBINO = OMOFOBO?

Argomenti che si ripetono nei dialoghi con i sostenitori delle teorie omosessualiste.
L’assurda equazione: “difendere il diritto del bambino = omofobo”.
Non lasciamoci prendere per il naso!
Una delle assurdità che più frequentemente si incontrano nei dialoghi con i sostenitori del nichilismo omosessualista è l’immediata accusa di “omofobia” ogni qual volta vengono esplicitate posizione critiche sull’agenda dell’ideologia oggi dominante.

Fin dall’inizio, il dialogo è portato fuori dal terreno della ragione: se critichi le teorie omosessualiste, in qualsiasi modo, sei senz’altro un omofobo.

E chi l’ha detto?
Perché accettare passivamente quest’assurda equazione?

Tralasciando qui il fatto che “omofobia” è un termine di per sé inventato con uno scopo preciso, il cui significato è tanto fumoso quanto contraddittorio è il suo utilizzo, passiamo ora all’analisi di quello che realmente succede, accettando offese (perché tali sono) senza a minima replica.
Una semplice storiella potrà aiutarci a visualizzare come nessun punto dev’essere concesso alle pretese degli omosessualisti senza discuterlo a fondo. Soprattutto quando si danno scontate posizioni in partenza che scontate non sono affatto (come per esempio che i presunti “omofobi” avrebbero sempre torto mentre i sostenitori delle teorie omosessualiste avrebbero sempre ragione):

“La rana messa dentro la pentola piena d’acqua tiepida nuota tranquillamente. La temperatura sale, l’acqua si scalda. Diventa sgradevole, ma lei non si spaventa. L’acqua ora è calda; la rana inizia a star male, non ha più la forza di reagire e allora non fa nulla. La temperatura sale ancora, e la rana muore senza aver neppure tentato di scappare. Se fosse stata immersa direttamente nell’acqua calda invece che tiepida sarebbe balzata subito fuori dal pentolone”.

Una delle più grandi astuzie dell’ideologia omosessualista è stato il convincere l’opinione pubblica che i “matrimoni omosessuali” sono un diritto e negarli equivale a fare un torto alle persone omosessuali. Insomma: “i buoni” difendono i diritti degli omosessuali, “i cattivi” li negano.

E chi lo dice?

Dobbiamo chiarire che purtroppo questa ed altre assurdità sono rese oggi possibili grazie a cinquant’anni di televisione spazzatura capillarmente diffusa nelle case dei cittadini e di distruzione sistematica del potere educativo e formativo delle scuole. Tutto è scientificamente portato e discusso “in astratto” e “a maggioranza dei consensi”: il principio di evidenza naturale viene sistematicamente ignorato. Il “principio di piacere” diventa sempre più ipertrofico mentre il “principio di realtà” ridotto al minimo sindacale, quando non palesemente negato (con un fine molto preciso: de-individuare a piccoli passi le persone, in modo da poterle meglio controllare).
I termini sono importantissimi: non devono essere utilizzati senza prima essere discussi e capire esattamente quale logica sottendono.
Luce Irigaray, filosofa, psicanalista e linguista belga, ha recentemente spiegato in un’intervista: «se andiamo per la strada dell’abolizione della differenza sessuale non ci sarà un futuro per l’umanità. L’annullamento delle differenze tra uomo e donna risponde al fenomeno della tecnicizzazione, cioè un fenomeno contrario alla vita. Solo il mondo della tecnica è neutrale. La differenza uomo-donna è basilare per arrivare a costruire un modello democratico, che regoli tutte le altre differenze».
Per esempio, rispetto alle proposte di abolire le parole “padre” e “madre”, sostituendole con “genitore 1′′ e “genitore 2′′ ha commentato: «Le dirò, è una cosa da piangere. Mi viene la voglia di rispondere in modo radicale, ma mi trattengo: stiamo diventando un numero, la nostra identità naturale e storica viene riassunta in un numero, in una definizione neutra».
Ecco, una definizione neutra: de-individuata. Né maschio né femmina, né giusta né sbagliata: “queer”, appunto.

Si pretende che venga supinamente accettato il significato imposto alla parola “omofobia” (che, etimologicamente parlando dovrebbe fare riferimento ad una fobia, appunto, per “ciò che è uguale”) che col passare del tempo ha assunto sempre più un significato preciso:avversione alla lobby gay. Quindi è omofobo chi preferisce una società dove al bambino venga assicurato il diritto di avere un padre e una madreE’ senz’altro e automaticamente omofobo chi non considera superflua per il bambino la figura paterna o materna. E via dicendo…

Ma siamo impazziti?

Chi l’ha detto? 

Per tutti gli esseri umani è di fondamentale importanza nascere e crescere all’interno di una famiglia dove le figure genitoriali madre-padre assumono delle caratteristiche simboliche che vanno al di la dell’affetto del caregiver (poco più che una baby sitter) e dell’amore che ogni genitore è naturalmente spinto a riservare al bimbo. Al contrario di quanto sostengono le persone e le associazioni genofobe (o genofobiche), il bambino ricerca continuamente dei punti di riferimento saldi che lo aiutino a orientarsi nella crescita. E’ falso e contro il principio dell’evidenza naturale dire che al bambino non vadano indicati quelli che vengono definiti i ruoli di genere. E’ falso sostenere che, per la crescita del bambino, avere un padre o non averlo sia la stessa cosa. Affermazioni genofobiche come”il bambino non ha alcuna esigenza della figura materna” non dovrebbero rimanere impunite o quantomeno dovrebbero venire condannate, anche dall’opinione pubblica.
La genofobia non è solo una generica avversione alla riproduzione sessuale ma sta diventando una vera e propria filosofia di vita, un atteggiamento mentale che si diffonde sempre di più tra gay e etero indistintamente. Sono sempre di più le persone che confondono l’amore e l’affetto con i bisogni che un bambino ha prima dei sentimenti. Sono bisogni concreti, fisici, biologici. E’ superfluo citare qualsiasi ricerca sull’argomento: la formazione fisica e psichica del bambino, che iniziano nell’utero della madre e continuano poi anche dopo la nascita, sono antecedenti e primarie rispetto all’affetto e alle cure amorevoli. La corretta formazione delle ossa del cranio o le sane correlazioni tra il bambino e la coppia padre-madre sono l’attrezzatura, il patrimonio che lui utilizzerà nella vita. E’ ovvio che un difetto fisico, un contesto familiare difficile o la mancanza di una o ambedue le figure genitoriali non impediranno al bambino di cercare delle soluzioni di crescita alternative. Ma è altrettanto ovvio che nessuna persona sana di mente danneggerebbe volontariamente un organo del bambino perchè “tanto crescerà bene lo stesso”. A nessuno dovrebbe venire in mente di sottrarre volontariamente ad un bambino, una o ambedue le figure genitoriali perchè “tanto crescerà bene lo stesso”.
A meno che non sia profondamente disturbato, affetto da genofobia e vittima di una psicosi gravissima.

 

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