BOTTA E RISPOSTA SU ALCUNE OBIEZIONI CHE SI RIPETONO

BOTTA E RISPOSTA SU ALCUNE OBIEZIONI CHE SI RIPETONO

Riprendo qui una serie di osservazioni che mi sono state fatte non ricordo più in quale post. Non avendo tempo allora di rispondere punto per punto, lo faccio qui.
Le critiche erano rivolte alle Note della pagina web http://www.nellenote.blogspot.com
1) “Ti faccio notare che già solo il principio di dover dare dei benefici pubblici a delle persone a secondo della loro utilitá sociale o della loro normalitá è vagamente nazista. Secondo questa logica una coppia di persone sane e bisognose sarebbe da preferire ad una coppia di disabili bisognosi, perché la coppia sana ha per esempio strutturalmente una capacità lavorativa che i due disabili non hanno”.
1) Rispondiamo: il paragone naturalmente non può  reggere in quanto la “capacità produttiva” non ha niente a che vedere con i diritti del bambino che di fatto verrebbero negati nella coppia omosessuale. Come sempre, è il linguaggio utilizzato a tradire il senso profondamente distorto di ciò che sostengono gli omosessualisti. Non si “producono” persone. Gli esseri umani non sono cose. Non sono oggetti. Sono soggetti, e prima di tutto soggetti di diritto. Stabilito questo punto essenziale, e volendo rispondere alla provocazione “nazista”, ci sarebbero casomai  da facilitare i cittadini produttivi perché è grazie al loro impegno che lo stato può provvedere alle necessità dei più deboli. Ma questo è, evidentemente, un altro discorso.
 
 
2) “Il fatto che il matrimonio (ti parlo di quello di oggi, nella civiltà occidentale, non dei tempi della Bibbia e nemmeno di Cicerone) sia fondato sul principio di potenziale riproduttivita‘ è solo una tua aspirazione e visione del matrimonio basata probabilmente su una certa visione religiosa della vita”.
2) Rispondiamo. Siamo per l’ennesima volta di fronte al solito trucco. Ma quando la finiranno? Si cerca di assimilare ad una visione religiosa quella che è una concezione antropologica, per poi far leva sul presunto integralismo di chi la sostiene. È la solita tecnica per sostenere argomenti fallaci ed illustri denominata “avvelenamento del pozzo”. Qui la religione naturalmente non c’entra nulla. Come ciascuno potrà facilmente verificare, negli argomenti che abbiamo prodotto Dio non viene mai nominato.  Il piano ella discussione è tutto antropologico e morale.  Non si capisce,  infatti (lo ripetiamo per l’ennesima volta), una volta eliminato il senso del matrimonio inteso come vincolo di alleanza tra uomo e donna perché la coppia sia feconda (“possibilmente”, non “necessariamente”, come abbiamo già spiegato nella Nota n. 14 ) a che cosa possa servire assumersi un vincolo di questo tipo. Forse ad un mero vantaggio fiscale? Allora si chieda quello, e non il matrimonio che comporta la possibilità di adozione. In questo modo, infatti, strappando il legame tra matrimonio e frangia della fecondità, si finisce inevitabilmente con l’insorgere in una serie di paradossi senza fine. Primo tra i quali la conseguente apertura (sull’onda del “perché no?”) ai matrimoni di gruppo etc. (come lucidamente la presidentessa presidentessa delle Famiglie arcobaleno, Giuseppina la Delfa, ha scritto al Papa Bergoglio: “anche a diciotto genitori” vanno bene…).
A questa banale obiezione si risponde che il matrimonio inteso come impegno giuridico socialmente condiviso che lega uomo e donna tra loro *implicitamente* prevede che la fecondità della coppia e mira appunto a garantire, sorreggere e proteggere la coppia di marito e moglie in quanto ambiente idoneo per l’accoglienza di una nuova vita umana e la prosecuzione della specie attraverso il seguito delle generazioni.
“Generare”, appunto: non “produrre” o ancor peggio “comprare” o altro.
Fermo restando che non esiste l’obbligo di procreare, è allo stesso tempo del tutto evidente che essendo dall’unione di uomo e donna che naturalmente nascono i figli, il matrimonio è certamente ed oggettivamente un istituto giuridico pensato per la garanzia della coppia che garantisce il seguito della società’ tramite le nuove generazioni e non ha altra specifica funzione, nel senso che ogni altro diritto della coppia unità in matrimonio deriva da questa forma sostanziale e non da altro.
 
 
3) “A sostegno del fatto che nella nostra società (e nel nostro ordinamento giuridico) il matrimonio non sia affatto subordinato alla riproduzione (e tanto meno alla potenzialità di riproduzione) vi sono al contrario vari fatti:- I figli si fanno sempre di più fuori dal matrimonio, e non esiste nessun dovere di sposarsi per fare figli.- Recentemente in Italia c’è stata la piena equiparazione tra figli cosiddetti naturali e legittimi. Quindi i diritti dei figli non sono legati al matrimonio dei genitori. – Non si richiede (neanche implicitamente) che due persone debbano procreare o tentare di procreare ai fini della contrazione del vincolo di matrimonio.- Non tutti nella società odierna si sposano al fine di fare figli (per esempio le persone anziane o chi non desidera avere figli)- Il maggiore interesse dei figli non corrisponde sempre alla presenza dei figli all’interno del matrimonio o alla cura da parte dei loro genitori biololgici. In fatti, proprio per il maggiore interesse dei bambini, lo Stato può intervenire e togliere i figli a genitori che non siano in grado di svolgere il loro ruolo a maggior riprova del fatto che cure ritenute adeguate sono un requisito più importante della presenza di un uomo e di una donna. – Due persone che possono aver generato figli (biologici della coppia) possono vedersi annullato il matrimonio perché una delle due persone cambia genere anagrafico successivamente al matrimonio (vedi sentenza recente di non mi ricordo quale corte)- Una donna transgender e unuomo possono unirsi in matrimonio nonostante manchi loro quella che tu chiami la capacitáriproduttiva “strutturale”. In sintesi, matrimonio e filiazione non sono da tempo concetti connessi tra di loro. Il matrimonio è un contratto che stabilisce diritti e doveri della coppia”.
3) Rispondiamo. Questa obiezione, come le precedenti, mostra una fallacia strutturale nella pretesa di trarre un principio giuridico da una situazione di fatto particolare: “siccome accade sempre più spesso che i figli nascono fuori dal matrimonio ne consegue che il matrimonio non deve più essere collegato alla generazione”. Si presenta inoltre la fallaci dell’uomo di paglia. Nessuno ha infatti sostenuto che il matrimonio sia “subordinato” alla procreazione. Abbiamo ripetuto mille volte che il matrimonio sancisce un patto di unione tra uomo e donna che dà vita alla cellula primaria ideale per dare un seguito alla società, proprio legata da diritti e doveri che i coniugi si assumono *anche* in vista della procreazione. Tale generazione può anche concretamente non esserci ma questo rimane una caratteristica accidentale e non sostanziale nel matrimonio tra uomo e donna. Lo stesso motivo ci porta a considerare le forme di legame più deboli, come la convivenza, meno idonee alla generazione dei figli, proprio in quanto la scelta dei conviventi è in linea di principio meno vincolante di quella degli sposi. L’equiparazione dei figli naturali ai figli nati in una coppia sposata, inoltre, *non* comporta affatto L’equiparazione delle due tipologie di unione, tant’è vero che sono giuridicamente trattate in modo diverso e sono socialmente percepite ed intese come nient’affatto equivalenti. Alla pazzesca osservazione secondo la quale “Il maggiore interesse dei figli non corrisponde sempre alla presenza dei figli all’interno del matrimonio o alla cura da parte dei loro genitori biololgici. In fatti, proprio per il maggiore interesse dei bambini, lo Stato può intervenire e togliere i figli a genitori che non siano in grado di svolgere il loro ruolo” rispondiamo che ancora una volta si confonde la normalità con l’eccezione. Ciò che avviene in via eccezionale (i genitori sposati non sono certamente di norma incapaci di accudire i figli) non può essere arbitrariamente elevato a regola o giustificare alcunché. Dal fatto che – rarissimamente – ci siano genitori sposati incapaci di gestire i figli – *non consegue* logicamente che il matrimonio non sia lo strumento ideale per garantire la sicurezza e la crescita dei bambini. Casomai il contrario, visto appunto che tutte le altre forme di legame tra uomo e donna sono, alla prova dei fatti, più deboli.
Al resto abbiamo già ampiamente risposto nelle note n. 14, 16, 17 alle quali rimandiamo, insieme alle altre pubblicate, per evitare di continuare di ripetere gli stessi argomenti in modo pressoché identico.
 
 
4) “Sulla naturalitá dell’omosessualitá: solo un finalismo di matrice ideologico-religiosa può portare a suddividere la realtá tra fenomeni naturali e non naturali (o contro natura se preferisci). Se osserviamo la realtá, il dato di fatto è che l’omosessualitá esiste in natura tra diverse specie animali. Esistono, per altro, anche teorie che danno una speigazioneevoluzionistica dell’omosessulitá (sopratutto quella maschile) (…)”.
4) Rispondiamo. Prima di tutto il finalismo non è affatto la conseguenza di una posizione ideologica, come qualcuno pretende di sostenere, casomai lo è la sua negazione. Almeno fino a quando non avremo teorie in grado di dimostrare in modo inoppugnabile che quello che la realtà indica con la massima evidenza è falso. E che cosa indica la realtà, nel caso che stiamo discutendo? Che gli organi genitali femminili sono presenti nelle donne e quelli maschili negli uomini, come previsto dai rispettivi differenti corredi genetici. E non viceversa. E che senza l’incontro di queste due identità, diverse e complementari, la specie umana non sarebbe mai stata, né può avere futuro. E’ del tutto ideologico e frutto di una posizione distorta, se non psicotica, sostenere che la differenziazione sessuale non ha fini specie-specifici ed è mero prodotto culturale. E’ vero l’esatto contrario: la cultura è sempre, ovunque e comunque, il frutto di uomini e donne, sessualmente e psicologicamente differenziati, e non viceversa. La differenziazione sessuale ha una finalità specie-specifici evidente, che precede l’interpretazione culturale, e non viceversa. Le ideologie sono prodotti culturali  e le culture sono prodotti da uomini e donne, non il contrario.
Il problema, come si vede, sta nella povertà di adeguate categorie concettuali di matrice ontologica ed antropologica di chi si avventura in discussioni “teoriche” tanto fuori dalla realtà da rasentare il ridicolo. “Rasentarlo” soltanto, però: la perdita di contatto con la realtà è infatti un sintomo evidente di psicosi gravissima, così come la pretesa di voler adattare astrattamente la realtà ai propri desideri nevrotici, quando modificare la realtà in base alle teorie è impossibile e dovremmo piuttosto sforzarsi di adattare meglio le teorie alla realtà, invece che pretendere il contrario.
Per quanto riguarda infine la “naturalità” della condizione omosessuale, rimandiamo alla Nota n. 4, “Fatto naturale”. Senza volerci ripetere più del necessario, quando affermano “in natura ci sono i comportamenti omosessuali degli animali, “dunque” l’omosessualità non è contro natura, si farà notare che l’omosessualità non ha nemmeno tra gli animali scopo riproduttivo, ma casomai (quando raramente si presenta) di rinsaldamento di legami sociali o di scala gerarchica nei gruppi organizzati. Inoltre, se è per questo, fa parte della sua natura che l’uomo si ammali, eppure nessuno pensa che l’uomo debba rispettare la sua natura e non cercare di guarire, cioè la natura non deve essere acriticamente norma del comportamento umano.
Quando diciamo che gli atti omosessuali sono contro-natura, impieghiamo il termine «natura» nel significato di «ciò verso cui una cosa è finalizzata» (Aristotele: «la natura è il fine: […] ciò che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo noi lo chiamiamo la sua natura», Politica, 1252 b 32).
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