LA VERGOGNA DELL’AFFITTARE UTERI

La vergogna dell’affittare uteri

 CAP. 10 – LA VERGOGNA DELL’AFFITTARE UTERI
La comunità Lgbt (lesbica, gay, bisessuale, transessuale per chi non fosse aduso all’acronimo ormai di moda) la chiama confidenzialmente “gpa”. Sta per “gestazione per altri” ed è il tentativo di dare un nome asettico ad una delle più grandi vergogne della contemporaneità raccontata invece come un decisivo elemento di progresso: l’affitto dell’utero di donne bisognose di denaro per portare a compimento gravidanze che la natura rende impraticabili, strappando poi il bambino pochi minuti dopo il parto e dopo un primo contatto tranquillizzante con il corpo della madre, per consegnarlo di solito ad una coppia di omosessuali benestanti che giocheranno a fare i genitori. Finché ne avranno voglia.

Ho già raccontato la vicenda di Elton John e del suo compagno, desiderosi di essere papà e mamma, anzi, come si dice oggi nell’era del politicamente corretto “genitore 1” e “genitore 2”. Poiché la biologia non rende possibile, per quanti sforzi possano essere compiuti, la nascita di un figlio per via naturale alla coppia in questione, nel tempo in cui tutto si compra loro si sono comprati un utero di una donna, che ha portato avanti la gravidanza dopo essersi fatta fecondare dallo sperma dei due mescolato, in maniera che al bimbo sia accuratamente vietato sia di avere contatti con la madre sia di sapere chi biologicamente sia suo padre.

Il racconto della nascita di questo bambino, che si chiama Zac, è di una violenza estrema e invece è stato incartato in “cool” patinato in tutto il mondo. Zac viene adagiato sul corpo della madre (tutti i giornalisti aggiungono “biologica”, in realtà è la madre punto e basta) e cerca immediatamente il suo seno. A questo punto, e il racconto di tutti coloro che assistono al momento del distacco tra il figlio e la madre “affittata” è concorde su questo elemento, in un clima di estremo imbarazzo il neonato che ha pochi minuti di vita viene strappato a forza al petto della mamma e consegnato a Elton John e il suo compagno, che se lo portano via. In numerose interviste il cantante britannico ha ripetuto che per due anni il bambino non ha fatto che piangere, un pianto inconsolabile, al punto che grazie alle decisive provviste di denaro Elton John decise di far prelevare dal seno della “madre biologica” (che per inciso vive a diecimila chilometri di distanza da Londra) il latte e farlo arrivare quotidianamente via jet privato in Inghilterra, per provare a lenire la sofferenza del piccolo Zac.

Io non so cosa ne pensiate voi. Io penso che tra quella coppia di ricchi gay e il dolore di quel bambino strappato alla madre, qualsiasi persona di buonsenso sta con il bambino. Il diritto da tutelare è quello del bambino che non conoscerà mai la madre per un capriccio di due che padre e madre non potevano e non potranno mai essere.

La questione della gestazione per altri riguarda poi in maniera determinante il tema della dignità della donna. Come possono le mie amiche di sinistra non offendersi sapendo che esistono parti del mondo, in particolare nei paesi dell’Est europeo e in India, dove sono state costruite vere e proprie “fabbriche di bambini” con centinaia di donne trasformate in incubatrici viventi e umiliate a suon di dollari, euro e sterline nella loro dimensione più intimamente femminile, quella della maternità? Come può essere accettabile ad un contesto civile questo scempio? Come può essere accettabile che a migliaia di bambini sia negato il diritto a conoscere la propria madre, perché i contratti che vengono stipulati vietano espressamente i contatti tra i nascituri e le donne che li hanno portati alla vita?

Per fortuna in Italia la gestazione per altri o maternità surrogata è per ora ancora vietata dalle legge. Questo divieto è raccontato, in particolare a sinistra, come una orribile limitazione della libertà individuale e della coppia. A mio avviso è segno di civiltà ed è uno dei motivi per cui va difesa la legge 40, vedi il capitolo precedente. Resta comunque legale anche per le coppie italiane, omosessuali o eterosessuali sterili, utilizzare la vergogna dell’affittare uteri all’estero e rientrare con il figlio, che però poi in alcuni casi ha rischiato di non veder riconosciuta la cittadinanza ed è per questo stato sottoposto ad ulteriore stress.

Si è riusciti a commercializzare tutto, persino la maternità. E’ il segno più barbaro del triste collasso valoriale della contemporaneità. Invece di stare con le donne più deboli, pagarle per trasformarle in macchine e violare il loro essere madre con l’atto violento di strappare poi il bambino neonato e vietare ogni contatto per via contrattuale. Nessun diritto ad avere una madre, si arrangi con quelli che l’hanno comprato come avrebbero fatto con una pietanza scaldata al microonde al supermercato. Cosa potete immaginare di peggio?

Alcuni numeri
Quanto costa “affittare” un utero? Si sta male anche solo a scriverlo, ma esiste un vero e proprio tariffario. Si parte dall’opzione low cost che è quella indiana, che attira decine di migliaia di aspiranti “genitori” da ogni parte del mondo: il bambino viene confezionato, tenuto in grembo e partorito da una donna per una prezzo complessivo che si aggira sui ventimila euro. Ma si può ricorrere alla Gpa (gestazione per altri) anche il Russia e Ucraina dove i prezzi sono lievemente più cari (si parte dai 30 mila euro e si arriva a punte di 70 mila euro), oppure finire in Canada o negli Stati Uniti dove la pratica costa centomila euro “chiavi in mano”. La vicenda indiana è comunque spaventosa. Facendo leva sull’estremo bisogno economico la vendita dei bambini è diventata una piaga sociale, con 32.342 piccoli di cui si sono perse le tracce. Ora il “business” degli uteri in affitto rappresenta una fase 2.0 di questo tragico approfittarsi del mondo occidentale delle condizioni di difficoltà delle donne indiane. Al confine con il Pakistan, nella poverissima regione di Gujarat, distretto di Anand è stata costruita una vera e propria città delle donne i cui uteri vengono “affittati” per ricche coppie di occidentali che pagano trentamila euro e si portano via il bambino. Questo centro specializzato in Gpa è stato celebrato da Oprah Winfrey in uno dei suoi ultraseguiti show televisivi e così si è sviluppato l’Akanksha infertility clinic, che ha dato il via alla nascita di almeno un migliaio di istituti simili su tutto il territorio indiano. Le donne vengono cercate nei bassifondi della povertà estrema, pagate con il 10% dell’importo che viene lasciato dagli occidentali alla clinica, costrette a portare avanti anche otto o nove gravidanze nell’arco di dieci anni. Ha fatto scalpore in India nell’aprile 2012 la morte in uno di questi centri situato nella città di Ahmedabad della trentenne Premila Vaghela. Morì all’ottavo mese di gravidanza, il figlio venne fatto nascere con parto cesareo e consegnato alla coppia acquirente. Ha fatto scalpore in India. In Occidente nessuno ne ha scritto, Oprah Winfrey non ne ha fatto cenno in nessuno dei suoi show.

(Mario Adinolfi, Voglio la mamma)

Per approfondire
Ilaria Vidi, Nascere da ovulo o semi altrui, Notizie Pro Vita, numero 10/2013
http://www.libertaepersona.org/wordpress/2013/10/monografico-su-utero-in-affitto/http://www.libertaepersona.org/wordpress/wp-content/uploads/2013/09/utero-in-affitto-2-schemi1.jpgRaffaele Torino, Gli accordi di maternità surrogata, Persona e Danno, 2003
http://www.personaedanno.it/generalita-varie/gli-accordi-di-maternita-surrogata-fra-diritto-a-essere-genitori-disponibilita-degli-status-e-interesse-del-figlio-raffaele-torino
Ines Corti, La maternità per sostituzione, Giuffré, 2000

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